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Posts Tagged ‘politica’

di Mario Tronti, Italianieuropei n. 10/2011

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Una questione si fa problema quando cerca una soluzione e non la trova. È questa la condizione attuale della politica. C’è una questione politica che sovrasta tutto il resto. È in campo da decenni. Ma il passaggio di crisi economico-finanziaria l’ha messa a nudo. Adesso la possiamo vedere senza occhiali ideologici. Non c’è chi comanda. E la politica è comando sui processi. Quando i processi si autogovernano è come quando si autogovernano i cittadini: ogni cosa va per suo conto. E quando ogni cosa va per suo conto, tutto va allo sbaraglio. Nessuno controlla più niente. A un certo punto i meccanismi si inceppano. E tutti a chiedersi: «Ma come è potuto succedere?». E ognuno a rimandare all’altro l’accusa di non avere previsto. E – questa è poi la cosa più impressionante – nessuno sa come uscirne. Se vogliamo smitizzare il momento e renderci autonomi dalla narrazione corrente, è necessario fare emergere il punto di verità: all’origine della crisi strutturale dei meccanismi di sistema c’è, irrisolta, la questione politica.

Parliamo tutti in prosa senza saperlo. È la prosa delle leggi economiche. Altro che politichese! Si può introdurre il neologismo “economichese”? Abbiamo passato l’estate a fare i conti. La massaia non è andata a dirigere lo Stato. È andata a occuparsi dell’andamento del PIL. Siamo tutti lì, appesi, ricchi borghesi benestanti e precariato intellettuale sottoproletario, all’altalena quotidiana delle borse, al divario crescente dello spread, alle cifre di entrate e uscite, di costi e ricavi, di uscita dal debito ed entrata nella crescita. A pensare ereticamente si esce dal coro, ma forse si indovina la musica giusta. Comincio a pensare che è stato un errore strategico quello del movimento operaio di intrappolarsi, con il Vulgärmarxismus, dentro la “critica dell’economia politica”. Non se ne esce. Non se ne è usciti. Né per mettere efficacemente sotto critica l’ordine del mondo, né, tanto meno, per costruire un ordine nuovo. Ci si è messi piuttosto, in un modo risultato alla fine subalterno, dentro l’immane processo storico di economicizzazione dei mondi vitali e di spoliticizzazione dell’esistenza umana. Questo non è il “moderno”, come molte pulsioni antimoderne hanno voluto sottolineare. Questo è il capitalismo moderno. È l’occupazione, militare, della modernità da parte dell’economia capitalistica. Alla fine della storia, il Leviatano è venuto avanti non come Stato politico, ma come meccanismo sistemico di produzione, circolazione, scambio, consumo e in conclusione come dittatura del denaro, democraticamente accettata. Si dice che le crisi sono occasioni per far ripartire la macchina. Giusto. E se fossero anche occasioni per far ripartire un discorso, di fondo, sulla macchina?

Per almeno tre decenni abbiamo vissuto sotto l’egemonia di questo schema di ragionamento: da un lato, un modello economico trionfante, perché finalmente libero dai lacci e lacciuoli della politica, in grado di provvedere da solo ai suoi bisogni di sviluppo indeterminato; dall’altro lato, di conseguenza, l’inutilità e l’impraticabilità di qualsiasi altro modello: quello esterno, socialista, essendo fallito; quello interno, di sinistra, essendosi estinto. Per quanti anni abbiamo guardato al di là dell’Atlantico come all’economia che senza politica prosperava, a differenza dell’Europa che con la politica decadeva? Le guerre di Bush venivano lette come un incidente di percorso, estraneo alla logica di sistema, mentre erano la dimostrazione più realistica di quella logica, dove la politica, come guerra, è la continuazione dell’economia. Tanto è vero che non vengono affatto dismesse dalla presidenza democratica, semmai solo umanitariamente offerte alle primavere dei popoli. Si dice di poteri assoluti che non sono sottoposti al consenso e al controllo popolari. L’economia, e oggi l’economia a centralità finanziaria, è il potere dei poteri. Le sue istituzioni, sovranazionali, svolgono le funzioni di monarchie pre- e post-costituzionali. Le borse decidono se i governi devono cadere o rimanere in carica. Potentati particolari, agenzie di rating, private, danno i voti all’agire pubblico degli Stati-nazione. E tutto questo viene percepito come “normale”. L’eccezionalismo è nella politica. È causa di tutti i mali perché costa troppo. Ma non sarà che è causa di tutti i mali perché non conta niente? Insomma, bisognerebbe dire che se non si passa a risanare la voragine del deficit di politica, le cose non si aggiusteranno, per quel poco che si possono aggiustare in un siffatto mondo squilibrato.

L’Europa: un esempio di prova a posteriori della sua non-esistenza. Anche qui la crisi viene da lontano. E il buco di bilancio politico risulta ormai di dimensioni allarmanti. Si è voluto partire dalla messa in comune dei beni, anzi del controllo sui beni comuni. Si è partiti dal carbone e dall’acciaio. Poi è venuto il mercato comune – l’Unione economica, con tanto di moneta unica – nell’illusione che tutto questo avrebbe automaticamente trascinato l’unità politica. Un progetto da cattivo materialismo storico. Prima la struttura, quindi la sovrastruttura, come l’intendenza, seguirà. Non è affatto vero. Non funzionano così i grandi processi storici. Forse così funzionano i piccoli aggiustamenti. Le nazioni, per sorgere, si sono fatte Stato. Certo che hanno unificato il mercato interno, hanno battuto moneta, con tanto di Banca centrale, ma con un’operazione politica. I popoli moderni non esistono prima degli Stati moderni. Le popolazioni antiche, tra miti, tradizioni, etnie, appartenenze religiose, non hanno nulla a che fare con il concetto politico di popolo, che la modernità ci ha consegnato. Esisteva un popolo italiano prima dell’Unità d’Italia? Politicamente, no. Rischia di non sopravvivere se non si conserva gelosamente la forma dello Stato unitario. Con le riforme dovute: ma il federalismo, se vuole essere una cosa seria, deve essere, come è nelle grandi nazioni, una organizzazione più efficace e più efficiente della macchina statale.

Bisognava fondare un popolo europeo. Processo storico, anche questo. Preso da lontano, condotto con forza, abilità e perseveranza. Dopo la carneficina delle guerre civili europee, i grandi politici europeisti l’avevano capito. Non hanno avuto eredi. È vero che il livello della storia si è subito abbassato dagli anni Cinquanta in poi e la guerra fredda ha spezzato le ali al volo europeo. È vero soprattutto che la costruzione dell’Europa è stata stravolta poi dalla coincidenza con gli ultimi “trent’anni ingloriosi” di privatizzazione neoliberista e di globalizzazione selvaggia. Ma si sarebbe potuto fare di più, se solo l’Europa avesse continuato a produrre le sue tradizionali élite politiche. Questo non è stato. E siamo ancora lì a chiederci perché. Sono mancate classi dirigenti all’altezza del compito. È incredibile questa produzione recente di personale puramente amministrativo, gestori della moneta, funzionari dei mercati, personalità “flessibili”, riciclabili con facilità dal government alle corporations. Non solo non si va lontano; come stiamo vedendo non ci si muove affatto. Senza élite politiche i processi storici non camminano. Spettava alla sinistra europea, erede del movimento operaio, darsi la missione di raccogliere le bandiere, lasciate cadere, dell’Europa politica. Di missione si tratta, o se si vuole di mito politico, perché Stato e popolo europei sono una blochiana utopia concreta. Ben conosciamo le oscure corpose opacità che una storia di lunga durata ha depositato sul terreno dei singoli Stati e dei singoli popoli. Rimuoverle è un lavoro da giganti. Ma impegnarsi in quell’opera farebbe finalmente emergere un “soggetto”, quel grande individuo collettivo, libero e autonomo, di cui si sente un lancinante bisogno nelle sempre più mediocri contingenze quotidiane.

Sulla vicenda italiana, viene la tentazione di rovesciare il motto di Spinoza: non c’è da comprendere, c’è solo o da ridere o da piangere. Come si sia arrivati a questo degrado è abbastanza chiaro. Quasi tutto è stato detto, su questa malattia apparentemente inguaribile, con conseguente epidemia antipolitica, che è stata, ed è, la cosiddetta Seconda Repubblica. Le colpe, con gradi molto diversi di responsabilità, sono comunque da distribuire. Come mettere fine a questa stagione è il tema all’ordine del giorno, su cui occorrerebbe chiamare a raccolta, non per chiacchierare ma per decidere, le migliori energie del paese. Il problema non è che manca la coesione sociale. Il problema è che manca l’alternativa politica. Se è vero, come è vero, il crollo di credibilità internazionale del paese- Italia, allora va unificato il discorso sul passaggio di crisi economico-finanziaria e sull’intera transizione politica, che lo ha provocato. Si farebbe un decisivo passo avanti se comparissero, netti ed evidenti, in un corretto schema bipolare, due complessive letture della fase e due possibili vie di uscita. Se si rimane dentro l’immediata emergenza dei conti pubblici che non tornano, le ricette tendono necessariamente a somigliarsi. E non si fa chiarezza. Perché non si fa politica. Il governo e la coalizione di centrodestra hanno fatto malissimo sulla manovra, anzi sulle manovre. Dubito che un governo e una coalizione di centrosinistra avrebbero fatto, in queste condizioni, benissimo. E i governi tecnici è vero che, essendo politicamente irresponsabili, possono diventare socialmente pericolosi. È l’intera filosofia di gestione della cosa pubblica, è il complessivo funzionamento degli assetti istituzionali, è l’attuale forma di raccolta del consenso, è la presente selezione, inquinata, delle classi dirigenti, insomma è un progetto di riabilitazione della politica, che va affrontato accanto al risanamento di bilancio. Solo così si può provocare e non semplicemente evocare una mobilitazione attiva, dal basso, a favore di un comune sforzo per uscire dalla stessa immediata emergenza.

Ecco: a che punto sono la protesta, la contestazione, la rivolta, qualcuno dice, il tumulto? Il disagio c’è, forte, diffuso, è un disagio in prima istanza sociale. Si inscrive nell’intero campo di quello che si chiama il mondo del lavoro, da quello dipendente a quello autonomo, dagli operai ai ceti medi, dai manovali agli intellettuali. C’è una generazione (anzi ormai più di una generazione, dai ventenni ai quarantenni) espulsa dal contesto produttivo: uno spreco di risorse umane che impoverisce il paese. C’è una forma nuova di emarginazione, non caratterizzata, come un tempo, dalla miseria solo perché vive sulle spalle delle generazioni precedenti, che si erano conquistate con le lotte redditi e diritti, ma definita piuttosto da una frustrazione mentale, vicina alla nevrosi. Perché non ci si può sentire inutili a trent’anni senza pagare un costo anche psicologico. C’è una figura nuova di sottoproletario che è il lavoratore precario. Non si erano mai visti in giro per il mondo emarginati sociali con tanto di dottorato di ricerca. E la causa di questo non è la crisi di sistema, la causa è la logica di sistema. Oggi siamo accecati dai bagliori della crisi, ma non è che le cose, almeno in questo campo, andassero molto meglio quando si decantava lo sviluppo infinito. La crisi aggrava condizioni già compromesse. E magari fa aprire gli occhi a chi fin qui ha visto poco. Il punto però è questo: che cosa si aspetta, che cos’altro deve accadere, per mettere in campo un processo di unificazione del mondo del lavoro sottoposto a questo disagio di civiltà, crescente e galoppante dallo sviluppo alla crisi? La materia c’è. Manca la forma. Manca l’atto di presentazione di un progetto che si proponga di dare figura politica non a un universo che sta insieme da solo, bensì a un “multiverso” che deve essere messo e tenuto insieme e totalmente mobilitato, in una parola, la più eloquente di tutte, “organizzato”. O dobbiamo metterci in coda ai movimenti, scendere in piazza con gli indignati, salire sulle navi dei pirati, e quant’altro ci offrirà la creatività generosa, bisogna dire, delle persone che, colpite, sentono la necessità di rispondere ai colpi. E, lasciate sole, a volte purtroppo sbagliano bersaglio.

Coalizione sociale del lavoro/coalizione politica della sinistra: il campo delle alleanze a questo punto si apre, perché emerge una forza e si fa concreta una prospettiva. Abbiamo detto: riabilitazione della politica, come capacità di direzione dei processi e di orientamento delle opinioni. La via passa di qui, soprattutto forse da qui. Far vedere che c’è un’idea e c’è una soggettività che la porta. La contingenza è sempre anche un’occasione. Saperla cogliere identifica appunto quel soggetto, cioè quella forza in campo, al di là della contingenza stessa, per il tempo che viene dopo, radicando la sua presenza, dalla politica, nella storia.

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INTERVISTA A LUCIANA CASTELLINA

di Vittorio Bonanni – Liberazione, 14 giugno2011

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Rassegnazione, indignazione, ribellione. Stati d’animo diversi della condizione umana. Se non riusciamo più ad indignarci di fronte alle cose più brutte che accadono nella politica e nella società è segno che non riusciamo più a porre le basi per una ribellione, premessa a sua volta necessaria per costruire una politica diversa e dunque una società diversa. Di tutto questo parla appunto Ribelliamoci. L’alternativa va costruita (Aliberti editore, pp. 79, euro 7,90), l’ultimo libro di Luciana Castellina, ex europarlamentare di Rifondazione e storica appartenente del gruppo che fondò il manifesto, radiato dal Pci nel 1969, oltre ad essere stata direttrice di Liberazione dal ’92 al ’94. Alla realizzazione del volume hanno contribuito Don Gallo, che ha realizzato la prefazione, Margherita Hack, Gianfranco Mascia, Germano Nicolini, Tino Tellini, Marco Travaglio ed Enrico Vaime.

Luciana, dalla stesura del tuo libro ad ora ci sono stati due appuntamenti importanti i cui risultati ci fanno vedere il futuro da un’angolazione diversa: le amministrative di qualche settimana fa e lo straordinario risultato referendario di oggi (ieri per chi legge ndr). Che cosa è successo? L’Italia non è più rassegnata?

Siamo di fronte a delle novità molto importanti e tutto è molto positivo ma non vorrei tuttavia che ci facessimo delle soverchie illusioni. Bisogna sapere che l’indignazione innanzitutto può anche sfociare nell’antipolitica. Che tradotta in slogan porta la gente a dire che tutto fa schifo e tutti sono uguali. Lo tsunami dell’antipolitica è stato molto forte, ha penetrato molto la società e non sarà facile estirparlo. E quindi credo che sia bene dire, c’è un punto di partenza ma adesso bisogna riuscire a costruire una alternativa, che significa riscoprire non solo il valore della politica ma anche la pesantezza di tutto ciò che la politica significa. Cioè pensare, fare un’analisi critica sugli errori che si sono fatti, costruire un progetto, mettere insieme la gente per realizzarlo. Pensare quali alleanze siano necessarie, quali le tappe intermedie e l’obiettivo strategico da raggiungere. Se non ci si riabitua a fare questo sforzo siamo di nuovo a dei momenti di ribellione che sono importanti ma che da soli non ci portano da nessuna parte.

Perché non te la senti di dire che c’è stata una svolta politica in questi due risultati, dove peraltro l’antipolitica non mi sembra abbia giocato un ruolo importante?

Svolta è una parola che a me sembra troppo grossa. L’impresa è stata molto importante ma non ci possiamo dimenticare che proprio a causa del meccanismo elettorale è tutto molto affidato ad una persona. Nessun problema quando le persone vanno bene come nel caso di queste amministrative, ma sappiamo anche che questo non è sufficiente e che bisogna poi ricostruire l’organizzazione e una presenza sul territorio capace di costruire appunto dalla realtà territoriale un progetto e non affidarsi solo ai miracoli di santo Pisapia o di santo De Magistris.

Su questo punto sfondi una porta aperta. E, aggiungo, temo anche l’incapacità delle forze di opposizione, Pd in primo luogo, di accogliere questa domanda di cambiamento…

Le colpe sono tante. E ci sono perché si è perduta la cognizione stessa di costruire la partecipazione politica costante e quotidiana sul territorio. E questo, diciamolo con chiarezza, riguarda tutti e non solo il Pd. E poi bisogna essere capaci non solo di denunciare ma di costruire cultura, egemonia. I guasti prodotti da Berlusconi sono stati profondi, non si può pensare che basti conquistare il 51% per cambiare le cose. Bisogna ripartire davvero da una profonda trasformazione della società, partendo da una ripoliticizzazione di questa. Con questo non voglio sminuire affatto il valore di questi risultati che ci segnalano che il materiale c’è, che qualcosa si può fare. Ma, appunto, adesso si deve fare!

Per realizzare questo ci vorrebbe una sinistra in grado di ritrovare una sua unità, senza guardare ossessivamente al centro come fa il Pd e come ha fatto anche Pisapia a Milano. Che cosa ne pensi?

L’unità non è data e non la facciamo a bocce ferme. Si realizza costruendo dei processi unitari di lotta, di scontro, di progetto. Non si può pensare di farla attraverso un accordo realizzato tra i vertici dei partiti. O si rimettono in moto nuove forze che oggi sono fuori da tutti i partiti dati, o altrimenti non si pongono le basi per ricostruire questa unità. Non è un assessore in più nella giunta di Milano che fa l’unità.

Anche se quello certamente poteva essere un segnale. Consola il fatto che intorno ai referendum un minimo di unità, sia pure realizzata in momenti diversi, si è costruita…

Certo, in questo senso l’esperienza referendaria è stata importante. C’è stata una unità che si è costruita attorno a questioni precise ed anche ad una mobilitazione dal basso che è stata ampia e unitaria. Mi sembra che questa sia stata già una cosa molto positiva.

Possiamo dire che il tuo auspicio alla ribellione contenuto nel libro ha cominciato in una qualche misura a concretizzarsi?

Io dico ribellione ma contemporaneamente ricostruire un’idea di società. Non solo dunque ribellarsi a quello che c’è ma avere il coraggio di guardare oltre il presente per costruire una nuova visione del mondo. E la ribellione è solo la premessa a tutto questo.

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di Alessandro Dal Lago – il manifesto, 25 febbraio 2011

 

 

 

I documenti americani pubblicati da Wikileaks sulle politiche migratorie del governo confermano quanto si sapeva da tempo, e cioè che le campagne sulla sicurezza e sui clandestini non sono che una cortina fumogena o un’arma di distrazione di massa a fini elettorali. Da vent’anni i governi di centrodestra e di centrosinistra ci vendono la bufala delle invasioni dal sud, della criminalità in aumento e così via anche per coprire la realtà molto più sordida delle solide (fino a ieri…) relazioni economiche e politiche con le dittature della riva sud del Mediterraneo.

Le armi che stanno uccidendo i libici sono in buona parte prodotte in Italia. Dopo l’infame trattato di “amicizia” tra Italia e Gheddafi (votato a suo tempo anche dal Pd), le esportazioni di armi italiane in Libia hanno toccato più di 200 milioni di Euro e, grazie a Finmeccanica, Agusta, Alenia ecc., si collocano al terzo posto in Europa: elicotteri, motovedette, sistemi missilistici, per non parlare di armi leggere e tutto il resto dell’armamentario di morte. E questo spiega a sufficienza, insieme al petrolio, al gas, all’edilizia ecc, le grottesche affermazioni di Berlusconi sull’amico Gheddafi (da «non disturbare») e le dichiarazioni cerchiobottiste di Frattini, il ministro degli esteri più surreale che si conosca al mondo. Ma spiega anche l’eterno realismo politico del Pd e la sua malcelata volontà, al di là delle polemiche strumentali, di partecipare alla gestione dell’emergenza.

I dittatori del Maghreb sono stati vezzeggiati costantemente dai nostri governanti di centrosinistra e centrodestra. E se Berlusconi ha raggiunto vertici inarrivabili con Gheddafi (baciamano e altre sconcezze), è anche vero che gran parte del ceto politico italiano, chi più chi meno, ha la coda di paglia in tema di Libia. Armi in cambio di quattrini, gas e petrolio in cambio del contenimento dei migranti (oil for people, si potrebbe dire), condiscendenza in cambio di commesse industriali e soprattutto del ruolo di gendarmi giocato da Ben Alì, Gheddafi e soci nel mondo arabo.

Tutte queste alleanze, gestite nello stile opportunistico e doppiogiochista tipico della politica estera italiana, sono saltate. La rivoluzione democratica nel Maghreb e nel vicino oriente spalanca una dimensione delle relazioni internazionali imprevedibile e troppo grande per Papi, Frattini, Bossi e Maroni, gente capace di tutto per mantenersi al potere. Ansiosi di non dispiacere a Gheddafi ieri e di allinearsi oggi alle pressioni americane ed europee davanti alle stragi di Tripoli. Ed ecco le sparate sul fondamentalismo, l’evocazione di Al Quaeda, ma anche l’invocazione di mamma Europa e il solerte arrivo di Frontex , l’agenzia europea sulle nostre coste.

In tutto ciò appare un pericolo enorme. E cioè che, date per perse le fruttuose relazioni con Gheddafi, dittatore agli sgoccioli, il governo italiano sfrutti la crisi libica per un’altra emergenza maiuscola, utilissima a fini interni di consenso, ma anche esterni di sostegno economico da parte di un’Europa impaurita per gli sconvolgimenti che minaccerebbero i suoi confini meridionali. Da dove saltano fuori le cifre di 300.000 clandestini o profughi pronti a invaderci? Per non parlare del milione e mezzo evocato da qualcun altro in vena di fantasie “bibliche”? Non è tutto questo un modo preventivo di lavarsi le mani per ciò che sta accadendo dall’altra parte del mare e, al tempo stesso, assicurarsi un ulteriore consenso tra i connazionali, padani o no che siano? E che significa affidare alle forze armate, e cioè a La Russa, il controllo e l’organizzazione di eventuali centri di internamento per i profughi?

In momenti storici come questo, di fronte a gente che sfida le mitragliatrici e le bombe in nome della libertà, l’imperativo è la solidarietà incondizionata con i popoli. E quindi, per cominciare, il taglio delle relazioni diplomatiche con il regime del massacratore di Tripoli e la denuncia dell’ignobile trattato di amicizia tra Italia e Libia. E poi l’accoglienza di chi fugge dalla guerra e dalla carestia. Tutto il resto, a partire dalle paure evocate ad arte per finire con i traffici a rischio, non è che miseria della politica italiana.

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