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Archive for giugno 2011

di Luciano Gallino – il manifesto, 21 giugno 2011

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«Tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza uguali nella storia». Nel 1938 Roosevelt lanciava l’allarme per le sorti di una democrazia messa in pericolo dallo strapotere della grande industria privata. Oggi quell’allarme si è avverato.

La democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui tutti i membri di una collettività hanno sia il diritto, sia la possibilità materiale di partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano la loro esistenza. La possibilità di intervenire nel processo decisionale, di avere voce nelle decisioni che contano, si può realizzare sia con la partecipazione diretta, sia attraverso forme di rappresentanza.

In tema di decisioni che toccano l’esistenza del maggior numero di membri d’una collettività, di tutti noi, viene naturale includere diversi aspetti attinenti all’economia, o ad essi strettamente correlati. Tra le decisioni che incidono sulla nostra esistenza ritroviamo: il tipo di manufatti e di servizi che vengono prodotti; i luoghi della produzione degli uni e degli altri; le condizioni di lavoro in cui vengono prodotti nel nostro paese o all’estero; la possibilità per ciascuno di noi e per i suoi figli di trovare quanto prima un lavoro stabile, adatto al proprio talento e grado di istruzione. E ancora, la produzione degli alimenti di cui ci nutriamo, la loro provenienza, il modo in cui vengono distribuiti, dal negozio all’angolo all’outlet grande come un campo di calcio; il costo di ciascuno di questi beni e servizi; il tipo di mezzi di trasporto di cui dobbiamo servirci, insieme con la loro comodità e costo; la qualità dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo; gli abiti che indossiamo; il tipo di abitazione in cui viviamo, la sua collocazione e i mobili con cui è stata arredata; l’intensità fonovisiva nello spazio e nel tempo della pubblicità, cui sono esposti i nostri figli sin dai primissimi anni; il modo in cui il sistema finanziario si collega all’economia reale; il modo in cui sono gestiti i nostri risparmi a scopi previdenziali; e, per finire, la struttura sociale della comunità di cui facciamo parte.

Nelle condizioni che prevalgono da decenni nell’economia e nella società un’osservazione si impone: la grandissima maggioranza della popolazione è totalmente esclusa dalla formazione delle decisioni che ogni giorno si prendono nei campi ricordati sopra. Il soggetto che direttamente le prende o che indirettamente determina il corso delle decisioni stesse, è la grande impresa, industriale e finanziaria, non importa se italiana e straniera. Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia. A questo proposito un uomo politico di primo piano ebbe a dire tempo addietro: «La libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un livello di vita accettabile. Oggi tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza uguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l’efficacia dell’impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego al capitale, e come mezzo per assicurare una distribuzione più equa del reddito e dei guadagni tra il popolo della nazione tutta».

L’uomo politico di cui ho appena citato un discorso era il presidente americano Franklin D. Roosevelt. Correva l’anno 1938. Roosevelt era preoccupato perché l’impresa privata creava sempre meno occupazione, e contribuiva a concentrare il reddito in poche mani anziché distribuirlo. Era ancor più preoccupato per le sorti della democrazia a fronte della crescita di un potere privato arrivata al punto di diventare più forte dello stesso Stato democratico. Dopo un interludio durato pochi decenni, la preoccupante visione di Roosevelt si è pienamente avverata, in tutti i sensi. Sia in campo industriale che in campo finanziario poche decine di corporation dalle dimensioni smisurate sono giunte a formare il vero governo del paese. Se non in tutti, in molti campi della vita civile la democrazia in Usa è stata svuotata di senso. Le leggi escono dal Congresso, ma le indicazioni per scriverle provengono notoriamente dalle corporation industriali e finanziarie. Le quali hanno speso tra l’altro 500 milioni di dollari per sostenere nel 2008 la campagna elettorale di ambedue i candidati alle presidenziali; 300 milioni per rendere il meno incisiva possibile la riforma di Wall Street del 2010; e altrettanti per tentare di bloccare la modesta riforma sanitaria voluta dal presidente Obama. Con la previsione che, essendo mutata nel novembre 2010 la composizione del Congresso, quasi sicuramente vi riusciranno nel prossimo futuro.

Chi ha avuto la peggio sono stati i lavoratori americani. Lavorano almeno duecento ore l’anno più degli europei, e i loro salari, in termini reali, sono pressocché al livello del 1973 – quasi quarant’anni fa. Una delle cause è stato il trasferimento di interi settori manifatturieri dai paesi sviluppati a quelli emergenti, con la perdita di decine di milioni di posti di lavoro. Grazie alle delocalizzazioni gli Stati Uniti hanno praticamente smantellato buona parte della loro industria manifatturiera. Al presente negli Usa risulta quasi scomparsa la produzione di settori che pochi decenni fa dominavano con le loro esportazioni, oltre al mercato interno, gran parte dei mercati occidentali. Tra di essi figurano comparti di dimensioni gigantesche quali gli elettrodomestici; i televisori e l’alta fedeltà; i computer e i microprocessori; i telefoni cellulari; l’abbigliamento; i giocattoli.

In merito a tutto ciò, non risulta che quei lavoratori abbiano avuto la minima possibilità di fare sentire la loro voce, e meno che mai – salvo sporadici casi locali – di intervenire con qualche efficacia in decisioni che sconvolgevano la loro esistenza, le loro famiglie, la loro comunità. Pertanto è davvero arduo capire come il caso americano ci possa venire solennemente presentato da manager e politici italiani come una forma di modernizzazione delle relazioni industriali. È ancora più arduo capire – o forse sbaglio: è fin troppo facile – come, in Italia, tra le file dell’opposizione non si sia levata finora una sola voce per rilevare che il potere esercitato dalle corporation sulle nostre vite configura un tale deficit di democrazia da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca.

Nell’Ue possiamo coltivare ancora per qualche tempo la nostra distrazione dinanzi allo svuotamento che il sistema economico e finanziario ha effettuato della democrazia reale, grazie al fatto che tra la fine della guerra e i secondi anni Settanta robuste iniezioni di democrazia nel sistema economico sono state effettuate per via di diversi fattori concomitanti. Tra di essi ricorderei le lotte dei lavoratori e il peso che avevano allora i sindacati anche come numero di iscritti; la presenza nei parlamenti europei di robusti partiti di sinistra; il peso nelle formazioni di centro dei cattolici progressisti; un certo numero di imprenditori e di manager pubblici che preferivano affrontare con i sindacati vertenze lunghe e aspre piuttosto che buttare sul tavolo documenti della serie «prendere o lasciare». Senza dimenticare che l’ombra dell’Orso sovietico a oriente tendeva a rendere più malleabili le confindustrie di tutti i paesi dell’Europa occidentale. I risultati si sono visti. Il sistema sanitario nazionale; lo sviluppo del sistema pensionistico pubblico; le riduzioni d’orario, a cominciare dal sabato interamente festivo; il miglioramento delle condizioni di lavoro; lo Statuto dei lavoratori, rappresentarono tutti pezzi di democrazia reale che furono estorti alla grande impresa, o che essa – se si preferisce – fu indotta a concedere.

Ora la grande impresa si sta battendo per riconquistare il terreno perduto tra il 1950 e il 1980. Di fronte le si aprono praterie senza confini. La preoccupante ombra dell’Orso è scomparsa. I partiti di sinistra sono peggio che scomparsi: anche quando si sforzano di dire qualcosa di sinistra si intravvede subito, in Italia come in Francia, nel Regno Unito come in Germania (in questo caso, bisogna dire, con l’eccezione della Linke), che sono diventati i migliori interpreti degli interessi della grande impresa ai tempi della globalizzazione. In tutti i paesi i sindacati sono indeboliti dal calo degli iscritti – in media oltre la metà, nell’industria manifatturiera – e dalla divisione tra chi propende alla collaborazione prima ancora di cominciare una vertenza, e chi preferisce invece ragionare in termini di composizione caso per caso di un conflitto che è storicamente strutturale, e strutturalmente irrisolvibile – salvo si preveda un’uscita dal capitalismo.

Quel che si configura nel nostro paese come in tutta l’Ue a 15 è un arretramento non solo delle relazioni industriali ma dell’intero processo democratico. Un arretramento di tale portata da essersi verificato, nella storia, soltanto quando un sistema politico democratico è stato sostituito da una dittatura. A guardarlo con occhio distratto, come un po’ tutti siamo inclini a fare, il percorso pare innocuo. La globalizzazione, si afferma, esige che si riducano i diritti, i salari, lo Stato sociale per fare fronte al potere economico dei paesi emergenti. La grande impresa contribuisce al percorso attribuendo ad esso un carattere di ineluttabilità: non esistono alternative; sono in gioco grandi investimenti e molti posti di lavoro; non possiamo far altro che adattarci alla logica dell’economia. In realtà, non di logica economica si tratta, bensì di potere politico. Il fatto di sottrarre progressivamente ai lavoratori ogni residua possibilità di partecipazione alla determinazione di orari, salari, condizioni di lavoro e altro preannuncia la sottrazione a tutti della possibilità di partecipare a qualsiasi decisione di qualsiasi rilevanza in qualsiasi ambito. Preannuncia, in altre parole, la sottomissione a un potere totale.

La privatizzazione di ogni cosa, dalla previdenza alla scuola e all’acqua, che sono uno degli ultimi campi da cui la grande impresa può puntare ad estrarre un valore elevato perché da noi sono campi ancora poco lavorati, è un altro passo intermedio significativo. Ed è stupefacente notare anche qui come il centro-sinistra lo consideri un tema economico, laddove si tratta di un vitale snodo politico. Privatizzare beni comuni, infatti, significa sottrarre ai cittadini un ampio terreno di partecipazione politica, di esercizio della disciplina democratica, per trasferirlo pari pari alla discrezione della grande impresa. Potrebbe quindi essere giunto il momento di discutere dei modi in cui il potere oggi debordante della grande impresa dovrebbe essere sottoposto a regole, al pari di qualsivoglia altro centro di potere. Avendo in vista un sommesso proposito: ridare vitalità, senso, contenuti quotidiani, motivi di attrazione culturale e morale all’idea di democrazia.

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L’ANTICIPAZIONE DI MICROMEGA

Il testo che pubblichiamo in questa pagina è un’anticipazione del numero di Micromega in edicola da oggi. All’interno del giornale, una tavola rotonda sul post-elezioni con il direttore Paolo Flores D’Arcais, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il leader di Sel Nichi Vendola. Ancora, gli economisti Pietro Ichino e Stefano Fassina, e il giuslavorista Piergiovanni Alleva, si interrogano sulle vie d’uscita dalla precarietà. Infine, a dieci anni dal G8 di Genova Pierfranco Pellizzetti intervista Salvo Montalbano, il personaggio di Andrea Camilleri.

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di Luciano Gallino – Repubblica, 14 giugno 2010

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Si spingono in basso salari e condizioni di lavoro per allinearli ai Paesi emergenti. Arriva la nuova “metrica del lavoro” con il computer che controlla.

È possibile che la Fiat non abbia davvero alcuna alternativa. O riesce ad avvicinare il costo di produzione dello stabilimento di Pomigliano a quello degli stabilimenti siti in Polonia, Serbia o Turchia, o non riuscirà più a vendere né in Italia né altrove le auto costruite in Campania. L´industria mondiale dell´auto è afflitta da un eccesso pauroso di capacità produttiva, ormai stimato intorno al 40 per cento. Di conseguenza i produttori si affrontano con furibonde battaglie sul fronte del prezzo delle vetture al cliente.

A farne le spese, prima ancora dei loro bilanci, sono i fornitori (che producono oltre due terzi del valore di un´auto), le comunità locali che vedono di colpo sparire uno stabilimento su cui vivevano, e i lavoratori che provvedono all´assemblaggio finale. I costruttori che non arrivano a spremere fino all´ultimo euro da tutti questi soggetti sono fuori mercato.

Va anche ammesso che davanti alla prospettiva di restare senza lavoro in una città e una regione in cui la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ha già raggiunto livelli drammatici, la maggioranza dei lavoratori di Pomigliano – ben 15.000 se si conta l´indotto – è probabilmente orientata ad accettare le proposte Fiat in tema di organizzazione della produzione e del lavoro. La disperazione, o il suo approssimarsi, è di solito una cattiva consigliera; ma se tutto quello che l´azienda o il governo offrono è la scelta tra lavorare peggio, oppure non lavorare per niente, è quasi inevitabile che uno le dia retta.

Una volta riconosciuto che forse l´azienda non ha alternative, e non ce l´hanno nemmeno i lavoratori di Pomigliano, occorre pure trovare il modo e la forza di dire anzitutto che le condizioni di lavoro che Fiat propone loro sono durissime. E, in secondo luogo, che esse sono figlie di una globalizzazione ormai senza veli, alle quali molte altre aziende italiane non mancheranno di rifarsi per imporle pure loro ai dipendenti.

Allo scopo di utilizzare gli impianti per 24 ore al giorno e 6 giorni alla settimana, sabato compreso, nello stabilimento di Pomigliano rinnovato per produrre la Panda in luogo delle attuali Alfa Romeo, tutti gli addetti alla produzione e collegati (quadri e impiegati, oltre agli operai), dovranno lavorare a rotazione su tre turni giornalieri di otto ore. L´ultima mezz´ora sarà dedicata alla refezione (che vuol dire, salvo errore, non toccare cibo per almeno otto ore). Tutti avranno una settimana lavorativa di 6 giorni e una di 4. L´azienda potrà richiedere 80 ore di lavoro straordinario a testa (che fanno due settimane di lavoro in più all´anno) senza preventivo accordo sindacale, con un preavviso limitato a due o tre giorni. Le pause durante l´orario saranno ridotte di un quarto, da 40 minuti a 30. Le eventuali perdite di produzione a seguito di interruzione delle forniture (caso abbastanza frequente nell´autoindustria, i cui componenti provengono in media da 800 aziende distanti magari centinaia di chilometri) potranno essere recuperate collettivamente sia nella mezz´ora a fine turno – giusto quella della refezione – o nei giorni di riposo individuale, in deroga dal contratto nazionale dei metalmeccanici. Sarebbe interessante vedere quante settimane resisterebbero a un simile modo di lavorare coloro che scuotono con cipiglio l´indice nei confronti dei lavoratori e dei sindacati esortandoli a comportarsi responsabilmente, ossia ad accettare senza far storie le proposte Fiat.

Non è tutto. Ben 19 pagine sulle 36 del documento Fiat consegnato ai sindacati a fine maggio sono dedicate alla “metrica del lavoro.” Si tratta dei metodi per determinare preventivamente i movimenti che un operaio deve compiere per effettuare una certa operazione, e dei tempi in cui deve eseguirli; misurati, si noti, al centesimo di secondo. Per certi aspetti si tratta di roba vecchia: i cronotecnici e l´analisi dei tempi e dei metodi erano presenti al Lingotto fin dagli anni 20. Di nuovo c´è l´uso del computer per calcolare, verificare, controllare movimenti e tempi, ma soprattutto l´adozione a tappeto dei criteri organizzativi denominati World Class Manufacturing (Wcm, che sta per “produzione di qualità o livello mondiale”). Sono criteri che provengono dal Giappone, e sono indirizzati a due scopi principali: permettere di produrre sulla stessa linea singole vetture anche molto diverse tra loro per motorizzazione, accessori e simili, in luogo di tante auto tutte uguali, e sopprimere gli sprechi. In questo caso si tratta di fare in modo che nessuna risorsa possa venire consumata e pagata senza produrre valore. La risorsa più preziosa è il lavoro. Un´azienda deve quindi puntare ad una organizzazione del lavoro in cui, da un lato, nemmeno un secondo del tempo retribuito di un operaio possa trascorrere senza che produca qualcosa di utile; dall´altro, il contenuto lavorativo utile di ogni secondo deve essere il più elevato possibile. L´ideale nel fondo della Wcm è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot.

È qui che cadono i veli della globalizzazione. Essa è consistita fin dagli inizi in una politica del lavoro su scala mondiale. Dagli anni 80 del Novecento in poi le imprese americane ed europee hanno perseguito due scopi. Il primo è stato andare a produrre nei paesi dove il costo del lavoro era più basso, la manodopera docile, i sindacati inesistenti, i diritti del lavoro di là da venire. Ornando e mascherando il tutto con gli spessi veli dell´ideologia neo-liberale. Al di sotto dei quali urge da sempre il secondo scopo: spingere verso il basso salari e condizioni di lavoro nei nostri paesi affinchÈ si allineino a quelli dei paesi emergenti. Nome in codice: competitività. La crisi economica esplosa nel 2007 ha fatto cadere i veli della globalizzazione. Politici, industriali, analisti non hanno più remore nel dire che il problema non è quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti: sono i nostri che debbono, s´intende per senso di responsabilità, discendere al loro livello.

È nella globalizzazione ormai senza veli che va inquadrato il caso Fiat. Se in Polonia, o in qualunque altro paese in sviluppo, un operaio produce tot vetture l´anno, per forza debbono produrne altrettante Pomigliano, o Mirafiori, o Melfi. È esattamente lo stesso ragionamento che in modo del tutto esplicito fanno ormai Renault e Volkswagen, Toyota e General Motors. Se in altri paesi i lavoratori accettano condizioni di lavoro durissime perché è sempre meglio che essere disoccupati, dicono in coro i costruttori, non si vede perché ciò non debba avvenire anche nel proprio paese. Non ci sono alternative. Per il momento purtroppo è vero. Tuttavia la mancanza di alternative non è caduta dal cielo. È stata costruita dalla politica, dalle leggi, dalle grandi società, dal sistema finanziario, in parte con strumenti scientifici, in parte per ottusità o avidità.

Toccherebbe alla politica e alle leggi provare a ridisegnare un mondo in cui delle alternative esistono, per le persone non meno per le imprese.

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INTERVISTA A LUCIANA CASTELLINA

di Vittorio Bonanni – Liberazione, 14 giugno2011

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Rassegnazione, indignazione, ribellione. Stati d’animo diversi della condizione umana. Se non riusciamo più ad indignarci di fronte alle cose più brutte che accadono nella politica e nella società è segno che non riusciamo più a porre le basi per una ribellione, premessa a sua volta necessaria per costruire una politica diversa e dunque una società diversa. Di tutto questo parla appunto Ribelliamoci. L’alternativa va costruita (Aliberti editore, pp. 79, euro 7,90), l’ultimo libro di Luciana Castellina, ex europarlamentare di Rifondazione e storica appartenente del gruppo che fondò il manifesto, radiato dal Pci nel 1969, oltre ad essere stata direttrice di Liberazione dal ’92 al ’94. Alla realizzazione del volume hanno contribuito Don Gallo, che ha realizzato la prefazione, Margherita Hack, Gianfranco Mascia, Germano Nicolini, Tino Tellini, Marco Travaglio ed Enrico Vaime.

Luciana, dalla stesura del tuo libro ad ora ci sono stati due appuntamenti importanti i cui risultati ci fanno vedere il futuro da un’angolazione diversa: le amministrative di qualche settimana fa e lo straordinario risultato referendario di oggi (ieri per chi legge ndr). Che cosa è successo? L’Italia non è più rassegnata?

Siamo di fronte a delle novità molto importanti e tutto è molto positivo ma non vorrei tuttavia che ci facessimo delle soverchie illusioni. Bisogna sapere che l’indignazione innanzitutto può anche sfociare nell’antipolitica. Che tradotta in slogan porta la gente a dire che tutto fa schifo e tutti sono uguali. Lo tsunami dell’antipolitica è stato molto forte, ha penetrato molto la società e non sarà facile estirparlo. E quindi credo che sia bene dire, c’è un punto di partenza ma adesso bisogna riuscire a costruire una alternativa, che significa riscoprire non solo il valore della politica ma anche la pesantezza di tutto ciò che la politica significa. Cioè pensare, fare un’analisi critica sugli errori che si sono fatti, costruire un progetto, mettere insieme la gente per realizzarlo. Pensare quali alleanze siano necessarie, quali le tappe intermedie e l’obiettivo strategico da raggiungere. Se non ci si riabitua a fare questo sforzo siamo di nuovo a dei momenti di ribellione che sono importanti ma che da soli non ci portano da nessuna parte.

Perché non te la senti di dire che c’è stata una svolta politica in questi due risultati, dove peraltro l’antipolitica non mi sembra abbia giocato un ruolo importante?

Svolta è una parola che a me sembra troppo grossa. L’impresa è stata molto importante ma non ci possiamo dimenticare che proprio a causa del meccanismo elettorale è tutto molto affidato ad una persona. Nessun problema quando le persone vanno bene come nel caso di queste amministrative, ma sappiamo anche che questo non è sufficiente e che bisogna poi ricostruire l’organizzazione e una presenza sul territorio capace di costruire appunto dalla realtà territoriale un progetto e non affidarsi solo ai miracoli di santo Pisapia o di santo De Magistris.

Su questo punto sfondi una porta aperta. E, aggiungo, temo anche l’incapacità delle forze di opposizione, Pd in primo luogo, di accogliere questa domanda di cambiamento…

Le colpe sono tante. E ci sono perché si è perduta la cognizione stessa di costruire la partecipazione politica costante e quotidiana sul territorio. E questo, diciamolo con chiarezza, riguarda tutti e non solo il Pd. E poi bisogna essere capaci non solo di denunciare ma di costruire cultura, egemonia. I guasti prodotti da Berlusconi sono stati profondi, non si può pensare che basti conquistare il 51% per cambiare le cose. Bisogna ripartire davvero da una profonda trasformazione della società, partendo da una ripoliticizzazione di questa. Con questo non voglio sminuire affatto il valore di questi risultati che ci segnalano che il materiale c’è, che qualcosa si può fare. Ma, appunto, adesso si deve fare!

Per realizzare questo ci vorrebbe una sinistra in grado di ritrovare una sua unità, senza guardare ossessivamente al centro come fa il Pd e come ha fatto anche Pisapia a Milano. Che cosa ne pensi?

L’unità non è data e non la facciamo a bocce ferme. Si realizza costruendo dei processi unitari di lotta, di scontro, di progetto. Non si può pensare di farla attraverso un accordo realizzato tra i vertici dei partiti. O si rimettono in moto nuove forze che oggi sono fuori da tutti i partiti dati, o altrimenti non si pongono le basi per ricostruire questa unità. Non è un assessore in più nella giunta di Milano che fa l’unità.

Anche se quello certamente poteva essere un segnale. Consola il fatto che intorno ai referendum un minimo di unità, sia pure realizzata in momenti diversi, si è costruita…

Certo, in questo senso l’esperienza referendaria è stata importante. C’è stata una unità che si è costruita attorno a questioni precise ed anche ad una mobilitazione dal basso che è stata ampia e unitaria. Mi sembra che questa sia stata già una cosa molto positiva.

Possiamo dire che il tuo auspicio alla ribellione contenuto nel libro ha cominciato in una qualche misura a concretizzarsi?

Io dico ribellione ma contemporaneamente ricostruire un’idea di società. Non solo dunque ribellarsi a quello che c’è ma avere il coraggio di guardare oltre il presente per costruire una nuova visione del mondo. E la ribellione è solo la premessa a tutto questo.

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INTERVISTA A LUIGI FERRAJOLI

di Roberto Ciccarelli – il manifesto, 8 giugno 2011

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Dopo la politiche neoliberiste attuate da governi conservatori e progressisti, la sinistra deve tornare a proporre soluzioni che impediscano la riduzione del lavoro a merce.

«La sinistra deve capire che il reddito base universale, anche se è difficile da realizzare, dovrebbe oggi rappresentare il principale obiettivo di una politica riformatrice da realizzare gradualmente in una o due legislature». È come sempre chiaro e netto Luigi Ferrajoli, che ha da poco pubblicato Poteri selvaggi. La crisi della democrazia italiana (Laterza) la più aspra critica del berlusconismo che si ricordi degli ultimi tempi (il manifesto del 25 maggio) e domani interverrà al meeting sull’«utopia concreta del reddito» organizzato dal Basic Income Network a Roma. «La crisi non ci lascia alternative: bisogna arrivare ad un reddito per tutti che garantisca l’uguaglianza e la dignità della persona. Diversamente da altre forme limitate di reddito di cittadinanza, un reddito per tutti escluderebbe qualunque connotazione caritatevole e quindi lo stigma sociale che deriva da un’indennità legata al non lavoro o alla povertà. L’ho già sostenuto in Principia Iuris: il reddito è un diritto fondamentale.

Molti studiosi sostengono che il reddito di base è impraticabile perché costa troppo?

Certamente il reddito costa, ma i calcoli che sono stati fatti mostrano che esso comporterebbe anche grandi risparmi: un reddito ope legis per tutti riduce gran parte delle spese per la mediazione burocratica di almeno una parte delle prestazioni sociali, con tutti i costi, le inefficienze, le discriminazioni e la corruzione legati a uno stato sociale che condiziona le prestazioni dei minimi vitali a condizioni personali che minano la libertà e la dignità dei cittadini. Ma soprattutto è necessario sfatare l’ideologia dominante a destra, e purtroppo anche a sinistra, secondo la quale le spese nell’istruzione, nella salute, nella sussistenza sono un costo insostenibile. Queste spese sono al contrario gli investimenti primari ed economicamente più produttivi. In Italia, il boom economico è avvenuto simultaneamente alla costruzione del diritto del lavoro, all’introduzione del servizio sanitario nazionale e allo sviluppo dell’istruzione di massa. La crisi è iniziata quando questi settori sono stati tagliati. Sono cose sotto gli occhi di tutti.

Come si possono recuperare le risorse necessarie?

Dal prelievo fiscale, che tra l’altro dovrebbe essere riformato sulla base dell’articolo 53 della Costituzione che impone il carattere progressivo del sistema tributario. La vera riforma fiscale dovrebbe prevedere aliquote realmente progressive. Oggi la massima è il 43 per cento, la stessa di chi ha un reddito di circa 4.000 euro al mese e di chi, come Berlusconi o Marchionne o gli alti manager, guadagna 100 volte di più. È una vergogna. Quando Berlusconi dice che non vuol mettere le mani nelle tasche degli italiani pensa solo alle tasche dei ricchi. Occorrerebbe invece prevedere tetti e aliquote che escludano sperequazioni così assurde.

Cosa risponde a chi pensa che il reddito sia un sussidio di disoccupazione?

Lo sarebbe se fosse dato solo ai poveri e ai disoccupati. Il reddito di base universale, al contrario, sarebbe un’innovazione dirompente, che cambierebbe la natura della democrazia, e non solo dello stato sociale, della qualità della vita e del lavoro. È infatti una garanzia di libertà oltre che un diritto sociale. Provocherebbe una liberazione dal lavoro e, insieme, del lavoro. Il lavoro diventerebbe il frutto di una libera scelta: non sarebbe più una semplice merce, svalorizzata a piacere dal capitale.

Per riconoscere il reddito come diritto fondamentale è necessaria una riforma costituzionale?

No. Si può anzi affermare il contrario: che una simile misura è imposta dallo spirito della Costituzione. La troviamo nei principi di uguaglianza e dignità previsti dall’articolo 3, ma addirittura nel secondo comma dell’articolo 42 sulla proprietà che stabilisce che la legge deve disciplinare la proprietà «allo scopo di renderla accessibile a tutti». Questa norma, come ha rilevato un grande giurista del secolo scorso, Massimo Severo Giannini, prevede che tutti dispongano di una qualche proprietà, accessibile appunto con un reddito minimo di cittadinanza. E poi ci sono le norme del diritto internazionale, come l’articolo 34 della carta di Nizza, l’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani. È insomma la situazione attuale del lavoro e del non lavoro che è in contrasto con la legalità costituzionale.

La sinistra crede in questa prospettiva?

No. Tuttavia, se la sinistra vuole rappresentare gli interessi dei più deboli, come dovrebbe essere nella sua natura, questa oggi è una strada obbligata. Il diritto al reddito è oggi l’unica garanzia in grado di assicurare il diritto alla vita, inteso come diritto alla sopravvivenza. Ovviamente occorrerebbe anche l’impegno del sindacato. Nella sua tradizione, sia in quella socialista che in quella comunista, si è sempre limitato alla sola tutela del lavoro. Oggi le garanzie del lavoro sono state praticamente dissolte dalle leggi che hanno fatto del lavoro precario a tempo determinato la regola, e del vecchio rapporto di lavoro a tempo indeterminato l’eccezione. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe comunque restaurare la stabilità dei rapporti di lavoro. Con la precarietà, infatti, tutte le garanzie del diritto del lavoro sono crollate perché chi ha un rapporto di lavoro che si rinnova ogni tre mesi non può lottare per i propri diritti. Tuttavia, nella misura in cui il diritto del lavoro non può essere, in una società capitalistica, garantito a tutti, e fino a che permangono forme di lavoro flessibile, il reddito di cittadinanza è anche un fattore di rafforzamento dell’autonomia contrattuale del lavoratore. Una persona che non riesce a sopravvivere accetta qualsiasi condizione di lavoro. Ad un dramma sociale di questa portata si deve rispondere con un progetto ambizioso.

Per quanto riguarda il lavoro e il reddito che cosa si dovrebbe leggere in un programma di sinistra per le prossime elezioni politiche?

Esattamente l’opposto di quanto è stato fatto finora, anche dai governi di centro-sinistra che negli anni Novanta hanno inaugurato, con i loro provvedimenti, la dissoluzione del diritto del lavoro. Bisogna tornare a fare del lavoro un’attività garantita da tutti i diritti previsti dalla Costituzione e conquistati in decenni di lotta, a cominciare dal diritto alla sua stabilità, che è chiaramente un meta-diritto in assenza del quale tutti gli altri vengono meno. Il lavoro, d’altro canto, deve cessare di essere una semplice merce. E a questo scopo il reddito di base è una garanzia essenziale della sua valorizzazione e insieme della sua dignità. Non è accettabile che in uno stato di diritto i poteri padronali siano assoluti e selvaggi. Marchionne non può ricattare i lavoratori contro la Costituzione, le leggi e i contratti collettivi e minacciare di dislocare la produzione all’estero. Una sinistra e un sindacato degni di questo nome dovrebbero quanto meno impegnarsi su due obiettivi: l’unificazione del diritto del lavoro a livello europeo, per evitare il dumping sociale, e la creazione di sindacati europei. Nel momento in cui il capitale si internazionalizza, perché non dovrebbero farlo anche le politiche sociali e i sindacati?

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di Alberto Burgio – il manifesto, 7 giugno 2011

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Nel Medio Evo il traditore per antonomasia finì per avvolgere nella sua ombra di ladro e di usuraio la piccola umanità costretta a vendersi per sopravvivere. Intorno a questa chiave di lettura ruota il bel saggio di Giacomo Todeschini, Come Giuda. La gente comune e i giochi dell’economia all’inizio dell’epoca moderna

«Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro».

Evidenze fallaci
Così, lapidariamente, Giovanni disegna la figura forse più tragica – dopo quella del Cristo – dell’intera narrazione evangelica. Giuda il traditore, il sicario. Giuda l’amministratore infedele, l’ipocrita. Giuda l’ebreo. Non c’è dubbio, Giovanni, tra gli evangelisti il più avverso al mondo ebraico, ha fatto scuola nella cristianità. L’apostolo che avrebbe venduto Gesù per trenta sicli d’argento (un decimo appena del ricavato probabile di un’ampolla di unguento) è ancora oggi nel discorso comune emblema di abiezione, paradigma di un’umanità depravata, precipitata nell’abisso della colpa e del peccato.

Ma Giuda, in verità, chi fu? «In verità», non sul piano della biografia e del fatto storico (dove l’incertezza avvolge già quell’appellativo – Iscariota – che Isidoro di Siviglia riferirà congetturalmente al nome del villaggio o della tribù di Issachar, a sua volta fatidicamente traducibile con «prezzo»). Chi fu quanto a valore simbolico, quanto al ruolo che la sua figura ha svolto nell’immaginario della cristianità e nel costituirsi del suo canone morale?

Un’icona della colpa, questo è evidente. Ma se ci si chiede di quale colpa fondamentale si tratti, l’evidenza intuitiva si rivela inopinatamente fallace. Il tradimento, l’inganno, il deicidio, al quale la «maledetta razza» rimarrà per sempre inchiodata: eppure, prima che sul registro morale, il discorso su Giuda viene stratificandosi – nella patristica e nella testualità carolingia, nella precettistica degli ordini mendicanti, nella teologia e nella produzione iconografica quattro e cinquecentesca – sul terreno cognitivo. Giuda è innanzi tutto una potente icona dell’estraneità.

Devianze inaudite
Il traditore è tale perché non comprende (quindi infrange) i codici di comportamento della comunità e, alla radice, i suoi valori e le sue basilari verità. L’inaudita devianza del tradimento matura su questo terreno. È figlia di una sorta di analfabetismo, in prima battuta economico. Trenta denari, il prezzo di un misero podere, per il figlio di Dio. Certo, infedeltà: ma innanzi tutto irrazionalità, insensatezza, insipienza. Addirittura bestialità.

Di questo passo, il discorso su Giuda rivela mondi insospettati. Se Giuda è prima di tutto colui che fraintende e agisce sulla base di un capitale errore di valutazione (mercator pessimus), la sua figura non evoca soltanto la colpa dell’infedeltà (assenza di fede e tradimento della fiducia), ma stende un’ombra sinistra sull’intera umanità dei mediocri e degli ignoranti, sulle «genti meccaniche» – poveri e ignoranti, servi e subalterni – che non comprendono le norme della convivenza (complicate regole economiche, ancora una volta; ma, più in generale, regole sociali e politiche). E che per ciò stesso vivono esposte al rischio dell’errore e del peccato.

Giuda, uno di noi uomini «senza qualità». Giuda che ci guarda dalle tele del Perugino e di Rubens ad ammonirci che della sua colpa ciascuno è virtualmente partecipe. Giuda, specchio ammonitore, inteso a rammentarci mende e fragilità della nostra condizione di mercenarii costretti a vendere tempo e braccia in cambio della sopravvivenza. Quella che Giovanni l’evangelista pone è solo la prima pietra di un edificio destinato a diventare una delle narrazioni fondative della civitas christiana.

La fabbrica della «modernità»
È questa la storia che Giacomo Todeschini oggi racconta in un libro (Come Giuda. La gente comune e i giochi dell’economia all’inizio dell’epoca moderna, il Mulino 2011, pp. 311, euro 24) davvero fuori dal comune. Todeschini è uno storico del Medioevo. Ma uno storico sui generis, che ha, si può dire, aperto un campo di ricerca violando sistematicamente (tornano alla mente le lezioni di Polanyi e Foucault) i veti e le interdizioni per mezzo dei quali i saperi disciplinari definiscono e riproducono se stessi. Storia medievale, ma in primo luogo storia del discorso economico rintracciato e ricostruito attraverso le maglie della tradizione teologica. Economia e teologia, ma entrambe indagate come luoghi di determinazione dei codici sociali e politici, dunque come sedi primarie di produzione normativa (etica e giuridica). E il Medioevo, a sua volta, ripercorso come fabbrica della «modernità». Fatto rivivere in forza di una stupefacente padronanza delle fonti. Restituito a una insospettata freschezza e attualità. Posto, finalmente, al cospetto dell’età moderna non già per disperdere specificità e distanze, ma per cogliere l’impasto tra persistenza e cesure e, di qui, interrogare schemi, vulgate e periodizzazioni recepite.

Una fisicità bestiale
Torniamo a Giuda l’ebreo. Perché egli, avarus e ladro, critica la Maddalena per quello che considera – scandalosamente – uno sperpero di prezioso unguento? Perché, spiega Todeschini, non decifra il senso del gesto (in virtù del quale la peccatrice si trasfigura e santifica). Fraintende. E fraintende perché rimasto in interiore homine impigliato nel credo originario (onde intavolerà coi sacerdoti del Tempio l’abietta trattativa).

Questa pervicace infidelitas è la primaria fonte dell’avarizia e dell’estraneità. Quindi dell’incapacità di comprendere, insieme con il Valore del Cristo e del Verbo, il codice dei valori (e, perché no, dei prezzi) che regolano la convivenza nella comunità dei redenti. Non si tratta tuttavia di un caso, né, quindi, di un errore emendabile. Giuda non può né potrebbe comprendere, giusta la sua natura difettiva. Giuda è gretto, è rozzo, è prigioniero di una carnalità quasi-animale (ancora un tratto «sordidamente giudaico», oltre che – anzi: quindi femminile). Dalla spiritualità cristiana lo separa un abisso: «non corde, sed corpore sequebatur», sancisce Agostino, tra i massimi suoi esegeti e codificatori. È questa sua greve e bestiale fisicità a incatenarlo al culto esecrabile del denaro (della ricchezza spicciola), quindi alla pratica del ladrocinio, del traffico minuto, alla ricerca ignobile del profitto immediato.

Giuda mette in scena una umanità deteriore e ripugnante, segnata irrimediabilmente dal limite, quindi irrimediabilmente esclusa dalla piena cittadinanza dei salvati. L’incomprensione del Valore è la cifra di una inemendabile inferiorità. Così l’«economia» dichiara tutta la sua ricchezza di significati e funzioni. Gli scambi, i mercati, i rapporti di valore, le regole della buona amministrazione e, naturalmente, le gerarchie inscritte nei poteri e nei saperi, cos’altro sono se non – già al tempo di Agostino e Ambrogio – l’anatomia della relazione sociale e della sintassi politica? Da tutto questo Giuda è escluso. O meglio: dell’esclusione da questa complessa codificazione (e, a maggior ragione, dalle ristrette élite ecclesiali e laiche che ne assicurano l’elaborazione) Giuda è testimone e paradigma.

Il capostipite dei deicidi
Ora, il punto – la domanda-chiave – è a chi questa rappresentazione si attagli: chi siano in definitiva gli analfabeti economici, i primitivi, gli estranei naturali, inammissibili nella comunità o al più tollerabili in quanto intrusi da guardare a vista e isolare, da controllare e all’occorrenza punire. Gli ebrei, si dirà. E in parte è vero. Il furto di cui Giuda si macchia è, in radice, il furto della verità di cui gli ebrei sono autori in quanto corruttori della «verità delle Scritture».

Giuda è, si potrebbe dire, il capostipite della stirpe deicida. Ma, ridotto in questi termini (come spesso accade), il discorso rimarrebbe monco e in definitiva muto. Todeschini lo dice apertamente. Si tratta di liberarlo dal «ghetto storiografico della cosiddetta “storia dell’antisemitismo”», ghetto nel quale dilagano semplificazioni e fraintendimenti, come del resto – aggiungiamo – avviene per lo più nella «cosiddetta» storia del razzismo. Giuda è ebreo, pervicacemente ebreo. L’esserlo rende ragione dei suoi comportamenti devianti e dei suoi limiti. Ma il fuoco e la materia prima della storia sono i suoi comportamenti e la primordiale durezza di cuore e d’intelletto che li determina. Giuda è un simbolo, ma un simbolo – questo è il punto – sono anche gli ebrei che egli rappresenta e dei quali incarna vizi e peccati (debiti) non estinguibili.

Colpa d’autore
Si pensi all’usura, colpa giudaica per antonomasia. Se praticato dagli ebrei, il prestito a interesse è usura («naturalmente» non lo è se il prestatore è invece abilitato dalla Chiesa o dallo Stato, e se il profitto va a beneficio delle istituzioni). Ma, una volta chiarito che l’usura è colpa (lucrum turpe), tale rimane ogni qual volta sia all’opera un prestatore illegittimo. Che proprio per questo diviene ebreo. I giuristi parlerebbero di «colpa d’autore», perché non è il comportamento a decidere, ma il soggetto.

Usurarius manifestus, quindi eretico e «infame», è chiunque presti denaro al di fuori del circuito legittimato dall’autorità. Nella sua condotta abietta la Chiesa addita la scandalosa reiterazione del tradimento del Cristo. Si tratti di ebrei o di cristiani devianti, disobbedienti, falsi. I «nostri ebrei» li definisce sul finire del XII secolo Pietro Cantore, rinomato ecclesiastico parigino. Ignorando, si potrebbe dire, di compiere in tal modo il gesto basilare – costituente – di ogni argomentazione razzista.

L’usuraio è tale perché ebreo o è ebreo perché usuraio? È difficile – anzi impossibile – rispondere in astratto. È soprattutto insensato chiederselo al di fuori di un contesto concreto, pena l’impossibilità di comprendere – per fare un solo esempio (un altro potrebbe essere lo «schmutzig jüdisch» di marxiana memoria, oggetto anche ai nostri giorni, anche a sinistra, di fraintendimenti grotteschi) – il senso che giudeo assume sin dal tardo Duecento (Cino da Pistoia), quale sinonimo di persona gretta, priva di intelligenza spirituale, quindi vocata al computo di piccoli profitti quotidiani.

L’invenzione delle razze
Di qui il passo che Todeschini magistralmente compie nel ricostruire la «dilatazione semantica» che il termine e la figura di Giuda conoscono tra il IV e il XV secolo, sino ad avvolgere nella livida luce della colpa, come si diceva, l’intera piccola umanità della gente qualunque – salariati e contadini poveri, donne sole o vedove, mendicanti, servi e piccoli artigiani – costretta a vendersi per sopravvivere e per ciò stesso sospetta e inaffidabile, anzi già colpevole, proprio perché incatenata alla turpe ricerca di un guadagno immediato. Inopinate connessioni. Che se da un lato offrono una chiave di lettura originale della «leggenda nera» di Giuda (dove teologia ed economia si saldano nella codificazione di regole sociali e rapporti gerarchici), dall’altra schiudono un vasto territorio alla riflessione sugli intrecci che legano il discorso religioso e la stessa «invenzione delle razze» alle logiche della subordinazione e del conflitto di classe. In questa complessa struttura discorsiva Todeschini guida il lettore con sorprendente leggerezza.

Anni fa, recensendo su «Alias» I mercanti e il tempio, scrivemmo che, a dispetto della complessità della materia, lo si leggeva «d’un fiato e come un romanzo». Eravamo rimasti effettivamente colpiti dalla scorrrevolezza del dettato e dalla coerenza, dalla compattezza dello svolgimento. La sorpresa si è ripetuta ora con questo straordinario Giuda. Libro denso, complicato, ma incredibilmente fluido. Chiusa l’ultima pagina, permane un sentimento di riconoscenza per quanto si è appreso, e di attesa per un prossimo dono.

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di Joseph Halevi – il manifesto 8 giugno 2011

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Una nuova ondata di crisi globale, separatamente dalla farsesca querelle europea sulla Grecia che sta affondando l’Ue nelle sabbie mobili, appare vieppiù probabile. Il fulcro della possibile crisi risiede nel rapporto tra i prezzi delle materie e delle derrate alimentari da un lato, con la crescita cinese ed indiana dall’altro e da come questi due fenomeni vengono integrati nelle scelte speculative dei mercati finanziari.

A metà aprile il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, riferendosi all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari, affermò che decine di milioni di persone nei paesi in via di sviluppo si trovano ad un passo dal precipizio. Inoltre l’inflazione stimola bolle speculative legate ai mercati a termine, cioè legate alla speculazione di oggi sui raccolti di domani. La crescita cinese, ed in misura minore quella indiana, costituisce il principale fattore dell’espansione della domanda di derrate così come di materie prime. Tuttavia i prezzi non stanno seguendo la dinamica della domanda reale dei prodotti in questione, bensì crescono sulla base delle aspettative di lucro che scaturiscono dall’acquisto di prodotti finanziari derivati emessi nei confronti delle commodities. Una componente crescente della domanda proviene dalle società finanziarie occidentali che collocano i denari che ottengono dallo stato (tipo QE2) in strumenti derivati. Ciò vale anche per campi di coltivazione. Una recentissima inchiesta della Bbc ha mostrato che il prezzo di un terreno a grano nel Kansas, la cui produzione è ampiamente esportata, è passato in pochissimo tempo da 750$ a circa 1300 dollari. Gli agricoltori sostengono che chi acquista un campo a tale prezzo non può attendersi dei profitti. Tuttavia la crescita dei valori dei terreni non è dovuta all’entrata di nuovi produttori, bensì ad investitori finanziari. Questi si attendono, grazie alla crescita cinese ed indiana, un’ulteriore inflazione nei prezzi dei cereali.

Concentrandoci sulla Cina, notiamo che l’inflazione delle materie prime industriali importate comprime i margini di profitto delle imprese, mentre quella dei prezzi agricoli taglia i salari in un contesto in cui la componente alimentare è una grossa fetta della spesa delle famiglie, molte volte superiore alla percentuale occidentale. Quindi l’inflazione delle derrate crea in Cina una cesura sociale pericolosissima, dato che in molte zone del paese ci sono situazioni di rivolta. Inoltre l’inflazione complessiva gonfia la già strabiliante bolla immobiliare che è assai più ampia di quella statunitense di quattro anni fa. Questo stato di cose accelera la necessità di riorientare l’intero processo di accumulazione in Cina, rendendone però l’attuazione estremamente difficile, tanto più che Pechino non sembra capace a cambiare regime di crescita senza passare da una crisi. In ogni caso, la Cina può mitigare l’impatto inflazionistico dei prezzi delle derrate e delle materie prime solo riducendo sensibilmente il suo tasso di crescita economica, altrimenti non farebbe che rinvigorire le aspettative speculative circa un eccesso di domanda strutturale riguardo i prodotti primari.

Da Pechino torniamo ora a Chicago e a New York ma anche a Londra, Zurigo e Francoforte. Da quando i prezzi delle materie prime e della derrate si sono messi a salire sistematicamente, una vastissima quantità di prodotti derivati è stata emessa sul loro conto. Le operazioni sui mercati a termine sono planetarie e non possono essere facilmente incapsulate nei regolamenti varati a Basilea 3. Sfuggono ad ogni supervisione. La speculazione sui mercati a termine e, per le stesse ragioni, sui campi di grano del Kansas, è resa possibile sia dalla grande liquidità fornita dagli stati alle banche a tassi di interesse quasi nulli, sia dal fatto che il mercato immobiliare occidentale non tira più, per non parlare degli stagnanti investimenti industriali. Le società finanziarie che investono in derivati del cacao e in campi di grano del Kansas lo fanno perché dalla rivalutazione dei terreni possono finanziarie i dividendi nonché, cosa importantissima negli Usa, i fondi di pensione e la capacità di erogare i pagamenti. Nel caso la Cina riuscisse a controllare l’inflazione l’intero meccanismo dei mercati a termine volgerebbe al ribasso con una deflazione dei prezzi delle materie prime, delle derrate, dei campi di grano e via dicendo. I fondi di pensione si troverebbero scoperti come nel caso del subprime ma su scala mondiale, passando per l’Australia, il Brasile ed altri paesi latinoamericani. Il peso della Cina sui prezzi e mercati futuri delle materie prime e delle derrate è tale che anche l’ipotesi di una piccola riduzione del suo tasso di crescita comporta pesanti ribassi nei corsi delle materie prime e svuoterebbe nuovamente i derivati dal loro supposto valore sui cui poggia, oggi più che mai, la finanza mondiale. L’altra alternativa è la continuazione della bolla dei mercati a termine e dei campi del Kansas che porterebbe in breve tempo alla convalida del pronostico di Zoellick.

Ps. Alle lettrici e lettori devo una spiegazione: la prolungata assenza dalle colonne del giornale è dovuta ad un mio esilio volontario che nasce con la crisi libica. Su questo punto mi trovo in totale accordo con le idee espresse da Rossana Rossanda.

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di Ida Dominijanni – il manifesto, 25 maggio 2011

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Fra il nome “democrazia”, inteso come ideale normativo, e la cosa a cui si riferisce, le democrazie reali con tutto il loro carico di contraddizioni, anomalie, regressioni e smentite, è aperto oggi uno scarto analogo a quello che abbiamo già conosciuto fra il nome “comunismo” e le sue realizzazioni novecentesche. E come accadde, ben prima dell’89, per il pensiero comunista, così oggi, vent’anni dopo l’89 e il trionfo della democrazia sul comunismo, è in questo scarto fra il nome e la cosa che si apre lo spazio per il pensiero democratico critico e autocritico. Più o meno critico e autocritico, perché le posizioni in campo sono molto sventagliate (una buona esemplificazione nel volume In che stato è la democrazia, ed. Nottetempo, con interventi di Agamben, Badiou, Bensaid, Wendy Brown, Nancy, Rancière, Kristin Ross, Zizek: il manifesto ne ha già parlato in occasione dell’uscita sia francese che italiana) e si differenziano non solo per il grado di durezza delle contestazioni allo stato effettivo della cosa, ma anche per il credito che mantengono o revocano alla pregnanza del nome. Non si tratta insomma soltanto di riconoscere e combattere le degenerazioni in atto nelle democrazie reali, ma più radicalmente di chiedersi se il termine “democrazia” mantenga il suo significato ideale e mobilitante, o possa comunque essere ri-significato e rilanciato, malgrado e oltre queste degenerazioni; o se invece non debba essere destituito come emblema dominante ma consunto della politica contemporanea.

Dentro questo scarto fra il nome e la cosa si snoda il lungo dialogo fra Ezio Mauro, direttore di Repubblica, e Gustavo Zagrebelsky, giurista ed ex presidente della Corte costituzionale, pubblicato da Laterza con il titolo La felicità della democrazia (245 pp., 15 Euro). Si tratta, va detto subito, di un dialogo vero, con i suoi punti di contatto e di frizione, che restituiscono un giudizio concorde sullo stato della cosa, e gradi diversi di investimento (Ezio Mauro) e di disincanto (Zagrebelsky) sulle sorti del nome. Lo stato della cosa è sotto gli occhi di tutti: ovunque in Occidente, e in Italia emblematicamente, la democrazia reale si rivela oggi il regime delle «promesse non mantenute», secondo una nota espressione di Norberto Bobbio, quando non della corruzione sistematica, dell’illegalità e del populismo. Eppure, il nome resta l’ideale, l’unico ideale politico, del presente, capace di chiamare alla mobilitazione sia chi vuole appropriarsene, come oggi in Nordafrica, sia chi vuole distruggerlo, come Al Quaeda nello scorso decennio. Ma qui già le posizioni dei due interlocutori si differenziano. Se per Ezio Mauro le contraddizioni pur allarmanti della cosa non intaccano la fiducia nel nome e nella sua vocazione universalistica, per Zagrebelsky al contrario è proprio il nome a vacillare: impugnato ormai, in Occidente, più dai potenti per legittimare i propri abusi che dagli esclusi per ottenere uguaglianza e giustizia, esso si rivela un termine contemporaneamente «troppo elastico e troppo compulsivo», tanto elastico da prestarsi a coprire derive oligarchiche e autoritarie, e tanto compulsivo da essere diventato «lo shibboleth d’accesso alla vita politica» anche per chi democratico non è. Se per Mauro la democrazia, erede superstite e vincente delle lotte novecentesche per l’emancipazione e i diritti, è «il vero sistema di credenze dell’occidente, la nostra vera religione secolarizzata», e va difesa «con ogni mezzo, perfino quello estremo e contronatura della guerra» dalle sfide e dagli attacchi che subisce, per Zagrebelsky quel sistema di credenze è segnato da una storia di compromissioni col dominio politico, economico e culturale su altri popoli: «dobbiamo difenderci, ma dobbiamo anche interrogarci», e comunque la difesa della democrazia non può passare per la sua sospensione nello stato d’eccezione. Se, di conseguenza, Ezio Mauro vede nella guerra interna e internazionale al terrorismo – il caso Moro in Italia, l’11 settembre su scala globale – due momenti emblematici, dolorosi ma necessari, di questa difesa senza se e senza ma della democrazia, più problematico è lo sguardo ex-post di Zagrebelsky: su Moro in particolare, mentre per il direttore di Repubblica non c’era alternativa alla fermezza, («lo Stato era un guscio vuoto, ma quel guscio andava in ogni caso difeso: se salta il guscio, salta la democrazia»), per Zagrebelsky («credo, allora, di avere oscillato; oggi propenderei per tentare ogni strada pur di salvare una vita in pericolo») il «senso dello Stato» allora invocato aveva un’eco vagamente totalitaria, la fermezza coprì un deficit di autorità politica e istituzionale, e «non diciamo che lo Stato non ha ceduto: rispetto alla vita di Moro e al dovere di salvarla, non solo ha ceduto ma ha perso tutto».

Ma veniamo al presente, e alle due derive su cui nell’Italia di oggi la distanza fra la cosa e il nome si misura tangibilmente. La prima deriva è lo scollamento fra forma e sostanza democratica, ovvero fra la democrazia procedurale e il sistema di diritti, non solo individuali e politici ma collettivi e sociali, che essa dovrebbe garantire e invece non garantisce più. Qui il dialogo si fa più stretto e le due voci si sovrappongono: non c’è forma democratica senza sostanza, dicono i due autori all’unisono ripercorrendo il caso Thyssen come «scandalo della democrazia», l’accordo Fiat del 23 dicembre come punta sintomatica di una globalizzazione che straccia i diritti nella diserzione della politica, l’istituzione del reato di clandestinità e più in generale la politica anti-immigrati come prova provata del capovolgimento dell’inclusività democratica nell’esclusione xenofoba.

In Italia tuttavia non si tratta solo di scollamento fra forma e sostanza: è la stessa forma della democrazia a vacillare – seconda deriva – sotto la pressione del populismo berlusconiano. Siamo all’osso della questione che da anni occupa il centro del dibattito pubblico: se e quanto il ventennio berlusconiano abbia deformato l’assetto democratico della Repubblica. C’è, lo sappiamo, chi risponde di no: chi sostiene, non solo nel campo del centrodestra – per ultimo Pierluigi Battista sul Corsera di pochi giorni fa, a commento del primo turno delle amministrative – che la democrazia resta tale finché funziona la conta elettorale, e che quanti da sinistra gridano al regime non fanno altro che coprire l’incapacità politica dell’opposizione di conquistare il consenso necessario a diventare maggioranza. Qui il punto però non è la denuncia del regime (Mauro: «non sono d’accordo con chi sostiene che l’Italia di oggi non è democratica, o usa paragoni impropri con regimi del passato»), bensì la concezione della democrazia. Che nelle costituzioni novecentesche non si regge solo sul principio di legittimità, cioè sul voto, ma anche su quello di legalità, con tutte le dovute conseguenze in termini di divisione e limitazione dei poteri. Ed è precisamente questa combinazione ad essere saltata nell’Italia berlusconiana, dove il consenso maggioritario e il riferimento continuo alla sovranità popolare servono a legittimare «l’unione sacra», come la chiama Ezio Mauro, fra il Capo e il popolo, «una «concezione titanica della leadership» che non riconosce i vincoli della legge e i limiti del potere, e mescola «affabulazione del reale e del leggendario in una mitologia del contemporaneo, dove la storia scorre solo nella dimensione eroica, di succeso in successo, e non sono previsti dubbi, pause e incertezze». Una «democrazia carismatica» che in Italia si è affermata in virtù delle «anomalie» di cui Berlusconi è portatore – conflitto d’interessi, strapotere economico e mediatico, legislazione ad personam – ma che può diventare «una tentazione per l’Occidente, la sua scorciatoia». E coprire da noi – sottolinea Zagrebelsky invitandoci a distogliere lo sguardo dalla persona del leader e da una visione troppo eroica del suo carisma presunto – la solidificazione di un potere oligarchico ramificato e più duraturo della stella, peraltro calante, del Capo.

Perché allora, e ancora, la democrazia? Zagebelsky pone la domanda in termini non retorici, consapevole che se nel breve giro di un ventennio la «baldanzosa fiducia» dell’89 nell’avvenire della democrazia si è capovolta in disincanto qualche ragione c’è; e che se oggi «la fiammella democratica» si riaccende nella primavera araba questo non ci esime dal chiederci perché da noi, invece, «la fiamma si affievolisce». Nella risposta si riaffacciano, fra i due interlocutori, tonalità diverse. Per Ezio Mauro il saldo della partita democratica, al netto della sua pur allarmante crisi, resta comunque in attivo: la condizione stessa della cittadinanza garantisce che, di fronte alle derive degenerative, «il campo resti contendibile» e il conflitto praticabile; la partita è aperta ed è nelle nostre mani. E dalla parte della democrazia, sottolinea il direttore di Repubblica, lavorano processi inarrestabili di svelamento del potere e dei suoi giochi segreti: «la vecchia talpa dell’informazione», potenziata e globalizzata da Internet, scava per noi, in un braccio di ferro «fra menzogna e conoscenza» che piega la politica verso la trasparenza e la sottrae alle pretese del potere. Per Zagrebelsky pure la partita è nelle nostre mani, anzi ancor più nettamente nelle mani della «tanto bistrattata società civile», meno vincolata ai «giri di potere» che ingabbiano l’insieme della classe dirigente; ma a patto che torni in campo, dal basso appunto più che dall’alto, la concezione e la passione della politica come conflitto fra fini e fra modelli di organizzazione sociale alternativi, e non solo come amministrazione e «accomodatura» più o meno moderata dell’esistente. E’ qui dunque , «nello scadimento della politica in amministrazione» e nel conseguente appannarsi delle differenze fra destra e sinistra, se vogliamo ancora chiamare così due visioni alternative di sistema, «la causa della crisi della democrazia»: la politica dei fini essendo, della democrazia, una pre-condizione, non un residuo vetero-novecentesco di cui liberarsi in nome di una malintesa condizione post-ideologica.

Lo sguardo del giurista è portato dunque alla fine a posarsi sul bordo extra-giuridico del discorso: la crisi della politica da un lato, la crisi dell’homo democraticus contemporaneo dall’altro. Non per caso, il dialogo finisce su quella soglia – l’insuperata descrizione tocquevilliana della «folla innumerevole di uomini simili ed eguali, che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli piaceri con cui soddisfare il loro animo, ciascuno di loro come estraneo al destino degli altri» – che più radicalmente interroga la razionalità democratica, obbligandola a ripensare non solo le promesse mancate della democrazia ma anche le sue premesse: non solo le deformazioni del kratos ma anche la formazione del demos (appena uscito sempre da Laterza, su questo punto, il libro di Valentina Pazé In nome del popolo. Il problema democratico); non solo l’edificio istituzionale, ma l’antropologia politica su cui si erige; non solo le regole e i diritti, ma anche le forme di vita, i desideri, il rapporto fra legge e godimento, i legami fra ordine simbolico e ordine sociale. La stessa domanda conclusiva che dà il titolo al dialogo fra Mauro e Zagrebelsky, quella sul rapporto – ipotetico – fra democrazia e felicità, allude alla necessità di sporgersi su questo bordo esterno del discorso, dove la razionalità democratica perde presa e l’immaginario populista ne guadagna. E’ su questo bordo, forse, che siamo chiamati a indagare di più se vogliamo svelare, con gli inganni del potere, anche i nostri autoinganni.

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