Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 14 marzo 2011

di Francesca Borrelli – il manifesto, 5 gennaio 2011

 

 

Sana o malata, la soggettività individuale ha conquistato negli ultimi decenni il primo piano, mobilitando «un immenso ed eterogeneo mercato dell’equilibrio interiore»: parte da questa considerazione l’ultimo saggio di Alain Ehrenberg, La società del disagio, appena uscito da Einaudi, che solleva problemi in sintonia con il dibattito tra De Rita e Recalcati, uscito ieri su queste pagine. Da tempo, ormai, Edipo ha ceduto a Narciso il ruolo di protagonista nella rappresentazione metaforica delle dinamiche psichiche. Così, un linguaggio ancorato a seducenti mitologie descrive il passaggio dal prevalere delle classiche nevrosi di traslazione basate sul conflitto e sul senso di colpa – l’isteria, le ossessioni, le fobie – a una tendenziale affermazione delle nevrosi di carattere, anzitutto le patologie narcisistiche contrassegnate dalla disorganizzazione della personalità e da problemi relativi alla perdita. Contemporaneamente, anche le domande che l’individuo sociale si pone, negli ultimi decenni sono cambiate: se il rovello della condizione umana nella modernità ruotava intorno alla contrapposizione tra ciò che è permesso e ciò che è vietato, la questione cruciale della società postmoderna riguarda la necessità di mobilitare le proprie risorse personali per farsi imprenditori di se stessi, e dunque la domanda dell’individuo contemporaneo suona piuttosto così: ne sarò capace?

Sana o malata, la soggettività individuale ha conquistato negli ultimi decenni il primo piano, mobilitando «un immenso ed eterogeneo mercato dell’equilibrio interiore», che impegna – come scrive Alain Ehrenberg nel suo ultimo saggio, La società del disagio, da poco uscito per Einaudi (pp. 409, euro 28,00) –  un ampio ventaglio di professioni e un notevole spettro di discipline. Nel quadro della ricapitolazione che queste pagine offrono delle scienze sociali, così come si sono andate sviluppando principalmente in Francia e in America dopo la fine dell’ultima guerra, il dibattito seguito alla relazione annuale del Censis (che sul manifesto di ieri si è tradotto in un rinnovato dialogo tra Giuseppe De Rita e Massimo Recalcati) si presenta come l’ultimo capitolo di un fenomeno già ampiamente sperimentato, ossia l’intreccio fra le trasformazioni del pensiero psicoanalitico e la elaborazione di nuovi significati sociali. Ma, come osserva con precisione Ehrenberg, una cosa è «riconoscere che, nell’arco di un secolo, gli individui non formulano i loro interrogativi nello stesso modo, poiché gli ideali sociali si sono evoluti; un’altra, e molto diversa, è affermare che la psicopatologia è cambiata perché è cambiata la personalità.» Sul presupposto di una «profonda mutazione antropologica» in corso si basano le tesi che Massimo Recalcati ha sviluppato nel suo L’uomo senza inconscio (Cortina, 2010), tesi con le quali Ehrenberg probabilmente non concorderebbe, poiché la sua analisi limita il danno al livello culturale, evitando di coinvolgere i requisiti trascendentali della natura umana: questo si deduce dai risultati della sua profonda e convincente immersione nei mutamenti subiti dalle forme di vita contemporanee, descritti in un suo libro precedente, uscito oltre dieci anni fa con il titolo La fatica di essere se stessi (Einaudi, 1999).

Tutte le società hanno stabilito nessi tra il male individuale e il male comune, ma solo la nostra, e solo recentemente, ha messo in primo piano la sofferenza psichica, e ciò è stato reso possibile dal fatto che «nel XX secolo la psicoanalisi è stata il grande modello dell’atteggiamento individualista di fronte alla contingenza». Ad affrancare l’attributo di individualista dalle sue valenze negative, Ehrenberg provvede precisando che esso allude a «una forma di vita il cui spirito comune consiste nell’attribuire valore a ogni individuo, a se stessi come a un altro, e questo perché l’uguaglianza fa di ogni uomo un simile.» Precisazione tutt’altro che superflua in un contesto, com’è quello attuale, dominato dalla variante dell’egotismo e dunque da spericolate invasioni del campo pubblico da parte di una miriade di Io sprezzanti dei legami sociali. Un fenomeno oggi prepotente ma già leggibile a metà degli anni ’70, quando Richard Sennett lo descrisse nel suo libro ormai classico, Il declino dell’uomo pubblico e un altro sociologo americano, Christopher Lasch, ne sottolineò il carattere patologico in un titolo esemplare, La cultura del narcisismo. Da allora, il debito contratto dalla sociologia verso la psicoanalisi informa il lessico che descrive il «processo di privatizzazione dell’esistenza»: l’ascesa del culto riservato alla propria persona era coinciso con la fine del ciclo liberale avviato sotto Roosevelt, che aveva promosso politiche pubbliche e uno stato assistenziale finalizzato a ridurre il peso delle disuguaglianze sociali. Intanto i costumi cambiavano sotto la pressione della rivendicata liberazione sessuale, e le minoranze imponevano la loro emancipazione. Se i sociologi cominciarono a guardare alla psicoanalisi fu anche, se non soprattutto, perché essa indicava loro la necessità di affrancarsi dal giudizio morale: da questa lezione Lasch derivò le sue considerazioni sulla miopia delle analisi sociologiche che assimilano il narcisismo all’egoismo, non comprendendone la tragicità e equivocando la vera origine del culto di sé, che nasce non dalla affermazione della propria personalità ma dal suo «collasso».

 

Dopo il tramonto della famiglia

Contrariamente all’immagine che ne dà la sociologia, la figura del narcisista – infatti – non è definita principalmente dall’amore di sé, o dall’autostima, bensì da un «sentimento di mancanza di autenticità e di vuoto interiore», scrive Lasch, sviluppando la sua lettura del saggio che Freud dedicò a questa patologia nel 1914. Non a caso, nell’individuo contemporaneo al tempo stesso convivono un eccesso di narcisismo e quel difetto della capacità di desiderare che Recalcati indica, riattualizzando l’analisi di Lacan, come una responsabilità morale: perché il narcisismo si configura come un cammino a ritroso verso la ricongiunzione con quel sentimento di autosufficienza e di equilibrio assoluto che la nascita drammaticamente interrompe, e dunque in questo senso il narcisismo si risolve – sintetizza Christopher Lasch – nel «desiderio di essere liberi dal desiderio».

Quando, all’inizio degli anni ’90, il New York Times intervistò il sociologo americano chiedendogli: «l’Io la fa ancora da padrone?», Lasch rispose che la domanda era mal posta e che non di questo trattava il suo libro, bensì delle ripercussioni psicologiche di cambiamenti intervenuti nella struttura dell’autorità culturale: l’istituzione della famiglia e la sua funzione educativa stavano declinando da più di cent’anni, e le ricadute di questa perdita sulla formazione psichica degli individui non potevano non essere significative. Prima di lui, Richard Sennett aveva messo a fuoco l’oscillazione del narcisista verso il disprezzo di sé piuttosto che verso l’autostima, mutuando dunque dalla psicoanalisi il carattere tragico di quello che la vulgata sociologica si ostinava a leggere come colpevole eccesso nell’amore di sé. E tuttavia Lasch trovò modo di rimproverargli «la smania di ristabilire una distinzione tra vita pubblica e vita privata», trascurando i legami che uniscono l’una all’altra e facendo scadere la scoperta di sé in «una forma di egocentrismo indecente.» Di fatto, entrambi i sociologi americani, nella lettura a distanza che oggi Ehrenberg ci offre, tessono con i loro libri un rituale di celebrazione dell’America e dei suoi ideali perduti, quegli ideali che guardano alla felicità pubblica e privata opponendo l’individualismo autentico all’egotismo radicato nelle emozioni, nel corpo, negli affetti.

Tra gli scopi del saggio di Ehrenberg sulla Società del disagio c’è, appunto, quello di indagare «le nostre credenze individualiste più profonde» e gli ideali che le alimentano, mentre già chiara era la sua diagnosi del cambiamento sociale che si è consumato negli ultimi decenni. Se le soggettività represse dell’età moderna soffrivano per gli ostacoli opposti alla realizzazione di sé, ora patiscono l’obbligo di farsi carico, ciascuno per proprio conto, delle loro vite e del loro successo. «Dall’impedimento a diventare se stessi all’obbligo di diventarlo», questo passaggio avrebbe moltiplicato per dieci l’incidenza della depressione nel corso di due generazioni, trasformandola in quella che Ehrenberg aveva già descritto, più di dieci anni fa, come una «malattia della responsabilità», un dramma della inadeguatezza, una costante frustrazione nel misurarsi con l’illusione di possibilità illimitate e alla portata di tutti. Ora la sua indagine si aggiorna alla messa a fuoco di un nuovo problema: a quali inquietudini

proprie del modo di vita democratico danno forma le patologie dell’ideale, quelle patologie che legittimano la preoccupazione di trovarci davanti a «una radicalizzazione dell’individualismo» nella sua accezione più negativa, tale da «ritorcersi contro la società e contro l’individuo?» Una domanda quanto mai attuale, e tuttavia – come ha scritto lo psicoanalista Massimo Ammaniti (sulla Repubblica del 10 dicembre scorso) – il DSM, ovvero il più importante sistema diagnostico in campo psichiatrico, escluderà nella sua quinta versione (che uscirà nel 2013) il narcisismo dai disturbi della personalità. Seicento psichiatri schierati contro l’evidenza, risponderebbero dunque oggi negativamente all’opportunità di una ristampa del celebre saggio di Christopher Lasch, decretando come ormai tramontata la Cultura del narcisismo.

 

Tra l’utile e il simbolico

Scherzi a parte, converrà tornare a interrogarsi su chi oggi determini le coordinate della salute mentale e quelle della sofferenza psichica: né la psicoanalisi né la sociologia, bensì – per esempio – le società di assicurazione americane, che già da anni si rifiutano di rimborsare il costo delle psicoterapie di lunga durata e sono dunque interessate a vedere ristretta la classificazione delle patologie riconosciute. Intanto, le case farmaceutiche speculano su quello che Ehrenberg definì «il successo sociologico» della depressione, senza peraltro conseguire alcun significativo progresso nella ricerca di nuovi e più efficienti molecole.

Mentre la chiamata a renderci più compiutamente responsabili delle nostre azioni determina al tempo stesso una crescita della nostra autonomia e una maggiore esposizione al senso di fallimento, il «lessico delle passioni» si conferma come l’unico idoneo a tenere insieme il dolore mentale privato, i mali sociali, la disposizione nei confronti della contingenza e, dunque, la politica delle nostre forme di vita. Ciò che è utile e ciò che è simbolico – ci ricorda Ehrenberg – non solo non si trovano mai troppo distanti, ma dipendono l’uno dall’altro. Benché niente affatto inedito, dunque, il ricorso dell’osservatorio di De Rita alla psicoanalisi è più che mai opportuno, perché aggiorna l’intreccio tra relazioni sociali e linguaggio degli affetti, prendendo atto di una verità incontrovertibile, la stessa che informa anche le conclusioni del saggio dedicato da Ehrenberg alla Società del disagio: «È nel linguaggio della salute mentale che si esprimono, ormai, i numerosi conflitti e le tensioni della vita in società ed è dal suo vocabolario che noi attingiamo ragioni d’agire e modi d’agire su di essi. È attraverso i suoi concetti che comprendiamo i nostri mali personali, e che possiamo trovare, anche quando non arriviamo a ridurli praticamente, un significato più vasto rispetto alle nostre sventure individuali.»

 

Read Full Post »

di Massimo Recalcati e Giuseppe De Rita – il manifesto, 4 gennaio 2011

 

 

 

L’intreccio fra psicopatologia individuale e disagio sociale è l’oggetto di questa discussione. «Spesso – dice Giuseppe De Rita – è la dimensione macro che condiziona, con le sue logiche e la sua potenza le psicologie individuali». Quel che è cambiato – secondo Massimo Recalcati – è l’accesso alla dimensione del desiderio, sempre più difficile da raggiungere e sempre più bisognoso «di testimonianze singolari capaci di trasmetterne la potenza generativa», senza più ricorrere all’ausilio «teologico» del Padre Il fondatore e presidente del Censis Giuseppe De Rita e lo psicanalista lacaniano Massimo Recalcati tornano, con lo scambio che riportiamo in questa pagina, sulla discussione avviata da Ida Dominijanni (il 4 dicembre) all’indomani della pubblicazione del 44 rapporto Censis, destinato a interpretare i fenomeni socioeconomici più significativi del paese. Quest’anno il debito contratto con la psicoanalisi è particolarmente evidente: nella prima parte del Rapporto si parla di una società, quella italiana, «che sembra franare verso il basso sotto un’onda di pulsioni sregolate. L’inconscio collettivo appare senza più legge né desiderio» vi si legge. «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Avendo nel suo primo articolo Ida Dominijanni indicato la coincidenza tra alcune di queste locuzioni e quanto afferma Massimo Recalcati nel suo libro L’uomo senza inconscio (Cortina, 2010), lo psicanalista lacaniano è intervenuto (il 7 dicembre) per ribadire le sue tesi (commentate anche da una lettera di Francesco Mereghetti l’8 dicembre) e Giuseppe De Rita gli ha risposto (l’8 dicembre) sollecitando un confronto sulle pagine di questo giornale. Eccolo.

Massimo Recalcati. La grande novità introdotta dalla psicoanalisi nel campo della psicopatologia consiste nell’intendere i sintomi del disagio non come deviazioni da una supposta quanto inesistente normalità, ma come indici rivelatori della nostra condizione umana e sociale. È lo stesso approccio che ispirò il lavoro di Basaglia sulla follia. Questo significa che non è mai possibile separare l’individuale dal sociale, il micro dal macro – per usare una sua espressione – perché l’uno e l’altro, l’individuale e il sociale, il micro e il macro, sono due facce della stessa medaglia. Freud lo indica chiaramente nella sua Psicologia delle masse quando scrive che da sempre la psicologia individuale è psicologia sociale.

Giuseppe De Rita. Mi permetto di avere dei dubbi, anche di fronte al grande padre Freud. Certo che l’interazione fra dimensione individuale e dimensione sociale esiste sempre e indiscutibilmente, ma non c’è un unidirezionale primato della prima, spesso anzi è la dimensione macro che con le sue logiche e la sua potenza condiziona le psicologie individuali (penso alle guerre, alle rivoluzioni, ma anche più banalmente alle lotte di classe come ai grandi progetti di sviluppo economico e civile). Il macro, in altre parole, «fa realtà»: non è, a mio avviso, la somma di maree psicologiche. E ciò avviene anche nelle società dove prosperano le moltitudini, come nel caso di questo periodo, e dove quindi la psicopatologia può aiutare a capire l’attuale condizione umana.

Massimo Recalcati. Entriamo più nel merito del problema. Che cosa ci dice sulla nostra condizione umana e sociale la psicopatologia contemporanea? In gioco è un profondo cambiamento nella sofferenza dei nostri pazienti: essa non è più provocata dal conflitto tra il desiderio e il peso gravoso della realtà, tra il programma del principio di piacere e quello del principio di realtà, per usare una nota differenziazione freudiana, insomma tra il programma singolare dell’immaginazione desiderante e quello universale della Civiltà, ma da una fatica sempre maggiore di desiderare, di accedere alla dimensione del desiderio. È questo l’insegnamento fondamentale che possiamo ricavare dalla clinica contemporanea: al centro non c’è più il conflitto tra desiderio e realtà ma una inedita difficoltà a desiderare. È questo il motivo centrale del mio lavoro, ripreso dal suo Rapporto. Ed è questo l’effetto maggiore che accompagna il fenomeno epocale, descritto da Lacan, dell’evaporazione del padre.

Giuseppe De Rita. D’accordo sulla sua intuizione circa il ruolo centrale della difficoltà di desiderare, ma mi permetto di esprimere la sensazione che essa non sia «l’effetto maggiore del fenomeno epocale dell’evaporazione del padre», bensì piuttosto l’effetto di un processo di crisi di quel che lei chiama «l’immaginazione desiderante». Una crisi più dell’immaginazione che del desiderio. È il pensiero immaginale (forse ho letto troppo Hillman) che è oggi sovrastato da una opprimente realtà. Come con l’offerta del tardo capitalismo evocata da Marcuse, viviamo in una realtà che occupa tutto il nostro essere, anche quando (è il caso dell’enfasi sul «virtuale») sembra essere meno inchiodata a terra. Se mi è permessa una deviazione sull’attualità, è la loro dura realtà occupazionale attuale e/o futura che porta i nostri giovani manifestanti a non poter desiderare.

Massimo Recalcati. Allora, la questione che più mi interessa è: come possiamo tornare a desiderare? Mi interessa come psicoanalista e come cittadino. Su questo punto lei nota che è più difficile produrre un’immagine di sintesi efficace, efficace come può esserlo quella che Berlusconi offre rappresentando esemplarmente gli effetti perversi della decomposizione cui è sottoposta la funzione simbolica della Legge (è una mia tesi). Mi permetto allora di suggerire un pensiero. Per tornare a desiderare è necessario che vi sia trasmissione del desiderio tra le generazioni. È uno degli insegnamenti cardini della psicoanalisi. E questa trasmissione, nell’epoca dell’evaporazione del padre, ovvero nell’epoca del tramonto dei grandi ideali sociali, politici e religiosi che hanno garantito in passato una cornice edipica stabile al mondo, può avvenire solo attraverso la dimensione etica della testimonianza.

Giuseppe De Rita. Preferisco di gran lunga quest’ultima sottolineatura della dimensione della testimonianza (anche se cerco sempre di evitare nelle mie riflessioni le parole che sanno di «etico») rispetto a quella che lei chiama la «trasmissione del desiderio tra le generazioni». Sono un pervicace giudaico-cristiano e mi piace spesso ragionare sul dettato biblico della «trasmissione della benedizione di generazione in generazione». Ma evito altrettanto pervicacemente di confondere spirito religioso e valutazioni professionali, e sarei quindi molto laico nel vedere le cose, per questo mi piace di più la sua concentrazione sulla testimonianza, qui ed ora, nel contesto storico che ci è dato di vivere.

Massimo Recalcati. Perché si possa tornare a desiderare è necessario, tuttavia, che ci sia un incontro con la testimonianza del fatto che si può esistere in questo mondo senza impazzire e senza voler suicidarsi. Che si può essere nel mondo con soddisfazione, animati dalla potenza del desiderio, capaci di progetto e di creazione. Ma, ecco il punto: questa testimonianza rifugge giustamente le icone, non trova simboli universali capaci di rappresentarla (non esiste testimonianza universale) perché è strutturalmente indebolita, nel senso che può darsi unicamente incarnata in singolarità (non solo soggettive, ma anche collettive, come quella dei movimenti, delle istituzioni, delle associazioni capaci di generatività). Il tempo dell’evaporazione del padre – che è il nostro tempo – non può coltivare l’illusione di una restaurazione della visione edipica del padre e della società. Francesco Mereghetti in una lettera al manifesto dell’8 dicembre poneva giustamente un dubbio critico sull’alternativa secca tra l’edipismo – prima Repubblica – e la perversione – berlusconismo – alludendo alla necessità di pensare a una possibile terza via. Ebbene, a mio giudizio questa terza via è la via della testimonianza e della responsabilità etica. Ritornare a desiderare è possibile solo se il desiderio trova vita, incarnazioni possibili, testimonianze singolari capaci di trasmetterne la potenza generativa. È un punto topico dove il micro e il macro, l’individuale e il collettivo, si annodano.

Giuseppe De Rita. Anche a me non convince la tesi di Mereghetti, principalmente perché io credo che la prima Repubblica non è stata segnata dall’edipismo (c’era troppo mammismo nella Dc), ma piuttosto da una grande forza dei soggetti collettivi (dalla Coldiretti ai grandi sindacati, dai partiti alle corporazioni professionali). E che proprio tale forza non solo ha reso possibile il nostro straordinario sviluppo, ma ha dato anche una tonalità buona a tutto il quarantennio post-guerra. E in più permette di «tornare a raccogliersi», per usare un invito di Natoli su come ridare vita, testimonianza, generatività all’attuale sistema sociale. Solo nei sottosistemi intermedi (movimenti, istituzioni, associazioni) si possono innescare oggi stimoli nuovi, una dinamica scambievole fra macro e micro, che, senza di essi, resterebbero in pericolosa solitudine. E ricordiamoci sempre che tali sottosistemi vivono di interessi reali oltre che di emozioni. Anche in circostanze, come le attuali, che suscitano molta propensione alle emozioni.

Massimo Recalcati. L’edipismo non può certamente essere una chiave sufficiente per leggere uno snodo politico complesso come quello della prima Repubblica. Non è in questi termini che l’ho proposto. Volevo semplicemente indicare la cifra generale di una epoca nella quale l’Ideale sembrava governare ancora la vita degli uomini e determinare le loro inibizioni. La funzione normativa e simbolica dell’Edipo è, infatti, proprio questa: la rinuncia al soddisfacimento immediato delle pulsioni (effetto dell’interdizione dell’incesto stabilita dalla Legge della Cultura) ha come sua contropartita la possibilità della sublimazione, della creazione e del desiderio singolare. Nell’epoca nella quale l’Ideale (cattolico, comunista, democratico, e così via) svolgeva ancora una funzione orientativa per la vita, il desiderio era nutrito da una Legge che sembrava avesse una sua consistenza. I padri simbolici garantivano la tenuta del patto sociale. L’epoca post-ideologica è, invece, l’epoca in cui si dissolve la funzione orientativa dell’Ideale e trionfa – come si esprimeva Lacan – un «godimento smarrito», privo di ancoraggio simbolico, slegato dalla castrazione, senza bussola. Ciò che mi preme di più è la necessità di evitare il bivio improduttivo tra il rimpianto nostalgico di quella versione edipica della Legge – sostenuta dal carattere universale dell’Ideale – e il rischio di un’adesione cinica e acritica alle promesse di salvezza astutamente messe in gioco dal discorso del capitalista. Silvio Berlusconi e il berlusconismo sono i nomi di questa deriva. Ebbene io penso che tra il rimpianto dell’Ideale edipico e la legittimazione conformista del nichilismo proprio del discorso del capitalista vi sia lo spazio sufficiente per ripensare in modo nuovo il problema del rapporto tra Legge e desiderio. È in questa prospettiva che insisto sull’importanza di recuperare la dimensione etica della testimonianza. Testimonianza di cosa? Testimonianza di come si possa tenere insieme Legge e desiderio, limite e immaginazione, comunità e singolarità, amore e godimento… Di come questo sia possibile senza più ricorrere all’ausilio ancora «teologico» garantito dal Padre edipico.

Giuseppe De Rita. Il mio accordo sulla testimonianza l’ho già espresso, ho qualche dubbio sull’aggettivo «etica». A me sembra, infatti, che il problema della testimonianza possa essere ripreso in mano da vecchi e nuovi soggetti collettivi, al di fuori delle scelte individuali; perché è mia convinzione che tali soggetti nascono e crescono su interessi reali più che sulle emozioni. Ed è su questi temi (soggetti collettivi e relativi interessi) che converrà riprendere a pensare.

 

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: