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Archive for settembre 2012

di Nadia Filippini – il manifesto, 06 settembre 2012

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Risale a Galeno l’idea che una donna possa evitare il concepimento in caso di violenza. Teorie antiche, pronte a essere riutilizzate nelle battaglie sul principio di autodeterminazione

La notizia ha fatto scalpore, fino a dominare per alcuni giorni le cronache: Todd Akin, senatore repubblicano vicino a Paul Ryan (indicato come vice-presidente da Mitt Romney) e fanatico anti-abortista, nel sostenere la sua negazione assoluta dell’interruzione volontaria della gravidanza, ha dichiarato in una intervista televisiva, a proposito delle gravidanze seguite a violenza sessuale, che queste sono «decisamente rare», dato che «in caso di stupro vero e proprio, il corpo femminile può fare in modo di evitare la gravidanza». Una dichiarazione che dimostra non solo come l’attacco alle conquiste delle donne sia massiccio sul fronte dell’aborto, ma quali distinguo misogini si registrino sulla questione dello stupro.
Non mi soffermo sul primo punto, che è stato al centro della maggior parte dei commenti. Mi interessa invece focalizzare la convinzione pseudo-scientifica secondo la quale il corpo della donna avrebbe in sé la straordinaria capacità di opporsi a un concepimento in caso di stupro, prevedendo la fisiologia femminile in questi casi meccanismi di blocco della fecondazione. Una teoria che incrocia e supporta anche la distinzione tra stupro vero e stupro presunto. Contrariamente a quanto è stato scritto, queste affermazioni non sono il frutto del fanatismo religioso di Akin, ma la riproposizione anacronistica di una idea del concepimento risalente al mondo antico.
Secondo le teorie ippocratico-galeniche, dominanti nel mondo greco-romano e passate, attraverso la medicina araba, al mondo medievale e moderno, il concepimento era legato al piacere sessuale (e impossibile senza di questo), come ha dimostrato Thomas Laqueur in Making sex. Body and gender from the Greeks to Freud (1990) (trad. it. L’identità sessuale dai greci a Freud, Laterza), un classico nel campo della storia di genere. Per Galeno la fecondazione avveniva infatti a seguito dell’emissione e fusione dei due semi, prodotti l’uno dal corpo maschile, l’altro da quello femminile durante l’accoppiamento; le sensazioni che l’accompagnavano (calore, piacere), erano il presupposto e il segno dell’avvenuto concepimento. Nell’attimo immediatamente successivo, la «matrice» della donna aspirava i due semi, si chiudeva ermeticamente, iniziando quel processo di trasformazione dell’embrione che si articolava per fasi distinte e progressive.
Non era possibile un concepimento senza piacere sessuale della donna (oltre che del maschio), senza un suo coinvolgimento diretto nell’atto sessuale. Anzi, perfino la tempistica di questo e la simultaneità dell’acmé del piacere risultavano importanti: una dissimmetria qualitativa o temporale poteva prefigurare un ostacolo oggettivo alla fecondazione. «Mai avviene concepimento se i due semi non concorrono insieme e nello stesso istante», scriveva nel XVI secolo il padre della chirurgia francese Ambroise Paré. Anche Aristotele, che pur dissentiva sulla facoltà del corpo della donna di emettere un proprio seme per la sua natura più fredda, ritenendo che la femmina contribuisse alla fecondazione con la pura «materia», e che il solo corpo maschile fosse in grado di produrre il seme contenente il pneuma (principio della stessa natura delle stelle), risultando con ciò egli solo archè tes genéseos (principio della generazione), tuttavia riteneva importante (seppure non essenziale) il piacere femminile. Da queste teorie derivano i suggerimenti di medici e levatrici ai coniugi per combattere la sterilità, imperniati sulle tecniche del piacere, per raggiungere una buona armonia nel rapporto sessuale, senza la quale la fecondazione sarebbe stata impossibile. Anche per questo i teologi, pur così rigidi in fatto di piaceri corporali, erano arrivati a sostenere nel corso del ‘500-‘600 con Tomas Sanchez, autore del De sancto matrimonii sacramento (una delle elaborazioni più conseguenti nel tradurre in principi morali questa concezione scientifica) che il piacere nell’atto sessuale matrimoniale non solo «non è un male in sé, visto che la natura stessa lo ha tenacemente annesso all’atto al fine della procreazione», ma andava perseguito «da parte sia dell’uomo che della donna». Opinione condivisa da Alfonso de Liguori, mentre alcuni teologi arrivavano a condannare la freddezza della donna, sospettando che dietro la sua mancata partecipazione si celasse un volontario «trattenimento del suo seme», volto a contrastare la fecondazione.
Coerente con la gerarchia dei quattro elementi, di cui il fuoco era quello più nobile, questa teoria rimase in vigore fino al ‘700, quando le scoperte degli animalculi (spermatozoi) da parte di Leeuwenhoek e degli ovuli da parte di Régnier De Graf, convalidate dagli esperimenti di inseminazione artificiale sui cani di Lazzaro Spallanzani, fecero decadere le antiche teorie. E tuttavia ancora nel 1740 alla giovane Maria Teresa d’Austria, ansiosa di rimanere incinta dopo le nozze, il medico di corte dava lo stesso suggerimento di Sorano d’Efeso: «Ceterum censeo vulvam Sanctissimae Majestatis ante coitum esse titillandam». Consigli andati a buon fine, visti i suoi sedici figli! E ancora in vari trattati di ostetricia ottocenteschi, come quello del medico e senatore Giovanni Raffaele (Ostetricia teorico-pratica 1841), si leggeva che più intenso era il piacere, più probabile sarebbe stata la fecondazione.
Le implicazioni morali e giuridiche di questa concezione sono evidenti: se una donna priva di desiderio e piacere non poteva rimanere incinta, ne conseguiva che una donna che avesse concepito a seguito di stupro, doveva aver provato piacere, suo malgrado, o esser stata in qualche modo consenziente. Nel Corpus juris civilis di Giustiniano, fondamento della legislazione medievale e moderna, si leggeva testualmente: «Una donna non può concepire, a meno che non lo consenta»; principio ripreso agli albori della medicina legale, come nel primo testo redatto da Samuel Farr negli anni Ottanta del ‘700 («senza l’eccitazione dell’appetito sessuale, né piacere nell’atto venereo, non può probabilmente esserci concepimento»).
Il sospetto di mendacia gravante sulla donna, riassunto nella figura giuridica della fragilitas sexus o infirmitas sexus, ripresa dalla tradizione giuridica romanistica ed elevata a principio dalla scienza penalistica cinquecentesca, usciva rafforzato nei reati di questo tipo dalle tesi mediche. Di qui il sospetto strisciante nelle aule dei tribunali, nei confronti delle vittime di stupro; il distinguo tra stupro vero e presunto, quel dubbio, alimentato da complicità maschili e stereotipi di genere, sulle deposizioni femminili che ha spesso trasformato le vittime in imputate nei processi di violenza sessuale. Ecco dove affondano le radici delle convinzioni del senatore Akin, rimasto indietro nell’informazione sessuale e scientifica di almeno quattro secoli! Come dire presentarsi in televisione a sostenere la teoria geocentrica al tempo delle esplorazioni spaziali!
Ci si può chiedere come sia possibile tanto analfabetismo in un paese come gli Usa o come un uomo politico che manifesta un’ignoranza così abissale possa sedere al Senato o far parte di enti chiamati a giudicare innovazioni tecnico-scientifiche (Akin è membro del Comitato della Camera dei Rappresentanti per la Scienza, lo Spazio e la Tecnologia). Ma soprattutto va aperta una riflessione più ampia su come la misoginia si alimenti di rappresentazioni antichissime, pronte a esser riutilizzate nelle battaglie che hanno al centro il corpo della donna e il principio di autodeterminazione. Segno di un potere maschile che non vuole arretrare, di un controllo sulla maternità che non vuole affievolirsi, di una paura della libertà femminile che si nutre di codici costantemente riproposti, che non possiamo e non dobbiamo ignorare.

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di Luigi Cavallaro – il manifesto, 06 settembre 2012

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I progressisti a favore dei diritti civili, i conservatori attenti alle ragioni del «popolo». Considerazioni «politicamente scorrette» sulla cultura politica dominante a partire dalla rilettura dell’opera di Robert Hughes

Tra il 1941 e il 1942, il poeta W. H. Auden ritrasse un pensoso Erode esitante dinanzi all’imminente strage degli innocenti. Di animo fondamentalmente tollerante, egli ne farebbe volentieri a meno. Eppure, riflette, se si consente a quel bambino di scamparla, le conseguenze saranno terribili: «La Ragione sarà sostituita dalla Rivelazione, la conoscenza degenererà in un tumulto di visioni soggettive… La Giustizia, come virtù, sarà scalzata dalla Pietà e svanirà ogni timore di castigo. Ogni furfante dirà: «A me piace commettere crimini, a Dio piace perdonarli. Il mondo è davvero organizzato a meraviglia». Il becero dal cuore d’oro, la prostituta consunta dalla tisi, il bandito affettuoso con sua madre, la ragazza epilettica che comunica con gli animali saranno gli eroi e le eroine della Nuova Tragedia, mentre il generale, lo statista, il filosofo diverranno lo zimbello di satire e farse».

La composizione di Auden s’intitolava For the Time Being, e non a caso i suoi contemporanei non ne afferrarono il significato: si trattava in effetti di una lungimirante anticipazione dell’Italia dell’ultimo ventennio. Un Paese ossessionato dalle terapie e privo di fiducia nella politica istituzionale; insofferente verso ogni forma d’autorità e preda della superstizione; soprattutto corroso, nel linguaggio politico come in quello comune, dalla falsa pietà e dall’eufemismo. Simile alla Roma tardo-imperiale per l’endemica diffusione della corruzione, per l’inane verbosità dei suoi intellettuali e per l’accentuata propensione a sottomettersi a senili imperatori divinizzati, a loro volta ostaggio di mafiosi e prostitute d’alto bordo. Ma pure diverso da quella per la tendenza a sostituire gli spettacoli gladiatori con guerre ultratecnologiche teletrasmesse, che causano massacri enormi e lasciano immancabilmente intatto il potere delle satrapie mesopotamiche o nordafricane sui loro sudditi.

Il disincanto del cittadino

Il progressivo disincanto dei cittadini nei confronti della politica istituzionale si spiega agevolmente. Da vent’anni a questa parte i due schieramenti politici sedicenti contrapposti hanno assunto a proprio compito la tutela degli interessi dei ceti medio-alti. L’agenda del centrodestra così come quella del centrosinistra sono dettate dalle lobby delle grandi imprese bancarie, finanziarie e industriali: nella migliore delle ipotesi tramite gli editoriali dei pennivendoli che scrivono sulle influenti testate giornalistiche di loro proprietà, nella peggiore tramite accordi sottobanco nei palazzi ministeriali e degli enti pubblici e parapubblici. Soprattutto il centrosinistra ha perduto ogni legame organico con quell’enorme fascia centrale della popolazione in cui ceto operaio e ceto medio tendono a confondersi, giungendo addirittura ad accusarla di essere «troppo garantita» e di non pensare ai più deboli e alla generazioni future. La conseguenza è stata che la working class ha preso a diffidare di codesti «progressisti da salotto» e delle loro battaglie condotte esclusivamente in difesa dell’ambiente, dei diritti delle donne e delle minoranze etniche ecc., e il centrodestra ne ha capitalizzato la disillusione, tornando a presentarsi come difensore dei valori svillaneggiati dell’«operosa classe media». Possiamo pure biasimare i lavoratori e i pensionati che hanno votato Lega o Popolo della Libertà, ma non si può negare che hanno creduto in qualcuno che parlava di cose che per loro sono realmente importanti: soldi e posti di lavoro. Le dissertazioni sulla preservazione di Gaia a beneficio delle generazioni future oppure sui diritti delle coppie di fatto (figuriamoci poi se gay o lesbiche) fanno certo chic in un talk-show televisivo, ma non sono discorsi interessanti per coloro che ogni mese faticano ad arrivare a fine mese.

Naturalmente, al centrodestra non importava un fico secco degli interessi di costoro, ma ciò non è apparso subito evidente perché – a differenza del centrosinistra, che proclamava «diritti» e «opportunità» senza però spiegare come procurarseli davvero – il centrodestra aveva una politica economica di riferimento, basata sull’assunto secondo cui, dando mano libera ai ricchi, i soldi da loro guadagnati sarebbero via via colati giù fino a raggiungere tutti. Adesso sappiamo che era una bugia, ma nel frattempo – oltre a quella di Auden – l’Italia ha visto realizzare sul proprio territorio una profezia non meno tetra che era stata formulata dai più avvertiti economisti keynesiani qualora si fossero abbandonate le politiche pubbliche di programmazione e sostegno alla domanda: opulenza privata, squallore pubblico. Basta una pioggia appena più forte o un pronunciato movimento della crosta terrestre per assistere a spaventosi disastri che uccidono e distruggono in città, borghi e aree che avrebbero potuto essere messe in sicurezza spendendo un centesimo dei danni contabilizzati ex post. Tutte metafore di un decadimento che, in mezzo a scandalosi divari di ricchezza, mette in luce un’irresistibile fuga dalle responsabilità pubbliche.

Quella cinica indulgenza

Già, perché nonostante tutto è sempre il «pubblico» ad essere sul banco degli imputati. Nelle farneticazioni di certi leader del centrodestra o di certi editorialisti della carta stampata, sembra addirittura che l’ideologia «totalitaria» del comunismo, che nel mondo resiste solo in Cina e a Cuba, sia invece ben radicata nei gangli vitali del nostro stato: scuola, università, magistratura. Tralasciando quest’ultima, per la quale il discorso è talmente complesso da non poter essere qui nemmeno accennato, l’accusa di «politicizzazione» della scuola e dell’università è risibile e punta semplicemente a far fuori quell’esigua minoranza di docenti che non si sono ancora allineati con l’ideologia dominante. Il vero problema dell’istruzione pubblica sta semmai nel basso livello di preparazione degli studenti. Sono davvero esigue le percentuali di coloro che terminano la scuola secondaria sapendo leggere e interpretare correttamente un testo scritto o essendo in grado di districarsi con l’aritmetica delle quattro operazioni, e le università, nel tentativo di risolvere «a costo zero» il problema della disparità educativa, hanno a loro volta abbassato gli standard formativi, adeguandoli alle ridotte capacità dei discenti. Ne è venuta un’istruzione tarata sulle limitate cognizioni ed esperienze di vita degli studenti, come se queste fossero un «assoluto pedagogico» e non invece un limite da superare: corsi di studio superficiali, che inculcano solo gli stereotipi in voga senza mai addentrarsi in problemi di contestualizzazione storica (perché «troppo complicati»), e in cui l’analisi critica viene sistematicamente trascurata a beneficio di opinioni e sentimenti personali.

Si tratta a ben vedere di un sottoprodotto dell’antielitarismo sessantottesco, che si è fatto strada negli anni Ottanta e Novanta sotto forma di sconfinata (quanto cinica) indulgenza verso l’ignoranza degli studenti, razionalizzandola come riguardo per l’«espressione personale» e l’«autostima». Non più abituati all’analisi logica, non più attrezzati per comprendere un problema, non più avvezzi a consultare testi per documentarsi (tanto, c’è Wikipedia), gli studenti hanno ormai ripiegato sull’unica dotazione che possono rivendicare come propria: le loro «sensazioni» su questo o quell’argomento. Si provi a riprodurre questa «individualizzazione» della cultura per tre-quattro generazioni di studenti che diventano insegnanti, con progressivo accumulo di tossine sessantottesche, e si comprenderà il background entropico dell’unica vera «vacca sacra» della cultura contemporanea: il «Soggetto», da coccolare e preservare nella sua «unicità» anche quando quest’ultima non è più che «una qualità che egli ha in comune con qualsiasi pidocchio e con qualsiasi granello di sabbia» (Marx e Engels, L’ideologia tedesca).

Si spiega così, con questa assolutizzazione del Soggetto, la Nietzsche-renaissance di cui i «ribelli» sessantottini si sono resi protagonisti negli ultimi quarant’anni. La credenza che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni, ha fatto da levatrice ad un vero e proprio «paradigma dell’impossibilità»: se non c’è alcuna verità da conoscere e bisogna diffidare di qualunque proposizione (tranne che dell’assioma che tutte le proposizioni sono sospette), è evidente che non c’è alcuna possibilità di controllo sulla nostra storia e che ogni pretesa di pianificazione dei processi sociali deve menare di necessità al totalitarismo. Viene di qui l’antistatalismo viscerale che ha ispirato ed ispira molta parte della cosiddetta «sinistra d’alternativa», che nei vent’anni trascorsi ha coltivato e diffuso nelle generazioni più giovani una quantità impressionante di mitologie protese a ricercare improbabili «terze vie» tra privato e pubblico, tra capitale e stato – prima il «terzo settore», adesso i «beni comuni» e in mezzo le utopie regressive della «decrescita». Il marxista che vi si accosta non può che sentirsi come Gulliver in visita alla Reale Accademia di Lagado, con i suoi austeri progettisti impegnati ad estrarre i raggi del sole dai cetrioli, a costruire case partendo dal tetto e a ridare potere nutritivo alla merda umana, convintissimi del valore del loro lavoro. Che poi codeste sciocchezze abbiano assai più mercato editoriale e visibilità massmediatica rispetto alle tradizionali posizioni del movimento operaio non ci vuol molto a capirlo: in fondo, non fanno altro che ripetere che la «via pubblica» è sbagliata e comunque non è percorribile, dunque alla classe capitalistica fanno molto comodo.

La trappola del multiculturalismo

Volendo chiamare le cose col loro nome, siamo ormai immersi fino al collo in un tempo in cui il rifiuto della complessità produce l’esodo verso forme separate di convivenza, col loro seguito inevitabile di intolleranze (poco importa se giustificate da ragioni etniche, ideologiche o pragmatiche). Il mercato capitalistico, piaccia o no, diventa a questo punto l’unico vettore possibile della cooperazione sociale, essendo per definizione il luogo in cui, data l’impossibilità di un accordo generale sui fini della convivenza, ci si incontra solo per scambiarsi i mezzi idonei a consentire a ciascuno e a ciascuna di perseguire i fini propri e delle microcomunità di riferimento. Un mondo hobbesiano, in cui la nobile istanza del «multiculturalismo» si è trasformata in una guerra di tutti contro tutti, che ci rende vittime e carnefici ad un tempo. Prova ne sia che lo status di «vittima» comincia ormai ad essere fondatamente reclamato anche da colui che è stato eletto dal pensiero della differenza come campione dell’oppressione nei secoli dei secoli: il «maschio bianco adulto occidentale», che sempre più spesso vediamo comparire piangente sui media a chiedere scusa e ad accampare attenuanti per questa o quella malefatta, icona ridicola di una cultura del piagnisteo in cui c’è sempre un padre-padrone a cui dare la colpa e in cui l’ampliamento dei «diritti» procede senza che mai ci si faccia carico di individuare su chi dovrebbero gravare i correlati ed indefettibili doveri. L’atteggiamento infantile è ormai l’unico e regressivo modo di reagire allo stress esistenziale impostoci dal capitalismo trionfante: «non calpestarmi, sono fragile». D’altronde, già Goethe ci aveva avvisato: «Tutte le epoche di regresso e decadenza sono soggettive», solo le «epoche di progresso hanno invece un’impronta oggettiva».

Queste considerazioni derivano dalla lettura di un vecchio ma non invecchiato pamphlet di Robert Hughes, La cultura del piagnisteo. L’autore, scomparso lo scorso 6 agosto, lo aveva dedicato ad un esame critico della cultura progressista americana degli anni ’80. Il fatto che – con minimi aggiustamenti – si presti a fornire una descrizione accurata dell’Italia dell’ultimo ventennio dovrebbe senz’altro rincuorare i numerosi estimatori della democrazia statunitense che abitano nel nostro Paese: siamo sulla buona strada. Ma confidiamo soprattutto che rassicurerà gli ancor più numerosi fustigatori del «comunismo realizzato», incluso quello nostrano fatto di Iri e Usl, partiti di massa e contratti nazionali di lavoro. Ormai tutta acqua passata.

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