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Archive for febbraio 2012

di Mario Tronti – il manifesto, 26 febbraio 2012

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Rossana Rossanda, da lontano, ripetutamente, ci suggerisce, ci sprona, qualche volta ci sferza. È una fortuna, per tutti noi, avere una tale voce libera, oltretutto cara, di stimolo e di confronto. A volte, come nell’ultimo, «il manifesto» del 18 febbraio, «Un esame di noi stessi», viene avanti un discorso puro e semplice di verità. L’esame di se stessi, il tentativo di raggiungere un’autoconsapevolezza delle proprie ragioni di vita, è una dimensione alta dell’essere umano, purtroppo ancora privilegiata, a disposizione dei pochi che possono permettersela. Dimensione eterna. La modernità l’ha poi declinata e assai complicata nella forma dell’agostiniano inquietum cor nostrum, o nello scetticismo libertino alla Montaigne. E tra Otto e Novecento è andato a cercarla negli abissi insondabili dell’inconscio. Comunque, è indubbio che il fermarsi un momento per chiedersi: a questo punto, chi sono, o che cosa sono diventato, è un buon esercizio di intelligenza di sé e del mondo. Ancora più necessario, e forse più difficile, quando si tratta di dire: chi siamo e che cosa siamo diventati.

Ma la smetto subito con queste supponenti considerazioni e passo a vie di fatto. Mi pare che Rossana Rossanda abbia fatto un discorso di questo tipo: ha preso le difficoltà recenti e crescenti del giornale per leggerle come metafora delle difficoltà recenti e crescenti, non di quella sinistra come parola ormai «assai vaga», ma di quella precisa sinistra che ha insistito fin qui a chiamarsi comunista.

Ho colto nella voce di Valentino Parlato, quando mi invitava ad intervenire sulla questione, una preoccupazione, che è, penso, di molti compagni e compagne. Che comunisti non ci si possa dire più nei tempi brevi, porta come conseguenza, come ne ha rapidamente dedotto Giorgio Ruffolo, che non ci si possa più dire tali anche nel tempo lungo, quando, come si sa, saremo tutti morti? È un bel problema. Non si risolve qui. Non si risolverà negli anni immediatamente a venire. Lasciamo alle generazioni del XXI secolo la questione aperta. Sui nomi di senso, di significato simbolico, io applico quella categoria somma della politica moderna, che è la Prudenza. Non abbandono un nome finché non ne ho trovato un altro al suo livello di espressività, mutate tutte le circostanze. Non dimentichiamo che la nostra parte sta scontando il purgatorio di aver opposto alla «distruzione creatrice» del capitalismo la decostruzione dissolutrice del socialismo.

Una volta si diceva che per raggiungere un certo obiettivo, ci voleva «ben altro». Oggi si dice che bisogna andare «ben oltre». Dietro le voci soliste che cantano la canzone dell’andare oltre la sinistra, c’è il coro numeroso e chiassoso che ripete il ritornello: non c’è più né destra né sinistra. Nella loro lingua, non c’è vuol dire che non ci deve più essere. Lì abbasso il volume e smetto di ascoltare. C’è, pronto all’uso, un altro nome per definire e per far vedere quel campo di forze che sta di fronte all’interesse capitalistico in modo autonomo, centrato sul mondo del lavoro e con intorno tutte quelle figure, e quelle domande, e quelle questioni, e quelle dimensioni, che solo in riferimento ad esso acquistano senso e soprattutto prendono forza, come soggettività alternativa? Linke, Gauche, Left, Izquierda: fosse per me, direi di questo soggetto, politico, solo Sinistra, con un rosso di bandiera e nessun altro simbolo. Tutti capirebbero, senza bisogno di pubblicitari della comunicazione. E comunque non è dal nome e dalla bandiera che bisogna ripartire. Prima ancora del famoso «che fare», c’è oggi di fronte a noi un inedito «chi essere». Due obiezioni, di fondo. Una. Quelli che si dicono sinistra, oggi, nella parte maggioritaria, danno un’immagine, appunto, molto più vaga, non riconoscibile nel senso forte detto sopra. Risposta: ma allora non si tratta di cambiare il nome, si tratta di cambiare l’immagine di chi lo porta, ceto politico, programma, azioni, intenzioni. Due. Quella rossa Sinistra potrebbe mai essere partito a vocazione maggioritaria? Risposta: e perché, no? Basta, anche qui, non ascoltare la cantilena: vecchia, residuale, la testa rivolta all’indietro, novecentesca, che poi è sempre il massimo dell’insulto, e tutto il fuoco di sbarramento dell’egemonia dominante.

Se c’è, qui e ora, nella contingenza e nell’epoca, un bisogno storico è il bisogno di Sinistra. La crisi, generale, di questa forma di capitalismo lo ripropone in grande. E questa crisi lo ripropone sulla spinta del fallimento di tutto intero un ciclo che si è approssimativamente definito di globalizzazione neoliberista, ma che è stato in realtà nient’altro che un’età di restaurazione per un comando assoluto del capitale-mondo su tutti i mondi della vita, che nei trent’anni gloriosi avevano preso parola di autonomia, di rivendicazione, di conflitto, e di speranza non per l’innovazione ma per la trasformazione. Il fallimento sta nel risultato di società sempre più insopportabilmente divise tra l’alto e il basso, tra privilegi e povertà, tra mito del benessere e disagio dell’esistenza. Non passa quasi giorno che istituti vari di rilevazione non ci informino sul divario crescente tra redditi di lavoro e profitti di capitale. E allora? È una legge di natura o è un difetto di società? Che cos’è Sinistra se non, su questo, alzare la voce e chiamare alla lotta? Abbiamo di fronte un anno, due anni, decisivi. Qualcosa può accadere nel direttivo di testa dell’Europa. Il signor Sarkozy e la signora Merkel potrebbero non essere più al loro posto di comando. E il famoso dopo Monti sarebbe bello e risolto. L’ambiguo Obama troverebbe alleati più sicuri. Un fronte di resistenza al super potere che la gabbia d’acciaio delle compatibilità finanziarie impone ai movimenti della politica, potrebbe assicurare più agevoli percorsi di governo. Perché questo è il vero problema. Non tanto portare al governo le sinistre, ma rendere praticamente, cioè appunto, politicamente, possibile un governo della Sinistra.

In questo contesto, la discussione se dirci o meno ancora comunisti, non mi sembra proprio la cosa più urgente. Figuriamoci! Oggi spaventa perfino la parola socialdemocratico, che non ha mai spaventato nessuno, nemmeno i capitalisti, che hanno benissimo convissuto con quelle esperienze di governo, e che pure, in tempi recenti, hanno spinto le terze vie a dirsi liberaldemocratiche. Oggi l’unico spettro che si aggira per l’Europa è il rischio di default dei loro conti in rosso, derivati, è il caso di dirlo, da un’improvvida gestione dei loro interessi. È qui, in questo anello debole, che bisognerebbe andare a colpirli, se ci fosse in campo una forza anche per poco con memoria, orgogliosa, di quello che è stato il movimento operaio. Ricostruire questa forza, è il programma massimo che ci sta di fronte. La cosa semplice, difficile da farsi, più o meno come il comunismo, nelle disperate condizioni attuali. Abbiamo letto gli atti di un incontro, in quel di Londra, sull’idea di comunismo: ecco, lì, pensatori che parlano oscuro, non sapendo che fare in politica l’hanno buttata in filosofia, ricominciando da Platone. Il comunismo che riconosco è quello: Manifest der kommunistischen Partei, 1848. Lì comincia una storia. La fine della storia, per quanto mi riguarda, coinciderà con la fine di un’esistenza. Nel frattempo – viviamo politicamente nel frattempo – c’è da combattere e possibilmente sconfiggere un avversario di classe. Quando vedo incedere la figura del professor Monti, non ho dubbi. Poi, posso anche stringere con lui un compromesso, provvisorio. Ma dalla parte opposta: la parte del torto, come recitava un bello slogan di quest’altro manifesto, in quanto parte di una sacrosanta ragione.

Il problema è di far vivere il giornale, non quello di cambiare la ragione della sua vita. La ricostruzione di una forza politica, di un soggetto unitario, per una Sinistra modernamente popolare, armata di idee e riconosciuta dalle persone, richiederà anche un giornale unico, di popolo e di cultura. Il manifesto può giocare qui la sua di storia: che è quella delle origini, ma anche quella che in questi decenni ha visto generazioni di lettori in diretto colloquio con generazioni di collaboratori, con diverse idee e sensibilità e culture, però, appunto, viste da una parte. È stato il laboratorio di quello che adesso può esserci. Non è per domani, forse è per dopodomani. Ma per il dopodomani deve lavorarci da oggi. E’ un filo, che non va spezzato, va ricongiunto al prossimo punto d’attacco.

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di Alberto Burgio – il manifesto, 24 febbraio 2012

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Non riesce a persuadermi l’idea che il calo delle vendite del manifesto derivi prevalentemente dalla qualità del giornale e, in particolare, dalla reticenza sul tema cruciale del comunismo: come intenderlo, come realizzarlo, se potere o meno dirsi ancora oggi comunisti. Inclino a pensare che le attuali difficoltà conseguano soprattutto a cause esterne (la crisi generale della sinistra di alternativa), come in passato da cause esterne discendeva, credo, il successo del giornale e di tutta la stampa di sinistra. Naturalmente la qualità incide, nel bene o nel male, ma forse non in misura decisiva.

Resta vero che un deficit di riflessione c’è e pesa, in particolare sulle questioni del lavoro e della rilevanza del conflitto di classe. E, ancora una volta, il manifesto non fa eccezione: persino dentro Rifondazione comunista si è sostenuto per quindici anni che il conflitto capitale-lavoro non sarebbe più «fondamentale» e che il lavoro non sarebbe più operaio (scambiando il genere salariato con la specie tuta blu). Questa brillante diceria l’ha fatta a lungo da padrone in tutta la sinistra «critica», e chi eccepiva era bollato come nostalgico del Novecento.

Detto questo, ovviamente l’intervento di Rossana Rossanda (“Un esame di noi stessi”, il manifesto 18/2) ha suscitato interesse soprattutto per quella frase scandalosa: «Credo che, almeno nei tempi brevi, non si possa più dirsi comunisti». Apriti cielo! A tanti non è parso vero: finalmente l’andata a Canossa di un’irriducibile, la resa incondizionata di una pervicace eretica! Come dire: cade l’ultimo bastione di una resistenza ormai stremata, un capitolo si chiude definitivamente. E Marx può andare a dormire in soffitta.

A me non pare che le cose stiano così, né mi sembra che Rossanda questo intenda. Quell’inciso (almeno nei tempi brevi) qualcosa significa; e conta soprattutto l’argomento svolto a sostegno. Se il punto è che in questi quarant’anni il mondo è cambiato, in particolare per il venir meno del contrasto tra Stati Uniti e Unione Sovietica che aveva segnato i primi trent’anni del dopoguerra, allora la questione non è l’obsolescenza della critica marxiana, ma la necessità di ripensare a fondo lo scenario politico e geopolitico del conflitto di classe, e di ridefinirne forme, luoghi e strumenti. Se la debolezza fondamentale della sinistra è la sottovalutazione del conflitto capitale-lavoro sullo sfondo del capitalismo globalizzato, vuol dire che il quadro teorico della critica marxiana del rapporto sociale e del modo di produzione regge, conserva appieno la sua validità. Quel che le recenti trasformazioni dello scenario sociale e politico nazionale e internazionale chiedono al movimento di classe è un profondo, radicale rinnovamento della proposta politica, non l’abbandono del quadro teorico che, solo, permette di leggere il conflitto nei suoi termini reali.

Due conseguenze mi pare derivino da questa premessa. La prima riguarda precisamente l’agenda politica. Credo sia vero che il superamento del capitalismo non è all’ordine del giorno. Non perché il capitalismo non sia giunto a un grado di distruttività sociale, ambientale e persino economica (la marxiana «distruzione di forze produttive») difficilmente sostenibile, ma perché la sconfitta subita nel corso degli ultimi trent’anni dal movimento operaio in tutto il mondo è tale da imporre in primo luogo una paziente opera di ricostruzione e di accumulazione delle forze. La battaglia di cui parla Giorgio Ruffolo (il manifesto 21/2) per «modificare e riformare» il capitalismo nell’interesse «dei più deboli e del futuro» richiede un formidabile schieramento di forze, nella costruzione del quale dovrebbe essere investita ogni energia. Credo che essere comunisti oggi significhi innanzi tutto questo: non badare se non all’efficacia dell’iniziativa sul terreno-chiave (ricordato anche da Pierluigi Ciocca, il manifesto 22/2) del «che cosa, come e per chi produrre» e sull’altro terreno decisivo, quello della battaglia intransigente contro la guerra.

La seconda conseguenza riguarda ancora Marx, la teoria e il dirsi comunisti. Chi a sinistra non se la sente più di usare questo nome, chi suggerisce di abbandonare Marx e le sue analisi, perché lo fa? Dire, come Ruffolo, che «come modello sociale concreto» il comunismo non è mai esistito non sembra un grande argomento, somiglia piuttosto a una tautologia. Finché quello capitalistico sarà il modo di produzione dominante, il comunismo sarà (se riuscirà ad esserlo) la sua ombra critica. È questo il suo compito in questa fase storica, non quello di essere già un rapporto sociale reale. Ma ho l’impressione che di Marx e delle sue cosiddette utopie ci si voglia sbarazzare, a sinistra, soprattutto per quella molto umana stanchezza che sopravviene in capo a una sconfitta. Se è così, allora bisogna essere chiari: perché mai subire una sconfitta dimostrerebbe che si è nel torto, che si è sbagliata un’analisi o che si perseguono obiettivi impossibili? Si può perdere anche perché i rapporti di forza sono sfavorevoli, o per gli errori commessi nella lotta, o per entrambe queste ragioni. Ma la sconfitta di per sé non dimostra nulla. Del resto, quante sconfitte ha subito il capitalismo prima di vincere? Gramsci pensava che la borghesia abbia impiegato un millennio prima di conquistare la direzione politica della società europea; Ciocca limita il raggio ai tre secoli del capitalismo industriale (che però non sorse nel vuoto pneumatico): tempi lunghi, comunque. Dei quali ciascuno dovrebbe tenere conto nelle proprie considerazioni.

E allora, per chiudere, vorrei dire anch’io qualcosa sul giornale, proprio a questo riguardo. Mi pare che l’intervento di Rossanda metta a fuoco l’esigenza di riflettere con cura sia sui temi dell’attualità che sulle questioni di prospettiva, legate al modello sociale e alla sua trasformazione: su entrambi i «timbri» di cui parla Ciocca e che, per dirla coi classici, riguardano la tattica e la strategia. Se una critica può essere rivolta al giornale, è quella di non soddisfare sempre questa esigenza. Talvolta l’attualità sembra assorbire l’intero scenario, riducendo lo sfondo strategico (che dovrebbe costituire l’orizzonte di senso) a un accessorio, quando non a un fastidioso residuo «ideologico». Nel fare un quotidiano questa insidia è sempre in agguato, tanto più in tempi come questi, in cui è molto difficile credere nella possibilità di cambiare il mondo. Ma va fatto ugualmente ogni sforzo per preservare la consapevolezza del fine, poiché la posta in gioco, prima ancora della sopravvivenza del giornale, è la sua stessa ragion d’essere.

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di Pierluigi Ciocca – il manifesto, 22 febbraio 2012

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È possibile immaginare, e discutere, una politica economica altra da quella, monocorde, del governo in carica e da quella, incompetente, dei governi di Berlusconi? “Il manifesto” dovrebbe farlo e forse venderebbe qualche copia in più. Si può essere, a un tempo, oggi, riformisti-solutori di problemi («doing good», diceva Keynes) e utopisti-rivoluzionari? E utilmente dichiararsi tali?

Speravo che non mi accadesse di essere chiamato a rispondere, pubblicamente e per iscritto, a una siffatta, orticante domanda. Invece è accaduto, per colpa di Valentino Parlato, a cui l’amicizia mi impedisce di dire di no. Valentino me lo ha chiesto sulla scia dell’impegnato, stimolante articolo di Rossana Rossanda, «Un esame di noi stessi». Se non possiamo più dirci comunisti, allora che cosa siamo (il manifesto, 18 febbraio 2012). La mia risposta è sì. Ne discende che il manifesto può – forse deve – restare «quotidiano comunista» e che Rossana Rossanda può – forse deve – «dirsi ancora comunista» anche «nei tempi brevi», con beneficio di tutti. Provo ad argomentare, nel modo più semplice e diretto di cui sono capace (rinviando per una più estesa trattazione a L’economia di mercato capitalistica: un modo di produzione da salvare, in Rivista di Storia Economica, n. 3, 2011).

Il capitalismo – l’economia di mercato capitalistica – è un modo di produzione (nel senso di Marx) o un sistema economico (industrialismo, nel senso di Hicks) unico nella storia e, ovviamente, storico come tutte le costruzioni dell’uomo riunito in società. Figlio della rivoluzione industriale inglese del Settecento – sino ad allora era stato mercato, non capitalismo industriale – questo sistema si è affermato progressivamente. Ha spazzato via un «socialismo reale» che poco aveva a che fare con la migliore teoria – da Barone a Lange, a Kalecki, a Kornai – di una economia e di una società comuniste.

Ben lo compresero i fondatori de il manifesto quaranta anni or sono, il loro merito storico. Unitamente alla debolezza dell’avversario – la insipienza di un socialismo reale il quale non comprese che del mercato qualunque modo di produzione aveva fatto e poteva far uso – l’attuale modo di produzione si è imposto per una ragione economica molto chiara. È la ragione indicata dal Marx economista. Come nessun altro sistema storicamente sperimentato, l’economia di mercato capitalistica è stata capace di sviluppare le forze produttive. Ha smentito Malthus. Secondo la contabilità attualmente in uso, nel volgere di non più di due secoli ha moltiplicato per oltre 60 la produzione, per oltre 120 le attività industriali, di oltre 10 volte il reddito medio pro-capite di una umanità che nel frattempo esplodeva, da uno a sette miliardi di persone. Nei millenni sino ad allora quest’ultimo aveva non di molto oscillato sui 500-600 dollari l’anno, ai valori di oggi. Oggi, avvicina i 7000 dollari.

Un tale attributo positivo del capitalismo industriale ha fatto premio sui tre attributi pesantemente negativi: l’essere il sistema instabile, iniquo, inquinante (tre strutturali «i»). Il modo di produzione sorto in Inghilterra due o tre secoli fa è divenuto totalizzante, eslusivo, l’unico al mondo. Le soluzioni alternative del problema economico – del «che cosa, come e per chi produrre», lo slogan di Samuelson – si sono sempre più configurate come astratte utopie, miti, sogni, a cominciare da quella comunista, ma non la sola.

Negli ultimi decenni tuttavia il modo di produzione nel quale il mondo ha scelto di vivere ha visto fortemente accentuarsi gli attributi negativi – le tre «i» – e, non meno importante, fortemente attenuarsi l’attributo positivo. L’instabilità si è estesa, spesso allo stesso tempo, ai prezzi dei prodotti (l’inflazione), alle attività produttive (recessione e disoccupazione), ai valori dei cespiti patrimoniali (quotazioni degli immobili, dei titoli, delle valute, delle banche). La distribuzione dei frutti dello sviluppo economico è divenuta più diseguale, fra i cittadini del mondo (un miliardo i sottonutriti) e non di rado fra i cittadini di uno stesso paese, l’Italia ad esempio. Le ferite al territorio, all’ambiente, all’ecosistema – la più grave fra le «esternalità negative» – minacciano la vita di moltitudini di uomini, se non la sopravvivenza sul pianeta.

Il progresso economico, seppure generalizzato, ha rallentato rispetto agli anni 1950-70; è stato molto diverso fra aree, paesi e regioni; tende a spegnersi in economie un tempo dinamiche, come quelle del Giappone e dell’Italia, a rischio di declino.

In estrema sintesi, la performance del sistema peggiora. Peggiora al punto da far temere a un numero crescente di scienziati sociali che le sue difficoltà infliggano insostenibili sofferenze al genere umano. Se una crescita bassa, incerta e disuguale dovesse unirsi alle crisi economiche e finanziarie, alle ingiustizie distributive, ai disastri ambientali il sistema potrebbe generare tremende tensioni sociali, politiche, militari. Potrebbe al limite implodere nel caos. Ciò che è più grave, tensioni e caotica implosione avverrebbero nel vuoto di soluzioni alternative non più soltanto utopistiche, ma praticabili nel concreto.

Richiamandomi alla lezione che Federico Caffè offrì in anni non lontani a ogni comunista autore o lettore de il manifesto, scrivevo: «Nell’attesa della ‘palingenesi’, e mentre si adopera per realizzare i presupposti del cambiamento radicale del sistema, egli – dedito a servire il popolo, egli stesso figlio del popolo – avrà cura di evitare al popolo sofferenze inutili, che l’azione riformatrice può prevenire o lenire. Caffè dà naturalmente per scontato che l’utopista/rivoluzionario senta come un atto contro natura il provocare artificialmente, per accorciare il tempo logico della palingenesi, sofferenze e tensioni nel popolo di oggi, in specie nei più deboli e bisognosi. Saprà così sottrarsi al mito un po’ ridicolo della lotta di classe tra genitori e figli, fra generazione presente e generazioni future, tra eredità e pensioni, mito proposto quasi in alternativa al contrasto antico tra profitto e salario, redditi alti e redditi bassi, patrimoni e debiti» (prefazione a Federico Caffè, scritti quotidiani, manifestolibri, Roma 2007, p. 10, scusandomi per l’autocitazione).

Penso quindi che un giornale intelligente e prezioso come il manifesto dovrebbe avere entrambi i timbri, oggi per nulla in contrasto fra loro: quello della proposta di politica economica e sociale di fronte ai problemi che urgono e quello della concreta prospettazione di un modo di produzione diverso dall’attuale. I due profili dovrebbero inoltre, idealmente, essere fra loro connessi in modo stretto.

Io non sono fra i lettori assidui del giornale, ma non mi pare che ciò sia avvenuto e stia avvenendo con lucida consapevolezza e con continuità, neppure con riferimento al solo caso italiano. L’economia italiana, almeno dal 1992, è avviata a drammatiche difficoltà, in parte soltanto già emerse. Vuoto di produttività nelle imprese, crescita di trend spenta, sottoutilizzo del potenziale produttivo e delle capacità individuali, crisi di debito pubblico sottopongono la società italiana a uno stress non più sperimentato dalla guerra e dal dopoguerra, tale da mettere a repentaglio le libertà costituzionali, la democrazia.

È possibile immaginare, e discutere, una politica economica altra da quella, monocorde, del governo in carica e a fortiori da quella, incompetente, dei governi dell’onorevole Berlusconi; il manifesto dovrebbe farlo. Ad esempio, non vale definire «tecnici», e mancare di farli seguire da un qualche dibattito, da critiche e proposte migliori, contributi di politica economica che pure il manifesto ha pubblicato (come quello di chi scrive – Tre urgenze per l’economia italiana, 10 agosto 2010, scusandomi per l’ulteriore autocitazione ! – e quello di Giorgio Lunghini Riscopriamo Keynes per uscire dalla crisi del 16/2).

Se unisse riformismo propositivo e concreta utopia il manifesto forse venderebbe qualche copia in più. Certo interesserebbe la più vasta platea di chi sollecita civili soluzioni per l’oggi e di chi ricerca un mondo migliore, o quantomeno un mondo diverso, per il futuro.

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di Giorgio Ruffolo – il manifesto, 21 febbraio 2012

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Ho dato la mia convinta adesione alla campagna di sostegno al manifesto soprattutto perché ritengo che una società democratica non possa fare a meno delle ragioni e delle voci del dissenso che non siano espressione di interessi particolari ma di una concezione politica generale.

Rossana Rossanda si rivolge (“Un esame di noi stessi”, il manifesto 18/2) ai compagni e collaboratori del manifesto per chiedergli di riflettere sulle loro ragioni: che è un modo per ripensare le ragioni della sinistra e particolarmente di quella che continua a riconoscersi nel “comunismo”.

Lo fa in modo aperto e spregiudicato, senza usare i mezzi termini del linguaggio politico convenzionale. E va diritto al tema: «Che cosa intenderemmo nel dirci comunisti ancora o perché non si possa dirlo più». La risposta è netta: «Io penso che nei tempi brevi non si possa dirlo più». La ragione? Da quando il manifesto è nato, tutto è cambiato. L’asse del mondo ruotava attorno al duopolio Usa-Urss.

Ora, gli Stati Uniti non sono più l’indiscussa potenza dominante del mondo capitalistico. Quanto all’Urss, non esiste più. Nel mondo di ieri quella contrapposizione aveva un senso, anche per quelli, come i comunisti del manifesto, che denunciavano la deriva stalinista del comunismo sovietico. Si trattava “soltanto” di ricondurre il comunismo dalla contraffazione del “socialismo reale” ai principi marxisti originari. Oggi “sostituire” politicamente il capitalismo con il comunismo non ha più alcun senso. Il primo si è disarticolato. Europa, paesi terzi, hanno preso strade diverse. Il secondo è sparito. La Cina è diventata un capitalismo selvaggio con base politica burocratica. Non possono quindi essere usati gli strumenti di analisi e le proposte di ieri. Ma quali allora?
Quanto all’Italia, anch’essa è cambiata radicalmente. Si sono moltiplicati i soggetti sociali. Non solo operai e studenti. Donne, ambientalisti, eccetera. Ma la sinistra non è stata capace di unire questi soggetti in un fronte capace di presentare un’alternativa al capitalismo. La società politica si è sfarinata, rigettando le vecchie forme politiche di potere senza introdurne di nuove, col risultato di aprire ampi spazi all’individualismo e al mercatismo, anche a sinistra. Berlusconi è nato da questa dissoluzione.

Senza nuove battaglie da combattere, la sinistra ha perso quella antica delle lotte operaie, non più centro strategico del conflitto sociale e quindi considerate da molti vecchie e superate. Si capisce che il manifesto, pur restando una voce intelligentemente critica, non evochi echi e non susciti successi di stampa, ma piuttosto frustrazioni, come quella con la quale Rossanda termina il suo articolo.

Pur condividendo alcuni dei suoi argomenti e comprendendo i sentimenti da cui nasce quella frustrazione, vorrei fare qualche brevissimo commento critico che a mio parere può giustificare qualche speranza.

Anzitutto, il più critico. Il comunismo non esiste come modello sociale concreto se non come pura aspirazione ideale alla comunione dei santi. Non è mai esistito tranne che in alcune società arcaiche e non è proponibile in alcuna società moderna e complessa nella quale interessi individuali e di gruppo debbano essere mediati rispetto all’interesse collettivo. È diventato una connotazione politica priva di qualunque contenuto. Non è dunque che non sia “più” proponibile nel periodo breve. Non è proponibile fino a quanto può la vista.

Il capitalismo non è affatto eterno anche se “ha i secoli contati”. E può essere ampiamente modificato e riformato. Le cose sono cambiate, tutte, così come afferma Rossanda, dal tempo in cui nacque il manifesto. Il capitalismo è cambiato. Ha fatto il passo che il proletariato non ha potuto realizzare: proletari di tutto il mondo unitevi. Si è mondializzato. Con la globalizzazione e la finanziarizzazione (la mercatizzazione dello spazio e del tempo) ha costruito un sistema di potere unificato (il mercato finanziario mondiale) che si impone a quello degli Stati. E ancor più: al potere delle classi lavoratrici. Se le lotte operaie hanno perso la loro centralità nel conflitto sociale, è perché alle loro rivendicazioni le imprese capitalistiche possono rispondere con le loro migrazioni. Andandosene. Vedi il ricatto Fiat.

Ciò sposta l’asse del conflitto tra capitale e lavoro dallo spazio nazionale a quello internazionale, da quello sindacale a quello politico. La battaglia per l’unificazione europea assume, da questo punto di vista, un’importanza primaria nel confronto con il capitalismo, nel ridurre, almeno in Europa, e non è poco, il divario di potenza tra economia e politica, oggi tutto a favore del capitalismo.

Le società moderne, inoltre, hanno sviluppato, insieme a formidabili capacità di produzione, altrettanto formidabili poteri di distruzione, che danno luogo a nuovi formidabili conflitti, ecologici e migratori.

La sinistra, se vuole rappresentare le ragioni dei più deboli e del futuro, deve collegare le lotte operaie a quelle che consentono di fronteggiare il capitalismo su fronti sui quali esso deve piegarsi alla volontà di più ampie forze sociali. Si tratta, per così dire, di prendere il capitalismo alle spalle. Ciò significa, ad esempio, affrontare il problema dei limiti quantitativi alla crescita e della promozione dello sviluppo qualitativo; promuovere con iniziative sociali la diffusione di imprese del terzo sistema delle relazioni gratuite; promuovere la costituzione della scuola permanente a tutti i livelli di età.

In senso generale, ciò significa impegnare la sinistra su tutti i fronti sui quali si promuove lo sviluppo dell’essere piuttosto che la crescita dell’avere. Significa una sinistra impegnata non nell’abbattimento del capitalismo o, come oggi avviene, ridotta all’acquiescenza fattuale e alla contestazione verbale, ma nel suo superamento storico.

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di Rossana Rossanda – il manifesto, 18 febbraio 2012

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Della libertà di stampa al governo Monti non potrebbe importar di meno. Da buon liberista è convinto che un giornale è una merce come un’altra; se vende abbastanza ai lettori e agli inserzionisti di pubblicità, viva, se no muoia.

Lo strangolamento è stato bene illustrato l’altro ieri da Valentino Parlato. Ed era visibile dai nostri bilanci. La nostra asfissia è della stessa natura di quella che si tenta di applicare ai beni comuni non meno urgenti. A noi sembra importante anche la presenza di una voce fuori dal coro come la nostra, perché in un paese che ha mandato tre volte Silvio Berlusconi al governo, qualcosa non funziona.

Né funziona che tanti amici si rallegrino che al posto d’un faccendiere impresentabile sia venuto un onesto e distinto liberista. Onesto personalmente, s’intende. L’onestà sociale non si sa più bene che cosa sia, e non importa più alla stampa salvo che a noi. Che siamo non solo un pezzo della sinistra, ma addirittura comunisti. Anzi, più che comunisti, nel senso che il comunismo dei “socialismi reali” non ci andava né su né giù. Per questo fummo esclusi dal Pci, ma per non essersi posti le nostre domande sui socialismi reali i partiti comunisti non esistono praticamente più.
Che al governo una voce come la nostra non interessi è comprensibile: del manifesto è rimasta l’immagine di un quotidiano di sinistra, anzi di estrema sinistra. Ora è facile giurare sulla libertà di stampa finché questa non è dalla parte di chi ti attacca. E in Italia chi attacca il governo? E noi dove siamo? Come Parlato ricorda, il manifesto vende sempre meno da otto anni a questa parte.
Il calo si è accelerato negli ultimi due. La media in cui ci eravamo tenuti nei nostri primi trenta anni è stata, poco più su poco più giù, di trentamila copie, non molto alta, eravamo un giornale di nicchia. Ma solida e rispettata nicchia. Ora si è circa la metà.
Dovremmo chiederci perché. Era nostra abitudine fare un punto almeno un paio di volte all’anno. Ma negli ultimi tempi la direzione non ha più convocato un’assemblea che faccia il punto sullo stato del mondo e dell’Italia e sul nostro orientamento in esso. Né la redazione, che può esigerlo, sembra averne sentito il bisogno. Neanche un attimo prima di arrivare a quella forma di liquidazione, non proprio un fallimento ma quasi, cui siamo costretti.
Non è stata una buona scelta. Non è infatti per nulla ovvio che cosa sia oggi un giornale di sinistra, tanto meno uno che, sempre secondo Parlato, dovrebbe ancora definirsi comunista. Nel senso che dicevamo sopra, un comunismo che poco ha a che vedere con i “socialismi reali”, ma che realizzi un cambiamento del vivere e del produrre e che facendolo realizzi un più di libertà politica. Lo abbiamo detto in questi anni ancora? Si poteva dirlo? Si poteva crederlo? Questa è la domanda cui abbiamo smesso di rispondere cessando fra noi persino di farcela.
Io tendo a credere che da questa reticenza venga il dimezzamento dei nostri lettori. Ma è una domanda cui non è semplice rispondere. Non è facile essere comunisti oggi, a più di trenta anni dal 1989. E appunto sarebbe nostro compito chiarire che cosa intenderemmo nel dirci comunisti ancora, o perché non si possa dirlo più.
Io credo che, almeno nei tempi brevi, non si possa dirlo più. E non perché il sistema mondializzato sia diventato più umano, condiviso e condivisibile, meno feroce, più pacifico perché libero e un po’ meno inegualitario, cosa che non vuol dire conformizzato. Non abbiamo mancato di scrivere che dal 1971 non sono soltanto passati molti anni, ma sono cambiate molte cose. Quasi tutte. Ma non ne abbiamo tratto ed esplicitato le conseguenze. In questo la crisi della sinistra non è diversa dalla nostra, almeno – sinistra essendo ormai parola assai vaga – di quella parte della sinistra che si proponeva un cambiamento del modo di produzione. Si può essere anticapitalismo oggi?
Il manifesto è nato quando una parte del mondo, sotto l’egemonia degli Stati Uniti, era capitalista e imperialista, e una parte che aveva già abolito la proprietà privata del capitale si diceva socialista ed era sotto l’egemonia dell’Urss. Il mondo si ridefiniva fra due campi e mezzo: perché restava una parte sospesa in un “postcolonialismo”, vago come tutti i post, che chiamavamo paesi terzi. Oggi non è più così; gli Stati Uniti non sono più la indiscussa prima potenza capitalista, e non è sicuro che il loro fine si possa definire, come prima, imperialista. L’Unione Sovietica non esiste più. La Cina ha un governo che si dice comunista ma un sistema produttivo capitalista spinto. Cuba non sembra più affatto socialista. Il terzo mondo ha percorso, tra stati e sotto l’infuenza di potenze diverse, un itinerario mai visto prima.
Allo stesso tempo l’Europa ha formato una grande area a moneta unica e a direzione liberista che da anni è traversata da una crisi, economica e politica, più acerba di quella degli Stati Uniti da cui aveva preso radice. Insoma, è cambiato tutto. È cambiato il capitalismo? Possiamo dire di sì, nel senso che ha articolato le sue forme e non ha più uno stato che ne sia indiscutibilmente la leadership. Dobbiamo dire di no, nel senso che ha mondializzato, appunto articolandolo, il suo modo di produzione. Possiamo, davanti a questo mutamento di scena, conservare gli strumenti di analisi e di proposta che avevamo nel 1971? Non credo. Andrebbero almeno verificati.
Anche l’Italia è cambiata. Nel senso che forse nel paese dove il movimento del ’68 è stato più lungo e più esteso a vari strati sociali, non solo operai e studenti, ha anche – ha ragione Mario Tronti – più destrutturato le forme classiche del socialismo e della democrazia di quante forme nuove abbia prodotto. Ha investito nuove figure sociali e anche qualcosa di assai più che una forma sociale, le donne e i femminismi. Questa molteplicità di oggetti ha avuto in comune il rigetto delle forme di potere cui era, visibilmente o invisibilmente, sottomessa, nello stesso tempo dividendosi acerbamente. Risultato, all’ampiezza del rigetto ha risposto una reazione opposta, un individualismo piatto, un rifiuto di ogni cambiamento di società, di ogni collettività che non sia locale o comunitaria. La incomunicabilità delle differenze ha prodotto una crisi della politica, il cui esito è stato il berlusconismo e il crescere del populismo.
Ma di questo neanche noi abbiamo dato una mappa e una topografia approfondita e comune. Abbiamo denunciato i limiti del keynesismo postbellico con l’intento di andare oltre, ma di fatto abbiamo lasciato spazio a spinte liberiste. Meno stato più mercato, è uno slogan che piaceva anche a sinistra. Per un paio di decenni abbiamo messo da parte il rapporto di lavoro, analizzando le nuove soggettività e le molte contraddizioni che ne erano fuori, finendo col dichiarare lo sbiadimento se non addirittura l’irrilevanza della contraddizione fra lavoro e capitale. Fino allo scoppio della crisi e dell’offensiva padronale alla Fiat abbiamo dato poca attenzione alla struttura sociale, come se fosse un problema puramente sindacale.
Non siamo stati convinti, e quindi non siamo stati capaci di convincere, che – come ci ricorda il segretario della Fiom – il modo di produzione non investe soltanto la fabbrica ma tutta la società. Il lavoro? Roba del secolo scorso. L’operaio? Non c’è più. Il sindacato? Vecchiume. Del resto non gorgheggiavano ogni giorno i padroni che il lavoro costituiva orami una parte minima del processo di produzione?
Oggi i padroni dicono tutto il contrario, strillano che per essere competitivi nella mondializzazione bisogna ridurre i salari italiani a quelli dell’Indonesia o della Cina, un terzo, un quarto del livello che i lavoratori erano riusciti a spuntare da noi. Così siamo arrivati, come il resto del mondo occidentale, a una stretta in cui i redditi si sono divaricati al massimo, il dieci per cento della popolazione guadagna quanto il novanta per cento, e di questo dieci, l’un per centro guadagna più di tutti gli altri. Nella stretta si dibattono anche le nuove soggettività.
In questo ribollire di bisogni e nella loro incapacità di trovare un dialogo, il manifesto non è riuscito a suscitare più interesse ma meno. Eppure non c’è giorno che esso non proponga un pezzo interessante e che sarebbe impossibile trovare altrove, un’interpretazione di una notizia che l’altra stampa offusca. Forse che quel che scriviamo non si capisce, non è detto bene? Non è chiaro? Non è rapido e divertente? Qualcosa non ha funzionato neanche da noi. Siamo stanchi, perché – per favore non lo si dimentichi – coloro che ogni giorno hanno confezionato questo foglio e lo hanno spedito in giro non ne possono più di un successo che lentamente viene meno e perdipiù di essere pagati meno che in qualsiasi altro giornale, e a singhiozzo, a volte aspettando il salario per mesi. Affidarsi per anni agli introiti del marito, della moglie, dei genitori, a un altro lavoretto è facile da dire, non facile da vivere.
Io insisto perché nel chiedere solidarietà facciamo anche un esame di noi stessi. O pensiamo che la storia sia finita e che “io speriamo che me la cavo” sia divenato il solo slogan veramente popolare?

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di Carlo Galli – La Repubblica, 16 febbraio 2012

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Mentre si forma lo Stato moderno sono il canale attraverso cui si affermano gli interessi materiali e morali di élite e popolo Non rappresentano più il cuore e il cervello dell ́autorità, che risiede altrove: nelle banche, ma anche nei mercati e nelle agenzie di rating Al centro di scandali, indeboliti e sfiduciati dai cittadini stanno vivendo il periodo più difficile della loro storia Ma la Costituzione assegna loro un ruolo centrale

Dire “partiti” significa dire “sfiducia”, “discredito”. A scatola chiusa, senza il beneficio del dubbio. Se si può scegliere, si vota contro un partito, o contro un suo candidato. Se non si può scegliere, ci si tura il naso; o, sempre più spesso, non si vota. Anything but parties; qualunque cosa, purché non siano i partiti. L ́agonia (in Italia, tra governo dei tecnici e risultati delle primarie) o la cattiva salute (in molti Paesi occidentali) di quella che era stata la creatura privilegiata della politica del Novecento, il partito, è una questione politica di prim ́ordine.

Nonostante il pregiudizio della superiorità del “tutto”, sulla “parte”, che lo ha fatto definire spesso come setta, come fazione, nella storia il partito è stato un potente motore della politica; per non parlare della polis, di Roma, del comune medievale, è attraverso i partiti che, dalla metà del Seicento, in Inghilterra, e poi in tutta Europa, passa la socializzazione alla politica. Mentre si forma lo Stato moderno, in parallelo i partiti sono il canale attraverso cui si affermano gli interessi materiali e morali dei protagonisti della società, sia delle élites borghesi che lottano per il potere politico, sia del popolo che entra sulla scena della storia. È alla fine del XIX secolo che si formano i partiti di massa – dapprima socialisti, in seguito anche cattolici –; e questi non sono più soltanto canali d ́espressione degli interessi di parti della società, ma hanno anche forti finalità politiche, dettate da ideologie talmente cogenti che spesso il partito si presenta non come portatore di un ́opinione ma come incarnazione di una verità. Il partito di massa è caratterizzato inoltre da una complessa organizzazione interna (dominata da professionisti della politica, secondo la “legge ferrea delle oligarchie”). Sono i partiti di massa il cuore della politica del Novecento: sia in quanto partiti che occupano lo Stato come “partiti unici”, sia in quanto partiti democratici, che in quanto snodo fra il popolo e le istituzioni, sono il perno dello Stato sociale.

I partiti sono dunque una sintesi di interessi, progetti, organizzazione; e sono più affini che estranei rispetto allo Stato (come del resto aveva colto Gramsci), poiché hanno nello Stato – nella sua critica, nella sua riforma, nel suo controllo – il loro orizzonte teorico e pratico; sono l ́elemento dinamico e partecipativo della politica moderna. E insieme a questa deperiscono. Per diversi motivi: per la loro corruzione e rapacità, certamente; ma anche per la diffusa percezione della loro inutilità in contesti in cui la politica è caratterizzata dai lampi dell ́eccezione, dall ́emergenza, e i partiti – organizzazioni burocratiche – devono cedere il passo al Capo e al suo decisionismo; o ancora perché il consenso non passa più attraverso la mediazione dei partiti ma attraverso l ́immediatezza di un abile messaggio populistico; o infine perché sopra la politica si afferma la tecnica, e solo agli esperti, e non ai politici, viene concessa fiducia. Infine, perché chi protesta contro l ́ordine, o il disordine, del mondo non trova più nei partiti una sponda, una voce, una consonanza; perché chi vuole fare politica si sente costretto a vedere nei partiti un ostacolo, e ad abbracciare l ́antipolitica. Insomma, tanto per chi è interno alla idea della fine della politica, quanto per chi crede nel rinnovamento della politica, i partiti fanno parte del problema e non della soluzione.

E il problema è l ́eclisse della politica nella sua forma moderna, progettuale, emancipativa; e non a caso, infatti, insieme ai partiti deperisce anche lo Stato, sia pure con diversa velocità e secondo diverse linee; entrambi, Stato e partiti, non sono più il cuore e il cervello del potere. Che risiede altrove: nelle banche, nei mercati, nelle agenzie di rating e nelle istituzioni della governance economica internazionale. E ciò spiega, tra l ́altro, perché la politica non attrae più i migliori – perché mai votarsi a un ́attività comunque subalterna? Così, mentre la sovranità degli Stati si inchina alle logiche sovranazionali dell ́economia e della finanza, e cerca di amministrare le conseguenze locali di strategie che nascono fuori dallo Stato e lo sovrastano, ciò che resta dei partiti assomiglia sempre più a un insieme incoerente di agglomerati di potere e di affari, a cordate di carrieristi, che legittimano la propria sopravvivenza come ceto politico facendo a meno di organizzazione e di idee, e rappresentando, a livello lobbistico, gli interessi della più disparate categorie.

L ́alternativa è un forte ritorno della politica, una reazione a uno sviluppo delle nostre società sottratto al controllo e alla partecipazione dei cittadini; ma anche questa esigenza – che pure circola nella società, benché non maggioritariamente – è disattesa, e anche questo appuntamento sembra mancato dai partiti che soffrono la concorrenza di movimenti anti-partiti – antipolitici, ovvero estremistici (fanatismi religiosi, fondamentalismi nazionalistici, ecc.) –, guidati da leader, o da leaderini più o meno affabulatori.

Ma è evidente che la eventuale nuova volontà dei cittadini di ricostruire il nostro assetto civile non può, se vuole essere vitale, limitarsi a fare affidamento su queste forme di aggregazione politica, come non può farlo sui partiti tradizionali e su ciò che ne resta. La rinascita e la trasfigurazione dei partiti, la loro riforma radicale (a cui certo non potranno essere estranee, oltre alle idee, anche forti personalità disposte a impegnarsi direttamente in politica), resta l ́unica via – anche se stretta – perché la politica possa tornare a essere spazio di partecipazione, di inclusione attiva, di consapevole e condivisa libertà.

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di Andrea Imperia* – Economia e Politica, 14 febbraio 2012

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Sembra ormai di poter dire che nella trattativa sulla riforma del mercato del lavoro il PD intenda muoversi nel perimetro definito da due proposte elaborate negli anni scorsi dai suoi parlamentari: 1) il disegno di legge n. 2000/2010 presentato dal sen. Nerozzi, che prevede l’istituzione del “contratto unico di ingresso” (CUI);  2) la proposta di legge n. 2630/2009 –  presentata dall’on. Madia, sostenuta tra gli altri da Cesare Damiano, che mira ad introdurre il “contratto unico di inserimento formativo” (CUIF).  La tesi spesso ripetuta in queste settimane è che ciascuna delle riforme proposte consentirebbe di ridurre la precarietà estendendo ai neoassunti, sia pure dopo un periodo iniziale, le attuali tutele contro i licenziamenti illegittimi, inclusa la reintegrazione prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma è davvero così? Per cercare di capirlo esaminiamole da vicino.

Il  CUI è un nuovo tipo di contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato la cui principale caratteristica è la possibilità concessa al datore di lavoro per un periodo massimo di tre anni – la cd. “fase di ingresso” – di effettuare un licenziamento senza che il lavoratore possa ricorrere in giudizio, salvi i casi di licenziamento disciplinare, discriminatorio o determinato da un “motivo futile totalmente estraneo alle esigenze proprie del processo produttivo”, come ad esempio il tifo calcistico o l’antipatia personale,  rispetto ai quali continuerebbe ad applicarsi l’attuale normativa. Tale riduzione della tutela giudiziale verrebbe compensata dall’obbligo di corrispondere al lavoratore un modesto indennizzo, pari a cinque giorni di retribuzione per ogni mese di prestazione. Al termine della fase di ingresso, il datore di lavoro dovrebbe necessariamente decidere se licenziare il lavoratore e corrispondergli l’indennizzo maturato, oppure mantenere in vita il rapporto di lavoro. In quest’ultimo caso inizierebbero ad applicarsi integralmente le attuali tutele, inclusa la reintegrazione prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Secondo gli autori del disegno di legge, il passaggio del lavoratore alla fase della stabilità del CUI sarebbe molto probabile in virtù dell’interesse del datore di lavoro a non perdere l’investimento effettuato nella sua formazione (investimento per il quale non viene in realtà previsto alcun obbligo). Si tratta di un’argomentazione assai poco convincente, specie se riferita ai lavoratori adibiti a mansioni che non richiedono un particolare addestramento. Verosimilmente, molti di questi verrebbero licenziati e costretti ad iniziare altrove una nuova fase di ingresso (terminata tale fase non è ovviamente consentito assumere una seconda volta con il CUI il medesimo lavoratore). Eppure è soprattutto a questa tipologia di lavoratori che la nuova forma contrattuale si rivolge. Per coloro che percepiscono retribuzioni anche soltanto medie vengono infatti previste altre possibilità di impiego: 1) con il contratto a termine, ogniqualvolta la retribuzione superi i 25.000 euro lordi annui (poco meno di 1.400 euro netti per 13 mensilità), anche se la posizione è a tempo indeterminato (il carattere temporaneo della prestazione è richiesto solo in caso di retribuzione inferiore a quel limite);  2) con il rapporto di lavoro autonomo continuativo, di lavoro a progetto e di associazione in partecipazione, ogniqualvolta la retribuzione lorda annua superi i 30.000 euro (circa 1.600 euro netti per 13 mensilità), un limite ridotto della metà per i primi due anni di iscrizione alla gestione separata INPS.

Con la proposta Nerozzi un giovane alla prima esperienza lavorativa potrebbe avere perciò di fronte a sé cinque (o anche più) anni di precariato con lo stesso datore di lavoro: due da collaboratore, se inizialmente guadagnasse più di 15.000 euro lordi l’anno, e tre come dipendente assunto con il CUI. Al termine di tale periodo potrebbe essere licenziato e costretto ad iniziare altrove una nuova fase di ingresso, oppure, se percepisse circa 1.400 euro netti mensili potrebbe essere assunto per altri tre anni con un contratto a termine, nonostante il carattere ormai palesemente non temporaneo della prestazione. Alla fine di questo periodo nulla gli assicurerebbe ancora l’assunzione a tempo indeterminato. Potrebbe infatti vedere interrotto il rapporto di lavoro, o se fosse tanto bravo da meritare una retribuzione di 1.600 euro netti mensili potrebbe venir impiegato come collaboratore dal suo stesso datore di lavoro, esattamente come otto anni prima.

In sintesi, si può dire che la proposta Nerozzi crei due forme di precarietà: una per i lavoratori con una retribuzione bassa e costante nel tempo, molti dei quali sarebbero in tutta probabilità costretti a cambiare frequentemente occupazione senza mai raggiungere la fase della stabilità prevista dal CUI; un’altra per i lavoratori con una retribuzione moderatamente crescente, o comunque relativamente più elevata,  che potrebbero avere un rapporto più duraturo con lo stesso datore di lavoro, rinunciando però di fatto alle tutele contro i licenziamenti illegittimi. Chi raggiungerebbe allora la fase della stabilità? Molto probabilmente solo i lavoratori difficilmente sostituibili, che nessuno già oggi si sognerebbe di definire precari.

Veniamo ora alla proposta Madia, secondo la quale il lavoratore verrebbe di fatto assunto a termine per un periodo compreso tra un minimo di sei mesi ed un massimo di tre anni (la cd. fase di “abilitazione”, con durata predeterminata dai CCNL), senza tuttavia godere di molti dei diritti e delle tutele oggi previste dal contratto a tempo determinato.

In primo luogo, durante la fase di abilitazione il lavoratore non verrebbe equiparato ai lavoratori a tempo indeterminato né per il trattamento economico né per quello previdenziale. A parità di inquadramento, il lavoratore assunto con il CUIF percepirebbe una retribuzione nettamente inferiore (viene previsto un livello minimo pari al “65 per cento della retribuzione di riferimento”). Essa aumenterebbe via via che venissero raggiunti gli obiettivi formativi fino al conseguimento della parità con il suo livello di riferimento entro la fine del periodo di abilitazione, secondo i tempi stabiliti dal CCNL. Inoltre, il datore di lavoro che dimostrasse l’effettivo svolgimento dell’attività di formazione godrebbe di sensibili sgravi contributivi, che l’attuale sistema previdenziale tradurrebbe in altrettante riduzioni delle future prestazioni. Infine, mentre il recesso del datore di lavoro dal contratto a tempo determinato, fino alla data di scadenza indicata all’assunzione, è ammesso solo per giusta causa (non è previsto il giustificato motivo, oggettivo o soggettivo), la proposta Madia prevede che nella fase di abilitazione il datore di lavoro possa recedere addirittura ad nutum (senza obbligo di motivazione, con il solo rispetto dei termini di preavviso). Una simile possibilità non viene oggi concessa neppure nei confronti degli apprendisti, esposti al libero recesso del datore di lavoro soltanto alla fine del periodo di tirocinio. Al termine dell’abilitazione, il datore di lavoro non avrebbe alcun obbligo di assunzione a tempo indeterminato, potendo interrompere il rapporto con il solo obbligo di un preavviso di almeno sessanta giorni.

Per incentivare la trasformazione a tempo indeterminato del contratto vengono previsti ulteriori e più consistenti sgravi contributivi (che comportano ulteriori e più consistenti tagli alla pensione del lavoratore) per un periodo esattamente pari a quello di abilitazione, detto stavolta di “consolidamento professionale”. In aggiunta all’ovvio divieto di riassumere il lavoratore con il CUIF viene previsto che si possano stipulare nuovi contratti di questo tipo solo se non se ne siano interrotti più della metà nei due anni precedenti. Tale vincolo non è tuttavia particolarmente stringente. Consente infatti di sostituire ogni anno la metà dei lavoratori assunti con la nuova forma contrattuale. Il datore di lavoro sarebbe perciò sostanzialmente libero di sfruttare permanentemente i vantaggi della fase di abilitazione senza mai assumere a tempo indeterminato.

È dunque ragionevole ritenere che anche con la riforma Madia i lavoratori facilmente sostituibili sarebbero costretti a cambiare frequentemente occupazione. I blandi vincoli all’utilizzo dei rapporti di collaborazione, di lavoro occasionale e a progetto (vietati solo per le basse qualifiche, da definirsi in sede di contrattazione nazionale), rendono inoltre probabile per i lavoratori di qualifica media e medio-alta l’instaurarsi di rapporti di lavoro più duraturi, ma di nuovo al prezzo di rinunciare alle tutele oggi previste per i dipendenti.

Di fronte a simili scenari appaiono del tutto secondari sia il ritorno al sistema delle causali per il contratto a tempo determinato sia la tanto propagandata abrogazione di alcune forme contrattuali (il lavoro intermittente e ripartito, l’apprendistato professionalizzante e per l’acquisizione di un diploma o per percorsi di alta formazione, il contratto di inserimento, il contratto di formazione e lavoro).

Sia concessa un’ultima considerazione. Le forme contrattuali proposte dal PD – il CUIF in modo particolare – presentano delle similarità con il contrat nouvelles embauches (CNE) francese. Introdotto nell’estate del 2005 dal Governo de Villepin, il CNE prevedeva che nei primi due anni (il cd.période de consolidation)  il datore di lavoro potesse effettuare un licenziamento senza doverne specificare i motivi, corrispondendo un indennizzo al lavoratore licenziato. Sia la magistratura francese che l’International Labour Organization hanno dichiarato contraria al diritto internazionale del lavoro la durata di due anni della fase iniziale del CNE, costringendo infine il Governo di centrodestra a fare marcia indietro. I dirigenti del PD sembrano invece in grado di convincere gli italiani che neppure tre anni sarebbero troppi. Evidentemente aveva ragione Agnelli: per le controriforme bisogna rivolgersi al centrosinistra.

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*Università di Roma “La Sapienza”

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