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Archive for novembre 2011

di Emiliano Brancaccio –  www.emilianobrancaccio.it, 12 novembre 2011

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In questi giorni svariati giornalisti mi hanno chiesto un commento su Mario Monti e sui suoi presunti rapporti con i famigerati “poteri forti”. Dal Foglio a Liberazione, passando per la trasmissione Piazza Pulita, questa domanda mi è stata rivolta da più parti. Qui di seguito provo a fornire una risposta un pochino più articolata di quella che la stampa e la tv del nostro tempo sembrano in grado di recepire.

 In primo luogo, considero l’espressione “poteri forti” estremamente ingenua. Essa rientra nel repertorio tipico dei cosiddetti “cospirazionisti”, i quali commettono l’errore di concepire la Storia come se fosse una mera sequenza di complotti orditi da singoli individui o da gruppi organizzati, con tanto di nomi e cognomi. Oggi i cospirazionisti vanno molto di moda, ma la loro lettura del processo storico è semplicistica e fuorviante. Beninteso, che la meccanica politica sia sempre in fin dei conti riconducibile ad azioni individuali, a trame, a coalizioni e a “movimenti di truppe” è del tutto ovvio. Tuttavia, occorre comprendere che le azioni individuali o di gruppo che davvero contano sono soltanto quelle che si muovono lungo il solco tracciato da forze gigantesche di tipo “impersonale”. Il movimento della Storia, in altri termini, dovrebbe in generale esser considerato un “processo senza soggetto“.

Ora, alla luce di questa interpretazione non ingenua del processo storico, che giudizio possiamo dare di Mario Monti? E cosa possiamo attenderci da un eventuale governo da lui presieduto? Per tentare di rispondere può essere utile in primo luogo fornire un breve profilo dei contributi di Monti alla ricerca economica e alla vita politica.

Nel campo della ricerca, di grande rilievo è un suo articolo dal titolo “A theoretical model of bank behaviour and its implications for monetary policy” (L’Industria, 2, 1971). Meglio noto come “modello Klein-Monti”, questo lavoro si inseriva nell’acceso dibattito dell’epoca in merito alla opportunità o meno di disciplinare l’attività bancaria tramite vincoli amministrativi. In particolare, ci si interrogava sul rischio che una forte concorrenza sul versante della raccolta potesse accrescere prima i tassi sui depositi e poi, conseguenzialmente, anche quelli sui prestiti. Per evitare ciò venivano quindi introdotti per legge dei “soffitti” ai tassi massimi che le banche potevano offrire ai depositanti. Ebbene, Klein e Monti dimostrarono che, sotto date condizioni di mercato, i tassi d’interesse che le banche apllicano sui prestiti sono del tutto indipendenti dai tassi sui depositi, il che rende inutile il tentativo di controllare i primi introducendo vincoli amministrativi sui secondi. In aggiunta a ciò, Monti evidenziò pure che il tasso sui depositi deciso da una banca dipende dagli obiettivi che essa intende perseguire: massimizzare il profitto oppure massimizzare i depositi e quindi le dimensioni.

Dunque, fin dai suoi primi contributi scientifici, Monti ha elaborato delle analisi tese a evidenziare l’inefficienza dei controlli amministrativi. Anziché basarsi su di essi, l’azione politica dovrebbe essere orientata allo scopo di introdurre regole in grado di far funzionare al meglio i meccanismi del libero mercato. A questa impostazione Monti è rimasto fedele anche in ambito politico, specialmente in qualità di commissario europeo al Mercato interno e in seguito alla Concorrenza. Il suo può in fondo definirsi un “liberismo temperato”, vale a dire un tentativo di render compatibili il libero funzionamento del mercato e la sopravvivenza di un efficiente sistema di welfare europeo. Da un lato, infatti, Monti si è battuto per rimuovere gli argini e gli ostacoli nazionali all’unificazione del mercato europeo. Dall’altro, si è fatto promotore di svariate iniziative per avviare un processo di armonizzazione fiscale tra i paesi dell’Unione europea, soprattutto allo scopo di contrastare fenomeni di concorrenza al ribasso sulla tassazione dei capitali. Se però sul primo versante i risultati sono stati tutt’altro che trascurabili, sul secondo Monti è stato pressoché ogni volta bloccato e sconfitto.

Alla luce di questi profili, e sulla base su una concezione smaliziata della Storia, intesa come “processo senza soggetto”, è dunque possibile ipotizzare un nesso tra Monti e i cosiddetti “poteri forti”? In effetti un legame potenziale esiste, ma è molto diverso da come viene solitamente presentato. Per metterlo in luce, bisogna in primo luogo comprendere che l’odierna crisi della zona euro costituisce anche il riflesso di uno scontro in atto tra capitali “forti” situati in Germania e nelle aree “centrali” del continente, e capitali “deboli” situati in Italia e nelle altre “periferie” europee. Come gli eventi del passato insegnano, una eventuale preciptazione della crisi potrebbe attivare un potente meccanismo di acquisizione dei capitali “deboli” da parte dei capitali “forti”. La stessa eventualità di una deflagrazione della zona euro e di una svalutazione da parte dei paesi periferici potrebbe in effetti accelerare un processo del genere. La svalutazione infatti riduce il valore dei capitali situati nelle periferie e quindi li rende ancor più facilmente oggetti potenziali di “shopping a buon mercato”.

In termini marxiani, questo meccanismo si definisce “centralizzazione del capitale”. Semmai lo si volesse interrompere bisognerebbe di fatto reintrodurre in Europa dei vincoli alla libera circolazione dei capitali e al limite delle stesse merci. Ma, tali vincoli potrebbero mai essere avallati da Monti? Stando alla sua avversione nei confronti degli interventi amministrativi di limitazione del mercato, alla sua cristallina vocazione “liberoscambista” e alla sua strenua difesa del mercato unico, si direbbe assolutamente di no. A meno di negare le tesi di una intera vita, Monti si vedrebbe dunque costretto a sostenere o comunque a non ostacolare le acquisizioni estere. Egli potrebbe al limite accettare l’idea che la moneta unica venga meno, ma credo che si opporrebbe risolutamente a una implosione del mercato unico europeo. In questo senso, la sua posizione potrebbe in effetti esser considerata compatibile con gli interessi dei capitali europei più “forti”.

Si noti che questa interpretazione è in linea con una concezione della Storia quale processo impersonale e senza soggetto, e non necessita quindi di alcuna suggestione infantile riguardo ad azioni specifiche di singoli o di gruppi e alle connesse ipotesi sulle “trame” dei “poteri forti”, della Trilaterale o del gruppo Bildberg.

Un sospetto non ingenuo tuttavia sembra lecito. Viene infatti da chiedersi se, a seguito del cambio di governo, la Banca centrale europea si renderà nuovamente disponibile ad effettuare acquisti in massa di titoli pubblici italiani al fine di contrastare la caduta dei loro prezzi e l’aumento conseguente degli spreads. In effetti, una eventualità del genere renderebbe la strategia della BCE sotto più di un aspetto opaca, e in un certo senso più difficile da giustificare. Se così davvero andasse la tesi dei “complottisti” potrebbe quindi riprender vigore: si rivangherebbe sul passato comune di Draghi e Monti in Goldman Sachs, e così via. La realtà, tuttavia, è che anche l’eventualità di un mutamento negli indirizzi della BCE può trovare una spiegazione valida solo nell’ambito di una interpretazione “impersonale” del processo storico. Infatti, se si assume che tra il governo Berlusconi dimissionario e un eventuale governo Monti sussista una differenza cruciale nelle modalità di gestione delle eventuali vendite di assets nazionali, e se si ritiene che il consiglio direttivo della BCE consideri quelle vendite decisive per la solvibilità futura dei paesi periferici, allora anche una eventuale svolta negli indirizzi di politica monetaria potrebbe esser concepita come uno dei molteplici riflessi della disputa in corso tra capitali europei “forti” e “deboli”.

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di Rossana Rossanda – il manifesto, 4 novembre 2011

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Credevo che ci fosse un limite a tutto. Quando Papandreou ha proposto di sottoporre a referendum del popolo greco il «piano» di austerità che l’Europa gli impone (tagli a stipendi e salari e servizi pubblici nonché privatizzazione a tutto spiano) si poteva prevedere qualche impazienza da parte di Sarkozy e Merkel, che avevano trattato in camera caritatis il dimezzamento del debito greco con le banche. Essi sapevano bene che le dette banche ci avevano speculato allegramente sopra, gonfiandolo, come sapevano che Papandreou aveva chiesto al Parlamento la facoltà di negoziare, e che una volta dato il suo personale assenso, doveva passare per il suo governo e il parlamento (dove aveva tre voti di maggioranza). Ed era un diritto, moralmente anzi un dovere, chiedere al suo popolo un assenso per il conto immenso che veniva chiamato a pagare. Era un passaggio democratico elementare. No?

No. Francia e Germania sono andate su tutte le furie. Come si permetteva Papandreou di sottoporre il nostro piano ai cittadini che lo hanno eletto? È un tradimento. E non ci aveva detto niente! Papandreou per un po’ si è difeso, sì che glielo ho detto, o forse lo considerava ovvio, forse pensava che fare esprimere il paese su un suo proprio pesantissimo impegno fosse perfino rassicurante. Sì o no, i greci avrebbero deciso tra due mesi, nei quali sarebbero stati informati dei costi e delle conseguenze. Ma evidentemente la cancelliera tedesca e il presidente francese, cui l’Europa s’è consegnata, avrebbero preferito che prendesse tutto il potere dichiarando lo stato d’emergenza, invece che far parlare il paese: i popoli sono bestie; non sanno qual è il loro vero bene, se la Grecia va male è colpa sua, soltanto un suo abitante su sette pagava le tasse (e non era un armatore), non c’è parere da chiedergli, non rompano le palle, paghino. Quanto ai manifestanti, si mandi la polizia.

E per completare il fuoco di sbarramento hanno aggiunto: intanto noi non sganciamo un euro. Erano già caduti dalle nuvole scoprendo nel cuor dell’estate che la Grecia si era indebitata oltre il 120 del Pil. E non solo, aveva da ben cinque anni una «crescita negativa» (squisito eufemismo). Né i governi, né la commissione, né l’immensa burocrazia di Bruxelles se n’erano accorti, o se sì avevano taciuto; idem le banche, troppo intente a specularci sopra. Perché no? I singoli stati europei hanno dato loro ogni libertà di movimento, le hanno incoraggiate a diventare spregiudicatissime banche d’affari, e quando ne fanno proprio una grossa, invece di mandar loro i carabinieri, corrono a salvarle «per non pregiudicare ulteriormente l’economia».

In breve, la pressione è stata tale che Papandreou ha ritirato il referendum. La democrazia – in nome della quale bombardiamo dovunque ce lo chiedano – non conta là dove si tratta di soldi. Sui soldi si decide da soli, fra i più forti, e in separata sede. Davanti ai soldi la democrazia è un optional.

Nessun paese d’Europa ha gridato allo scandalo. Né la stampa, gioiello della democrazia. Non ho visto nessuna indignazione. Prendiamone atto.

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di Gad Lerner – La Repubblica, 3 novembre 2011

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Fino a che punto le regole vigenti nell’ economia mondiale sono tuttora compatibili con l’ esercizio della democrazia? La domanda è più che legittima, vista la reazione di panico con cui i mercati finanziari,e insiemea loro tanti leader politici nonché le principali istituzioni monetarie, hanno condannato la decisione del governo greco di convocare un referendum sulle ricette amare prescritte dall’ Unione europea.

Il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, ne parla come di un “lancio di dadi”. Il governo tedesco lo qualifica come inaccettabile “perdita di tempo”. Quanto alle reazioni dell’ establishment di casa nostra, basti per tutti l’ aggettivo con cui Ferruccio de Bortoli, sul Corriere della Sera, liquida il referendum indetto da Papandreou: “Scellerato”. Scellerato il ricorso a uno strumento di democrazia diretta? E perché mai? La risposta implicita può essere una soltanto, dato che purtroppo non esiste ancora una Confederazione Europea titolare di sovranità democratica condivisa: uno Stato che, come la Grecia, ha accumulato un debito insostenibile, per ciò stesso sarebbe condannato alla perdita della sovranità nazionale; ai suoi cittadini, quindi, può venir confiscato il diritto di assumere decisioni sul proprio futuro. Per giustificare un tale ricorso allo stato d’ eccezione che contemplerebbe la sospensione dell’ esercizio della sovranità popolare, qualcuno invoca il paragone storico: quando mai un leader politico come Winston Churchill avrebbe sottoposto all’ opinione pubblica impaurita la decisione stoica di resistere all’ aggressione nazista? La metafora bellica, però, è un’ arma a doppio taglio: possiamo considerare un progresso che, nel mondo contemporaneo, il dominio sia fondato non più sugli eserciti ma sul debito. Purché si riconosca che siamo in presenza di una nuova forma di colonialismo.

Si badi bene. Il governo greco soffre di un deficit di forza e autorevolezza, è vero. Ma non si è sottratto al dovere di rinegoziare con l’ Ue e il Fmi le condizioni del suo debito. Ne è conseguito un piano di rientro terribilmente oneroso. I cittadini non vengono chiamati a pronunciarsi su un singolo provvedimento, prerogativa del governo in carica, ma su una scelta per tutti loro vitale. Accettare i sacrifici necessari per continuare a far parte dell’ Unione europea, o sobbarcarsi l’ incognita del default? Già nella piccola Islanda, con due diversi referendum, gli elettori hanno rifiutato di onorare il piano di rimborsi predisposti dal Fmi, e hanno preferito penalizzare le banche creditrici inglesi e olandesi. È vero che se un’ analoga decisione venisse assunta dai greci, le ripercussioni sarebbero molto più gravi per tutta l’ eurozona. Ma resta la domanda: a chi spetta decidere? C’ è forse qualcuno che può sostituirsi al popolo greco in un tale frangente?

Nel loro recente libro-dialogo Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky ricordano che per millenni la democrazia fu considerata un pessimo sistema di governo perché solo un’ élite di avveduti saprebbe decidere per il meglio, non la massa degli ignoranti. Se invece restiamo fermi nella convinzione che “il popolo si può sbagliare ma resta il miglior interprete del proprio interesse”, e quindi “ogni altro interprete è peggiore”, allora dobbiamo guardarci dai vizi antidemocratici che contraddistinguono l’ attuale gestione della crisi del capitalismo finanziario. Possiamo delegarla a autorità monetarie rivelatesi per decenni insensibili a piaghe come la disoccupazione e l’ acuirsi delle disuguaglianze, se non addirittura compartecipi nel predominio della finanza speculativa? Non risulta beffardo che l’ autonominatosi direttorio franco-tedesco sia oggi costituito da leader di destra che negli anni scorsi hanno boicottato una reale unione politica sovranazionale? Per non dire dei governanti italiani che fino a ieri blateravano di popoli in rivolta contro gli “euroburocrati”, salvo sottomettersi ora acriticamente ai diktat di Francoforte e Bruxelles.

Una politica incapace di rimettere in discussione i dogmi di un’ economia fondata sulla lucrosa perpetuazione del debito e sull’ ideologia della competizione esasperata, subisce passivamente la contrapposizione tra finanza e democrazia; sposa le convenienze della finanza a scapito della democrazia. Del resto, la levata di scudi contro il referendum greco è un atteggiamento già sperimentato in Italia. Come dimenticare che la primavera scorsa il nostro governo sperperò centinaia di milioni nell’ inutile tentativo di boicottare i referendum sull’ acqua e sul nucleare, rinviandone lo svolgimento? E ora, nella foga di varare un piano di privatizzazione delle aziende pubbliche, il governo si prepara a calpestare quel voto contrario di ventisette milioni di italiani convinti che si debbano preservare dei “beni comuni”. Tutti scellerati?

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