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Archive for aprile 2011

INTERVISTA A LUCIANO GALLINO

di Bruno Gravagnuolo – L’Unità, 30 aprile 2011

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Il primo maggio al lavoro? È davvero questo un segno di rinnovamento o piuttosto una resa – l’ennesima, e particolarmente simbolica – alle pretese di un sistema economico e culturale che riduce sempre di più l’uomo al rango di consumatore da una parte e di docile ingranaggio della macchina produttiva dall’altra? E, in ultima analisi, una resa a quel sistema assolutizzante che il sociologo Luciano Gallino chiama – nel suo omonimo, e straordinario, libro (Einaudi, 19 euro) -Finanzcapitalismo? Un primo maggio al lavoro, dunque, perché è l’intera vita, oggi, messa al lavoro, entro una civiltà al cui centro vuoto è stato posto il denaro, e tutto il resto non è che una variabile dipendente.

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L’alternanza tra fasi espansive e produttive e fasi speculative è stata una costante del capitalismo. Ma lei ci mostra che oggi siamo in presenza di una sorta di salto quantico: non siamo più nel classico capitalismo industriale,ma nel finanzcapitalismo. E ci mostra che questo salto quantico ha esiti potenzialmente tragici.

Vi è stato in questi ultimi trent’anni un enorme sviluppo del sistema finanziario a paragone dello sviluppo del sistema dell’“economia reale”: se all’inizio degli anni 80 il volume degli attivi finanziari corrispondeva al Pil mondiale, al momento della crisi ammontava a oltre quattro volte il Pil. Il mondo è stato radicalmente trasformato da un processo patologico. È enormemente e patologicamente cresciuta l’attività bancaria, che si continua a chiamare così anche se si tratta di attività finanziarie estremamente diversificate, conglomerati giganteschi che operano in ogni possibile settore, con bilanci totalmente fuori dal controllo, incomprensibili e ingestibili. È enormemente e patologicamente cresciuta la finanza ombra, un sistema senza nome né indirizzo né identità, formata da una grande quantità di società di scopo (i cosiddetti “veicoli”), e da centinaia di trilioni di dollari di derivati scambiati tra privati (otc) che sono stati un elemento decisivo di destabilizzazione. È enormemente e patologicamente cresciuto il ruolo degli investitori istituzionali (compagnie di assicurazione, fondi pensione e fondi comuni di investimento), che sono i “nuovi proprietari universali”, possedendo oltre la metà del capitale delle imprese di ogni genere. È enormemente e patologicamente cresciuto il peso che le istituzioni finanziarie hanno assunto nel governo delle imprese: dal 1980 in avanti si è affermato il criterio che un’impresa funziona unicamente per massimizzare il valore delle azioni, e questo ha modificato il criterio di governo e di gestione quotidiana delle imprese, con conseguenze ben visibili, drammaticamente, ogni giorno. A causa di questo sviluppo abnorme, l’insieme del sistema finanziario non è controllabile da alcuna autorità, non solo per le sue dimensioni, ma anche per la sua composizione: chi parla di dare “trasparenza” al mercato finanziario” davvero non ha compreso i fondamenti della questione. Questo mercato finanziario non può essere trasparente. Siamo su un aereo senza pilota in cabina di pilotaggio. Bisogna riformare il sistema dalle fondamenta, mentre invece dopo la crisi non è stata intrapresa alcuna riforma.

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Lei ha messo in grande evidenza come il processo di finanziarizzazione del mondo – di una dittatura finanziaria che ha svuotato il concetto stesso di democrazia – sia stato determinato dalle scelte della politica, contrariamente alla vulgata proposta e introiettata dalla politica stessa che si è dipinta come passiva e impotente di fronte ad esso.

Non è stato per nulla un processo naturale. È stato invece un grande progetto ideologico, culturale e politico avviato dagli anni cinquanta e che ha vinto a partire dagli anni 80 grazie alla politica che ha operato per lasciare alla finanza assoluta libertà d’azione. La crisi ha dimostrato l’assoluta falsità della tesi ideologica dell’autoregolazione del mercato, eppure essa continua a presentarsi come l’unica possibile. Questo lo verifichiamo anche nella continuità delle persone: il consiglio economico di Obama, ad esempio, è composto da banchieri che hanno avuto parte importante nelladeregulation fatta sotto Reagan e Bush. Purtroppo anche le “sinistre” hanno adottato il paradigma della signora Thatcher, credendo al fatto che “non ci sono alternative”: perciò si sono distinte solo per “aiutare i più deboli”, e tamponare i disastri. Il mio timore è che ancora oggi non abbiano capito che cosa è successo: sono caduti nella scena del teatro, recitando la parte che la commedia (o meglio, la tragedia) gli ha assegnato, senza rendersi conto che stanno seguendo i dettami di in un immenso sistema industrial-finanziario, agevolato nella sua crescita dalla politica e che alla politica adesso spetterebbe incivilire». Il successo di questo sistema è appunto anche ideologico: esso si presenta come il trionfo della ragione, dove invece esso è, nella sua essenza, pura irrazionalità. «Il finanzcapitalismo ha in questo senso radicalizzato un’istanza propria del capitalismo industriale, che ha sempre pensato la crescita come una pietra filosofale. Crescita a ogni costo, a scapito del resto. Ma questa furente irrazionalità la vediamo al lavoro nei suoi esiti tragici, sia nella distruzione dell’ambiente e di qualunque tipo di ecosistema (e qui siamo giunti a un punto limite, davvero di non ritorno), sia nella quotidiana svalorizzazione delle persone. E le persone svalorizzate, infantilizzate come consumatori, non saranno mai in grado di salvare il pianeta.

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Lei pensa che al punto in cui siamo è possibile un “contromovimento”, un’alternativa al disastro? 

Un contromovimento è un’incognita grossa, nella presente situazione. Credo che una reazione ai danni globali di questo sistema che ci sta dominando possa prendere due direzioni. Una che potremmo definire socialdemocratica, una autoritaria, e in Europa quest’onda è certamente montante. È questo il grande dilemma: e su questo il dado non è tratto.

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INTERVISTA A MARIO TRONTI

a cura di Erika Benini, Jamila M.H. Mascat, Manuela Mariotti e Francesco Toto – Pólemos. Materiali di filosofia e critica sociale, Anno V – n. 2-3

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Questo numero della rivista è dedicato al tema del lavoro. Abbiamo constatato che nei suoi interventi più recenti Lei ha menzionato spesso la necessità di ripartire dalla dimensione del lavoro, esplicitando l’urgenza politica di tale necessità. Come motiva questa urgenza? Ritieneche il lavoro oggi sia ancora un terreno di antagonismo e che sia possibile ripartire politicamente dal lavoro per produrre conflitto?

C’è un apparato ideologico oggi molto forte e consistente, che è cresciuto nell’arco degli ultimi due-tre decenni, diciamo dagli anni ’80 in poi, e che ha riconfigurato il rapporto tra il lavoro e il resto del mondo, tra la società e la politica, le forme istituzionali e rappresentative, i sindacati, i partiti. Questa corrente di pensiero riconosce che sicuramente nel ’900 c’è stata una centralità del tema lavoro, ma afferma che adesso non esiste più, e che quindi il lavoro è diventato un tratto marginale. La cosa preoccupante è non tanto che tale apparato ideologico sia stato agito dalle classi dominanti, ma il fatto che sia stato introiettato anche da parte di quelle forze che dovrebbero essere alternative. Queste ultime, nell’orbita della sinistra, hanno assunto questo punto di vista ed hanno cominciato a interessarsi ad altre contraddizioni che sarebbero presenti oggi. Non hanno escluso la contraddizione del lavoro, ma hanno fatto un’operazione di questo tipo: hanno posto la contraddizione del lavoro insieme ad altre contraddizioni più o meno sullo stesso livello: la grande contraddizione ambientale, per esempio, che è considerata come decisiva anche nella critica al capitalismo contemporaneo; la questione di genere che è una contraddizione reale, emersa con grande forza negli ultimi decenni; e la contraddizione dei diritti civili in base alla quale, essendoci stato un processo di decollettivizzazione e individualizzazione della società, si ritiene prioritario ripartire dal mondo dei diritti individuali che vengono negati e messi in crisi. In questo modo la contraddizione del lavoro è scomparsa, perché non è una contraddizione che può essere appiattita, e appena perde questa centralità viene meno. Io, invece, penso che il punto di partenza non è quasi mai la soggettività propria, ma l’oggettività del proprio avversario. La politica deve individuare prima il suo “contro chi”. Il “contro chi” è la struttura fondamentale del capitalismo contemporaneo, come si presenta oggi, nelle forme mutate sicuramente rispetto al Novecento classico. Ora, a parte capitale e lavoro, tutte le altre contraddizioni sono riassorbibili dentro al sistema complessivo. Può esistere un capitalismo che intelligentemente si fa carico della questione ambientale. Non la vedo come una questione di rottura al suo interno, insanabile, come a volte viene declinata. Quando Obama, ad esempio, dice «energie rinnovabili», individua il fatto che, appunto, le energie rinnovabili possono essere un fattore di rilancio dell’economia, il grande business del futuro. La stessa cosa vale per i diritti. Oggi abbiamo una “sinistra dei diritti” che si è sostituita a una sinistra che, una volta, chiamavamo “dei bisogni” oppure “dei conflitti”. Tutti questi diritti è possibile che siano riassorbibili dentro un ordine sistemico capitalista. Si può chiudere Guanatanamo e non fare più le cose che faceva la Cia a Guanatanamo e il capitalismo americano può continuare ad esistere tranquillamente. Altrettanto vale per i diritti civili delle minoranze. Io parto sempre dall’idea che il capitalismo è la più grande forza inclusiva che sia mai stata realizzata dalle classi dominanti. Non è vero che esclude, include, anzi ha un’enorme capacità inclusiva. Il presidente nero alla Casa Bianca è l’ultima prova di questa grande capacità di inclusione.

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Da cosa deriva la priorità che lei accorda al lavoro, la sua inassimilabilità nei confronti del capitale? E soprattutto vale ancora oggi?

Dipende dal modo in cui il lavoro è stato pensato da Marx, sulla scia delle indicazioni hegeliane e, soprattutto, giovani hegeliane. Hegel aveva capito che il lavoro libero era la modernità, era un elemento fondamentale della soggettività moderna. Marx partendo da questo dato ha affermato che non solo il lavoro è un elemento della soggettività moderna, ma è un elemento incompatibile, in ultima istanza, con la struttura del capitale. Se noi mettiamo il lavoro direttamente in rapporto con il capitale – è questa l’operazione che io ho cercato di fare con Operai e capitale –, quanto più cresce la soggettività nel lavoro, tanto più entra in difficoltà l’oggettività del capitalismo. Tutto questo si misura nel rapporto salario-profitto: quanto più aumenta il salario a danno del profitto, tanto più il profitto capitalistico entra direttamente in crisi. L’operazione novecentesca, molto abile nel tentativo di includere il lavoro stesso nel capitale, è stata quella di evitare il confronto diretto tra lavoro e capitale, di stornarlo per altre vie, di evitare sempre quella conflittualità diretta, che teoricamente dovrebbe mettere in crisi la struttura del capitale. Dico “teoricamente” perché in mezzo c’è qualche cosa che non nasce automaticamente, spontaneamente. Perché la soggettività-lavoro non è una soggettività che già c’è, è una soggettività che va costruita, che va organizzata, che va fatta crescere, motivata. E quindi in questo rapporto diretto lavoro-capitale c’è un elemento che deve intervenire, e che è intervenuto sempre da parte capitalistica e molto meno da parte operaia, ed è la politica. Il capitale ha sempre fatto in modo di far intervenire l’elemento politico al fine di governare il rapporto diretto tra capitale e lavoro. Per esempio quando con la grande crisi degli anni ’30 c’è stato l’immediato pericolo di un crollo del capitalismo – l’unico momento in cui veramente questo crollo è sembrato possibile –, la soluzione che il capitale ha trovato, la grande risposta keynesiana-roosveltiana, non a caso, ha introdotto un elemento politico nella struttura economica. Non solo il New Deal, ma anche tutta la teoria keynesiana dello stato sociale. È stata una risposta al fatto che era talmente cresciuta la forza d’impatto delle lotte che si erano sviluppate negli anni ’20-’30, in Europa come negli Stati Uniti, che il pericolo di un confronto diretto tra operai e capitale era imminente. Allora questa uscita politica dalla crisi è stata la risposta del capitale.

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In Operai e capitale, Lei ricostruisce un duplice movimento, da un lato quello per cui la classe operaia trasforma il capitalismo e lo costringe a mutare forma di dominio, dall’altro quello per cui il capitalismo si rafforza proprio traendo vantaggio dalle innovazioni e perfino dalle rivendicazioni introdotte dalla classe operaia. È questa seconda linea che ha prevalso?

Si, è successo questo, ha prevalso la seconda strada. Però la situazione è rimasta notevolmente equilibrata per molti decenni, dopo questo intervento politico del capitale nell’economia e nella società. Perché il compromesso keynesiano, che poi era il compromesso dell’orientamento democratico, era un compromesso tra due punti di forza che avevano pari potenza e che perciò hanno trovato punto di equilibrio. Tutto questo è andato avanti nel corso dei cosiddetti Trenta gloriosi, gli anni che vanno dal dopoguerra alla metà degli anni ’70, durante i quali l’equilibrio delle forze in gioco è stato abbastanza evidente. Teniamo presente i fattori politici che agivano. Intanto, c’era un movimento operaio organizzato a livello mondiale, c’era una Seconda Internazionale, una Terza Internazionale, i grandi partiti di massa e c’era l’Unione Sovietica, che non era un elemento di poco conto. L’esperimento dell’Urss non va letto per quello che era, o meglio va letto per quello che era, ma va letto anche per quello che rappresentava. Significava l’idea di avere dietro le spalle qualcosa di grande, che forniva motivazione alle lotte e produceva capacità di mobilitazione. Costituiva un apparato di credenze ideologiche che aveva un peso indiscutibile: in altre parole, l’idea, non come si dice oggi che “un altro mondo è possibile”, ma che un altro mondo già c’era. Che è diverso. Poi non era un altro mondo, l’abbiamo capito dopo. Però allora lo sembrava, a tanti intellettuali ma anche a livello collettivo, culturale. La storia, che comincia dagli anni ’80 in poi è la storia di oggi, quando il movimento operaio si è indebolito. Si è indebolito prima ancora che si assistesse al crollo dell’Unione Sovietica, quel mondo “alternativo”, perché l’89 viene alla fine di un percorso di indebolimento generale per cui non poteva che crollare tutto insieme. A quel punto è scomparsa la contraddizione del lavoro. E molti hanno festeggiato. Questo è il dramma.

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Una volta venuto meno il sistema di mediazione che garantiva l’assenza di un contatto diretto tra lavoro e capitale il compromesso fordista, keynesiano , venuto meno anche il contrappeso della scissione dei due mondi, Unione Sovietica vs. Stati Uniti, e, infine, venuto meno quel complesso sistemico che in qualche modo garantiva al lavoro una sua inclusione all’interno del sistema, non le sembra paradossale che, nonostante questo, la contraddizione del lavoro sia ben lungi dal farsi palese? Come è possibile questa assenza? Quali sistemi sono stati messi in atto dal capitale per impedire che la contraddizione emergesse e ci fosse un contatto diretto tra capitale e lavoro?

C’è stata una lotta di classe fatta soltanto dall’altra parte, al contrario. Il passaggio che avviene, dagli anni ’80 in poi, è un passaggio epocale, da non sottovalutare. C’è stata una grande trasformazione del capitalismo che è questa sorta di Proteo, capace di trasformarsi e di migliorarsi perché ha sempre bisogno di avere una forza propria di molto superiore a quella del suo avversario. Proprio sulla base di quel compromesso che si era realizzato durante i Trenta gloriosi e per smontare quel compromesso, cioè per spezzare quell’equilibrio delle forze, è stata immessa una dinamica trasformatrice della struttura capitalista. Ha giocato molto a suo favore il grande sviluppo tecnologico che è stato introdotto nel processo lavorativo. Si è cercato di rendere sempre meno strategica la presenza del lavoro dentro la produzione stessa, con la sostituzione del lavoro vivo per mezzo della macchina. Questa era una cosa che era già implicita in tutta la fase fordista-taylorista, ma che dopo ha avuto uno sviluppo eccezionale, con vari tentativi che tendevano, ad esempio, a smontare quel processo lavorativo che teneva ancora insieme tra loro i singoli operai. Ci si è accorti che la catena di montaggio era un elemento politico, perché teneva insieme, faceva classe: gli operai, l’uno dietro l’altro, formavano una collettività. Smontare la catena di montaggio e trovare altre forme per il processo lavorativo che scomponevano la filiera è stata un’operazione geniale perché ha distrutto proprio il collettivo, “l’operaio collettivo”. Ecco, sono tutti processi reali che sono stati funzionali alla trasformazione capitalistica e molto meno funzionali ad un processo di crescita antagonistica della classe operaia. A proposito di antagonismo, il problema è sempre quello, che il lavoro ha una soggettività potenziale che, per passare all’atto, in termini aristotelici, ha bisogno di un altro tipo di soggettività, cioè di una soggettività politica e di una forma di organizzazione politica. Qui c’è la disputa eterna che ha percorso anche la storia del movimento operaio tra l’ala spontaneista, l’ala luxemburghiana e l’ala, diciamo, leninista. Io mi sono sempre riconosciuto in quest’ultima perché penso che la forma organizzata sia un elemento imprescindibile per i conflitti sociali e che l’elemento della coscienza nella lotta non sia innato nella figura operaia, ma che sia un elemento che va immesso dall’esterno.

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Perché la soggettività politica non può nascere nella realtà lavorativa e deve in qualche modo essere introdotta dall’esterno?

Il lavoro non è politico, perché è immerso in una struttura materiale – anche quando è lavoro immateriale – che è economica. Il lavoratore produce merci, così come la merce produce denaro, così come il denaro produce il capitale. Siamo dentro un percorso economico. Il lavoro è una categoria economica che, però, ha una potenzialità politica che non ha nessun’altra categoria. Il lavoro ha una potenzialità politica, perché minaccia il capitale dall’interno, perché è una parte interna del capitale. Il lavoro è un pezzo di capitale, è, come diceva Marx, capitale variabile. Poiché è una parte interna, se si arriva alla consapevolezza politica di sottrarre questa parte interna al capitale, si arriva a mettere quest’ultimo di fronte alla sua contraddizione mortale. Ma, ripeto, il lavoro in sé non ha immediatamente una sua attualità politica, ha solo una potenzialità. Qui dobbiamo distinguere tra classe operaia e movimento operaio. La classe operaia sono gli operai effettivamente esistenti, in carne ed ossa, i singoli operai diventati classe attraverso la coscienza. Il movimento operaio è una cosa diversa, cioè è la classe operaia più le sue organizzazioni e non solo le sue organizzazioni, ma anche la sua teoria. Il movimento operaio è stata questa grande soggettività politica moderna, che ha fatto la seguente operazione: ha preso la classe operaia, l’ha dotata di un apparato teorico, quindi di una cultura operaia, che è quella marxista, e di una forma organizzata. La concentrazione operaia ha favorito la capacità di autonoma organizzazione, la socializzazione, la cooperazione. Non a caso un’altra trovata del capitale dagli anni ’80 in poi, è stata quella di smontare le grandi concentrazioni operaie, di diffondere la produzione a livelli aziendali, perché capiva che la concentrazione operaia era pericolosa. Oggi siamo di fronte a una classe operaia non concentrata, ma individualizzata e diffusa nella catena delle medie e piccole industrie. La figura dell’operaio si distingue dal borghese, perché è una figura antiindividualista: essere operaio vuol dire essere insieme ad altri, non può nascere un individualismo operaio. Quando nasce l’individualismo operaio, come accade oggi, è il momento della sconfitta, e d’altra parte, è lo stesso padronato che cerca di farlo nascere. Tutta la riforma dei contratti negli ultimi anni è consistita in questo, nel soddisfare l’ideale del padrone ad avere un rapporto diretto con il singolo operaio, invece che con la collettività organizzata. Questo è uno strumento di indebolimento delle difese operaie e di smantellamento del movimento operaio. Esso è stato l’ultima grande forma della soggettività politica: la fine del movimento operaio ha coinciso con la fine della politica, con il ‘tramonto della politica’.

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Cosa c’è oggi al posto della politica tramontata?

C’è il deserto. Io oggi parlerei esplicitamente di fine del movimento operaio, questa grande soggettività che sicuramente sta dietro le nostre spalle. Credo che sia stata un’esperienza irripetibile. Il problema non è ricostruire il movimento operaio, ma farsene eredi. Farsi eredi della storia operaia significa anche farsi eredi della lunga, lunghissima storia delle classi subalterne, di tutte le rivolte, da quella di Spartaco, alle guerre dei contadini nella Germania di Thomas Müntzer, passando per le sette eretiche medievali, fino alle emergenze sovversive interne alle rivoluzioni borghesi – penso alla Rivoluzione Inglese, ai Livellatori, alla stessa Rivoluzione Francese, al ’48. Questa è la nostra storia. Quella che oggi si chiama sinistra può essere credibilmente sinistra soltanto se dichiara apertamente di essere l’erede legittima del movimento operaio, della sua lunga storia, che è nata con la rivoluzione industriale: una storia autonoma dentro la modernità, di esperienze, di cultura, di socialità di organizzazione. Bisogna che la sinistra la rivendichi come la propria storia e da qui riparta per costruire qualcos’altro. La classe operaia ha operato una rottura nella storia delle classi subalterne perché, per la prima volta, non si è più sentita classe subalterna, non ha più giocato nella storia come classe dominata, ma come una classe dirigente e anche come classe potenzialmente dominante. Dobbiamo capire in che modo c’è una potenzialità nella fine della classe operaia, nel senso che la fine della classe operaia ci ridà in mano un orizzonte di lavoro ampio, più esteso e più vasto, visto che non c’è più la classe ristretta, ma c’è una struttura diffusa del lavoro che dovrebbe innanzitutto essere indagata. Un esempio è dato dall’emergere di figure come quella del lavoratore autonomo di prima, seconda, terza generazione che ha una sua specificità poiché incarna una forma per cui il lavoratore è nello stesso tempo padrone, cioè padrone di se stesso, sfruttatore di se stesso. Queste situazioni meritano di essere analizzate e comprese attentamente.

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Nella fine del movimento operaio e nel tentativo di raccogliere l’eredità di quest’ultimo, cosa accade di nuovo e come muta la politica?

Per me la politica è essenzialmente conflitto e il criterio del politico è quello dell’amico-nemico schmittianamente inteso. Metto in conto la possibilità che questo criterio del politico possa essere superato e potrei affidarmi alla creatività di altre forme della politica. Discuto molto con l’orizzonte del femminismo, soprattutto con quello italiano, con il pensiero della differenza. Loro mi rimproverano sempre questo accanimento sul criterio amico-nemico del conflitto, e ripropongono una concezione della politica come aggregazione, come rapporto di scambio. Forse questo potrebbe valere anche per il lavoro, nella misura in cui bisognerebbe ritessere le fila di questa struttura del lavoro diffusa e recuperare una forza maggiore perfino di quella che aveva la classe operaia. I lavoratori, in quanto lavoratori, sono una struttura sociale collettiva dentro cui riconoscersi, che, se messa insieme e organizzata politicamente, può esprimere un’altra idea di società, di mondo e forse, mettiamo in conto anche questo, un’altra idea di politica.

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Abbandonare l’orizzonte del conflitto, della contrapposizione, non rischia di essere un’opzione politica fallimentare nei confronti del capitale?

Bisognerebbe avere la capacità di una trasformazione rivoluzionaria nei tempi lunghi. La rivoluzione non è più pensata come un salto immediato, ma come un processo. Qui ritorniamo all’universo di una politica che non è soltanto quella schmittiana, ma ad un’idea della politica moderna più articolata, quella machiavelliana. Mi riferisco all’idea che bisogna stare nella contingenza, nella congiuntura e nello stesso tempo bisogna essere liberi dalla contingenza e dalla congiuntura. Bisogna stare dentro e fuori contemporaneamente, anzi “dentro e contro”, come si diceva una volta. Questa mi sembra proprio la dimensione globale e orizzontale che il lavoro può esercitare. Che cos’è questo modello alternativo di società se non un rovesciamento del rapporto capitale-lavoro? Io non credo che sia possibile un compromesso, un equilibrio tra le due potenze. Un modello sociale alternativo è l’idea che il lavoro comanda e l’impresa ubbidisce, cioè un rovesciamento che ponga fine allo sfruttamento. La sinistra dovrebbe riuscire a narrare questo modello, a farlo emergere, a farlo vedere. Le cose bisogna farle vedere, non si vedono da sole, perché Marx ci ha insegnato che c’è la realtà e c’è l’apparenza, il reale e l’ideologico, si tratta di squarciare il velo ideologico, narrare il reale. Narrare il reale lo può fare soltanto la sinistra politica. Torniamo sempre al dunque, finché non ci sarà una sinistra politica, non ci sarà nessuna possibilità di liberazione del lavoro. Questo è il punto essenziale della cosa.

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INTERVISTA A STEPHAN HESSEL

di Tonia Mastrobuoni – La Stampa, 17 aprile 2011

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«Accontentarsi è pericoloso, la “relativa felicità” e la “relativa soddisfazione” uccidono l’indignazione». Dalla sua casa parigina Stéphane Hessel scandisce le parole lentamente, a quasi 94 anni c’è poco tempo per i malintesi e questo concentrato di virtù novecentesche ci tiene al suo messaggio, al suo Indignatevi!. Nulla di messianico, come qualcuno ha tentato di far credere, un’esortazione piuttosto, che al telefono sintetizza così: «Ho scritto un libro perché avevo la netta sensazione che si stesse camminando nella direzione sbagliata e volevo esortare i giovani a cambiare rotta, a riprendere quella giusta. Riscoprendo i valori della Resistenza che mi hanno formato».

Così è nato, alla fine dell’anno scorso, un minuscolo pamphlet, Indignez-vous!, che ha immediatamente scalato le classifiche in Francia spodestando Houellebecq e superando a oggi il milione di copie (in Italia da quando è uscito per i tipi di Add, a febbraio, sono già 50 mila). Oggi Hessel sarà ospite della Biennale Democrazia, ma nei mesi scorsi la sofisticata intellighenzia francese e italiana l’ha velocemente declassato a feticcio da «gauche caviar». Un giudizio che Hessel valuta «ingeneroso, per un vecchio diplomatico in pensione. Certo, mi rendo conto che è facile dire “indignatevi” ed è meno facile capire come. Ma per il “come” rimando ad esempio a La via di Edgar Morin».

Lui non lo dice ma il giudizio è frettoloso per un altro motivo. Suona riduttivo per un signore con un numero tatuato sul braccio, scampato a ben due campi di concentramento. Hessel, ebreo tedesco naturalizzato francese, si arruolò nella Resistenza accanto a De Gaulle e fu catturato nel 1944 dalla Gestapo. Un’esperienza che gli fa scrivere che «quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati». E che gli fa aggiungere, al telefono da Parigi, che «l’impulso di scrivere il libro è stata la sensazione che i valori ereditati dalla Resistenza siano ancora oggi indispensabili». Sono principi calati, dopo la guerra, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che Hessel contribuì nel 1948 a scrivere.

È indubbio insomma che la cosa più affascinante di Indignatevi! sia lui, l’autore, compresa la lunga carriera da ambasciatore. Girovagando per le macerie della guerra, il veterano della Francia libera decise che la vita «restituita» andava impegnata; appena vinse il concorso al ministero degli Esteri, il suo primo incarico fu all’Onu, altro baluardo del Novecento scaturito dall’ecatombe dei totalitarismi e degli egoismi nazionali. Un bisogno di democrazia talmente spasmodico da abbracciare il mondo intero. «Però quell’esperienza, assieme alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, è ancora oggi fondamentale, con i valori che simboleggia. Guardi alle cose che stanno accadendo in Nord Africa e in Medio Oriente, alla sete di democrazia che esprimono quei popoli. Dovremmo chiederci piuttosto quanto siano ancora presenti nelle nostre democrazie. Certo, sono valori vecchi, hanno più di 65 anni ma esprimono i bisogni fondamentali: la libertà di espressione, la libertà di stampa, la sicurezza sociale, il diritto alla pensione, alla scuola e all’educazione. Quanto sono ancora presenti nelle nostre democrazie?».

Una domanda apparentemente retorica ma che spegne un po’ il sorriso. E ne fa venire in mente un’altra, cui Hessel risponde senza esitazione: «Perché da noi i giovani non si ribellano e nei paesi affacciati sul Mediterraneo sì? Perché lì ci sono o c’erano tiranni come Mubarak, Ben Ali e Gheddafi». Tra l’altro, aggiunge, «l’intervento in Libia per cacciare Gheddafi è tra le rare cose che ho apprezzato di Sarkozy. Il neocolonialismo, secondo me, non c’entra». Semplice. E poi, «certo, in Italia avete un presidente del Consiglio che non è molto accettabile ma non è certo un tiranno». Troppo semplice. «E inoltre c’è un problema che riguarda indubbiamente il modo in cui siamo governati. Siamo governati da decenni dalla finanza, da gente che pensa solo ai profitti erodendo diritti e certezze sociali a milioni di persone. L’insoddisfazione è enorme ma siamo ingannati dalla “felicità relativa”». Un concetto che Hessel approfondirà nel suo prossimo libro, Engagez-vous! (Impegnatevi!), «in cui spiegherò un po’ più estesamente cosa avevo in mente prima di Indignatevi!, tanto è vero che in realtà l’ho scritto prima».

Quello che Hessel sa bene e che lo rende anche orgoglioso è che la sua lunga storia comincia addirittura prima della nascita. Suo padre, l’ebreo tedesco Franz, aveva ispirato il personaggio di Jules nel romanzo autobiografico di Henri-Pierre Roché Jules et Jim, da cui il celebre film di Truffaut. Sua madre, la scrittrice Helene Grund, ispirò la Kathe del libro, interpretata sullo schermo da Jeanne Moreau. Di lei Hessel amava soprattutto «l’incrollabile convinzione che sia fondamentale spargere la felicità attorno a sé». Stéphane Hessel crebbe in questo clima, nella Parigi delle avanguardie francesi del primo Novecento. Lo stesso Roché, ossia Jim, la terza punta del triangolo, descrisse quel clima così: «Se potessi descrivere fino in fondo un solo momento di questa vita a tre, scriverei un capolavoro immortale». Per il piccolo Stéphane, un esordio niente male.

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di Alberto Asor Rosa – il manifesto, 19 aprile 2011

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Grazie, Presidente! Grazie, Silvio! Confesso di aver vacillato per un istante sotto la mole delle proteste, contestazioni, indignazioni, distinguo, recriminazioni, persino pianti e lacrime, e ingiurie, calunnie, prese in giro, dileggi e persino sputi in faccia suscitati dal mio articolo sul manifesto del 13 aprile. Per fortuna (attenzione, questa è una battuta), qualche giorno fa, sabato 16 aprile, ho potuto ascoltare il discorso pronunciato dal Presidente del Consiglio all’incontro con quest’altra bella invenzione politico-organizzativa, che è il movimento «Al servizio degli Italiani», e mi sono facilmente persuaso che le cose non stanno affatto come le avevo descritte e interpretate in quell’articolo: stanno molto peggio.

Cosa c’è infatti di nuovo in tale discorso anche rispetto al nostro più recente passato? C’è che Berlusconi ha sentito il bisogno, proprio in questo momento (sottolineo: proprio in questo momento), di pronunziare un’allocuzione così estesa e impegnativa, anche se condita inevitabilmente di qualche inaudita volgarità (del resto, more solito). Egli, evidentemente, nutre oggi la piena sicurezza di poterlo fare, e ci ha tenuto, more solito, a darlo a vedere. Ha parlato, cioè, da vincitore, o che si crede tale (per lui spesso sono la stessa cosa, e questo, inverosimilmente ma incontestabilmente, aumenta sempre la sua potenza di fuoco).

Ne è scaturito un vero e proprio, impegnativo, denso e suggestivo, programma di lavoro, che torna orgogliosamente alle origini, ricostruisce, come forse finora non era mai accaduto con tanta chiarezza, una propria genealogia politica (dal pentapartito anticomunista pre-’89 a Bettino Craxi, non a caso tutti liquidati a loro tempo dalla protervia eversiva di magistrati di sinistra, anticipatori di quelli che oggi perseguitano lui), si spinge con grande sicumera fino alla fine della legislatura, si propone di riempire i prossimi due anni di tutti gli strumenti atti a vincere di nuovo le elezioni, va ancora oltre, disegna a tutto tondo un ritratto dell’Italia da ricostruire.

Nella sostanza questo discorso, questo programma di lavoro si può legittimamente considerare come il vero, autentico Manifesto di una visione pre e para-dittatoriale dell’agire politico in Italia. Suggerirei, a chi ne ha i mezzi tecnici, di rivedere il filmato al rallentatore, isolando, e tornando più volte a rivedere, i momenti culminanti di tale discorso, che andrebbero uno per uno ritrasmessi e illustrati per la chiarezza interpretativa di ascoltatori ed elettori. Come in tutte le progettazioni politiche che si rispettino, la costruzione del nuovo è preceduta dalla decostruzione del vecchio: e qui la decostruzione è totale. Il forsennato odio per qualsiasi forma di «giudizio» (l’Unto del Signore non può essere giudicato) mette al centro del programma l’annichilimento della macchina giudiziaria italiana, l’avvilimento subalterno, quasi servile, dei pm, la separazione e insieme lo smembramento delle funzioni, la persecuzione, minacciata e gridata, dei giudici e dei pm che fanno il loro lavoro, la subalternità della magistratura al potere politico.

Ma poi tutto il resto è coerente con questo disegno di decostruzione totale. Pensate al virulento attacco alla scuola pubblica. Perché costui ce l’ha tanto con i «professori», nella grandissima maggioranza dei casi onesti funzionari dello Stato, che fanno un lavoro di enorme responsabilità, sottopagati e sottostimati? Ma perché – come io vado sostenendo da tempo, e mi ostino a ripetere in tutte le situazioni – la scuola pubblica italiana, con tutti i suoi difetti e tutte le sue povertà, è uno degli architravi portanti dello spirito di unità e civiltà nazionali, il luogo dove programmaticamente si cerca di formare coscienze non succubi e non subalterne. Per questo diventa così esplicitamente il secondo obiettivo da distruggere dopo la magistratura. L’attacco ai libri di testo fa il resto. E chi potrà impedire che, secondo una sciagurata consuetudine storica, che pensavamo seppellita nel nostro più fosco passato, si passi in breve dai libri di testo ai libri tout court, alle case editrici che li pubblicano, ai loro autori malfamati e perciò destinati a entrare in un nuovo indice a uso e consumo dell’Unto?

E poi: l’attacco al meccanismo faticoso e snervante del gioco parlamentare (se ne farebbe volentieri a meno), la denuncia accorata dell’impotenza del governo e in modo particolare, ovviamente, del suo Capo, l’inceppo intollerabile rappresentato dalla Coste costituzionale, l’eccesso di potere (almeno per ora) nelle mani del Presidente della Repubblica… Insomma: tutto da cambiare, tutto da riformare, tutto da decostruire e rendere impotente, affinché tutto sia più soggetto al suo potere. La prospettiva che ne scaturisce è quella di un cambiamento radicale di struttura e costituzione formale e materiale dello Stato democratico e repubblicano, in vista di un accentramento dei poteri nelle mani del Capo, cui farebbe da pendant illusorio una diffusione crescente delle libertà individuali nel paese, secondo il principio – cui il Capo del resto si è esemplarmente ispirato nel corso di tutta la sua carriera e che anche in questo caso ha eloquentemente perorato – per cui «è lecito tutto quello che ti fa comodo». Non parliamo in questo quadro di diritti del lavoro e di obblighi di solidarietà sociale, tramontati ovviamente insieme con tutto il resto. E non parliamo, ma solo per ora, delle questioni attinenti all’unità politico-istituzionale del paese, da decidere più avanti con i complici della Lega.

Facciamo ora un passo, anzi due indietro. La domanda che innanzi tutto ponevo nel mio precedente articolo era: è vero o non è vero che esiste in Italia una situazione di rischio mortale per la democrazia ad opera del progetto politico e, se si vuole, anche della megalomania (ma questa è l’associazione che sempre si verifica in casi del genere) dell’attuale Presidente del Consiglio? Questo è il punto, questo è il punto, questo è il punto. Non mi pare sconsiderato affermare che l’ultima uscita sua – quella di cui abbiamo testé parlato – formalizzi e per così dire istituzionalizzi i presupposti di tale analisi e di tale previsione. Certo i fattori della crisi sono anche altri: per esempio, la debolezza della prospettiva politica e della coesione ideale delle forze di centrosinistra, come mi rammenta Pierluigi Battista sul Corriere della sera. Ma se questo è vero, non è vero e anche più decisivo l’altro fattore – l’attacco alla divisione dei poteri, al sistema delle garanzie, all’indipendenza dell’ordine giudiziario e al «pubblico» in tutte le sue forme – di cui invece non si parla o si parla troppo poco e quasi di sfuggita?

Se anche questo è vero – e questo, sì, questo io penso che sia assolutamente vero – ne scaturiva la seconda domanda: come si affronta, e si supera, una crisi verticale della democrazia che avanza a colpi di infrangibili e inattaccabili, sorde e mute, maggioranze parlamentari? È qui che la mia proposta di istituire a partire dall’alto uno «stato di eccezione» volto a garantire il ritorno alla «normalità» democratica, contro l’attuale fase di degenerazione estrema del sistema, ha suscitato proteste e dissensi anche in campo amico. Sono corse castronerie bipartisan d’ogni tipo – dal golpe militare alla «dittatura democratica», e altro – mentre non era impossibile capire (lo hanno fatto con grande chiarezza Paolo Flores d’Arcais e Furio Colombo sul Fatto quotidiano e Piero Bevilacqua sul manifesto), che forzare intenzionalmente la natura della soluzione avrebbe significato costringere tutti ad uscire allo scoperto – come è accaduto, e come forse con una più piana e perbenistica dimostrazione non sarebbe accaduto.

Comunque, accantono la proposta ma rinnovo la domanda: come si affronta, prima che sia troppo tardi, l’inedita questione, per cui il precipitare di una democrazia verso un'(altrettanto inedita) forma di governo populistico-autoritario, avviene a colpi di maggioranza parlamentare? Ci si può accontentare del residuo, sempre più disperato gioco delle parti all’interno delle Camere? È possibile invece prevedere una consultazione preventiva e non necessariamente pre-elettorale di tutte le forze di opposizione – tutte le forze di opposizione – per una denuncia clamorosa di quanto sta accadendo? Si può tornare a ragionare distesamente delle prerogative in materia del Capo dello Stato (io, ad esempio, nella mia ignoranza giuridica, non penso affatto che l’art. 89 della Costituzione ponga delle condizioni ostative nei confronti dell’applicazione dell’art. 88, ma naturalmente bisognerebbe discutere)? Non sarebbe auspicabile una dichiarazione solenne da parte di chi può che l’indipendenza della magistratura e il sistema delle garanzie (Csm, Corte Costituzionale) non si toccano – anzi, non si possono toccare? E, infine, per tornare al linguaggio duro, non sarebbe meglio prevedere e favorire – e perciò ben governare – una crisi istituzionale invece di aspettare passivamente tutte le conseguenze negative striscianti? Insomma, scegliete voi, purché scegliate, e scegliate presto, perché non c’è più tempo.

Tutto ciò, probabilmente, non avrebbe l’urgenza che io sento e vedo, se nel frattempo, come sempre è accaduto in tutte le consimili situazioni del passato, non si fosse scatenato l’esercito dei cani da guardia del sistema, cui è demandato per professione il compito di far piazza pulita delle menti libere e dello spirito critico – spirito critico sempre commendevole anche quando sbaglia. La caccia è aperta. A chi? Ma all’untore, ovviamente, mentre nel frattempo da tutti i pori del sistema spira indisturbata la pestilenza. Non è anche questo un argomento degno d’esser trattato nel quadro dell’attuale degenerazione del costume etico-politico italiano? Giro la domanda ai politici perbene e a quei commentatori che non hanno rinunciato a vedere al di là del proprio naso e della propria (non in tutti i casi egualmente stimabile) buona educazione.

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di Alain Badiou – Liberation, 4 aprile 2011

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Sì, caro Jean-Luc, la tua posizione a favore di un intervento ‘occidentale’ in Libia è stata per me davvero un’amara sorpresa.

Non hai notato sin dall’inizio la palpabile differenza tra ciò che sta accadendo in Libia e ciò che accade altrove? Come sia in Tunisia che in Egitto abbiamo effettivamente visto riunirsi grandi masse popolari, mentre in Libia non c’è nulla del genere? Un mio amico arabista nelle ultime settimane si è dedicato alacremente a tradurre i cartelli, gli striscioni, i poster e le bandiere che tanto hanno contraddistinto le manifestazioni in Tunisia e in Egitto: non ne ha trovato neanche uno in Libia, nemmeno a Bengazi.

Un tratto che colpisce fortemente dei ‘ribelli’ libici, e mi sorprende che tu non l’abbia notato, è che non si vede una sola donna, mentre in Tunisia ed Egitto le donne erano ben visibili. Tu non sapevi che i servizi segreti francese e inglese stavano organizzando già dall’autunno scorso la caduta di Gheddafi? Non ti stupisce il fatto che, diversamente da tutte le altre rivolte arabe, in Libia siano venute fuori armi di provenienza ignota? Che bande di giovani cominciassero immediatamente a sparare raffiche in aria, cosa inconcepibile altrove? Non ti ha colpito l’emergere di un sedicente ‘consiglio rivoluzionario’ guidato da un ex complice di Gheddafi, mentre in nessun altro luogo le masse che si erano ribellate si sono preoccupate di nominare della gente a titolo di governo sostitutivo?

Non ti sei accorto come tutti questi dettagli, e molti altri ancora, si accordino con il fatto che qui, e in nessun altro paese, sono state chiamate in aiuto le grandi potenze? Che gentaglia tipo Sarkozy e Cameron, i cui scopi sono patentemente sordidi, siano stati applauditi e acclamati? – e tu gli hai dato subito il tuo appoggio. Non è in sé evidente che la Libia ha consentito a questi poteri un accesso, in una situazione altrimenti del tutto fuori dal loro controllo? E che il loro scopo, totalmente chiaro e totalmente classico, era di trasformare una rivoluzione in una guerra, mettendo il popolo fuori gioco e aprendo la via ad armi e soldati – visto che queste sono risorse che tali potenze monopolizzano? E’ un processo che si svolge ogni giorno sotto i tuoi occhi, e tu sei d’accordo? Non vedi come dopo il terrore portato dagli aerei, saranno fornite armi pesanti di terra, insieme a istruttori, carri armati, strateghi, consiglieri e caschi blu, e in questo modo ricomincerà la riconquista (mi auguro non definitiva) del mondo arabo da parte del dispotismo capitalista e dei suoi Stati servi?

Come puoi proprio tu fra tutti cadere in questa trappola? Come puoi accettare che un qualsivoglia tipo di missione ‘di soccorso’ sia avvalorato proprio da quanti ritenevano che la vecchia situazione fosse quella buona, e che vogliono assolutamente rientrare nel gioco, con mezzi violenti, partendo da motivazioni legate al petrolio e all’egemonia? Puoi limitarti ad accettare soltanto l’ombrello ‘umanitario’, l’osceno ricatto in nome delle vittime? Ma i nostri eserciti uccidono più gente in tante parti del mondo di quante il boss locale Gheddafi sia in grado di fare nel suo paese. Cos’è questa fiducia che improvvisamente si allarga ai peggiori macellai dell’umanità contemporanea, ai responsabili del mondo mutilato che ben conosciamo? Tu credi, tu puoi credere, che questa gente rappresenti la ‘civiltà’, che i loro mostruosi eserciti possano essere eserciti di giustizia? Sono stupefatto, lo confesso. Mi domando che c’è di buono nella filosofia se non l’immediata critica radicale di un’ avventata opinione di tal fatta, forgiata dalla propaganda di regimi come sono i nostri, che rivolte popolari in zone per loro strategiche hanno posto sulla difensiva, e che cercano la rivincita.

Scrivi nel tuo articolo che “dopo” spetterà a “noi” (ma di chi parli, se oggi tra ‘noi’ includi Sarkozy, Bernard-Henri Levy, i nostri bombardieri e i loro fautori?) assicurarci che petrolio e mercato delle armi, e simili, non facciano ritorno. Perché “dopo”? E’ adesso che dobbiamo assicurarcene, impedendo alle grandi potenze, per quanto possiamo, di interferire nei processi politici in corso nel mondo arabo. Così facendo è possibile che tali potenze, finalmente fuori gioco per qualche settimana, non possano reintrodurre – sotto il deteriorato nome di ‘democrazia’ e i pretesti morali e umanitari che hanno usato sempre fin dalle prime conquiste coloniali – petrolio e altri affari, ovvero molto semplicemente gli unici affari cui queste potenze sono interessate.

Caro Jean-Luc, in circostanze di questo tipo non ha senso per te o per me uniformarci al coro di consensi occidentale che dice: ‘noi dobbiamo assolutamente restare quelli che si fanno carico di ogni cosa che accade’. Noi dobbiamo sollevarci contro tale coro, e dimostrare che il vero obiettivo dei bombardieri e dei soldati occidentali non è in alcun modo quel disgraziato di Gheddafi, un ex cliente di quegli stessi che ora si stanno liberando di lui come un ostacolo ai loro più alti interessi. Perché l’obiettivo dei bombardieri è decisamente la rivolta popolare in Egitto e la rivoluzione in Tunisia, è il loro carattere inaspettato e intollerabile, la loro autonomia politica, in una parola: la loro indipendenza. Opporsi agli interventi distruttivi delle potenze significa aiutare l’indipendenza politica e il futuro di queste rivolte e rivoluzioni. E’ qualcosa che possiamo fare, e un imperativo senza condizioni.

 Saluti affettuosi.

 Alain

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traduzione di Laura Franza

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di Jean-Luc Nancy – Liberation, 28 marzo 2011

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I popoli arabi ci stanno dicendo che resistenza e rivolta si sono incrociate ancora una volta. e che la storia va avanti al di là della Storia. Ed essi lo fanno, come è giusto, con tutte le implicazioni buone e cattive che tali imprese comportano. Quantomeno hanno lanciato un segnale irreversibile e che possiamo sperare produca degli effetti anche in altre zone dell’Africa, anche sull’odioso perpetuarsi del dramma dell’antico paese di Canaan. In uno dei luoghi dove meno ci si aspettava che attecchisse la rivolta, un capobanda (ufficialmente un capo di Stato) la reprime, pronto a distruggere tutto ciò che riterrà necessario del suo supposto popolo.

Contemporaneamente altri Stati ricorrono vigorosamente alla forza contro i propri rivoltosi, magari con l’aiuto di un potente vicino arabo. Gli insorti di Bengasi chiedono aiuto: cosa non semplice, che comporta rischi evidenti, sia pratici che politici. Calcolare e affrontare questo genere di circostanze implica responsabilità politica. E’ quindi questo il momento di invocare confusamente i rischi collaterali e i sospetti interessi (più o meno nascosti), i principi di non ingerenza e le pesanti colpe di un ‘Occidente’ del quale ci si chiede ragionevolmente se non ne facciano parte la Libia stessa, l’Arabia Saudita o la Siria, per non dire della Cina e della Russia?

Le anime belle della sinistra e i raffinati strateghi di destra hanno gioco facile nel sospirare o nel protestare, sia in Europa o nei paesi arabi: bisogna capire in che mondo siamo. Giustamente non siamo più semplicemente in quel mondo occidentale arrogante, sicuro di sé e imperialista. Oh! Non è certo perché si sia dato una linea di condotta, il povero ‘Occidente’: è semplicemente in fase di fusione, di quella fusione da cui nasce un altro mondo, dove il sole non sorge e non tramonta mai, un mondo dove è contemporaneamente giorno e notte ovunque e dove bisogna reinventare il modo di vivere insieme e in primo luogo di vivere tout court.

Allora sì, bisogna controllare al massimo i colpi destinati a bloccare il bieco assassino del popolo, ma sì, bisogna colpirlo – lui ovviamente, non il popolo. Non possiamo più invocare da una parte la sovranità mentre da un’altra la svuotiamo di contenuti e di legittimità attraverso tutte le interconnessioni – le migliori come le peggiori – di un mondo globalizzato. Al popolo in questione e a tutti gli altri, a tutti noi, dopo spetterà il compito di vegliare affinché altri o essi stessi non ricomincino i giochi del petrolio, finanziari, del mercato d’armi, che avevano consentito l’arrivo e protetto al potere questo fantoccio come molti altri. Spetta ai popoli, sì: ed è sicuramente a noi, popoli d’Europa o d’America, cui spetta tale compito.

Non è una rotta facile da mantenere. Ma è in gioco cosa vogliamo vivere e il modo in cui lo vogliamo, con una asprezza cui noi non eravamo abituati. Ecco cosa i popoli arabi ci stanno dicendo.

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traduzione di Laura Franza

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di Piero Bevilacqua – il manifesto, 17 aprile 2011

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Che la democrazia versi in più o meno precarie condizioni, in tutti i paesi in cui essa è nata o si è sviluppata nella seconda metà del Novecento, è un fatto abbastanza noto. Almeno a coloro che hanno letto qualche libro di analisi politica negli ultimi anni. Basterebbe rammentare il fatto che la democrazia è nata ed è anche cresciuta all’interno dei territori nazionali ed oggi deve fare i conti con poteri che si muovono senza frontiere, sulla base di leggi che spesso questi medesimi poteri impongono ai governi. La subalternità del ceto politico – quello che forma per l’appunto i governi e gli Stati – al potere economico e finanziario costituisce uno degli elementi di corrosione degli istituti democratici che si erano formati nel secolo scorso. Occorre aggiungere che la competizione inter-capitaslistica a livello mondiale è arrivata a un tale grado di asprezza, che gli ordinamenti democratici vengono vissuti sempre più, dalla grande imprenditoria capitalistica, come una camicia troppo stretta.

Da qui la richiesta di messa in discussione dei diritti sindacali, degli accordi contrattuali, della dignità del lavoro, ridotto a merce flessibile e precaria. La democrazia diventa un ostacolo al mercato e va adattata alle sue regole. Ma così diventa un simulacro. In Italia, tuttavia, il fenomeno ha aspetti particolarmente gravi. Da noi il potere economico non si limita a condizionare il governo. In Italia è accaduto l’impensabile. Un imprenditore è diventato egli stesso il presidente del consiglio. Ma non un imprenditore qualunque, un grande magnate della tv, ossia il proprietario monopolista dello strumento principe con cui si fa la politica nel mondo attuale.

C’è di più. Questo presidente del Consiglio ha ai suoi ordini il più abietto ceto politico che abbia mai calcato la scena pubblica nella storia dell’Italia contemporanea. Non è un’invettiva moralistica ma, da storico, una constatazione freddamente politologica. Mai si era visto un’intera maggioranza di governo umiliata al punto da fare propria la più inverosimile delle menzogne per difendere il proprio premier (la nipote di Mubarak). Mai si era visto nel Parlamento italiano trionfare un così spudorato mercato dei posti di parlamentare. Moralismo? Ma l’abiezione morale dei parlamentari dei Pdl e dintorni è la condizione politica perché il presidente del consiglio possa usare le istituzioni dello Stato per fini strettamente personali, senza che questo crei dissenso e contrasti all’interno del governo e della maggioranza. Ed è anche la condizione sostanziale perché il magnate Berlusconi possa estendere la sua maggioranza con strumenti di persuasione che nessun altro possiede. Nel frattempo, perché si possa trasformare la menzogna in verità viene attaccato un potere fondamentale dello Stato, denunciati i giudici come golpisti, comunisti, persecutori di chi comanda grazie al voto popolare.

È democrazia questa? Certo, non ci sono i carri armati per le strade, le tipografie dei giornali nemici non sono incendiate, gli oppositori non sono buttati in galera. Ma si commette un grave errore di valutazione pensando che la democrazia possa morire violentemente come lo Stato liberale e sottovalutando gli aspetti etico politici della questione. Ricordiamo che la democrazia vive anche dell’ethos storico che anima le sue istituzioni. Se questo si spegne, muoiono anche i suoi istituti e noi siamo un paese fragile dove dilaga la corruzione, un paese che vanta l’infelice primato di possedere tre delle maggiori forme di criminalità organizzata del pianeta. Si indovina quale può essere il seguito della nostra storia? Di fronte all’inaudito dobbiamo solo gridare il nostro sdegno? Dobbiamo limitarci a protestare educatamente?

La proposta paradossale di Asor Rosa – equivocabile quanto si vuole – era un’evidente provocazione, frutto di una situazione moralmente intollerabile, che voleva fare scandalo. E lo scandalo occorre suscitarlo, perché le democrazie possono morire in molti modi, anche per stanchezza e rassegnazione. La canea suscitata sul Foglio da Giuliano Ferrara – un fine intellettuale, noto per il suo disinteresse personale e per sua coerenza politica, che ha dato contributi fondamentali alla cultura italiana – non mi stupisce. Continua nel suo mestiere di servire il Principe facendo finta di avere a cuore le sorti dell’Italia. Ma il manifesto bipartisan pubblicato sul Foglio del 15 aprile «contro l’antidemocrazia intollerante e anticostituzionale», firmato da parlamentri Pdl e Pd, dà le vertigini per la sua grottesca stupidità. È Asor Rosa la minaccia alla democrazia? Silvio Berlusconi sta facendo a pezzi la nostra Costituzione e si sottoscrive un manifesto con i suoi accoliti contro un intellettuale che ha reso un po’ più degno vivere in questo Paese?

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