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Posts Tagged ‘rivolta araba’

di Tariq Ali – il manifesto, 8 aprile 2011

 

 

L’intervento degli Stati uniti e della Nato in Libia, con la copertura del Consiglio di sicurezza dell’Onu, è parte di una risposta orchestrata per mostrare l’appoggio al movimento contro un dittatore particolare e, così facendo, per porre fine alle ribellioni arabe e riaffermare il controllo occidentale sulla situazione, confiscando il loro impeto e la loro spontaneità, e cercando di restaurare lo status quo.

È assurdo pensare che le ragioni per i bombardamenti su Tripoli e il tiro al piccione intorno a Bengasi stiano nella protezione della popolazione civile. L’uso di questo argomento si deve alla necessità di sollecitare l’appoggio dei cittadini euro-nordamericani e di una parte del mondo arabo. «Guardateci», dicono i satrapi Obama/Clinton e della Ue, «stiamo facendo del bene, stiamo al fianco del popolo». Il cinismo è così smaccato da togliere il respiro. Si suppone che dobbiamo credere che certi leader che hanno le mani macchiate di sangue in Afghanistan e Pakistan stiano difendendo adesso il popolo libico. I degenerati media britannici e francesi sono capaci di bersi qualsiasi cosa, però il fatto che la gente decente di sinistra cada ancora in questo letamaio risulta deprimente. La società civile che si commuove facilmente per alcune immagini e la brutalità di Gheddafi che bombarda la sua stessa popolazione, sono state il pretesto usato da Washington per bombardare un altro paese arabo. Intanto gli alleati di Obama nel mondo arabo si applicavano con impegno nell’obiettivo di promuovere la democrazia nel mondo arabo.

I sauditi sono entrati in Bahrein, dove la popolazione è tiranneggiata e gli arresti sono di massa. Non si parla molto di questo su al-Jazeera. Mi chiedo perché. Si direbbe che questa emittente abbia patito ultimamente le opportune pressioni per allinearsi alla linea politica di chi la finanzia. Tutto questo con l’appoggio attivo degli Stati uniti. Il despota dello Yemen, esecrato dalla maggioranza del suo popolo, continua a massacrarlo un giorno sì e l’altro pure. Senza essere stato sanzionato neanche con un embargo di armi, per non parlare di una no fly zone. La Libia è un altro caso, uno in più, della vigilanza selettiva da parte degli Usa e dei suoi cani da presa occidentali.
Sulla Francia possono contare. Sarkozy era alla disperata ricerca di fare qualcosa. Incapace di salvare il suo amico Ben Ali a Tunisi, ha deciso di prestare il suo aiuto per sbarazzarsi di Gheddafi. I britannici sono sempre disponibili, e in questo caso, dopo aver sostenuto il regime libico negli ultimi decenni, cercano di posizionarsi dalla parte buona per non perdere la divisione delle spoglie. E che dovevano fare?

Le divisioni che in tutta questa operazione si sono registrate all’interno della élite politico-militare nord-americana mostrano che non c’è un obiettivo chiaro. Obama e suoi satrapi europei parlano di un cambio di regime. I generali nicchiano e dicono che questo non rientra nell’operazione. Il Dipartimento di stato Usa si affanna nella preparazione di un nuovo governo composto di collaboratori libici anglofoni. Non sapremo mai quanto tempo sarebbe rimasto unito l’esercito di Gheddafi, ormai allo sbando e debilitato, di fronte a un’opposizione forte. La ragione per cui Gheddafi ha perso appoggi fra le sue forze armate è stata precisamente quella di aver ordinato di aprire il fuoco sul suo stesso popolo. Adesso parla della volontà imperialista di rovesciarlo e di impossessarsi del petrolio, e molti che pure lo disprezzano possono vedere che questa è la verità. Un altro Karzai è in cammino.
Le frontiere di questo squallido protettorato che l’occidente si appresta a creare si decideranno a Wahington. Anche i libici che, per disperazione, adesso appoggiano i bombardamenti aerei della Nato, finiranno, come i loro omologhi iracheni, per pentirsene.
Tutto questo potrebbe culminare in una terza fase: in una crescente collera nazionalista che arrivi fino all’Arabia saudita; e allora, non c’è il minimo dubbio, Washington farà tutto il necessario perché la famiglia saudita regnante resti al potere. Se perdono l’Arabia saudita, perdono gli stati del Golfo.

L’assalto alla Libia, a cui molto ha contribuito la stupidità di Gheddafi su tutti i fronti, è stato concepito per strappare l’iniziativa alle piazze e apparire in prima linea nella difesa dei diritti civili. Ma non convinceranno i bahreniti, gli egiziani, i tunisini, i sauditi e gli yemeniti, e perfino in Euro-Nordamerica sono più quelli che si oppongono a questa avventura di quelli che l’appoggiano. La partita è ancora lontana dall’essere decisa.

Obama parla di un Gheddafi senza clemenza, però la clemenza occidentale non scende mai gratis dal cielo. Ed è una benedizione solo per il potere che la dispensa, il più poderoso dei più poderosi.

 

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di Francis Fukuyama – Wall Street Journal, 12 marzo 2011

 

 

Will the protests that have swept the Middle East inspire a similar movement in China, or is that country’s middle class more interested in the material than the political?

Over the course of three short months, popular uprisings have toppled regimes in Tunisia and Egypt, sparked a civil war in Libya and created unrest in other parts of the Middle East. They also have raised a question in many people’s minds: Are all authoritarian regimes now threatened by this new democratic wave? In particular, is China, a rising superpower, vulnerable to these forces?

The Communist government in Beijing is clearly worried. It has limited news coverage of the recent uprisings and has clamped down on democratic activists and foreign reporters, acting pre-emptively against anonymous calls on the Internet for China to have its own “Jasmine Revolution.” A recent front-page editorial in the Beijing Daily, an organ of the city’s party committee, declared that most people in the Middle East were unhappy with the protests in their countries, which were a “self-delusional ruckus” orchestrated by a small minority. For his part, President Hu Jintao has urged the strengthening of what has been dubbed the “Great Firewall”—the sophisticated apparatus of censorship and surveillance that the regime uses to control access to the Internet.

China’s middle class, unlike its counterparts in the Middle East, has benefited from dramatic economic growth and the government’s focus on creating jobs for the educated. Pictured here, a Chinese businesswoman shops for sunglasses at a boutique in a Beijing shopping center.

No social scientist or intelligence analyst predicted the specific timing or spread of the Arab uprising—the fact that it would start in Tunisia, of all places, that it would be triggered by an event like the self-immolation of a vegetable seller, or that protests would force the mighty Egyptian army to abandon Hosni Mubarak. Over the past generation, Arab societies have appeared stolidly stable. Why they suddenly exploded in 2011 is something that can be understood only in retrospect, if at all.

But this doesn’t mean that we can’t think about social revolutions in a more structured way. Even unpredictable things take place in a certain context, and the present-day situations of China and the Middle East are radically different. Most of the evidence suggests that China is pretty safe from the democratic wave sweeping other parts of the world—at least for now.

Perhaps the most relevant thinker for understanding the Middle East today and China tomorrow is the late Samuel Huntington—not the Huntington of “The Clash of Civilizations,” who argued that there were fundamental incompatibilities between Islam and democracy, but the Huntington whose classic book “Political Order in Changing Societies,” first published in 1968, laid out his theory of the development “gap.”

Observing the high levels of political instability plaguing countries in the developing world during the 1950s and ’60s, Mr. Huntington noted that increasing levels of economic and social development often led to coups, revolutions and military takeovers. This could be explained, he argued, by a gap between the newly mobilized, educated and economically empowered people and their existing political system—that is, between their hopes for political participation and institutions that gave them little or no voice. Attacks against the existing political order, he noted, are seldom driven by the poorest of the poor in such a society; they tend to be led, instead, by rising middle classes who are frustrated by the lack of political and economic opportunity.

All of these observations would seem to apply to Tunisia and Egypt. Both countries have made substantial social progress in recent decades. The Human Development Indices compiled by the United Nations (a composite measure of health, education and income) increased by 28% for Egypt and 30% for Tunisia between 1990 and 2010. The number of people going to school has grown substantially; Tunisia especially has produced large numbers of college graduates. And indeed, the protests in Tunisia and Egypt were led in the first instance by educated, tech-savvy middle-class young people, who expressed to anyone who would listen their frustrations with societies in which they were not allowed to express their views, hold leaders accountable for corruption and incompetence, or get a job without political connections.

Mr. Huntington stressed the destabilizing power of new social groups seeking political participation. People used to be mobilized by newspapers and radio; today they are spurred to action by cell phones, Facebook and Twitter, which allow them to share their grievances about the existing system and to learn about the possibilities of the larger world. This change in the Middle East has been incredibly rapid, and it has trumped, for now, old verities about the supposed passivity of Arab culture and the resistance of Islam to modernization.

But do these remarkable developments tell us anything about the possibility for future instability in China?

It is certainly true that the dry tinder of social discontent is just as present in China as in the Middle East. The incident that triggered the Tunisian uprising was the self-immolation of Mohamed Bouazizi, who had his vegetable cart repeatedly confiscated by the authorities and who was slapped and insulted by the police when he went to complain. This issue dogs all regimes that have neither the rule of law nor public accountability: The authorities routinely fail to respect the dignity of ordinary citizens and run roughshod over their rights. There is no culture in which this sort of behavior is not strongly resented.

This is a huge problem throughout China. A recent report from Jiao Tong University found that there were 72 “major” incidents of social unrest in China in 2010, up 20% over the previous year. Most outside observers would argue that this understates the real number of cases by perhaps a couple of orders of magnitude. Such incidents are hard to count because they often occur in rural areas where reporting is strictly controlled by the Chinese authorities.

The most typical case of outraged dignity in contemporary China is a local government that works in collusion with a private developer to take away the land of peasants or poor workers to make way for a glittery new project, or a company that dumps pollutants into a town’s water supply and gets away with it because the local party boss stands to profit personally. Though corruption in China does not reach the predatory levels of certain African or Middle Eastern countries, it is nonetheless pervasive. People see and resent the privileged lives of the nation’s elite and their children. The movie “Avatar” was a big hit in China in part because so many ordinary Chinese identified with the indigenous people it portrayed whose land was being stolen by a giant, faceless corporation.

There is, moreover, a huge and growing problem of inequality in China. The gains from China’s remarkable growth have gone disproportionately to the country’s coastal regions, leaving many rural areas far behind. China’s Gini index—a standard measure of income inequality across a society—has increased to almost Latin American levels over the past generation. By comparison, Egypt and Tunisia have a much more equal income distribution.

According to Mr. Huntington, however, revolutions are made not by the poor but by upwardly mobile middle-class people who find their aspirations stymied, and there are lots of them in China. Depending on how you define it, China’s middle class may outnumber the whole population of the United States. Like the middle-class people of Tunisia and Egypt, those in China have no opportunities for political participation. But unlike their Middle Eastern counterparts, they have benefited from a dramatically improving economy and a government that has focused like a laser beam on creating employment for exactly this group.

To the extent that we can gauge Chinese public opinion through surveys like Asia Barometer, a very large majority of Chinese feel that their lives have gotten better economically in recent years. A majority of Chinese also believe that democracy is the best form of government, but in a curious twist, they think that China is already democratic and profess to be satisfied with this state of affairs. This translates into a relatively low degree of support for any short-term transition to genuine liberal democracy.

Indeed, there is some reason to believe that the middle class in China may fear multiparty democracy in the short run, because it would unleash huge demands for redistribution precisely from those who have been left behind. Prosperous Chinese see the recent populist polarization of politics in Thailand as a warning of what democracy may bring.

The fact is that authoritarianism in China is of a far higher quality than in the Middle East. Though not formally accountable to its people through elections, the Chinese government keeps careful track of popular discontents and often responds through appeasement rather than repression. Beijing is forthright, for example, in acknowledging the country’s growing income disparities and for the past few years has sought to mitigate the problem by shifting new investments to the poor interior of the country. When flagrant cases of corruption or abuse appear, like melamine-tainted baby formula or the shoddy school construction revealed by the Sichuan earthquake, the government holds local officials brutally accountable—sometimes by executing them.

Another notable feature of Chinese government is self-enforced leadership turnover. Arab leaders like Tunisia’s Zine al-Abidine Ben Ali, Egypt’s Mr. Mubarak and Libya’s Col. Moammar Gadhafi never knew when to quit, hanging on 23, 30 and 41 years, respectively. Since Mao, the Chinese leadership has rigidly adhered to terms of about a decade. Mr. Hu, the current president, is scheduled to step down in 2012, when he is likely to be replaced by Vice President Xi Jinping. Leadership turnover means that there is more policy innovation, in sharp contrast to countries like Tunisia and Egypt, which have been stuck for decades in the rut of crony capitalism.

The Chinese government is also more clever and ruthless in its approach to repression. Sensing a clear threat, the authorities never let Western social media spread in the first place. Facebook and Twitter are banned, and content on websites and on China-based social media is screened by an army of censors. It is possible, of course, for word of government misdeeds to get out in the time between its first posting by a micro-blogger and its removal by a censor, but this cat-and-mouse game makes it hard for a unified social space to emerge.

A final critical way in which China’s situation differs from that of the Middle East lies in the nature of its military. The fate of authoritarian regimes facing popular protests ultimately depends on the cohesiveness and loyalty of its military, police and intelligence organizations. The Tunisian army failed to back Mr. Ben Ali early on; after some waffling, the Egyptian army decided it would not fire on protesters and pushed Mr. Mubarak out of power.

In China, the People’s Liberation Army is a huge and increasingly autonomous organization with strong economic interests that give it a stake in the status quo. As in the Tiananmen uprising in 1989, it has plenty of loyal units around the country that it could bring into Beijing or Shanghai, and they would not hesitate to fire on demonstrators. The PLA also regards itself as the custodian of Chinese nationalism. It has developed an alternative narrative of 20th-century history that places itself at the center of events like the defeat of Japan in the Pacific war and the rise of a modern China. It is very unlikely that the PLA would switch sides and support a democratic uprising.

The bottom line is that China will not catch the Middle Eastern contagion anytime soon. But it could easily face problems down the road. China has not experienced a major recession or economic setback since it set out on its course of economic reform in 1978. If the country’s current property bubble bursts and tens of millions of people are thrown out of work, the government’s legitimacy, which rests on its management of the economy, would be seriously undermined.

Moreover, Mr. Huntington’s scenario of rising but unfulfilled expectations among the middle class may still play out. Though there is a labor shortage among low-skill workers in China today, there is a glut of the college educated. Every year into the future, China will graduate more than seven million people from its universities, up from fewer than a million in 1998, and many of them are struggling to find work suitable to their self-perceived status. Several million unemployed college graduates are far more dangerous to a modernizing regime than hundreds of millions of poor peasants.

There is also what the Chinese themselves call the “bad emperor” problem. China’s historical achievement over the centuries has been the creation of high-quality centralized bureaucratic government. When authoritarian rulers are competent and reasonably responsible, things can go very well. Indeed, such decision-making is often more efficient than in a democracy. But there is no guarantee that the system will always produce good rulers, and in the absence of the rule of law and electoral checks on executive power, there is no way to get rid of a bad emperor. The last bad emperor, commonly (if quietly) acknowledged as such, was Mao. We can’t know what future tyrant, or corrupt kleptocrat, may be waiting in the wings in China’s future.

The truth is that, much as we might theorize about the causes of social revolution, human societies are far too complex, and change too rapidly, for any simple theory to provide a reliable guide. Any number of observers dismissed the power of the “Arab street” to bring about political change, based on their deep knowledge of the Middle East, and they were right every year—up until 2011.

The hardest thing for any political observer to predict is the moral element. All social revolutions are driven by intense anger over injured dignity, an anger that is sometimes crystallized by a single incident or image that mobilizes previously disorganized individuals and binds them into a community. We can quote statistics on education or job growth, or dig into our knowledge of a society’s history and culture, and yet completely miss the way that social consciousness is swiftly evolving through a myriad of text messages, shared videos or simple conversations.

The central moral imponderable with regard to China is the middle class, which up to now has seemed content to trade political freedom for rising incomes and stability. But at some point this trade-off is likely to fail; the regime will find itself unable to deliver the goods, or the insult to the dignity of the Chinese people will become too great to tolerate. We shouldn’t pretend that we can predict when this tipping point will occur, but its eventual arrival, as Samuel Huntington might have suggested, is bound up with the very logic of modernization itself.

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di Immanuel Wallerstein – il manifesto, 13 marzo 2011

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Cinquantuno anni fa, il 3 febbraio del 1960, l’allora primo ministro britannico Harold Macmillan, un conservatore, fece un discorso al parlamento sudafricano, governato dal partito che aveva costruito l’apartheid come base del suo potere. Quel discorso sarebbe poi divenuto noto come «vento del cambiamento». Vale la pena ricordarne le parole: «Il vento del cambiamento soffia in tutto il continente e, che ci piaccia o meno, la crescita di una coscienza nazionale è un fatto politico che tutti noi dobbiamo accettare come tale e di cui le nostre politiche nazionali debbono tenere conto». Al primo ministro sudafricano Hendrik Verwoerd non piacque quel discorso, di cui rifiutò premesse e consigli. Il 1960 in seguito sarebbe passato alla storia come l’anno dell’Africa, perché 16 colonie quell’anno divennero stati indipendenti. Il discorso di Macmillan di fatto affrontava la questione di quegli stati della metà meridionale del continente africano che contavano gruppi significativi di coloni bianchi (e spesso grandi risorse minerarie), e che si opponevano all’idea stessa di suffragio universale in cui gli africani neri avrebbero rappresentato la schiacciante maggioranza dei votanti. Macmillan era tutt’altro che un rivoluzionario e spiegò la sua tesi sostenendo che si trattava di portare i popoli dell’Asia e dell’Africa a schierarsi con l’Occidente nella guerra fredda. Un discorso significativo il suo, nel senso che indicava come i leader della Gran Bretagna (e poi quelli degli Usa) ritenessero destinata a perdere la causa del dominio elettorale bianco in Africa meridionale e temessero che potesse trascinare con sé nella rovina anche l’Occidente. Il vento continuò a soffiare e la maggioranza africana a vincere in un paese dopo l’altro fino a quando, nel 1994, il Sudafrica stesso non cedette al suffragio universale eleggendo Nelson Mandela presidente. Nel processo comunque gli interessi economici della Gran Bretagna e degli Usa furono in qualche modo preservati.

Due sono le lezioni che possiamo trarre da tutto questo. Una è che il vento del cambiamento è molto forte e probabilmente non c’è modo di resistergli, la seconda è che una volta spazzati via i simboli della tirannide non si può sapere quale sarà il seguito. Quando i simboli cadono tutti, retrospettivamente, li denunciano, ma tutti vogliono anche vedere preservati i loro interessi nelle nuove strutture emergenti.

La seconda rivolta araba sta travolgendo un numero sempre maggiore di stati e non c’è dubbio che cadranno altri simboli di tirannide o verranno concesse modifiche sostanziali delle strutture interne dello stato. Ma chi andrà al potere dopo? Già in Tunisia e in Egitto vediamo una situazione in cui i nuovi primi ministri sono persone chiave dei precedenti regimi. E l’esercito in entrambi i paesi sembra chiedere ai manifestanti di smettere le proteste. In entrambi i paesi sono tornate dall’esilio persone che stanno prendendo posti di potere e cercano di perpetuare, anzi di espandere, i legami con gli stessi paesi dell’Europa e dell’America del nord che sostenevano i regimi precedenti. Certo le forze popolari non si arrendono e proprio ora hanno costretto a dimettersi il primo ministro tunisino.

Nel pieno della Rivoluzione francese, Danton incitava «de l’audace, encore de l’audace, toujours de l’audace» («Audacia, più audacia, sempre audacia»). Un buon consiglio forse, ma Danton fu ghigliottinato di lì a poco, e così pure quelli che lo mandarono alla ghigliottina. Dopo di che ci fu Napoleone e la Restaurazione e poi il 1848, e la Comune di Parigi. Nel 1989, per il bicentenario, praticamente tutti, retrospettivamente, erano a favore della Rivoluzione francese, ma ci si potrebbe ragionevolmente chiedere se la trinità rivoluzionaria – libertà, uguaglianza e fraternità – sia davvero mai stata realizzata. Alcune cose oggi sono cambiate. Ora il vento del cambiamento soffia davvero in tutto il mondo. Per il momento l’occhio del ciclone è nel mondo arabo dove la tempesta continua a infuriare. La geopolitica di quella regione non sarà mai più la stessa. Le zone chiave da tenere sott’occhio sono l’Arabia Saudita e la Palestina. Se la monarchia saudita dovesse essere a sua volta seriamente minacciata nessun regime nel mondo arabo si potrebbe più sentire al sicuro. Un cambiamento di vento porterebbe le due maggiori forze politiche della Palestina a confederarsi e perfino Israele potrebbe dover prendere in considerazione la coscienza nazionale palestinese, che gli piaccia o meno, per parafrasare Harold Macmillan.

Inutile dire che gli Usa e l’Europa stanno facendo tutto quanto in loro potere per incanalare, contenere e reindirizzare il vento del cambiamento. Ma non hanno più la forza di un tempo. E poi il vento del cambiamento soffia anche in casa loro. È così che fanno i venti, la loro direzione e la loro intensità sono incostanti e dunque imprevedibili. E questa volta tira un vento molto forte. Potrebbe non essere più tanto facile incanalarlo, contenerlo e reindirizzarlo.

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Traduzione di Maria Baiocchi

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di Alberto Burgio – Liberazione, 27 febbraio 2011

 

 

 

Che cosa accade e, soprattutto, che cosa può accadere in Libia? Mentre scriviamo, le notizie si susseguono contraddittorie. Molte agenzie danno Gheddafi per spacciato, asserragliato nel bunker di una Tripoli sotto assedio. Ma sino a poche ore fa altre fonti descrivevano una capitale calma, sotto controllo, al pari dell’aeroporto militare di Mitiga del quale, pure, si era detto fosse stato espugnato dagli insorti. Sembra improbabile comunque che il regime possa resistere e anche l’ipotesi del negoziato con i ribelli, ventilata da ultimo da Saif al-Islam (uno dei figli del Colonnello, interprete dell’anima «moderata» del regime), appare di ora in ora più inverosimile.

Restano le domande. La rivolta libica è analoga a quelle che hanno decretato la fine delle dittature tunisina ed egiziana? E’ parte del terremoto che da settimane scuote tutto il nord Africa e che va propagandosi fino al Medio Oriente minacciando la stabilità della stessa Arabia Saudita e del regime degli ayatollah? Indubbiamente sussistono molte connessioni. Quale che sia la natura della rivolta libica, non è casuale che essa si verifichi all’indomani delle insurrezioni in Tunisia e in Egitto e mentre si fanno incerte le sorti dei governi di Yemen, Bahrein e Giordania.

Ma in questi casi – pur differenti tra loro – siamo di fronte a moti popolari spontanei, frutto di una situazione sociale esplosiva. Come emerge dallo Human Development Index, Tunisia ed Egitto (ma anche Marocco e Algeria) registrano tassi elevatissimi di sviluppo sociale a fronte di percentuali record di disoccupazione. I giovani tunisini ed egiziani sono andati a scuola, si sono diplomati e navigano su internet (uno dei principali vettori delle insurrezioni) ma non trovano lavoro. Questa situazione – resa intollerabile dalle politiche di «rigore» imposte dai governi per far fronte alle conseguenze della crisi economica globale – ha fatto esplodere la rabbia contro le oligarchie corrotte al potere (il che peraltro non garantisce l’esito democratico delle transizioni, se è vero che in Egitto l’esercito resta la forza di gran lunga prevalente non solo sul piano politico ma anche sul terreno economico).

In Libia, in particolare in Tripolitania, lo scenario è diverso. Benché quella dell’equa distribuzione dei proventi dell’esportazione di petrolio e gas sia una leggenda, le condizioni di vita della popolazione sono accettabili. I prezzi sono calmierati, i redditi adeguati (il reddito medio pro-capite è di 12mila dollari, sei volte quello egiziano). E anche se Gheddafi non è mai riuscito a pacificare e unificare realmente il Paese (la Cirenaica non lo ha mai riconosciuto e il raìs si è via via inimicato le grandi tribù del Gebel che ora assediano Tripoli), in Libia – a differenza di quanto avviene nei Paesi confinanti – non sembra vi siano figure di spicco in grado di guidare il dissenso sino a farlo esplodere.

Come ha osservato su queste pagine Angelo Del Boca, è molto probabile che la rivolta in Libia sia stata innescata dall’esterno, da gruppi di libici residenti all’estero. Ed è altrettanto probabile che questi nemici di Gheddafi abbiano goduto del sostegno dei governi occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia in testa) da sempre nemici del Colonnello. Un po’ di storia è bene infatti tenerla presente, non dimenticare i peccati originali (l’evacuazione forzata delle forze statunitensi e britanniche dalle basi militari, la nazionalizzazione delle proprietà della British Petroleum e l’imposizione alle altre compagnie di elevate quote per lo sfruttamento del petrolio libico) nel segno dei quali si consuma la fine del regno filo-occidentale di Idris I.

Tutte queste considerazioni suggeriscono di essere cauti prima di parlare di «rivoluzione» nel caso della Libia e non permettono di escludere che ci si trovi piuttosto dinanzi a una guerra civile sponsorizzata dalle maggiori potenze capitalistiche. Così si spiegano anche i venti di guerra che spirano da quando la Libia brucia.

Gli Stati Uniti, spalleggiati dalla Francia, scaldano i motori. Obama non esclude l’intervento militare della Nato. All’Onu si parla pudicamente di no-fly zone, occultando il fatto che per tenere a terra l’aviazione libica sarebbe necessario l’uso della forza. A Sigonella si preparano i caccia e puntualmente l’on. Fassino dichiara che «occorre intervenire in ogni modo» per costringere Gheddafi a mollare la presa. A vent’anni di distanza sembra di rivivere i giorni della prima Guerra del Golfo e delle «guerre umanitarie» nei Balcani. Allora una cosa va detta con la massima chiarezza. Se Gheddafi ha veramente scatenato il massacro della sua gente, si è macchiato di crimini gravissimi. E’ indubbio che la sua quarantennale dittatura ha calpestato diritti fondamentali dei libici e di centinaia di migliaia di migranti che Gheddafi ha imprigionato per nome e per conto di quel «mondo libero» che oggi si riempie la bocca di buoni principi. Ma tutto ciò non legittima in alcun modo un’ennesima sporca guerra che avrebbe un solo scopo: permettere agli Stati Uniti di rimettere le mani sul petrolio e sul gas libico, vitali per gran parte dell’Europa e per la stessa Cina.

 

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di Tommaso Di Francesco – il manifesto, 25 febbraio 2011

 

 

Siamo ai prodromi di un’altra guerra umanitaria. Che andrebbe ad aggiungersi a quella già sul campo. Stavolta in Libia. La Nato dichiara che «non è all’ordine del giorno, per ora», l’Unione europea che «nemmeno ci pensa», il ministro della difesa italiano La Russa che «non è nei nostri pensieri, però…». Ma ci stanno pensando, ci ragionano, e soprattutto si attivano forze e strumenti istituzionali di copertura. Sanzioni, no fly zone.

Diciamo questo perché, ben al dilà del disfacimento evidente del regime di Gheddafi, delle sue drammatiche responsabilità e del suo delirio, emerge la disinformazione. Si rende cioè evidente un significativo livello di menzogne da parte dei media ancora una volta embedded: fosse comuni che appaiono, quando in realtà sono fosse individuali; un salto improbabile in 12 ore dalle mille alle diecimila vittime, secondo l’americanissima televisione Al Arabya; flash di foto di corpi senza vita; l’invenzione di un inesistente membro libico della Corte penale internazionale rigorosamente antiregime che moltiplica per 50mila il numero delle vittime e dei feriti.

Quasi un déjà vu balcanico: per il Kosovo, quando ci fu poi la verifica sul campo dei medici legali del Tribunale dell’Aja risultò falso il numero delle vittime e inventata la strage di Racak. Ma fu ben utile, nell’immediato, per 78 giorni di bombardamenti aerei della Nato che provocarono 3.500 vittime civili. Volute, non «effetti collaterali», denunciò un’inchiesta di Amnesty International. Dimenticate, anzi cancellate da ogni memoria. Giacché la guerra doveva essere «umanitaria». E a quell’enfasi di menzogne partecipò un’intera schiera di media.

Ci stanno pensando alla «missione». Gridando al cielo che «no, è infame bombardare i civili», si sdegnano le cancellerie occidentali. Dimenticando il massacro dei civili e degli insorti se sono iracheni o afghani. Già l’amministrazione Usa parla di una delega all’Italia e alla Francia, paesi ex coloniali che dovrebbero guidare l’eventuale «missione». Del resto lo strumento militare operativo di Africom della Nato è già pronto, come da mandato, per l’intervento proprio in quell’area. E tutti sono avvertiti della presenza sul campo non di Al Qaeda che soffia sul fuoco, ma di un integralismo islamico reale e storico in Cirenaica.

Eppure non sanno ancora come motivarlo l’intervento. Se avessero a cuore davvero la vicenda umanitaria, non avrebbero dovuto sottoscrivere accordi di compravendita di armi con il Colonnello. E se l’Italia è davvero attenta all’umanità non avrebbe dovuto ratificare in modo bipartisan un Trattato che, pur riconoscendo finalmente le nostre malefatte coloniali, ha chiesto a Gheddafi di istituire campi di concentramento per fermare la fuga dei migranti disperati dalla grande miseria dell’Africa dell’interno e del Maghreb. Non lo dicono, né lo diranno mai. Ma come per l’enfasi e la falsificazione sul numero delle vittime, c’è l’esagerazione interessata sui «milioni di profughi» dalla Libia e dalla Tunisia, «250mila» ha detto il gommoso Frattini, senza alcuna vergogna.

Non lo dicono, ma sono terrorizzati davvero per il pericolo che corrono gli approvvigionamenti di petrolio e metano. Per i nostri consumi, il nostro intoccabile modello di vita.

Per questo alla fine interverranno. Non per un ruolo umanitario da subito degli organismi delle Nazioni unite, non per un corridoio umanitario che porti soccorso a chiunque, insisto chiunque, soffra – giacché la crisi libica si rappresenta più come guerra civile che come rivolta secondo il modello di Tunisi e del Cairo. Interverranno perché, qualsiasi sia il potere che arriverà dopo Gheddafi, svolga per noi la stessa funzione del Colonnello: elargire petrolio per i consumi dell’Occidente e impedire l’arrivo dei disperati relegandoli in un nuovo sistema concentrazionario.

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di Alessandro Dal Lago – il manifesto, 25 febbraio 2011

 

 

 

I documenti americani pubblicati da Wikileaks sulle politiche migratorie del governo confermano quanto si sapeva da tempo, e cioè che le campagne sulla sicurezza e sui clandestini non sono che una cortina fumogena o un’arma di distrazione di massa a fini elettorali. Da vent’anni i governi di centrodestra e di centrosinistra ci vendono la bufala delle invasioni dal sud, della criminalità in aumento e così via anche per coprire la realtà molto più sordida delle solide (fino a ieri…) relazioni economiche e politiche con le dittature della riva sud del Mediterraneo.

Le armi che stanno uccidendo i libici sono in buona parte prodotte in Italia. Dopo l’infame trattato di “amicizia” tra Italia e Gheddafi (votato a suo tempo anche dal Pd), le esportazioni di armi italiane in Libia hanno toccato più di 200 milioni di Euro e, grazie a Finmeccanica, Agusta, Alenia ecc., si collocano al terzo posto in Europa: elicotteri, motovedette, sistemi missilistici, per non parlare di armi leggere e tutto il resto dell’armamentario di morte. E questo spiega a sufficienza, insieme al petrolio, al gas, all’edilizia ecc, le grottesche affermazioni di Berlusconi sull’amico Gheddafi (da «non disturbare») e le dichiarazioni cerchiobottiste di Frattini, il ministro degli esteri più surreale che si conosca al mondo. Ma spiega anche l’eterno realismo politico del Pd e la sua malcelata volontà, al di là delle polemiche strumentali, di partecipare alla gestione dell’emergenza.

I dittatori del Maghreb sono stati vezzeggiati costantemente dai nostri governanti di centrosinistra e centrodestra. E se Berlusconi ha raggiunto vertici inarrivabili con Gheddafi (baciamano e altre sconcezze), è anche vero che gran parte del ceto politico italiano, chi più chi meno, ha la coda di paglia in tema di Libia. Armi in cambio di quattrini, gas e petrolio in cambio del contenimento dei migranti (oil for people, si potrebbe dire), condiscendenza in cambio di commesse industriali e soprattutto del ruolo di gendarmi giocato da Ben Alì, Gheddafi e soci nel mondo arabo.

Tutte queste alleanze, gestite nello stile opportunistico e doppiogiochista tipico della politica estera italiana, sono saltate. La rivoluzione democratica nel Maghreb e nel vicino oriente spalanca una dimensione delle relazioni internazionali imprevedibile e troppo grande per Papi, Frattini, Bossi e Maroni, gente capace di tutto per mantenersi al potere. Ansiosi di non dispiacere a Gheddafi ieri e di allinearsi oggi alle pressioni americane ed europee davanti alle stragi di Tripoli. Ed ecco le sparate sul fondamentalismo, l’evocazione di Al Quaeda, ma anche l’invocazione di mamma Europa e il solerte arrivo di Frontex , l’agenzia europea sulle nostre coste.

In tutto ciò appare un pericolo enorme. E cioè che, date per perse le fruttuose relazioni con Gheddafi, dittatore agli sgoccioli, il governo italiano sfrutti la crisi libica per un’altra emergenza maiuscola, utilissima a fini interni di consenso, ma anche esterni di sostegno economico da parte di un’Europa impaurita per gli sconvolgimenti che minaccerebbero i suoi confini meridionali. Da dove saltano fuori le cifre di 300.000 clandestini o profughi pronti a invaderci? Per non parlare del milione e mezzo evocato da qualcun altro in vena di fantasie “bibliche”? Non è tutto questo un modo preventivo di lavarsi le mani per ciò che sta accadendo dall’altra parte del mare e, al tempo stesso, assicurarsi un ulteriore consenso tra i connazionali, padani o no che siano? E che significa affidare alle forze armate, e cioè a La Russa, il controllo e l’organizzazione di eventuali centri di internamento per i profughi?

In momenti storici come questo, di fronte a gente che sfida le mitragliatrici e le bombe in nome della libertà, l’imperativo è la solidarietà incondizionata con i popoli. E quindi, per cominciare, il taglio delle relazioni diplomatiche con il regime del massacratore di Tripoli e la denuncia dell’ignobile trattato di amicizia tra Italia e Libia. E poi l’accoglienza di chi fugge dalla guerra e dalla carestia. Tutto il resto, a partire dalle paure evocate ad arte per finire con i traffici a rischio, non è che miseria della politica italiana.

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di Ignacio Ramonet – il manifesto, 05 febbraio 2011

 

 

La Tunisia, una dittatura? L’Egitto, una dittatura? Vedendo come i mezzi di comunicazione si dilettano con la parola «dittatura» riferita alla Tunisia di Ben Ali e all’Egitto di Mubarak, i francesi si sono dovuti chiedere se avessero letto e sentito bene. Non erano stati quegli stessi mezzi di comunicazione e quegli stessi giornalisti a martellarci, negli ultimi decenni, sostenendo che quei due «paesi amici» fossero «Stati moderati»? Il termine spregevole di «dittatura», non era riservato esclusivamente, all’interno del mondo arabo-musulmano, al regime iraniano (dopo l’eliminazione della «terribile tirannia» di Saddam Hussein in Iraq)? E allora che succede? Ci sono altre dittature in quest’area? E i media della nostra esemplare democrazia ce le hanno tenute nascoste?

In ogni caso, questa è una delle prime rivelazioni che dobbiamo al popolo insorto della Tunisia. La sua prodigiosa vittoria ha liberato gli europei dalla «retorica di ipocrisia e dissimulazione» in vigore presso i nostri governi e i nostri media. Obbligati a smascherarsi, fanno finta di scoprire ciò che sapevamo: le «dittature amiche» sono regimi oppressivi. A questo riguardo, i media hanno seguito la «linea ufficiale»: chiudere gli occhi o distoglierli, confermando così l’idea che la stampa è libera tanto quanto lo sono i deboli e i popoli isolati. Non ha forse avuto la sfacciataggine, Nicolas Sarkozy, di affermare, a proposito del sistema mafioso del clan Ben Ali-Trabelsi, che in Tunisia, «c’era un senso di sfiducia, una sofferenza, un sentimento di asfissia delle cui proporzioni, bisogna riconoscerlo, non eravamo coscienti?».

«Non eravamo coscienti delle proporzioni» … per 23 anni… nonostante la presenza nel paese delle attività diplomatiche più prolifiche se comparate con qualsiasi altro paese al mondo… nonostante la collaborazione in tutti gli ambiti della sicurezza (polizia, gendarmeria, intelligence…). Nonostante le regolari permanenze dei responsabili politici e mediatici che hanno scelto quei luoghi per le vacanze… Nonostante la presenza in Francia dei dirigenti esiliati dell’opposizione tunisina, tenuti ai margini, come appestati, dalle autorità francesi e a cui in pratica è stato proibito l’accesso ai media per decenni… Come si è disfatta la democrazia!

In realtà, questi regimi autoritari sono stati ( e continuano a essere) sotto la protezione compiacente delle democrazie europee, a danno dei loro stessi valori e con il pretesto che costituivano un argine difensivo contro l’islam radicale. Si tratta dello stesso cinico argomento che, all’epoca della Guerra fredda, l’Occidente ha utilizzato per appoggiare le dittature militari in Europa (Spagna, Portogallo, Grecia e Turchia) e in America latina, con la pretesa di impedire così l’arrivo del comunismo al potere.

Quale formidabile lezione hanno dato le società arabe insorte a coloro che, in Europa, non le descrivevano che in termini manichei: masse sottomesse a corrotti satrapi orientali, o folle isteriche possedute dal fanatismo religioso. E invece appaiono sugli schermi dei nostri computer e delle nostre televisioni (cf. l’ammirevole lavoro di al Jazeera), preoccupati per il progresso sociale, ossessionati dalla questione religiosa, avidi di libertà, nauseati dalla corruzione, mentre denunciano le disuguaglianze e reclamano la democrazia per tutti, senza eccezioni.

Questi popoli non costituiscono una sorta di «eccezione araba», ma assomigliano, nelle loro aspirazioni politiche, al resto delle moderne società urbane citate. Un terzo dei tunisini e quasi un quarto degli egiziani naviga regolarmente su internet. Come afferma Moulay Hicham El Alaoui: «i nuovi movimenti non sono più segnati da vecchi antagonismi come l’antimperialismo, l’anticolonialismo o l’antisecolarismo».

Le manifestazioni di Tunisi e del Cairo sono sprovviste di qualsiasi simbolismo religioso. Propongono una nuova versione della società civile nella quale il rifiuto dell’autoritarismo si accompagna a quello della corruzione.

È soprattutto grazie alle reti sociali digitali, se le società civili, tanto in Tunisia come in Egitto, si sono mobilitate così rapidamente e se sono state capaci di far vacillare il potere. Ancor prima che i movimenti avessero occasione di «maturare» e favorire l’emergere al proprio interno di nuovi dirigenti. Uno di quei pochi casi in cui, in mancanza di un leader, di un’organizzazione dirigente e di un programma, l’esasperazione delle masse è bastata a far trionfare una rivoluzione.

È un momento delicato e senza dubbio i potenti sono già al lavoro, soprattutto in Egitto, per risolvere la situazione in modo che «tutto cambi perché niente cambi», come dice la vecchia massima ne Il Gattopardo. Questi popoli che conquistano la propria libertà non devono dimenticare il consiglio di Balzac: «si farà tacere la stampa come si fa tacere un popolo: concedendogli la libertà».

Le «democrazie di controllo» sono infinitamente più abili ad addomesticare con legittimità un popolo, rispetto alle antiche dittature. Ma ciò non giustifica in assoluto la loro conservazione. Né deve soffocare il desiderio di rovesciare un regime. La caduta della dittatura tunisina è stata tanto rapida che gli altri popoli maghrebini e arabi sono giunti alla conclusione che queste autocrazie – tra le più antiche del mondo- fossero in realtà consumate e non fossero altro che «tigri di carta». Tesi dimostrata dal caso egiziano.

Per questa ragione l’incredibile insurrezione dei popoli arabi fa pensare alla grande proliferazione di rivoluzioni che attraversarono l’Europa nel 1848: in Giordania, Yemen, Algeria, Siria, Arabia Saudita, Sudan e Marocco.

In quest’ultimo paese, una monarchia assoluta nella quale il risultato delle «elezioni» (sempre truccate) continua ad essere determinato dal sovrano, che nomina a suo piacimento ministri chiamati «di sovranità», decine di famiglie vicine al trono continuano ad accaparrarsi le principali ricchezze. I files diffusi da WikiLeaks hanno rivelato che la corruzione nel paese raggiunge sorprendenti livelli di indecenza, più elevati che nella Tunisia di Ben Ali, e che le organizzazioni mafiose hanno tutte come unica origine il Palazzo. Un paese dove la tortura è generalizzata e la censura della stampa costante.

Ciononostante questa «dittatura amica» beneficia, come la Tunisia di Ben Ali, di una sconfinata indulgenza da parte dei nostri media come dalla maggior parte dei nostri leader politici. Questi ultimi minimizzano i segni che fanno presagire l’inizio di un «contagio» della rivolta. Quattro persone si sono già date fuoco. Ci sono state diverse manifestazioni di solidarietà con le rivolte tunisine ed egiziane a Tangeri, Fez e Rabat. Prese dal panico, le autorità hanno deciso di sovvenzionare preventivamente i prodotti di prima necessità per evitare le «rivolte del pane». Sono stati inoltre ritirati numerosi contingenti militari dal Sahahra Occidentale e diretti a tutta velocità verso Rabat e Casablanca. Il re Mohammed VI e alcuni collaboratori sono stati in Francia per consultare gli esperti del ministero dell’Interno francese in materia di mantenimento dell’ordine.

Nonostante le autorità smentiscano queste ultime due informazioni, è evidente che la società marocchina segue con esaltazione gli avvenimenti della Tunisia e dell’Egitto. Disposta ad unirsi all’impeto di fervore rivoluzionario per liberarsi dal giogo feudale, e a chiedere il conto a tutti coloro che per decenni in Europa sono stati complici delle «dittature amiche».

Ex direttore del Diplo (www.monde-diplomatique.es)

(Trad. di Camilla Fratini)

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