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Archive for marzo 2012

di Luciano Gallino – la Repubblica, 25 marzo 2012

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Lo scopo più importante di una riforma del mercato del lavoro dovrebbe consistere nel ridurre in misura considerevole, e nel minor tempo possibile, il numero di lavoratori che hanno contratti di breve durata, ossia precari, quale che sia la loro denominazione formale. Per conseguire tale scopo sarebbe necessario comprendere anzitutto i motivi che spingono le imprese a impiegare milioni di lavoratori con contratti aventi una scadenza fissa e breve. Di un esame di tali motivi non sembra esservi traccia nelle dichiarazioni e nei testi provvisori rilasciati finora dal governo, tipo le “Linee di intervento sulla disciplina delle tipologie contrattuali” o le modifiche annunciate dell’ art. 18. Meno che mai si parla di essi nella miriade di articoli che ogni giorno commentano i passi del governo. Pare stiano tutti mettendo mano alla riparazione urgente di un complesso macchinario rimasto bloccato, senza avere la minima idea di come funziona e com’ è fatto dentro. Si suole affermare che le imprese fanno un uso smodato dei contratti di breve durata – in ciò incentivati da leggi e decreti sul mercato del lavoro emanate dal 1997 al 2003 e oltre – perché costano meno. Ma non è affatto questo il motivo principale. Le imprese ricorrono a tali contratti, sia pure in misura variabile da un settore all’ altro, soprattutto perché essi permettono di adattare rapidamente la quantità di personale impiegato, in più o in meno, alla catena produttiva, organizzativa e finanziaria in cui si trovano ad operare. Nel corso degli anni l’ hanno scientificamente costruita loro stesse, la catena, finendo tuttavia per diventarne schiave. Ogni impresa è ormai soltanto un anello che dipende da tutti gli altri. Nessuna impresa produce più nulla per intero al proprio interno, si tratti di un elettrodomestico, un mobile o un servizio pubblicitario. Ciascuna aggiunge un po’ di lavoro a manufatti o servizi che sono già stati lavorati in parte da imprese a monte, quasi sempre situate in Paesi differenti, e saranno ulteriormente lavorati da un’ impresa a valle, in altri Paesi. Questo modo di produrre comporta che la regolare attività di ogni impresa dipende da qualità, prezzo, puntualità di consegna di quel che le arriva dalle imprese a monte, non meno che dalla disponibilità delle imprese a valle ad accettare qualità, prezzo, puntualità di quel che essa consegna loro. Per cui l’ imperativo di ciascuna è diventato “assumi meno che puoi, appalta ad altri tutto ciò che ti riesce.” Oltrea questa intrinseca dipendenza da ciò che fanno gli anelli che la precedono come da quelli che la seguono, ciascuna impresa sa bene di essere oggetto di continue e implacabili valutazioni di ordine finanziario. Il suo prodotto intermedio può anche essere di buona qualità e rendere elevati utili; nondimeno se sullo schermo di un qualche computer compare che nello Utah, in Pomerania o in Vietnam c’ è un’ impresa che fa la stessa lavorazione a minor costo, o con maggiori utili, è molto probabile che le commesse spariscano, o arrivi dall’ alto l’ ordine di chiudere. A causa dei suddetti caratteri le catene globali di creazione del valore, come si chiamano, hanno accresciutoa dismisura l’ insicurezza produttiva e finanziaria in cui le imprese, non importa se grandi o piccole, si trovano ad operare. Più che mai ai tempi di una crisi che dura da anni, e promette di durarne molti altri. Un rimedio però è stato trovato, con l’ aiuto del legislatore dell’ ultimo quindicennio: utilizzando grossi volumi di contratti precari le imprese hanno trasferito l’ insicurezza che le assilla ai lavoratori. Fa parte di quelle politiche del lavoro chiamate globalizzazione. Quando i rapporti con gli altri anelli della catena vanno bene, un’ impresa assume personale mediante un buon numero di contratti di breve durata; se i rapporti vanno male, non rinnova una parte di tali contratti, o magari tutti, senza nemmeno doversi prendere il fastidio di licenziare qualcuno. A fronte di simile realtà strutturale, che riguarda l’ intero modello produttivo e la sua drammatica crisi,è dubbio che la riforma in gestazione, salvo modifiche sostanziali in Parlamento, risulti idonea a ridurre il tasso di precarietà che affligge milioni di lavoratori, e meno che mai a farlo presto. In effetti potrebbe intervenire una sorta di scambio perverso: le imprese riducono di qualcosa l’ utilizzo dei contratti atipici di breve durata, a causa dell’ aumento del costo contributivo previsto dalle citate linee di intervento; però grazie allo svuotamento sostanziale dell’ articolo 18, perseguito dal governo con una tenacia che meriterebbe di essere dedicata ad altri scopi, licenziano un maggior numero di lavoratori che si erano illusi di avere un contratto a tempo indeterminato, o di altri che nella veste di apprendisti speravano, anno dopo anno, di arrivare ad averlo. Ma potrebbe anche accadere di peggio: che la precarietà esistente rimanga più o meno tal quale, ma si estenda a settori dove prima ce n’ era poca (improvvisi fallimenti aziendali a parte). Lo scenario è pronto: da un lato, dinanzi al cospicuo vantaggio di poter ridurre la forza lavoro senza nemmeno dover licenziare, l’ aumento dell’ 1,4 per cento del costo contributivo dei contratti atipici si configura come uno svantaggio quasi trascurabile. Dall’ altro lato, la libertà concessa di licenziare ciascuno e tutti per motivi economici, veri o presunti o inventati, di cui chiunque abbia un’ idea di come funziona un’ impresa può redigere un elenco infinito, costituisce un formidabile incentivo a modulare quantità e qualità della forza lavoro utilizzata a suon di licenziamenti. Magari assumendo giovani freschi di studi, al posto di quarantenni o cinquantenni tecnologicamente obsoleti, che tanto, una volta perso lo stipendio, non dovranno aspettare più di dieci o quindici anni per ricevere la pensione. Sarebbe un passo verso l’ eliminazione del dualismo tra bacini diversi di lavoro, da molti deprecato, ma non esattamente nel modo che la riforma sembrava da principio promettere. Potrebbe il Parlamento ovviare ai limiti della riforma in discussione? In qualche misura sì, se mai si trovasse una maggioranza. Però v’ è da temere non possa andare al di là di qualche ritocco, perché se non si tengono in debito conto le cause reali del guasto di un complicato macchinario, è molto difficile che la riparazione vada a buon fine, quali che siano le intenzioni dei riparatori.

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INTERVISTA AD ANTONELLA STIRATI

di Francesco Piccioni – il manifesto, 23 marzo 2012

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Docente di economia politica a Roma Tre, Antonella Stirati è autrice di numerose ricerche sul mercato del lavoro, distribuzione del reddito e occupazione.

Questa «riforma» ha l’efficacia che promette, su crescita e occupazione?
Tra gli economisti esistono diverse prospettive teoriche che danno risposte molto diverse alla domanda «che effetti ha la flessibilità sull’occupazione?». C’è impostazione tradizionale, premessa per le politiche liberiste, secondo cui questa flessibilità può avere effetti positivi; e una, totalmente diversa, secondo cui queste misure o sono inefficaci o danno risultati negativi. I dati, prodotti anche da organizzazioni come l’Ocse – sempre favorevoli alla flessibilizzazione – provano che la relazione tra questa e il tasso di disoccupazione, o occupazione giovanile, ecc, non esiste sul piano empirico.

È un problema solo ideologico?
Non solo. Le ricerche empiriche tendono a smentire sistematicamente la teoria liberista su questo punto, anche se va avanti per una fede indiscussa su alcuni princìpi estremamente controversi. Anche sul piano empirico, il più recente rapporto Ocse sulla disugualianza dice che che la flessibilità del lavoro non ha effetti chiari sull’occupazione, ma ne ha sicuramente sul livello dei salari: li abbassa.

Le minori tutele indeboliscono il potere contrattuale dei lavoratori?
Certamente… In più scaricano sugli stessi lavoratori, o comunque sui cittadini che pagano i contributi che debbono finanziare la disoccupazione, i costi delle fluttuazioni dell’occupazione nel ciclo; altrimenti a carico delle imprese. Quando c’è un ciclo negativo, le aziende si liberano di lavoratori in più e quei costi vengono sopportati da chi perde il lavoro e da quelli che pagano i contributi.

Nella crisi, questa non diventa una politica «pro ciclica» negativa?
Gli effetti rischiano di essere avversi all’occupazione, nella misura in cui viene ulteriormente peggiorata la distribuzione del reddito; e quindi il potere di acquisto delle famiglie con reddito da lavoro dipendente.

Da che deriva questa fiducia nel fatto che la flessibilità del lavoro sia l’unico elemento che dinamizza la crescita?
Vedo due o tre possibilità. Una è la cieca fiducia nell’idea che i mercati si aggiustano sempre da soli; e più sono lasciati liberi di operare, meglio realizzano la piena occupazione. Un’idea teorica non solo astratta, ma anche molto controversa; più ideologia che scienza. La seconda possibilità, ancora poco nota, è quella per cui i paesi deboli della Ue (Grecia, Spagna, in misura molto minore l’Italia) con grandi disavanzi nella bilancia commerciale – non potendo più svalutare, a causa della moneta unica – prendono la via della deflazione salariale. In modo da determinare una caduta dei prezzi rispetto a quelli dei paesi più forti, come la Germania. E che questo possa aggiustare i conti con l’estero.

Ed è vero?
È un po’ una follia… Da un lato, nessuno ci assicura che se cadono i salari nominali cadono anche i prezzi; anzi, in genere non è così, specie in Italia. Quello che cade davvero sono i salari reali, i consumi; la crisi si aggrava. Per correggere gli squilibri, i prezzi dovrebberro scendere in misura significativa; ma questo creerebbe problemi immensi, perché una caduta dei prezzi aggrava la posizione dei soggetti indebitati. Il governo, le imprese o le famiglie avrebbero difficoltà maggiore a onorare i debiti. Cadrebbero le entrate fiscali, mentre il debito resta stabile. Con un seguito enorme di insolvenze. Lo stiamo vedendo in Grecia, dov’è stata applicata la deflazione salariale: Pil crollato, debito pubblico raddoppiato, ecc. Se questa è l’idea, è folle. Se bisogna aggiustare i disavanzi, la Ue dovrebbe chiedere compattamente alla Germania di fare qualcosa per ridurre il suo surplus. Tipo: aumentare i salari interni, facendo crescere la domanda interna di merci prodotte in altri paesi.

E il terzo argomento?
«Ce lo chiedono i mercati, serve ad abbassare lo spread»… In realtà – lo dicono anche i moderati – quel che conta per i mercati finanziari è l’atteggiamento dell’autorità monetaria. Se ci sono istituzioni capaci di rintuzzare la speculazione al ribasso, questa non si fa. Ora si è fermata perché la Bce ha dato grandi finanziamenti alle banche europee; ma domani potrebbe reimpazzire, se la Spagna o il Portogallo entrano in crisi. Quindi, questa riforma è inefficace rispetto ai mercati.

Ma ce lo ha chiesto la Bce…
E vien da chiedersi a quale titolo. Lì servirebbe un’opportuna azione diplomatica del governo italiano, con alleanze serie in Europa. Ma che questo governo non mi sembra orientato a fare.

Altre possibili interpretazioni?
Quella di una «lotta di classe» mai tramontata. Ossia che l’obiettivo sia cavalcare la crisi per ottenere quello che Draghi ha chiamato apertamente «superamento del modello sociale europeo». Non perché insostenibile economicamente, ma perché ora prevalgono interessi diversi.

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di Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro – il manifesto, 24 marzo 2012

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C’è un convitato di pietra nella vicenda dell’art. 18: si chiama pubblico impiego. Nonostante le smentite, gli auspici e perfino le minacce più o meno velate dei vari protagonisti della trattativa per ora conclusa, quel convitato è ancora lì, ed è destinato a restarci.

Vediamo perché. Fino vent’anni fa, il rapporto di lavoro dei pubblici impiegati era regolato dal vecchio testo unico del 1957: praticamente un mondo a parte per diritti, doveri, tutele. Dopo di allora c’è stata la cosiddetta “privatizzazione” e il rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti è stato assimilato a quello dei dipendenti privati. Con molte specialità, è vero, ma con una simmetria essenziale. Poiché il testo unico approvato nel 2001 non prevede alcuna disposizione specifica in materia di licenziamenti individuali (gli artt. 33 e 34 dispongono solo in materia di “eccedenze di personale e mobilità collettiva”), l’unica norma che può essere applicata al riguardo risulta implicitamente dall’art. 51 del testo unico: “La legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni e integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”. Tradotto, vuol dire che la sola disposizione che può essere invocata dal pubblico dipendente che sia stato ingiustamente licenziato è l’art. 18, naturalmente con le “successive modificazioni e integrazioni” che dovessero riguardarlo.

Beninteso, può anche darsi che un’espressa deroga per i dipendenti pubblici alla fine di questa tornata salti fuori. Ma è bene non illudersi: anche in quel caso la partita non sarebbe chiusa. Alcuni esponenti del Governo sono infatti convinti che la caduta dello spread dei nostri titoli rispetto ai Bund sia imputabile alla “credibilità” della politica di austerity dell’esecutivo. Essi cioè faticano ad ammettere che la temporanea tregua degli spread è stata in realtà provocata dall’inondazione di liquidità decisa dalla Banca centrale europea. Pervasi come sono dalla logica deflazionista della dottrina economica dominante, questi ministri credono che, se lo spread dovesse riprendere la sua corsa al rialzo, per riguadagnare la fiducia dei mercati finanziari non basterebbe una spending review, ma bisognerebbe affrontare l’ostacolo che rende più difficilmente comprimibile il volume totale di spesa pubblica: vale a dire, i dipendenti pubblici. E cosa di meglio, allora, di una “manutenzione” dell’art. 18 che confina il reintegro al solo caso che il giudice accerti che il dipendente non ha commesso il fatto o che per quest’ultimo il contratto collettivo prevede una sanzione conservativa? Cosa di meglio, cioè, della possibilità di una caccia ai “nullafacenti” con la certezza che, quand’anche si fosse sbagliato nella valutazione della gravità dell’inadempimento, si sarà pur sempre ottenuto un definitivo risparmio di spesa?

Può sembrare uno scenario apocalittico. Ma il pubblico impiego dipende dai trasferimenti statali, e non è meno soggetto alle tempeste dei mercati finanziari di quanto non sia il bilancio pubblico nel suo complesso (ne sanno qualcosa gli impiegati greci). Del resto, se appena si ha un’idea di come funziona una banale commissione sanitaria per la verifica delle condizioni degli invalidi civili, si capirà che la prospettiva che maturi una politica di licenziamenti nel settore pubblico è tutt’altro che implausibile. Quando l’imperativo è il risparmio, la persona non importa più. Non per niente si chiama lotta di classe.

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di Guido Ambrosino – il manifesto, 24 marzo 2012

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Modello «tedesco», modello «americano»? Grande è la confusione sul regime dei licenziamenti. L’impressione è che la ministra Fornero – che secondo qualche giornale vorrebbe fare una riforma «alla tedesca», persegua piuttosto un modello fai da te, all’amatriciana (con tutto il rispetto per questa ottima ricetta, che richiede gran cura nel combinare pomodoro, cipolla, guanciale e pecorino).

Nessuna delle idee di Fornero su come regolarsi qualora risultino ingiustificati i motivi addotti dal datore di lavoro – lasciare al giudice l’opzione tra indennizzo e reintegrazione se si discute di presunte inadeguatezze «soggettive» del lavoratore, oppure prevedere solo l’indennizzo se le motivazioni vertono su problemi «oggettivi» dell’azienda, di natura economica o organizzativa – vengono praticate in Germania. Farebbero anzi sobbalzare dall’indignazione ogni giudice del lavoro tedesco.

Più legittimamente si riferisce a un «modello tedesco» chi propone la possibilità di patteggiare un indennizzo, come alternativa a uno scontro dall’esito incerto davanti al giudice. In Germania questa possibilità è stata rafforzata nel 2004 dal governo del socialdemocratico Gerhard Schröder, che nel suo cancellierato dal 1998 al 2005 ha flessibilizzato il mercato del lavoro e ridotto le tutele del welfare. Chi, nel partito democratico e dintorni, caldeggia i patteggiamenti, farebbe perciò meglio a parlare di «modello Schröder». Tenendo presente che fu proprio questo modello a causare la sconfitta elettorale del politico socialdemocratico e a consentire la vittoria della democristiana Angela Merkel. Se Bersani vuol fare la stessa fine, si accomodi.
Il richiamo a modelli stranieri serve solo a gettare fumo negli occhi del pubblico, vantando l’una o l’altra rispettabile ascendenza. Un gioco fuorviante, se non si precisano le norme a cui ci si riferisce. Il diritto del lavoro tedesco infatti non è rimasto immutato nel tempo. Dagli anni ’90 è stato più volte manipolato in senso neoliberista, anche se in Germania ci è stato almeno risparmiato di sentir parlare con lingua biforcuta di «manutenzione» quando si smantellava.

Quel che resta in piedi oggi è molto più vicino al regime previsto in Italia dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori di quanto vogliano farci credere Fornero e consorti. Il patteggiamento in Germania è solo un’opzione. Se il lavoratore è convinto di poter dimostrare in tribunale le sue buone ragioni, può sempre impugnare il licenziamento per motivi «soggettivi» o «oggettivi», puntando alla reintegrazione. Se il licenziamento risulta ingiustificato, viene automaticamente dichiarato nullo, e quindi si riconferma nel suo immutato vigore il contratto di lavoro preesistente. Con tanto di penali per il datore di lavoro, e pagamento del salario dovuto per il periodo che va dal licenziamento alla sentenza.

Questa tutela spetta dopo sei mesi dall’inizio del rapporto di lavoro, perché questa è la durata massima per il periodo di prova, non tre anni come vorrebbe Fornero. L’obbligo di reintegrazione scatta per le aziende a partire da 10 dipendenti, non oltre i 15, come adesso in Italia. Il licenziamento va comunicato e motivato dal datore di lavoro alla rappresentanza sindacale aziendale, il Betriebsrat. E se il consiglio aziendale non lo ritiene giustificato, formula un’obiezione scritta, che ha un peso rilevante nel caso si ricorra al giudice. Inoltre, se l’azienda ritiene di dover rinunciare a un lavoratore per motivi di ordine economico o organizzativo, non può licenziare a caso Tizio o Caio, ma solo chi tra i dipendenti ha la minore anzianità di servizio e meno familiari da mantenere.

In Germania, nonostante Schröder, non abbiamo nel 2012 una legge per la libertà di licenziamento, ma una «legge per la tutela dai licenziamenti» (Kündigungsschutzgesetz). La versione originaria del 1951 prevedeva il reintegro del lavoratore, qualora la motivazione adottata dal datore di lavoro non regga all’esame del giudice, in aziende con più di cinque dipendenti.

La prima manipolazione filopadronale risale al governo del democristaino Helmut Kohl, che nel 1996 spostò la soglia a dieci dipendenti. Nel 1999 Schröder, quando Oskar Lafontaine era ancora ministro delle finanze e presidente della Spd, revocò questa controriforma, e tornò a cinque dipendenti. Nel 2004 il cancelliere Schröder ci ripensò, ripristinando la soglia di dieci dipendenti, come a suo tempo disposto da Kohl.

Sempre nel 2004 Schröder introdusse il diritto a un indennizzo (mezza mensilità per ogni anno di durata del rapporto lavorativo) per il lavoratore licenziato per motivi organizzativi o economici, se rinuncia a contestare in tribunale il licenziamento. Si tratta di un incentivo a rinunciare al processo. Ma il diritto di intentarlo, con l’obiettivo della riassunzione, resta intatto.

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di Massimo Giannini – La Repubblica, 14 marzo 2012

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La voglia di dimostrare con la forza della ragione e il rigore dei numeri che ci si può sempre opporre a tutti i conformismi 
Un saggio di Luciano Gallino illustra le conseguenze economiche di un sistema creato dai più ricchi e che ha elevato la diseguaglianza a ideale di sviluppo. L´unico antidoto è il cuore dell’Europa: lo stato sociale.

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Nel 1974, quando uscì la prima edizione del Saggio sulle classi sociali, avevo dodici anni. Un ragazzino, in effetti. Ma sei anni dopo, già sufficientemente affamato di politica, trasformai quel libro straordinario di Paolo Sylos Labini nella mia Bibbia. Me lo consigliò il professore di storia e filosofia che mi preparava all’esame di maturità: «Lo devi leggere assolutamente, se vuoi capire qualcosa della società italiana». Aveva ragione. Sono passati quasi trent’anni. Ho perso le tracce di quel professore. E quel grande economista di Sylos Labini purtroppo non c´è più. Ma appena ho finito di leggere l´ultimo libro-intervista di Luciano Gallino (La lotta di classe. Dopo la lotta di classe, scritto insieme a Paola Borgna per Laterza) mi è tornato subito in mente il vecchio Saggio sulle classi sociali, che tanto ha spiegato dell’Italia più profonda, tra fascismo e Prima Repubblica.


Anche questa Lotta di classe spiega molto della crisi globale e della curvatura egemonica e tendenzialmente anti-democratica del capitalismo contemporaneo. Ma rispetto al suo saggio precedente Finanzcapitalismo, non si limita a descriverne i principi “costitutivi”, ma ne approfondisce gli effetti sui mercati globali e sugli assetti produttivi, sulle classi lavoratrici e sulla distribuzione del reddito, sulle politiche fiscali e sull’organizzazione del lavoro. Si può condividere o meno. A me convince molto la critica alla cultura dominante, che ruota intorno a pochi, ossessivi assiomi neo-liberisti. In giro c’è davvero una “unanimità totalitaria” sugli slogan imposti da quella che Leslie Sklair, dalla London School of Economics, definisce “la classe capitalistica trans-nazionale” dei banchieri e dei proprietari di grandi patrimoni, dei top manager e degli azionisti delle grandi multinazionali. Insomma, l’élite oggi al potere, che comanda il Super-Stato al momento più forte del mondo: “Richistan”, il paese dei ricchi che, secondo la definizione di Robert Frank, «sono ormai un popolo e una nazione a sé». Questa élite condiziona Parlamenti e manovra politici. Influenza università e fonda Think-tank. Con alcuni obiettivi di fondo, per altro raggiunti: trasformare il mercato in un idolo, e il denaro in un’ideologia. Creare le condizioni, culturali e poi anche legislative, per un gigantesco processo di trasferimento della ricchezza globale, dal lavoro alla rendita. Da almeno un ventennio, il colossale inganno confezionato da questa classe dominante è aver fatto credere che le classi non esistono più. E che dunque la lotta di classe è un “residuo arcaico” del vetero-marxismo. Niente di più falso. Su questo Gallino ha ragione da vendere. Oggi è più difficile sezionare un corpo sociale con la precisione chirurgica di Sylos Labini, in quei primi Anni Settanta: borghesia vera e propria, borghesia impiegatizia, piccola borghesia, classe operaia, sottoproletariato. È vero che dal dopoguerra in poi, in Italia come nel resto delle democrazie occidentali, l’accesso al lavoro ha consentito a milioni di individui di trasformarsi in cittadini, e di accedere a una piramide sociale con una base sempre più ampia e più solida. Di comprare ieri il frigorifero, oggi il telefonino. Ma nonostante l´omogeneizzazione dei consumi e degli stili di vita, a marcare il perimetro di una classe che resiste c´è la qualità e la quantità del lavoro. A dettare i tempi della storia non ci sono più solo le avanguardie orgogliose della classe operaia, ma le retroguardie silenziose di una “working class” sempre più estesa, precaria e impoverita. Adam Smith sosteneva che la lotta di classe esiste perché operai e padroni non possono essere “complici”, visto che i primi lottano per aumentare i salari, mentre i secondi lottano per aumentare i profitti.


Gallino aggiorna lo schema: «la lotta di classe, oggi, è quella di chi non è soddisfatto del proprio destino, e vuole cambiarlo, e quella di chi invece è soddisfatto del proprio destino, e vuole difenderlo». Il conflitto è durissimo. La classe dei “capitalisti per procura” che gestiscono trilioni di miliardi di denaro altrui, sta consumando la sua rivincita ai danni della “classe dei perdenti”. Le politiche dei governi assecondano la “reconquista” del capitale ai danni del lavoro. Da Bush a Sarkozy a Berlusconi, si riducono le tasse ai ceti più abbienti e alle società, e si sposta il carico tributario a vantaggio della rendita. Così in Italia può succedere che un lavoratore con un imponibile di 28 mila euro e 1.500 ore lavorate paga 6.960 euro di tasse, mentre un redditiere con un capitale dello stesso importo, senza muovere un dito, ne paga 5.600. Nel mondo può succedere che lo 0,5% della popolazione più ricca detenga 69 trilioni di dollari, mentre il 68% della popolazione detenga solo 8 trilioni di dollari. È la disuguaglianza elevata a “modello di sviluppo”, che oggi domina la scena. Il “forgotten man” di cui scriveva qualche giorno fa Guido Rossi sul Sole 24 Ore. La globalizzazione degenera in delocalizzazione selvaggia fondata sul dumping sociale: Apple assembla un iPhone in 140 pezzi, e nessuno di questi è fabbricato in America. La ricerca di competitività delle merci dal solo lato dei costi svalorizza il lavoro e immiserisce il salario: un lavoratore americano o europeo che guadagna 25/30 dollari l’ora viene licenziato, perché al suo posto lavorano poveri cristi indiani o vietnamiti a 36 centesimi l’ora. La legislazione del lavoro diventa funzionale all’obiettivo di rendere l’occupazione tanto flessibile quanto lo sono i capitali: così nascono i moderni “salariati della precarietà”, e così (nonostante l´inutile spargimento di parole sull´articolo 18) tra il 1996 e il 2008 l’Italia ha registrato un calo dal 3,57 all’1,89% nell’indice Ocse sulla rigidità della protezione del lavoro. L’austerità dei bilanci pubblici diventa lo strumento di una “economia politica dell’insicurezza”, dove l’isteria del deficit si traduce in tagli sempre più massicci alla spesa sociale: governi miopi, di destra e di sinistra, predicano “ideologia liberista, incompetenza e ipocrisia”, mentre istituzioni europee e trans-europee prive di legittimazione politica praticano l’ingiustizia sociale e perpetuano la gramsciana egemonia del “partito di Davos”.


Anche nella Lotta di classe di Gallino ci sono aspetti che non condivido. Qualche schematismo nel valutare il salvataggio delle banche (che è un modo per salvare anche i nostri soldi) o il signoraggio delle tecnocrazie (che suggeriscono decisioni comunque ratificate da governi votati e da Parlamenti eletti). Qualche cedimento alla deriva movimentista (per esempio sull’inutilità della Tav in Val di Susa). Ma Gallino ha il merito di non perdere mai di vista la vera posta in gioco: la salvaguardia del modello sociale europeo, senza il quale la stessa Europa non ha più ragione di esistere in quanto “comunità di destino”. Se questo modello è ora sotto attacco, la colpa è di tanti. Una politica degradata e vittima della “cattura cognitiva” dominante e un’opposizione parlamentare ovunque inesistente. Un sindacato distratto che subisce a sua volta la “low road” delle relazioni industriali e un ceto intellettuale che non sa vedere, sentire e interpretare i disagi della “classe dei perdenti”.


La conclusione è sconfortante, e non lascia troppe vie d´uscita: l’Occidente sfiorisce tra democrazie “in stato comatoso”. Ma quello che apprezzo di questo professore piemontese ostinato e “indignado” è la sua voglia di dimostrare, con la forza della ragione e il rigore dei numeri, che ci si può ancora opporre ai conformismi e ai pensieri unici. E ci si può ancora battere, ciascuno nel proprio ambito, per “un’altra democrazia”. Senza mitizzare Zuccotti Park, sarebbe la missione di una sinistra riformista, capace di essere al tempo stesso liberale nelle politiche e radicale nei valori. Come scrive Slavoj Zizek, il comunismo è un’immane tragedia da condannare, ma in quella tragedia c’è tuttora un frammento importante, da non buttare via: «la speranza dell’emancipazione, l’idea che si potesse essere un po’ più uguali, che la società potesse essere un po’ più giusta». Quel frammento è ancora qui. Ed è la ragione stessa della Storia.

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di Domenico Moro* – Economia e Politica, 7 marzo 2012

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1. Confronti incongrui

Qualche giorno fa le agenzie di stampa hanno riportato che, secondo Eurostat, le retribuzioni lorde italiane nel 2009 erano ben al disotto della media Ue a 27. Quintultime, per la precisione, inferiori anche a quelle di Spagna e Grecia. Il ministro Fornero ha colto la palla al balzo per ribadire che le retribuzioni sono basse perché il costo del lavoro è alto. Come da sempre sostiene Confindustria, i lavoratori sarebbero pagati poco a causa di tasse sul lavoro troppo alte. Il governo, invece, si è affrettato a precisare che la tabella Eurostat era stata letta male e che retribuzioni e costo del lavoro italiani sono nella media Ue. Qual è la verità? Alcune precisazioni sono necessarie. In primo luogo, non è corretto confrontare retribuzioni e costo del lavoro annui. Orari e ore effettivamente lavorate variano da Paese a Paese. È come se al supermercato comparassimo i prezzi di confezioni di tonno di dimensioni diverse, senza impiegare una unità di misura comune, il prezzo in euro al chilo. Per un confronto corretto dobbiamo prendere le retribuzioni orarie. In secondo luogo, ha senso confrontare le retribuzioni di Paesi con gradi di sviluppo, Pil pro capite[1], e costo della vita molto diversi? Cioè ha senso paragonare l’Italia con la media della Ue a 27, costituita anche da Paesi come Romania, Bulgaria, Estonia, ecc.? Ha molto più senso confrontare l’Italia con la media della Ue a 16 (area euro), e ha ancora più senso, all’interno dell’area euro, confrontare l’Italia con i Paesi con caratteristiche socio-economiche più simili. In terzo luogo, è corretto confrontare i salari complessivi di strutture economiche nazionali, in cui commercio, turismo, costruzioni, manifattura – cioè settori con retribuzioni differenti – pesano in modo diverso?

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2. Retribuzioni più basse della media Ue a 16

Per tutte queste ragioni, abbiamo preso in considerazione la retribuzione oraria nella manifattura, che in Italia conta quasi 4,3 milioni di dipendenti, pari al 22,4% del totale (2007). Ebbene, secondo il Labour cost survey 2008 di Eurostat[2], nella manifattura la retribuzione lorda italiana è di 16,95 euro/ora, ovvero inferiore, di ben 3,58 euro, rispetto alla media della Ue a 16 (l’area-euro), che era di 20,53 euro/ora. Viceversa, la retribuzione oraria italiana era superiore rispetto alla media della Ue a 27 (16,55 euro/ora), ma appena di 40 centesimi. Inoltre, va considerato che quest’ultima media è appiattita verso il basso dalla presenza di Paesi con retribuzioni bassissime di appena, ad esempio in Romania, 2,5 euro/ora. Nella manifattura, l’Italia, per numero di addetti e valore aggiunto prodotto, occupava nel 2008 il secondo posto dopo la Germania, appena prima della Francia. Se, dunque, andiamo a confrontare il nostro Paese con i due Paesi economicamente più simili, Germania e la Francia, il divario diviene ancora maggiore a sfavore delle retribuzioni italiane. Tale divario è replicato anche con gli altri Paesi dell’Europa occidentale, con la sola eccezione di Spagna e Portogallo. La differenza è che il divario dell’Italia con la Spagna (2,10 euro ora) è molto inferiore rispetto a quello dell’Italia con gli altri Paesi occidentali. Infatti, l’Italia è inferiore alla Germania (26,10 euro/ora) di 9,10 euro, alla Francia (22,10 euro/ora) di 5,10 euro, al Belgio (24 euro/ora) di 7 euro, e persino alla “periferica” Irlanda (23,44 euro/ora) di 6,44 euro (Tab.1). Per ultimo non va dimenticato che le retribuzioni considerate riguardano le aziende con oltre 9 dipendenti. Pertanto in Italia, dove le microimprese pesano di più che nel resto dell’Europa occidentale, le retribuzioni dell’intero settore manifatturiero sono, con tutta probabilità, ancora più basse.

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3. Un costo del lavoro pure più basso della media Ue a 16

Il costo del lavoro, secondo tutti (o quasi), è nettamente più alto in Italia che in Europa, perché le imposte sul lavoro, come lamenta Confindustria e ripete la Fornero, sono maggiori. In realtà le cose non stanno in questo modo. Che cos’è il costo del lavoro? È la somma delle retribuzioni con le seguenti voci: tredicesima (e altre mensilità aggiuntive), TFR, eventuali straordinari, ferie e permessi maturati, e … contributi sociali. Questi ultimi riguardano i contributi a carico dell’azienda per pensione e assistenza sanitaria del lavoratore. Dove stanno le imposte allora? Da nessuna parte. Ci sono solo altre parti del salario, quella indiretta (sanità) e differita (pensione), che si aggiungono a quella percepita in busta paga. Eppure Confindustria si ostina a voler considerare imposte i contributi per l’assistenza sanitaria, perché sono compresi nell’Irap. Il quotidiano confindustriale “il Sole24ore”, in un confronto internazionale sulla pressione fiscale sulle imprese, ha aggiunto l’Irap alla imposta sulle società per azioni (Ires), facendo così risultare più alta una pressione fiscale che invece è inferiore a quella di molti Paesi avanzati. Vediamo ora il costo del lavoro italiano in rapporto a quello europeo. Ebbene, anche il costo del lavoro è inferiore a quello della Ue a 16 (area euro), di ben 3,80 euro/ora, essendo 24 euro/ora contro 27,8 euro/ora. Rispetto alla media della Ue a 27 è invece superiore di 2 euro, essendo quest’ultima di 22 euro/ora, sempre per la presenza di Paesi a basso reddito e sviluppo che abbassano la media. Rispetto agli altri Paesi dell’Europa Occidentale e in particolare alla Germania e alla Francia, il cui costo del lavoro è rispettivamente di 33,4 euro/ora e di 33,2 euro/ora, il divario è, come abbiamo visto nelle retribuzioni, sempre largamente a sfavore dell’Italia (Tab.1).

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4. Conclusioni. Si fa confusione per ridurre il salario diretto e indiretto

Come giustamente ha fatto rilevare l’Istat, la tabella cui faceva riferimento il lancio d’agenzia comparava impropriamente le retribuzioni lorde italiane del 2006 con quelle della Ue del 2009. Tuttavia, la superficialità giornalistica non sposta di una virgola il dato di fondo, che è l’arretratezza salariale italiana. Infatti, come abbiamo visto, l’Italia presenta non solo retribuzioni inferiori ma anche un costo del lavoro inferiore alla media della Ue a 16, che è la media con cui il confronto è più corretto, e ancora più bassa rispetto a quella dell’Europa Occidentale, che è l’area economica di appartenenza dell’Italia. Le differenze tra retribuzioni orarie, inoltre, sono più ampie di quelle riscontrabili confrontando le retribuzioni annue. Infatti, tra Italia e Eurozona nelle retribuzioni annue c’è una differenza del -16,6%, che nelle retribuzioni orarie si allarga al -21,1%. Con la Germania la differenza si amplia dal -28,2 al -53,7%, e con la Francia dal -16 % al -30,1%[3]. Questo accade perché l’Italia presenta un numero maggiore di ore effettivamente lavorate annue. In Italia queste sono mediamente 1.817 contro le 1.431 della Germania e le 1.553 della Francia (2008)[4]. Orari più lunghi nascondono in parte l’entità dell’arretratezza salariale dell’Italia rispetto agli altri Paesi industrializzati dell’Europa. Questo vuol dire anche che dove le retribuzioni sono più basse si è costretti a lavorare di più. Altro dato importante è che non ci sono differenze apprezzabili tra retribuzioni e costo del lavoro relativamente al confronto con la media Ue sia a 15 che a 27. Non solo non ha senso dire che le retribuzioni sono basse perché il costo del lavoro è alto, perché non è vero, ma è altresì evidente che si usa questa argomentazione per tagliare ulteriormente il salario. Le presunte tasse da eliminare sono in realtà una parte del salario, cioè i contributi sociali e previdenziali. Insomma, si fa confusione per poter tagliare ulteriormente il salario, con la pretesa magari di volerlo aumentare. Uno degli obiettivi impliciti della attuale controriforma del mercato del lavoro è comprimere anche il salario indiretto, che aveva tenuto sinora relativamente meglio rispetto a quello diretto, come possiamo vedere nella Tab. n.1.

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Di solito Confindustria aggiunge nelle sue argomentazioni per il taglio del costo del lavoro che in Italia i salari sono bassi, oltre che per colpa del costo del lavoro troppo alto, anche per colpa della ridotta produttività. In realtà la produttività italiana è bassa proprio perché le retribuzioni e il costo del lavoro sono bassi. Infatti, lì dove c’è abbondanza di forza-lavoro a basso costo le imprese evitano di investire in mezzi tecnici, diminuendo la quota di capitale per addetto, e quindi la produttività del capitale. Non scordiamo che la produttività totale dei fattori si compone di produttività del lavoro e del capitale. Negli ultimi 15 anni non è certo la prima ad essere crollata, grazie a tempi di lavoro più intensi e più lunghi, bensì la seconda. Il calo della produttività totale dei fattori è stato causato proprio dalle controriforme del mercato del lavoro degli ultimi 15 anni, dal pacchetto Treu alla Legge 30, come hanno dimostrato due studi, uno del Fondo Monetario Internazionale e un altro di economisti dell’Università di Harvard e della Northwestern University[5]. Infatti, la deregolamentazione del mercato del lavoro, unitamente alla maggiore offerta di forza lavoro femminile e immigrata (di base meno pagata), ha aumentato l’offerta totale di lavoro in presenza di domanda stagnante o più ridotta. Come sempre accade quando l’offerta di forza-lavoro è maggiore della domanda, i salari sono diminuiti e le imprese hanno perso la spinta a innovare e ad aumentare la quota di capitale tecnico per addetto, per mantenere alto il margine di profitto, che viene comunque garantito dai bassi salari. È significativo che in Italia e Spagna, dove le controriforme del mercato del lavoro sono state più intense e salari e costo del lavoro sono più bassi, il Margine operativo lordo (Mol) sul fatturato è nettamente più alto che in Germania e Francia (Graf.1).  In Italia e Spagna rispettivamente 7,5% e 8,9%, in Germania e Francia, 6,6% e 5,4%[6]. In conclusione, si può affermare che la nuova riforma del mercato del lavoro, introducendo nuova flessibilità in uscita e in entrata, non può che produrre una ulteriore contrazione, nello stesso tempo, di salario e produttività totale.

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* Economista, consultente Filmcams-CGIL

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note

[1] Il Pil procapite (2010) della Romania è di 11.600 USD, della Bulgaria 13.500 della Polonia 18.800. Quello dell’Italia di 30.500 e quelli di Germania e Francia, rispettivamente 35.700 e 33.100.

[2] Vedi il sito di Eurostat. Eurostat, Statistics – Labour Market  – Labour cost survey 2008 – Labour cost, wages and salaries, direct remuneration (Nace Rev. 2).

[3] Per le retribuzioni annue Ue vedi il Sole 24ore 28 febbraio 2012.

[4] Oecd Factbook 2010, “Labour – Employment and Hours worked”. http://www.oecd-ilibrary.org/economics/oecd-factbook_18147364

[5] Hanan Morsy and Silvia Sgherri, After the crisis Assessing the Damage in Italy. IMF Working Paper. Ian Dew-Becker and Rober J. Gordon, The Role of the Labour-Market Changes in the Slowdown of European Productivity Growth, CEPR version, January 14, 2008.

[6] Eurostat, Statistics – Annual detailed enterprise statistics for industry (NACE Rev.2 B-E). Gross operating surplus/turnover (gross operating rate) (%).

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