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Archive for dicembre 2011

di Rossana Rossanda – il manifesto, 13 dicembre 2011

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Valutazione della crisi, che fare di fronte alla sua precipitazione e il problema delle forme politiche sono i nodi venuti al pettine del convegno di Firenze

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La giornata di Firenze, il 9 dicembre, organizzata su “La Rotta d’Europa” merita qualche riflessione più seria di quella che le abbiamo dedicato sabato scorso. Essa incrocia alcuni temi maggiori della vicenda delle sinistre negli ultimi anni, noi inclusi.

La prima è la valutazione della crisi: perché, da quando, da chi e come essa viene giocata. La chiamiamo “crisi del capitalismo”: se con questo si vuol dire che è una crisi “nel capitalismo”, va bene ma se sottintendiamo che il capitalismo è in crisi non va bene affatto. Su questo c’è stata fra i convenuti una certa chiarezza. Il sistema attraversa le crisi senza perdere la sua egemonia se non si scontra con una soggettività alternativa, o rivoluzionaria, al suo livello. Oggi questa non c’è. È vero che il 99 per certo delle popolazioni è vittima di questa crisi, ma più di metà di questo 99 per cento non lo sa. E si tarda a individuare perché, nel rapporto di forze sociali, siamo tornati indietro di un secolo. E anche le più generose reazioni puntuali – operaie quando, come nel caso della Fiat, il lavoro è direttamente attaccato, o sui beni comuni che si vogliono sottomessi al profitto privato, o contro la corruzione – ma anche le più vaste e giovanili, del tipo “Indignatevi”, sono destinate a essere travolte se non individuano chiaramente il meccanismo di dominio avversario.

Questo non è facile. Una delle carte vittoriosamente messe in campo dal capitale è la tesi di Fukujama che, con la caduta dei “socialismi reali”, ai quali erano direttamente o indirettamente legate le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, si era alla “fine della storia”. Naturalmente non è così, la storia non finisce. Ma è certo che il capitale ha reagito prima di noi alla crescita di un anticapitalismo diffuso culminato dalla fine dei colonialismi al ’68, e la sua aggressività ha cambiato l’organizzazione del lavoro, mondializzato a sua immagine e somiglianza il pianeta, dilatato le inuguaglianze, ribaltato la cultura politica del secondo dopoguerra. E non solo: ha modificato i suoi equilibri interni, enfatizzando lo spazio della finanza rispetto alla cosiddetta “economa reale”. Di qui il ridursi delle alternanze politiche fra destra populista e destra liberista, Berlusconi e Monti, con conseguenti devastazioni della libertà di uomini e donne come eravamo giunti a concepirla.

Non diversamente dalla crisi dei subprimes, quella europea viene dall’essere stata concepita l’Europa e la sua moneta in pieno liberismo, dunque monetarismo e priorità alla deflazione, nella paralisi delle sinistre. Che neppure hanno la forza di spiegare perché D’Alema e Bersani siano così velocemente succeduti al Pci dei suoi anni migliori, che cosa esso è stato realmente, che cosa è stata l’Urss se alla sua caduta non si è fatto strada nessun tentativo vero di socialismo e libertà. Non sono interrogativi retorici, o da trascurare, perché ne è venuta la incapacità di pensare qualsiasi alternativa, anche solo riformista, di sistema – ed è caduto ogni sforzo di analisi del modo di produzione, ogni soggettività di sinistra e cambiamento se non per frammenti, e perlopiù incomunicanti. Il dominio del capitale, finanziario e non, non ha più limiti, Marchionne ci sbeffeggia sulla Fiat “dopo Cristo”, anticipando, come ha detto Landini, una linea generale di distruzione non solo di ogni comunismo ma di ogni riformismo, abbattendo quelli che consideravamo “diritti”.

Su questa analisi i convenuti a Firenze sono stati d’accordo più o meno tutti. Ma le sue forme sono articolate, in parte oscure, in parte senza fondamento, difficili da cogliere: passato in secondo piano Berlusconi l’imbroglione, Monti l’onesto ci copre onestamente di lividi. Le sinistre storiche consenzienti o afone.

La seconda questione della quale si è discusso riguarda il che fare. Trenta anni fa, e forse meno, a una così violenta convulsione del sistema avremmo risposto con un tentativo di rovesciarlo o almeno condizionarlo fortemente. Adesso abbiamo accettato che distrugga non dico l’ideale di un rivoluzionamento, ma l’assai più modesto compromesso dei Trenta gloriosi. Le sinistre storiche si adeguano, i movimenti si indignano, classi intere, a cominciare dal lavoro salariato, già retrocesso in precariato, vanno alla rovina e i paesi con loro. La famosa solidarietà europea non si vede, ogni stato pensa ai casi suoi.

Si può fare altro che mettere un fermo al precipitare della distruzione? Questo “La Rotta d’Europa” lo ha tentato attivando attorno a sé un inaspettato ascolto, compresi alcuni padri fondatori della Unione Europea che stanno a disagio nella dominazione franco-tedesca, peraltro priva di qualsiasi legittimità. Non si tratta di improvvise conversioni: si tratta della constatazione che la linea liberista non solo è crudele, ma non riesce a mettere fine a questa rovina. I paesi, sotto le manovre delle agenzie di notazione, sono sempre più soggetti ai tassi usurai delle banche, in assoluta inuguaglianza, e dunque l’uno è contro l’altro e in indebitamento crescente. Ed è appena cominciata. Le nostre proposte sono, appunto, “riformiste”: colpire la finanza con una tassazione forte, colpire gli alti patrimoni, reintrodurre un controllo dei capitali in direzione opposta alla formula tedesca, ridare fiato agli organismi comunitari, ricondurre la Bce a quelli che dovrebbero essere i suoi fini, riformare un gruzzolo, oggi dovunque scomparso per la crescita. Crescita vuol dire occupazione, oggi dovunque in calo e sotto intollerabili attacchi salariali.

E qui si incontrano sia i limiti del riformismo, sia le proteste dei verdi, i quali ci ricordano che crescita vuol dire fino ad ora demolire le risorse naturali e l’equilibrio del pianeta. Guido Viale propone di uscire dalla opposizione crescita-decrescita, scegliendo “sviluppo”, che non significa solo né soprattutto aumento di beni e consumi materiali, che soffocano la natura e noi. Come? Con chi? Non ci si può nascondere che il dialogo è difficile, quando non chiuso, fra paesi terzi alla fame, paesi emergenti che ruggiscono di crescita, paesi che cominciano ad avere una consapevolezza del problema, e soprattutto enormi interessi contrastanti. Non senza che ciascuno rivendichi una sua “centralità”, secondo tradizioni radicate e fatali.

Terzo, il problema delle forme politiche. Luigi Ferrajoli ha ricordato a Firenze l’analfabetismo economico dei giuristi, e io mi permetto di ricordare l’analfabetismo politico degli economisti, sia detto senza offesa per nessuno. In verità è assai poco chiaro il confine fra quelli che chiamiamo politica, diritto, economia. Le misure della Ue, riprese da Monti, sono “economiche” se economia si riduce a “contabilità di bilancio”, ma sono “politiche” sotto quello dei rapporti fra le classi e le conseguenze sulla intera società.

I movimenti di opposizione, che si levano in contrasto con le inerti sinistre storiche, come gli “indignados” non sempre sono in grado di sapere dove vanno o vorrebbero andare. Arde fra noi la contesa fra “finalmente sono finiti i partiti” e la “difficoltà dei movimenti a coordinarsi e a durare”. Alcune esperienze delle comunità locali rielaborano il dilemma nella dialettica/incontro fra gli uni e gli altri (Della Porta, Lucarelli). Preme la discussione fra democrazia rappresentativa, democrazia partecipata, democrazia diretta (nel riordino fatto da Ginsborg e Dogliani) e indirizzata alla riforma dei trattati europei, in direzione del tutto opposta a quella che ha alimentato l’ultima riunione di Bruxelles.

Il confronto fra noi e lo scontro con i poteri è aperto su tutti i fronti. Ed esige approfondimenti cui non siamo troppo avvezzi. Ma una strada a Firenze si delinea, le volontà e gli impegni ci sono. Che essi incrocino i maggiori problemi della nostra storia è evidente.

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di Rossana Rossanda – il manifesto, 03 dicembre 2011

Una società di liberi ed eguali. È il filo rosso che inanella i romanzi e gli scritti della scrittrice maggiore nella Germania del Novecento. Christa Wolf è rimasta fedele alla scelta di tessere parole per le storie di questo progetto mai rinnegato, nonostante la dolorosa e mai rinunciataria consapevolezza della sua sconfitta

 

Si è spenta Christa Wolf, la maggiore scrittrice tedesca del dopoguerra, il personaggio più inquietante per il panorama che la Germania si è imposta, prima e dopo la caduta del Muro, brevemente amata dalle femministe e subito caduta dalle nostre candide mani quando dagli archivi della Stasi, la polizia segreta, è uscito un fascicolo intestato a un nome falso che la definiva come «agente informale», persona dalla quale si poteva avere qualche informazione senza che se ne accorgesse. Agente informale! Quale orrore. Anche su il manifesto alcune anime belle si sono sdegnate che di lei ci fossimo occupati. L’anima bella non si informa su nulla, ama credere alle polizie, non va mai fuori moda.

Christa Wolf era ingombrante. Anzitutto perché scriveva, assieme della insondabilità del femminile e della storia nella quale le donne si trovano immesse, e della quale una femminista doc non si impiccia, non è competente, in nessun caso ne accetta i codici e i parametri di giudizio. E tanto più trattandosi, nel suo caso, di una storia fra due società dichiarate totalitarie, dunque identiche. Lei era nata fra le due guerre, in un borgo e una famiglia modesta, all’oscuro di tutto e presa dal bisogno di studiare, di capire ma anche di essere utile agli altri. Come ha fatto a non riconoscere di colpo, da bambina, il volto mostruoso del nazismo? E a trovarsi a sedici anni nella Repubblica democratica tedesca e persuasa di essere uscita dalla dittatura mentre non faceva che entrare in un’altra dittatura, e uguale? Uguale? Via via che Christa Wolf conosce il passato e vive il difficile presente non si adeguerà mai all’opinione che, insomma, erano la stessa cosa. Lei pensava che avendo vissuto fino al 1945 nelle maglie di un sistema del quale veniva scoprendo la ferocia, si doveva assumerne la responsabilità e cercar di riscattare la Germania, per quanto di riscattabile ci fosse, rifacendone la società da capo a fondo. Abolendo le ingiustizie proprietarie, facendo in modo che tutti potessero studiare, avere un lavoro e una assistenza sanitaria e pagando il prezzo di una certa, se non povertà, severa sobrietà, «occupandosi del sociale», diremmo noi, della solidarietà voluta dal partito, la Sed, dice lei.

Come si fosse impegnata in questa quotidianità lo scrive più tardi, quando già era resa inquieta non da un rifiuto ma da un dubbio sul sistema ne Il cielo diviso e poi in Trama d’infanzia. Non che fosse il suo unico interrogativo, ma il più forte su se stessa, compagna «intellettuale» che si voleva responsabile di tutto, un tutto che sempre meno le piaceva, ma che non ebbe mai la tentazione di scuotersi dai calzari per andarsene «libera» all’ovest.

Nella scrittura che più la impegnava – fra partito e accudimento d’un simpatico compagno e due simpatiche figlie – scavava nel conflitto fra i sessi, e gli aveva già dato la voce di Cassandra, prigioniera di un Agamennone che torna a casa fra le braccia di una Clitemnestra, che lo avvolge d’un tessuto prezioso per ucciderlo, non avendogli perdonato di avere sacrificato la loro Ifigenia per ottenere dagli dei un buon vento nella navigazione verso Troia. Cassandra, prigioniera, emette un alto lamento fuori della porta della reggia perché sa quel che avviene e avverrà, Apollo avendole dato, per vendetta, il dono avvelenato di conoscere il futuro, che nessuno ascolterà. Alle donne non resta, per sfuggire ai maschili lacci di morte, che farsi una comunità per sé, a parte, vicino allo Scafandro. E’ un testo che scaverà un solco, e su cui tornerà con Premesse a Cassandra. Più tardi affonderà il coltello nella piaga con Medea. Medea la spietata che per colpire l’infedele Giasone uccide i suoi bambini. E se fosse, si chiede Christa, una invenzione dei greci, che – non sopportando di avere per regina una straniera, perdipiù della Colchide, alle pendici di quel Caucaso cui è incatenato Prometeo, perdipiù sapiente di cose magiche, – appoggiano lo sposo spergiuro, le danno un giorno per partire, la dicono assassina del fratello e ne uccidono i figli? Euripide è quello che ha messo questa Medea in versi e in scena. Si può discutere se il suo sia davvero un processo alla straniera o la tragedia delle donne tradite, che conclude facendo assurgere Medea e i due piccoli cadaveri sul carro del sole, suo padre. Così l’avrebbe assolta anche Dreyer e chi ne completava l’opera, Lars von Trier.

Ma poco importa una discussione filologica. Importa che la Medea di Christa non solo denuncia lo sguardo maschile nella mitologia e nella storia, ma cade nel frammentarsi della sperata «casa comune» europea fra sanguinosi nazionalismi, conflitti di sangue e terra, che ardono nei Balcani – ricchi di ritorni su Medea – e in un continente che cede a sempre più semplificati e crudeli paradigmi. Per rapporto alla xenofobia, la Medea corrente, diciamolo, è uno stereotipo femminile comodo. Se le urla di Isabelle Huppert nella corte del palazzo dei Papi di Avignone fossero dolore puro e giustificato?

Da Medea le mie amiche sono meno turbate che da Cassandra, né, che io sappia, se ne sono troppo occupate. Poco dopo però il centro Virginia Woolf di Alessandra Bocchetti invita Christa a Roma, e in un teatro fitto di donne lei viene, il bel viso paesano e limpido, a rispondere a tutte. E quando le chiedono quali siano stati i suoi giorni più felici, dice semplicemente quelli in cui aveva messo al mondo le figlie. Ma appena esce, ripresa con gaudio dai giornali, la storia velenosa del fascicolo della Stasi, non si prende la difesa di Christa, non si va a vedere, la si tiene a distanza e la si sprofonda nell’oblio. Del resto, come che sia andata, che altro si merita una che si è impeciata nel comunismo, e non si affretta a rinnegarlo come tutta la gente per bene?

Christa si ammala, sfiora la morte, patisce ma osserva e scrive di quando il corpo ti vuole ammazzare, non guarirà del tutto mai più. Un soggiorno in California, offerto da una cortese asettica fondazione per una ricerca sulla messe di intellettuali tedeschi emigrati fra le due guerre, le permetterà di vivere accanto alle Pacific Palisades di Thomas Mann e Arnold Schoenberg, alla casa dei Feuchtwanger e di altri, anche di un soggiorno di Brecht, di cui può scrutare oltre le siepi i giardini. Ora ci abitano altri. Legge e rilegge i loro scritti dall’esilio e, per quelli che sono tornati, dal ritorno. Un paese, una Stimmung, si sono estinti. Come ci si estingue? Christa va in cerca degli indiani in estinzione, gli Hopi accanto al Grand Canyon. Ma non è la stessa dei tedeschi del Novecento. Degli ebrei. Con un ebreo condividerà i pensieri e le grandi domande sul fare e non fare, sulla vita e sulla morte.

Quando andrà a vedere Las Vegas, simbolo di un presente trionfante, la troverà identica a quel che aveva pensato, e ripugnante. Gli Stati Uniti non sono soltanto Las Vegas, né quel che resta degli indiani. La California che la ospita è piena di gente, esuli e non esuli, gentile, corretta, senza grandi curiosità ma che si sente in dovere di farle la domanda: come è stato possibile essere tedeschi? Prima del 1945? E dopo nella Rdt, più precisamente Ddr? Non si azzardano ad approfondire: come è possibile aver appartenuto alla Sed? È un mondo inimmaginabile dai gentili indigeni. Il solo a capire è l’amico ebreo, con il quale si scambiano pensieri affaticanti di saggezza. Potremmo capire alcuni di noi europei, se solo non rifiutassimo assiduamente il passato. E la persuasione, da Christa mai dismessa, che avere un posto di lavoro, un alloggio, una scuola aperta fino agli scalini più alti, una assistenza sanitaria siano dei diritti umani. Non è più così. Ed è stata breve l’illusione, fra il 1988 e il 1989 che quel che era stato il suo paese – come dire: quel paese io lo ho amato? – conservasse i diritti di prima e avesse ora anche la democrazia. La libertà, suggerisce l’amico ebreo. Liberta è un enorme parola. In ogni modo non sarà.

Negli ultimi anni la sua scrittura si sviluppa in un tessuto simile, con occhio di donna, a quello dell’Ulysses di Joyce, senza le illuminazioni formali, ma in tempo reale, in luogo reale, davanti agli altri reali e alla incerta realtà di se stessi, inclusa la domanda chi si è, che cosa è la memoria di sé nell’immenso patchwork dell’esistenza concreta. Impermeabile alle coglionerie del postmoderno, ne segue fino a rompersi le ossa la pressione del concretamente vissuto. In Un giorno all’anno si prescrive di scriver tutto, ma proprio tutto e soltanto, di un certo giorno di ogni settembre. Formula bizzarra, che m’è venuto subito naturale di scassare, andando a scrutare che cosa pensava nel settembre del 1976, del 1989, del 1990 – fino a che ho imparato a leggerlo per quel che è, un fiancheggiarsi di veri giorni, non traversati e piegati a un filo diverso da quello dell’esistenza.

L’altro libro sconcertante è uscito in Italia nelle settimane in cui moriva. Avrei voluto tanto poter parlare con Christa Wolf, avremmo avuto molte cose da dirci. Ma lei era malata, e io non so parlare il tedesco, mi resta una sua lunga risposta a una mia polemica. Insomma niente, salvo La città degli angeli, un quasi diario del soggiorno a Los Angeles. La luminosità del cielo, lo splendore del mare e una piccola suora dal nome adatto, Angelina, affettuosa e ridente; che la invita a guardarsi con indulgenza, a volersi bene, a non farsi male, ad acquietarsi in quel che le piace, ad sorvolare sulle cose. Christa Wolf vuol bene a quell’angelo, anzi a quell’angela, ma non appartiene alla sua serena specie.

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