Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2012

INTERVISTA A MAURIZIO LANDINI

p

di Loris Campetti – il manifesto, 12 aprile 2012

p

p

A chi in Cgil dice che grazie alle battaglie sindacali si è raggiunto un buon compromesso sull’art. 18 e dunque tutti dovrebbero essere contenti, c’è chi in Fiom risponde: «Gli scioperi li abbiamo fatti noi, ora vorremmo essere liberi di decidere se essere o non essere contenti». Il segretario generale dei metalmeccanici Cgil non è contento, anzi è piuttosto incazzato. Il giudizio di Maurizio Landini è molto negativo, sia sull’art. 18 – «di fatto cancellato» – che sugli ammortizzatori sociali. Per non parlare della precarietà «che con questo disegno di legge rischia addirittura di aggravarsi. Siamo il paese più precario d’Europa». Insomma, un disastro dentro una crisi globale a cui il liberismo perdente ma imperante sta rispondendo con ricette che invece di guarire l’ammalato lo ammazzano. Basti pensare che il Fondo monetario internazionale è preoccupato che nel 2050 la vita degli umani possa allungarsi di tre anni, ipotesi valutata «troppo rischiosa». Questa intervista al segretario della Fiom uscirà in forma più ampia nell’e-boock che Sbilanciamoci metterà in rete nei prossimi giorni.

Landini, quanta quota di pil e quanti punti di spread vale la sterilizzazione dell’art. 18?

L’unica riduzione garantita da questa non-riforma, qualora venisse varata dal Parlamento senza radicali modifiche, sarebbe la riduzione dei diritti e la totale svalorizzazione del lavoro, ridotto a pura merce. Non aumenterà i posti di lavoro ma li diminuirà, non ridurrà la precarietà ma l’accrescerà e riduce la tutela degli ammortizzatori sociali. Un modo disastroso di rispondere alla crisi, così come disastrosa è stata la riforma delle pensioni. Siamo di fronte a un intervento sul mercato del lavoro in cui i sacrifici di chi lavora vengono presentati come necessari per sostenere i più deboli, i precari. Invece, non una delle 46 forme contrattuali presistenti è stata mandata in soffitta. Aggiungi che i contratti a termine vengono ulteriormente liberalizzati, grazie all’introduzione da parte del governo Monti del trattamento speciale riservato ai lavoratori «svantaggiati» affittati dalle agenzie interinali alle aziende con uno sconto del 20% sulle tabelle contrattuali.

Come valuti le modifiche degli ammortizzatori sociali?

Le giudico male, perché ancora una volta è negata la loro estensione universale. A fronte della cancellazione della mobilità si introduce l’Aspi, un sostegno ridotto nel valore e nella durata da cui sono esclusi i lavoratori intermittenti, tranne chi ha la fortuna di aver lavorato almeno 52 settimane in due anni. E si riduce la tutela oggi garantita dalla cassa integrazione, interamente cancellata nei casi di fallimento e chiusura.

Ma il problema dei problemi si chiama ancora art. 18.

La modifica che si vorrebbe attuare è grave e, per noi della Fiom, inaccettabile. Lo sbandierato recupero del «reintegro» non è che un miraggio, per noi deve restare un diritto: un licenziamento ingiusto non può essere semplicemente risarcito come avverrebbe nel 99% dei casi se il testo venisse varato così com’è dal parlamento. Si peggiorerebbe addirittura la condizione di chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti e la dichiarazione delle motivazioni economiche dei licenziamenti collettivi da parte dell’impresa non sarebbe più obbligatoria. Salterebbe persino l’indennità. Per tutte queste ragioni i metalmeccanici hanno scioperato e la Fiom è convinta che la lotta debba continuare. Serve un grande impegno per riunificare i soggetti colpiti dalla crisi: lavoratori dipendenti, precari, giovani, pensionati. Va in questa direzione l’appello che la Fiom ha lanciato ai delegati e alle delegate, ai giovani, ai precari, ai disoccupati e agli inoccupati per un’assemblea aperta che si terrà sabato prossimo a Bologna, a Palazzo Re Enzo in piazza Maggiore.

Peccato che la Cgil si muova su un’altra lunghezza d’onda.

Ne parleremo al direttivo confederale del 19, dove io ripeterò quel che sto dicendo a te. Sul mercato del lavoro e la precarietà i giudizi della Fiom e della Cgil collimano. Diversa è la posizione sull’art. 18. Ci batteremo per strappare modifiche sostanziali, come chiedono tutti i nostri operai che in questi giorni hanno scioperato in difesa dello Statuto dei lavoratori. Aggiungo che il sindacato deve aprirsi al mondo della precarietà e della disoccupazione e il modo più efficace è la conquista, in discussione anche in Europa, di un reddito di cittadinanza per tutelare chi non lavora o si trova in un limbo occupazionale che potrebbe rapidamente trasformarsi in un inferno. Il senso dell’assemblea di sabato è la riunificazione dei diritti contro le fasulle divisioni tra presunti garantiti e non garantiti. Bisogna creare investimenti finalizzati a una ripresa dell’occupazione nella direzione di un diverso modello di sviluppo e di mobilità che siano socialmente ed economicamente compatibili.

In Europa non si discute solo di reddito di cittadinanza ma anche di come imbrigliare il diritto di sciopero. Sulla base della relazione fatta da Monti per Barroso (nota come Monti-2), Strasburgo potrebbe far arretrare di mezzo secolo quel che resta del modello sociale europeo.

Servirebbe una risposta sindacale europea all’altezza dello scontro, che al momento non si vede. Da noi è chiaro a tutti che Monti obbedisce in tutto e per tutto alla lettera della Bce con il taglio alle pensioni, al welfare e ai diritti. Sbaglia chi definisce tecnico questo governo che vuole ridurre il lavoro a merce. Al contrario, si dovrebbero tassare le rendite, introdurre la patrimoniale, investire su uno sviluppo e una mobilità basate sul buon lavoro e il rispetto ambientale.

La Fiat chiude l’unica fabbrica italiana di autobus e vola all’estero. Marchionne investe ovunque, persino in Argentina, tranne che in Italia.

La Fiat è in fuga. Importa in Italia dagli Stati uniti un modello di relazioni sindacali e sociali corporativo ed esporta ricerche, investimenti, stabilimenti e lavoro. E il «tecnico» Monti che fa? applaude al diritto delle imprese a fare quel che vogliono e a produrre dove conviene loro di più. Questo processo va avanti in un vuoto di democrazia, con gli operai che non possono più scegliersi i delegati né votare gli accordi e i contratti che riguardano la loro vita e il loro lavoro, mentre Marchionne chiude le porte di Pomigliano a chi ha la tessera Fiom e quelle di Melfi ai tre lavoratori di cui il giudice ha ordinato il reintegro. Per questo la mobilitazione deve continuare. La Cgil ha indetto un pacchetto di ore di sciopero e una mobilitazione a cui la Fiom parteciperà con i suoi contenuti, quei contenuti che sono stati votati all’unanimità dal Comitato centrale.

Read Full Post »

di Francesco Piccioni – il manifesto, 11 aprile 2012

p

p

Per la Cgil si è aperto da tempo un problema epocale: accettare la «riforma del mercato del lavoro» – compresa l’abolizione sostanziale dell’art. 18 – come frutto di un «compromesso» realistico sulla base di rapporti di forza negativi, oppure come lesione inaccettabile dei diritti fondamentali, e quindi da combattere?
Due linee e due culture sindacali difficilmente riconducibili a una matrice condivisa. Queste due anime, esistenti da sempre dentro una confederazione che vanta quasi 6 milioni di iscritti, si stanno confrontando in ogni istanza dell’organizzazione.
Ieri si è tenuta la riunione tra i segretari generali di categoria e la segreteria confederale. La relazione di Susanna Camusso non ha concesso molto alle critiche da sinistra verso il «ddl» governativo, che pure non è frutto di un «accordo» e perciò non porta la firma del sindacato. Una riunione lunghissima, a tarda sera non ancora conclusa, nonostante non fosse previsto alcun voto finale. L’unico organismo chiamato a validare oppure no un giudizio su questa materia è indatti il Direttivo Nazionale; la cui convocazione è stata confermata al 19 aprile, nonostante per quella data i giochi – almeno in un ramo del Parlamento – potrebbero essere già fatti. E non in senso positivo, visto che il governo – con il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Catricalà – ha concesso spiragli di correzione a favore di Confindustria, sulla «flessibilità in entrata».
Camusso ha perciò confermato il «giudizio positivo» sul fatto che la parola «reintegro» appaia ancora in calce alla legge; sia pur ridotta a simulacro (o foglia di fico) dopo che persino Mario Monti l’ha definito «evento estremo e improbabile». Vero è che questo giudizio è depotenziato a causa di una formulazione «non chiarissima», che può dar luogo a «pasticci» o imbrogli. Ma positivo resta. Al contrario, viene alzato pollice verso sia nei confronti delle modifiche agli ammortizzatori sociali (più che dimezzati, nel migliore dei casi) e sulla precarietà. Parole severe anche per la vicenda degli «esodati», che viene posta al centro di un possibile sciopero generale a bassa intensità politica iniseme a Cisl e Uil.
Dure, di conseguenza, le reazioni della sinistra interna. Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, ha ribadito che per i metalmeccanici l’art. 18 è un punto irrinunciabile di civiltà, nella formulazione data fin dal 1970. Preannunciando altre iniziative di mobilitazione della categoria.
Per Gianni Rinaldini, coordinatore dell’area «La Cgil che vogliamo», è invece ora di uscire dalle ipocrisie: «chiamiamo le cose con il loro nome: né imbrogli né pasticci, i licenziamenti illegittimi d’ora in poi prevedono soltanto un indennizzo economico». Una lineaa che lo considera un fatto positivo, «in tempi di crisi come questi, rischia di mettere la Cgil sullo stesso piano dei partiti politici». In fondo alla considerazione sociale, insomma.
Da segnalare che Nicola Nicolosi, coordinatore dell’area «Lavoro e società», parte integrante della maggioranza uscita da Rimini e membro della segreteria confederale, ha ribadito un giudizio «negativo» sul ddl. Le cose cambiano.

Read Full Post »

di Umberto Romagnoli – il manifesto, 8 aprile 2012

p

p

Il ripristino della situazione anteriore all’illecito – la reintegrazione in forma specifica, dicono i giuristi – è la sanzione primaria prevista dal codice civile in presenza di un atto illecito; mentre il risarcimento del danno per equivalente è una sanzione di ripiego. A questo principio si richiama lo Statuto dei lavoratori sia là dove autorizza il giudice che accerti l’antisindacalità di un comportamento imprenditoriale ad ordinarne la cessazione immediata, in una con la rimozione degli effetti dannosi nel frattempo prodotti, sia là dove lo autorizza ad annullare un licenziamento illegittimo ed a comandare di rimuoverne tutti gli effetti, a cominciare dal reinserimento in servizio del lavoratore. D’ora in poi, l’aderenza alle regole generali non sarà più completa. Se andrà in porto l’ultima versione della riforma dell’art. 18, d’ora in poi non tutti i licenziamenti disciplinari saranno sanzionabili con la reintegra – operante soltanto nei casi analiticamente individuati dal legislatore – e tutti i licenziamenti economici saranno soltanto indennizzabili, tranne nel caso in cui il giudice accerti la «manifesta insussistenza» del motivo. Perciò, si potrebbe anche dire: per quasi tutti i licenziamenti disciplinari bocciati dal giudice scatterà la reintegra, mentre per quasi tutti i licenziamenti economici che non abbiano superato il test scatterà soltanto la sanzione risarcitoria.
Dico subito che la soluzione non è «pessima» (Marcegaglia), ma non è neanche una «svolta storica» (Monti). È un compromesso. Avrebbe potuto essere meno contorto e più lineare, questo sì; ma bisogna riconoscere che la matrice compromissoria è insopprimibile. Lo esige la ratio dei criteri di bilanciamento praticabili tra gli interessi in gioco: quello dell’imprenditore ad essere padrone in casa propria e quello del suo dipendente a non esserne cacciato senza un giustificato motivo.
È ovvio che il bilanciamento, di cui la più alta espressione è proprio la nostra costituzione, risente dello stato dei rapporti di forza tra i portatori degli interessi in contrasto. Pertanto, se è comprensibile che il compromesso sia stato assai favorevole al lavoro nel 1970, è del pari comprensibile che il compromesso odierno lo sia assai di meno. Ciononostante, visto come si erano messe le cose, è un successo personale di Pierluigi Bersani (un successo che s’ingrandisce se si tiene conto che il leader del Pd è riuscito a portarsi dietro il suo partito ed evitarne divisioni interne). Anche Gino Giugni, che al giornalista che nel 1994 gli chiedeva «è ancora attuale lo Statuto?» (del quale è comunemente considerato il padre) rispondeva: «In questo avvio di seconda Repubblica sono più che mai convinto della validità dello Statuto». Anche lui – dicevo – presumibilmente approverebbe la riformulazione dell’art. 18 concordata dai vertici politici. Tutto ciò, peraltro, non significa che il successo di Bersani non possa appassire rapidamente. Anzi, la direzione del compromesso sembra destinata a rovesciarsi più in fretta di quanto non si pensi. Infatti, la legge in itinere sposta visibilmente il baricentro della tutela legale contro il licenziamento ingiustificato, incoraggiando la composizione stragiudiziale delle controversie. Anzitutto, perché la monetizzazione del danno in una vasta casistica di licenziamenti illegittimi diventa la regola. Come nelle imprese sotto i 16 dipendenti. Dove la legge, vigente dal 1966, esclude la reintegra e, dal momento che concede soltanto un risarcimento forfettario, in omaggio al vecchio adagio popolare “pochi, maledetti, ma subito” domina la tendenza a risolvere le liti lontano dal giudice. Tendenza assecondata dalla medesima legge del 1966 prevedendo che il licenziato ha facoltà di proporre un tentativo di conciliazione in una sede para-sindacale. Adesso, gli autori della riforma dell’art. 18 sono intenzionati a valorizzare al massimo il previo tentativo di conciliazione in una sede para-sindacale: lo vogliono obbligatorio e ad istanza del licenziante.
Pertanto, il pragmatismo di oggi potrebbe domani regalare proprio alla signora Emma Marcegaglia la relativa certezza che la soluzione adottata non è poi tanto distante dall’obiettivo di partenza: quello di sottrarre il licenziamento individuale al controllo giudiziario.

Read Full Post »

INTERVISTA A MAURIZIO LANDINI

p

di Enrico Marro, Corriere della sera 6 aprile 2012

p

p

Maurizio Landini boccia il governo. Ma anche la Cgil di Susanna Camusso, soddisfatta del ritorno della possibilità del reintegro sui licenziamenti economici. Il leader della Fiom conferma invece il giudizio negativo su tutta la riforma del mercato del lavoro e chiede alla Cgil di non far marcia indietro e di attuare gli scioperi previsti. L’analisi di Landini lascia poco spazio al dialogo. «Vedo la stessa logica nella riforma delle pensioni e in questa del mercato del lavoro. Ed è una logica sbagliata».

Secondo il governo tecnico si tratta di riforme necessarie.

Non siamo di fronte a un governo tecnico, ma a un governo politico che sta facendo scelte che rispondono alla lettera inviata ad agosto dalla Banca centrale europea, che continua a dire che per uscire da questa crisi bisogna tagliare lo Stato sociale, rendere più facili i licenziamenti e ridurre la contrattazione. Siamo quindi in presenza di un disegno preciso, lucido da parte del governo Monti, di riforme strutturali sbagliate.

Il governo parla di soluzioni equilibrate.

Monti e Fornero dicono con molta schiettezza quello che pensano. Spesso non condivido, ma riconosco loro una chiarezza e una coerenza tra quello che dicono e quello che fanno.

Perché è così negativo sulla riforma del mercato del lavoro?

Innanzitutto perché non riduce la precarietà. Non è vero che darà un lavoro stabile ai giovani. Restano i 46 tipi di contratti che c’erano prima. Anzi, il governo ha appena recepito una direttiva europea sul lavoro interinale che peggiora le condizioni perché supera causali e tetti e prevede la possibilità di sottopagare i lavoratori svantaggiati.

C’è una stretta su partite Iva, contratti a progetto, associazioni in partecipazione. Questo non riduce la precarietà?

No. Bisognava cancellare i contratti che generano precari.

Il governo ha messo circa due miliardi all’anno sugli ammortizzatori sociali. Nemmeno questo va bene?

Non c’è l’universalità degli ammortizzatori, perché non c’è la cassa integrazione nelle aziende con meno di 15 dipendenti e perché la nuova indennità di disoccupazione, l’Aspi, che tra l’altro sostituisce l’indennità di mobilità peggiorandola, mantiene una soglia di accesso alta, con 52 settimane di lavoro in due anni. Questo significa che molti precari che perdono il lavoro resteranno senza tutele.

Per loro c’è la mini Aspi.

Che appunto è mini. E anche qui, comunque, c’è una soglia di accesso mentre sarebbe stato necessario estendere a tutti i lavoratori l’indennità e prevedere un reddito di inserimento.

Veniamo all’articolo 18.

È stato svuotato il senso e il contenuto dell’articolo 18. Oggi il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo da diritto al reintegro nel posto di lavoro. Con la proposta del governo, che spacchetta i motivi del licenziamento, il risultato è che in molti casi non c’è più il reintegro ma un risarcimento economico.

Dopo il pressing dei sindacati e del Pd la possibilità del reintegro è stata introdotta anche sui licenziamenti economici illegittimi, che nella prima proposta del governo venivano solo indennizzati.

Si tratta di un miraggio. Basta leggere il disegno di legge e ascoltare quanto dice lo stesso presidente del Consiglio che ha appunto spiegato che il reintegro sui licenziamenti per motivi economici sarà l’eccezione “in casi estremi e improbabili”, afferma mentre la regola sarà l’indennizzo. Non lo dico io, lo dice Monti e lo ha detto anche il ministro Fornero.

Nessun passo avanti allora?

In queste settimane i lavoratori si sono mobilitati e hanno scioperato perché l’articolo 18 non venisse modificato, invece è stato smantellato. Per questo bisogna continuare la lotta, per cambiare la legge in Parlamento.

Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, non ha fatto un buon lavoro?

Ha fatto la sua parte. Io da sindacalista dico che è stato tolto un diritto ai lavoratori, peggiorando la loro condizione e rendendo più facili i licenziamenti. Questo è un arretramento inaccettabile.

Il mondo cambia e anche noi dobbiamo cambiare, dice Fornero. Non crede che ci sia bisogno di un mercato del lavoro più dinamico ed efficiente?

Questi sono slogan vuoti. Non è vero che in Italia le imprese investono meno perché c’è l’articolo 18. Da questa riforma non verrà fuori un posto di lavoro che sia uno. Prima della crisi, quando l’occupazione aumentava, l’articolo 18 c’era. in ogni caso i posti di lavoro si creano con un piano di investimenti pubblici e privati e recuperando soldi sull’evasione fiscale, la corruzione e distribuendo meglio la ricchezza.

Come si spiega lei la nota della segreteria Cgil che invece dà un giudizio positivo sul ritorno del reintegro sui licenziamenti economici?

Non me la spiego. Io sto alle decisioni del direttivo Cgil che ha proclamato 16 ore di sciopero. Non ho cambiato idea, perché sull’articolo 18 il diritto resta leso. Il licenziamento ingiusto che non preveda il reintegro ma solo l’indennizzo non è mai stata la linea della Cgil.

È vero che la Fiom ha invitato il ministro Fornero a un incontro? Quando si farà visto che ieri il ministro ha detto che accetta?

Sono stati i lavoratori dell’Alenia di Torino a chiedere di poter discutere col ministro, che tra l’altro è torinese, perché vorrebbero raccontare il loro punto di vista. Dopo la disponibilità di Fornero immagino che nei prossimi giorni si organizzerà l’incontro.

Ci sarà anche lei?

No, hanno invitato il ministro. Io all’Alenia ci sono già stato e ci tornerò in un’altra occasione.

Read Full Post »

di Roberto Mania – La Repubblica, 06 aprile 2012

p

Camusso, considera un successo della Cgil la nuova versione dell’articolo 18?

È il risultato della determinazione con cui abbiamo posto il problema che di fronte ai licenziamenti illegittimi ci fosse la medesima sanzione e che rimanesse la funzione deterrente del reintegro. Ma è anche il risultato di una grande mobilitazione dei lavoratori e di un Paese che non ha condiviso gli orientamenti del governo e della Confindustria.

La Cgil ha proclamato lo sciopero generale. Ora lo ritirerete?

Avevamo proclamato sedici ore di sciopero alcune delle quali sono già state effettuate. Deciderà il Direttivo, convocato per il 19 aprile, come proseguire la mobilitazione alla luce della novità importante che riguarda il reintegro. Però ci sono altre cose che ci preoccupano. Il governo, per esempio, aveva preso un impegno formale, era pure scritto nel testo approvato dal Consiglio dei ministri, di cancellare le associazione in partecipazione oltre il primo grado di parentela. Questa cosa non è stata fatta. E assume quasi un valore simbolico.

Quante delle 46 tipologie di contratti atipici sono state superate?

Sono rimaste sostanzialmente tutte. A dimostrazione della distanza tra gli annunci del governo e le decisioni davvero prese. Trovo particolarmente grave che sia stato detto che i giovani sarebbero stati al centro della riforma e invece sono stati solo usati, come sulle pensioni.

Non è una riforma per i giovani?

La cosa positiva è che dopo quasi vent’anni si inverte una tendenza e si blocca l’estensione di tipologie contrattuali precarie, ma c’è un abisso tra le aspettative e le decisioni concrete.

Alla fine, tornando all’articolo 18, è stato il Pd a “salvare” la Cgil. In fondo è stato Bersani a ottenere dal governo quello che sul tavolo con le parti sociali era sembrato impossibile.

Credo che ci abbia salvato la mobilitazione dei lavoratori con tutto il rispetto e la riconoscenza per la battaglia condotta dal Pd. Ma è stato il premier Monti a ricondurre tutto sull’articolo 18. Ricordiamoci che è stato l’unico punto sul quale ha voluto il parere delle parti, con l’intento, a mio avviso, di dimostrare che non ci stava soltanto la Cgil. E, invece, c’è stata una reazione del Paese diversa da quella che il governo si attendeva. Il clima non è più quello del dopo pensioni e per la prima volta il governo ha dovuto fare i conti con i sondaggi che registravano un calo dei consensi.

La Confindustria ha attaccato la riforma. Si metta nei panni degli industriali: avevano concordato una soluzione che è stata poi cambiata non in Parlamento bensì in un vertice tra il governo e i leader dei partiti di maggioranza. Le sembra un metodo accettabile?

Premetto che questo metodo costituisce proprio la conferma di quanto si voglia creare una crisi della rappresentanza sociale. È un tema delicato e molto serio. Ma non è quello che ha sollevato la Confindustria. Gli industriali chiedono solo licenziamenti più facili. La verità è che c’è un sistema industriale ripiegato su se stesso, che non investe più, che continua a pensare di poter essere competitivo riducendo i costi e peggiorando le condizioni di lavoro.

Resta il fatto che il premier Monti ha detto che i casi di reintegro saranno “estremi e improbabili”.

È un tentativo di ridimensionare il passo indietro che ha dovuto fare. Un modo per dire che la modifica non è così rilevante.

Lo considera davvero un passo indietro significativo?

Certo che lo è. Monti aveva teorizzato, anche all’estero, che tolto il reintegro c’era la liberalizzazione dei licenziamenti. Ora, invece, c’è il reintegro.

Perché è così importante il reintegro?

Perché ha un effetto deterrente.

Crescerà l’occupazione grazie alla riforma?

No. Questo è il vero dissenso con il governo Monti. Nel cui operare c’è l’idea, comune a una parte della destra europea, che una volta fatte le cosiddette riforme strutturali queste porteranno con sé un luminoso e radioso sviluppo. La verità è che il nostro paese non cresce da quindici anni. Non basta creare un contesto favorevole, bisogna indicare la direzione in cui si vuole andare. Servono le scelte di politica industriale. In mancanza di risorse si poteva almeno definire un piano energetico a sostegno del sistema produttivo che oggi perde di competitività anche per il costo maggiore dell’energia che è costretto a sostenere.

Saranno sufficienti i due miliardi di euro circa per la riforma degli ammortizzatori sociali?

Ciò che ci preoccupa sono anche le fonti dalle quali il governo punta a ricavare le risorse. Dobbiamo capire meglio, ma ci sono aspetti che ci lasciano perplessi come i tagli per l’Inail.

D’ora in poi, però, tutti i lavoratori saranno tutelati dai nuovi ammortizzatori sociali.

Non cambierà nulla rispetto alla situazione attuale. L’estensione delle tutele riguarda solo gli apprendisti. È l’unica novità. Per i lavoratori discontinui non c’è niente. Il dualismo nel nostro mercato del lavoro rimane sostanzialmente inalterato. L’obiettivo di strumenti universali è stato largamente mancato.

Una riformicchia?

Il fatto positivo è che si inverte la tendenza sulla precarietà. Ma non è una riforma epocale. Non risolve la complessità dei nostri problemi.

Cosa pensa dell’aumento dei suicidi tra i piccoli imprenditori, i disoccupati e i pensionati?

Fa molta impressione. Mi vengono alla mente i primi anni 80 con i suicidi di lavoratori messi in cassa integrazione. Siamo di nuovo in una stagione nella quale l’assenza di prospettiva si trasforma in disperazione individuale. In questo c’è una responsabilità collettiva. Dobbiamo riaprire uno spiraglio di luce perché non può esserci solo la recessione.

Read Full Post »

INTERVISTA A SERGIO MATTONE

p

di Antonio Sciotto – il manifesto, 6 aprile 2012

p

p

«Se prima il reintegro era la regola per i licenziamenti ingiustificati, adesso diventa una mera eccezione. E in più l’onere della prova viene caricato di fatto sulle spalle dei lavoratori». Sergio Mattone, ex presidente della sezione Lavoro della Cassazione, ritiene negativa la riforma varata dal governo Monti. Sottolinea che in alcuni casi aumenterà il contenzioso. E vede l’unico aspetto positivo nella «velocizzazione dei tempi dei processi, anche se a fronte si dovrebbero però rafforzare risorse e organici di uffici giudiziari già allo stremo».

Cominciamo dai licenziamenti di carattere discriminatorio: su quelli non cambierà nulla, è vero?
Esatto: viene confermato l’impianto previsto dall’attuale articolo 18. Se il giudice riconosce che c’è stata una discriminazione, il licenziamento è nullo e scatta il reintegro.

Passiamo a quello disciplinare, perché invece adesso cambia.
Sì, il reintegro scatta solo in tre ipotesi: 1) che il fatto non sussista; 2) che il lavoratore non lo ha commesso; 3) che il fatto è previsto dal contratto collettivo come “illecito che consenta una mera sanzione conservativa”, cioè quando è codificato chiaramente nel contratto che debba essere sanzionabile ad esempio con una sospensione di x giorni, e che quindi il licenziamento è evidentemente sproporzionato.

Poniamo però il caso in cui il giudice non ravvisi una di queste tre ipoitesi, ma nel contempo non sia dimostrato il giustificato motivo disciplinare. In questo caso che fa?
Ecco, qui c’è l’elemento di novità: nonostante non vi sia un giustificato motivo, impone l’indennizzo e non il reintegro. L’indennizzo è cioè l’unica sanzione che può disporre, perché il reintegro è possibile imporlo solo nelle tre ipotesi suddette. Credo che queste distinzioni daranno origine a un rilevante contenzioso, perché si apre un campo di distinzioni molto sottili cui tra l’altro credo che i giudici del lavoro oggi non siano abituati.

Passiamo infine al licenziamento di carattere economico. È il caso più complesso ed è anche quello che ha creato più polemiche. In questo caso la regola per i licenziamenti ingiustificati diventerà il pagamento di una mera indennità, mentre fino a oggi con l’articolo 18 la regola è il reintegro. Bisogna specificare che già oggi è possibile licenziare individualmente per ragioni economiche: quando c’è una crisi, o per la sostituzione di un posto, una esternalizzazione, quando si acquista un macchinario che riduce l’esigenza di personale, o nuove tecnologie. Accanto a questo licenziamento, per inciso, c’è anche quello collettivo, per crisi, ristrutturazione o riconversione, molto mediato dal sindacato, e qui resta tutto immutato. Ma ritornando al licenziamento individuale, nel caso in cui il giudice ravvisi che il motivo economico è giustificato, sia con l’articolo 18 che con la riforma, respinge il ricorso del lavoratore e non impone indennizzi.

Se invece la motivazione economica è illegittima che succede?
Qui c’è la vera novità. L’onere della prova, resta ancora in carico al datore di lavoro: ma se non riesce a giustificare l’esistenza del motivo economico, mentre prima la regola era ordinare il reintegro, adesso il giudice condanna al pagamento di una indennità, da 12 a 24 mesi di stipendio. Dunque non può ordinare il reintegro, anche se la ragione economica non è giustificata.

E il famoso reintegro, allora, quello “rientrato” grazie all’insistenza del Pd e della Cgil, quando scatta?
Solo quando la ragione economica è «manifestamente insussistente», ed è qui che credo che di fatto l’onere della prova si sposti sul lavoratore. Perché sarà lui a dover assumere – mi si passi l’esempio – psicologi, investigatori, ricercatori, per dimostrare la «manifesta insussistenza», ovvero un motivo talmente chiaro ed evidente da essere lampante. Credo debba in pratica dimostrare che si ricada nella discriminazione, o che l’antipatia da parte del datore di lavoro sia stata mascherata da una ragione economica. È praticamente impossibile. E sottolineo un ultimo punto: nel caso di «manifesta insussistenza», secondo il testo, il giudice «può» ordinare il reintegro, cioè esso non scatta automaticamente. In pratica, anche qualora si sia dimostrata questa già vaga fattispecie, il giudice potrà anche non disporre il reintegro. O perlomeno è quello che mi viene di pensare leggendo quel «può» nel testo.

Read Full Post »

di Antonio Sciotto – il manifesto, 6 aprile 2012

p

p

Adesso è ufficiale. La Cgil abbandona la più importante tutela dei lavoratori e mette in soffitta la stagione inaugurata da Sergio Cofferati il 23 marzo 2002, quando l’allora segretario del maggiore sindacato italiano portò in piazza tre milioni di persone. La segreteria confederale ha ieri emesso un comunicato in cui prende atto della riforma Monti/Fornero, la accetta e afferma anzi che è in grado di garantire il reintegro al lavoratore. Formalmente è così, in effetti: la parola «reintegro» è stata reinserita, ma lo stesso premier Mario Monti ieri, per rabbonire le imprese, aveva spiegato (prima che la Cgil diffondesse la propria nota) che questa possibilità diventa «estrema ed improbabile». E se non bastasse, molti giuslavoristi concordano nell’affermare che a questo punto l’onere della prova passa di fatto in carico al licenziato e non più al datore di lavoro. La tutela è praticamente ed evidentemente scomparsa, ma la Cgil si dichiara soddisfatta.

Chiariamoci subito: nessuno contesta alla Cgil di poter aver cambiato idea nell’arco di 10 anni, dal 23 marzo 2002 a oggi. Si può avere accettato la visione di Monti, o il fatto che per l’emergenza della crisi sia necessario rimodulare alcune tutele, indebolirle anche, per rafforzarne altre. Spostare l’attenzione dalle garanzie in uscita a quelle in entrata, per venire incontro ai precari. È tutto legittimo, in una società democratica: ma non si dica ai lavoratori che il reintegro è salvo, perché tutto il mondo fuori dalle pareti di Corso d’Italia dice che non è così. E la Cgil non è l’ombelico del mondo.

Ma vediamo le dichiarazioni esatte, e segnaliamo subito che lo scontro interno al sindacato a questo punto è più che mai aizzato, visto che la Fiom e la minoranza La Cgil che vogliamo hanno già comunicato di essere contrarie alla riforma, e uno stesso pezzo della segreteria camussiana – Nicola Nicolosi, coordinatore di Lavoro Società – si è espresso in modo molto critico.

Ebbene, innanzitutto la Cgil. «La riconquista dello strumento del “reintegro” nel caso di licenziamenti economici insussistenti è un risultato positivo che ripristina un principio di civiltà giuridica», scrive la segreteria. Il sindacato precisa che sono «prime valutazioni di ordine generale», visto che «le osservazioni specifiche si potranno fare dopo un esame più completo». Forse nei prossimi giorni la Cgil prenderà atto che la riconquista del reintegro è solo puramente formale, come le ha spiegato ieri lo stesso Monti? È possibile, anche perché della pura formalità di vedere restaurata la parola «reintegro», seppure sia indice di «altissima civiltà giuridica», un lavoratore licenziato ingiustamente non sa proprio che farsene. Non lo aiuta a dar da mangiare ai suoi figli.

Nel resto del comunicato la Cgil aggiunge che è invece insoddisfatta riguardo alle misure su precari, ammortizzatori sociali, dimissioni in bianco, impulso alla crescita, e che per questo motivo proporrà a Cisl e Uil di rilanciare la mobilitazione, mettendoci dentro anche il tema del fisco e la manifestazione già fissata per il 13 aprile sulle pensioni.

Ma ci sono, come detto, diversi fronti: la Fiom esprime un «giudizio negativo» sul disegno di legge del governo, e afferma che la riforma «svuota di valore l’articolo 18, in quanto il licenziamento economico diventa la regola di fronte ai licenziamenti senza giustificato motivo, rendendo il reintegro un miraggio». I metalmeccanici chiedono quindi che la Cgil continui a mobilitarsi, «fino allo sciopero generale».

Molto più esplicita la critica alla segreteria Cgil da parte della Cgil che vogliamo: Gianni Rinaldini dice che «la soddisfazione espressa non trova giustificazione alcuna nel testo, visto che il reintegro è una palese eccezione scarsamente esigibile dal lavoratore»; aggiunge poi che «il giudizio espresso non ha il mandato del Direttivo, che invece aveva proclamato un pacchetto di 16 ore di sciopero in difesa dell’integrità dell’articolo 18». La Cgil che vogliamo chiede per questo la «convocazione immediata del Direttivo».

Infine c’è la critica alla segreteria guidata da Susanna Camusso, espressa da uno dei suoi nove componenti. Si tratta di Nicola Nicolosi, coordinatore di Lavoro Società, che aveva già nei passati direttivi sottolineato l’importanza di difendere l’articolo 18 nell’attuale formulazione, firmando un emendamento con il segretario della Fiom Maurizio Landini. Ieri Nicolosi ha criticato apertamente la linea Camusso, guadagnandosi una lettera di richiamo degli altri otto segretari indirizzata a lui personalmente e a tutte le strutture della Cgil (non per la critica in sè, ma perché aveva diffuso una nota personale prima ancora che fosse uscita quella dell’intero organo).

«La Cgil fino a ieri aveva fatto bene – spiega Nicolosi – attestandosi sulla posizione che l’articolo 18 doveva essere difeso nel suo nucleo fondamentale, in coerenza con la nostra storia. Da oggi invece ha subito la linea liberista del governo Monti e dell’Europa, accettando la mediazione raggiunta dal Pd invece di portare avanti le proprie ragioni».

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: