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Archive for 11 marzo 2011

di Guido Liguori – Liberazione, 5 marzo 2011

 

 

«La politica è entrata in crisi quando si è destrutturata, con una operazione consapevole da destra e inconsapevole da sinistra, la sua forma organizzata. Storicamente, questa forma era il partito». Per cui «l’alternativa non è: partito sì o partito no, l’alternativa è: politica organizzata o antipolitica». Bastano queste poche parole di Mario Tronti – che introducono il numero di Democrazia e diritto su “Il partito politico oggi”, che Liberazione ha rilanciato alla nostra attenzione con l’inserto di domenica scorsa – a riflettere il senso di un problema fondamentale, qui e ora, per le comuniste e per i comunisti, per la sinistra, per la stessa democrazia italiana.

L’individualismo e il mito della società civile, che hanno vinto nella società italiana a partire dagli anni ’90, hanno contribuito in modo decisivo, per Tronti, a questa eclissi della forma-partito. E’ chiaro che parliamo qui in primo luogo del partito delle classi subalterne. Un’esperienza decisiva, questa, nel Vecchio Continente, tanto che – aggiunge Tronti – la stessa «occupazione politica dell’Europa da parte degli Stati Uniti d’America, si è dovuta sempre fermare davanti alla frontiera invalicabile della forma-partito». Ora però sembra aver vinto proprio quel “modello americano” del fare politica in cui l’egemonia sembra nascere – potremmo dire aggiornando Gramsci – direttamente dalla fabbrica dei sogni, innanzitutto dalla televisione.

Bisogna riconoscere a Democrazia e diritto il merito di aver preso il toro per le corna, di aver sollevato un problema che è scomodo (ma vitale) in primo luogo per la sinistra. Il problema sollevato in poche parole è il seguente: la liquidazione della forma-partito che era propria della tradizione socialista e comunista – punto centrale del “caso italiano” degli ultimi lustri (in Europa occidentale non vi è nulla di simile, come la rivista documenta con alcuni articoli di grande interesse) – è la breccia principale attraverso cui è passato il forte ridimensionamento della sinistra nel nostro paese. L’atto di accusa ha volti e nomi che la rivista non nasconde: Occhetto-Veltroni da una parte, Bertinotti-Vendola dall’altra.

In occasione della recente ricorrenza dei novant’anni dalla nascita del Pci ho avuto modo di affermare che anche per quel che concerne la forma-partito c’è da chiedersi se non vi sia da imparare dalla storia del Partito comunista italiano. Mi riferivo in particolare alla necessità di tornare a forme di direzione collettiva in controtendenza rispetto al leaderismo scriteriato della cosiddetta “seconda repubblica”, dove non vi sono più leader di partiti ma partiti del leader; all’opportunità che i partiti abbiano sezioni e non solo comitati elettorali, e che non trasformino immediatamente i propri quadri migliori, a ogni livello, in eletti e amministratori (per cui “la politica” diviene un “lavoro” che vede nel momento elettivo-istituzionale l’unica remunerazione adeguata, in termini economici e di prestigio); al bisogno di rilanciare la partecipazione reale, che ha nella discussione collettiva di base un momento insopprimibile di elaborazione e crescita delle soggettività, contro il mito delle primarie – meccanismo che rafforza i processi di delega e passivizzazione, limitando la mobilitazione a un breve momento di scelta-identificazione con un “capo” e una leadership. Mi sembra che il fascicolo di Democrazia e diritto porti molti argomenti a questa impostazione, anche grazie agli articoli ben documentati e stimolanti di studiosi come Michele Prospero, Alfio Mastropaolo, Oreste Massari, Domenico Fruncillo, Onofrio Romano e altri.

Non mi nascondo, tuttavia, l’obiezione che potrebbe essere avanzata a queste tesi da tante compagne e tanti compagni, in particolare da chi milita in Sel, con cui tanta storia e tanta parte di concezione del mondo pure mi accomuna e con cui ritengo necessario mantenere aperto il confronto. Ciò che essi potrebbero dirmi o dirci è questo: avete nostalgia di una forma della politica sicuramente per molti versi positiva e da rimpiangere, ma ormai improponibile, per il mutamento della società, il ruolo che vi hanno i media, quella “americanizzazione” stessa della vita politica che è il mare in cui, volenti o nolenti, dobbiamo imparare a nuotare.

Non è una obiezione insensata. Credo che la stessa “scommessa” iniziale di Vendola fosse giocata a partire da questa convinzione. Vorrei però invitare a ponderare come, al di là del tempo corto su cui spesso i politici valutano il loro operare, questo accettare il tavolo dell’avversario contenga un vero e proprio assorbimento di un modo di intendere la politica che in sé ci allontana radicalmente dai nostri ideali, dalla nostra identità, dai nostri obiettivi di fondo. Se devo dirlo in due parole: dall’obiettivo dell’autogoverno, della costruzione faticosa ma fondamentale di una democrazia reale, in cui la delega a una élite o l’affidarsi a un capo più o meno carismatico siano gradatamente ridotti, non alimentati. E’ un progetto di lungo periodo, certo. Ma andare in direzione contraria (sia pure con la riserva che ciò avviene solo “momentaneamente”) non ci aiuta, come ormai abbiamo imparato dalla storia.

La personalità carismatica (prendiamo questa accezione in senso lato e involgarito rispetto al modello weberiano), inevitabilmente accompagnata da tentazioni populistiche in senso deteriore, sembra oggi essere l’unico modo tramite il quale sia possibile fare politica efficacemente. Non è però vero. Non è un destino ineluttabile. Altre strade sono possibili, come ci dicono alcuni esempi in Europa e persino il caso della Lega in Italia. Certo, la partecipazione politica e il partito come lo abbiamo conosciuto nel ‘900 non possono essere riproposti tali e quali, vanno rinnovati e aggiornati. Da questo punto di vista anche la rete, se usata non solo per lanciare parole d’ordine e messaggi dall’alto, può essere una opportunità da cogliere proficuamente. Ma soprattutto i partiti devono riprendere a essere ben riconoscibili, avere canali decisionali non sovrapponibili con l’azione dei “vecchi media”, prevedere differenzazioni funzionali tra iscritti e votanti, celebrare congressi veri e non kermesse che servano più che altro come passerella per il leader maximo. Insomma, essere molto meno liquidi per essere davvero più democratici.

Perché la politica riprenda a marciare in direzione diversa rispetto alla deriva odierna è però necessario un segnale forte, che sia anche l’inizio di una “battaglia culturale” su cui concentrare le forze. L’introduzione del maggioritario, il bipolarismo e l’aberrazione del premierato di fatto sono tutti elementi che hanno potentemente concorso alla distruzione del partito politico, alla catastrofe di cui ha fatto le spese la politica organizzata e di massa. Mi sembra che oggi solo un ripensamento della legge elettorale, una larga alleanza politica e una campagna di sensibilizzazione di massa su questo tema possano aprire un processo nuovo.

 

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di Alberto Burgio – Liberazione, 27 febbraio 2011

 

 

 

Che cosa accade e, soprattutto, che cosa può accadere in Libia? Mentre scriviamo, le notizie si susseguono contraddittorie. Molte agenzie danno Gheddafi per spacciato, asserragliato nel bunker di una Tripoli sotto assedio. Ma sino a poche ore fa altre fonti descrivevano una capitale calma, sotto controllo, al pari dell’aeroporto militare di Mitiga del quale, pure, si era detto fosse stato espugnato dagli insorti. Sembra improbabile comunque che il regime possa resistere e anche l’ipotesi del negoziato con i ribelli, ventilata da ultimo da Saif al-Islam (uno dei figli del Colonnello, interprete dell’anima «moderata» del regime), appare di ora in ora più inverosimile.

Restano le domande. La rivolta libica è analoga a quelle che hanno decretato la fine delle dittature tunisina ed egiziana? E’ parte del terremoto che da settimane scuote tutto il nord Africa e che va propagandosi fino al Medio Oriente minacciando la stabilità della stessa Arabia Saudita e del regime degli ayatollah? Indubbiamente sussistono molte connessioni. Quale che sia la natura della rivolta libica, non è casuale che essa si verifichi all’indomani delle insurrezioni in Tunisia e in Egitto e mentre si fanno incerte le sorti dei governi di Yemen, Bahrein e Giordania.

Ma in questi casi – pur differenti tra loro – siamo di fronte a moti popolari spontanei, frutto di una situazione sociale esplosiva. Come emerge dallo Human Development Index, Tunisia ed Egitto (ma anche Marocco e Algeria) registrano tassi elevatissimi di sviluppo sociale a fronte di percentuali record di disoccupazione. I giovani tunisini ed egiziani sono andati a scuola, si sono diplomati e navigano su internet (uno dei principali vettori delle insurrezioni) ma non trovano lavoro. Questa situazione – resa intollerabile dalle politiche di «rigore» imposte dai governi per far fronte alle conseguenze della crisi economica globale – ha fatto esplodere la rabbia contro le oligarchie corrotte al potere (il che peraltro non garantisce l’esito democratico delle transizioni, se è vero che in Egitto l’esercito resta la forza di gran lunga prevalente non solo sul piano politico ma anche sul terreno economico).

In Libia, in particolare in Tripolitania, lo scenario è diverso. Benché quella dell’equa distribuzione dei proventi dell’esportazione di petrolio e gas sia una leggenda, le condizioni di vita della popolazione sono accettabili. I prezzi sono calmierati, i redditi adeguati (il reddito medio pro-capite è di 12mila dollari, sei volte quello egiziano). E anche se Gheddafi non è mai riuscito a pacificare e unificare realmente il Paese (la Cirenaica non lo ha mai riconosciuto e il raìs si è via via inimicato le grandi tribù del Gebel che ora assediano Tripoli), in Libia – a differenza di quanto avviene nei Paesi confinanti – non sembra vi siano figure di spicco in grado di guidare il dissenso sino a farlo esplodere.

Come ha osservato su queste pagine Angelo Del Boca, è molto probabile che la rivolta in Libia sia stata innescata dall’esterno, da gruppi di libici residenti all’estero. Ed è altrettanto probabile che questi nemici di Gheddafi abbiano goduto del sostegno dei governi occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia in testa) da sempre nemici del Colonnello. Un po’ di storia è bene infatti tenerla presente, non dimenticare i peccati originali (l’evacuazione forzata delle forze statunitensi e britanniche dalle basi militari, la nazionalizzazione delle proprietà della British Petroleum e l’imposizione alle altre compagnie di elevate quote per lo sfruttamento del petrolio libico) nel segno dei quali si consuma la fine del regno filo-occidentale di Idris I.

Tutte queste considerazioni suggeriscono di essere cauti prima di parlare di «rivoluzione» nel caso della Libia e non permettono di escludere che ci si trovi piuttosto dinanzi a una guerra civile sponsorizzata dalle maggiori potenze capitalistiche. Così si spiegano anche i venti di guerra che spirano da quando la Libia brucia.

Gli Stati Uniti, spalleggiati dalla Francia, scaldano i motori. Obama non esclude l’intervento militare della Nato. All’Onu si parla pudicamente di no-fly zone, occultando il fatto che per tenere a terra l’aviazione libica sarebbe necessario l’uso della forza. A Sigonella si preparano i caccia e puntualmente l’on. Fassino dichiara che «occorre intervenire in ogni modo» per costringere Gheddafi a mollare la presa. A vent’anni di distanza sembra di rivivere i giorni della prima Guerra del Golfo e delle «guerre umanitarie» nei Balcani. Allora una cosa va detta con la massima chiarezza. Se Gheddafi ha veramente scatenato il massacro della sua gente, si è macchiato di crimini gravissimi. E’ indubbio che la sua quarantennale dittatura ha calpestato diritti fondamentali dei libici e di centinaia di migliaia di migranti che Gheddafi ha imprigionato per nome e per conto di quel «mondo libero» che oggi si riempie la bocca di buoni principi. Ma tutto ciò non legittima in alcun modo un’ennesima sporca guerra che avrebbe un solo scopo: permettere agli Stati Uniti di rimettere le mani sul petrolio e sul gas libico, vitali per gran parte dell’Europa e per la stessa Cina.

 

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di Alberto Manguel – Il Sole 24 Ore, 06 marzo 2011

 

 

 

Tempo fa, nel diciottesimo secolo, George Berkeley, vescovo di Cloyne, affermò che affinché l’esistenza di qualcosa sia possibile, è necessaria la sua percezione. I detrattori della sua tesi (a cui attribuirono l’oltraggioso nomignolo di idealismo), accusarono Berkeley di negare l’esistenza materiale del mondo; i lettori meno insensibili, tuttavia, scoprirono che l’affermazione di Berkeley non significava che non esiste realtà al di fuori della nostra percezione, ma che, nel momento in cui noi non percepiamo tale realtà, non possiamo presumere di conoscerla. Secondo Berkeley, la percezione è necessaria per consentire alle cose di acquisire l’esistenza nella coscienza di chi le percepisce. Ciò significa che, affinché qualcosa diventi un possibile oggetto di esplorazione da parte nostra, sia a livello emotivo che intellettuale, è prima necessario che noi la percepiamo. La percezione crea il mondo che cerchiamo di conoscere.

Non ho idea se il vescovo Berkeley faccia parte della biblioteca universale della mente di Cees Nooteboom, ma credo che Nooteboom abbia applicato la tesi del buon vescovo al campo della letteratura, magari in modo inconsapevole, ma con notevole successo. Per Nooteboom (Nooteboom lo scrittore) il mondo è, per così dire, sempre al suo inizio. Giorno e notte, terra e acqua, le creature viventi e il loro lavoro, tutto inizia quando Nooteboom comincia a narrare la sua storia, a pagina uno della loro stessa esistenza. Ogni volta che Nooteboom parte per un viaggio, lui stesso, a differenza dei viaggiatori più normali, è l’artefice del territorio che attraversa, e in quel paesaggio incantato tutto accade per la prima volta. Come spiega il narratore de Le montagne dei Paesi Bassi (senza dubbio uno dei capolavori di Nooteboom), c’è molto in comune tra uno scrittore e un ingegnere, tra la costruzione della realtà con le parole e la ricostruzione della realtà con il calcestruzzo e il ferro, cioè, tra la narrazione di storie e la realizzazione di strade vere e proprie.

Per Nooteboom, la letteratura non è, o non dovrebbe essere, uno specchio, «una specie di imitazione della realtà, delle storie quotidiane, e si possono apprendere le stesse cose al bar più vicino», come protesta uno dei suoi personaggi. Non è neppure un catechismo, che fornisce domande prestabilite per risposte già confezionate. Al contrario: le domande che la letteratura pone, dovrebbero fuoriuscire da vicoli ciechi e pozzi senza fondo, destabilizzare e disorientare il viaggiatore, condurre lontano dalle vie di fuga conosciute, cannibalizzare la loro carne e lasciare una traccia per ulteriori quesiti. Ovvero, in termini meno brutali, è una conversazione in fase di svolgimento in cui lo scrittore e il lettore, mentre parlano, costruiscono, strato su strato, il mondo dove ci troviamo. (…) Non ci sono case sicure nel paese di Nooteboom e nessuno dei suoi libri è un recinto custodito. Ogni paragrafo, ogni pagina si ramifica in un giungla di digressioni, di storie susseguenti, di storie alternative, di commenti inquietanti e schiette citazioni. Come si addice all’opera di un vero berkeleyiano, la prima persona singolare regna in tutta la geografia di Nooteboom. «Il pronome IO è migliore perché è più diretto», è la citazione tratta dal Nuovo dizionario enciclopedico Webster, che dà inizio al prologo de Il giorno dei morti. «Questo, certamente, è ciò che deve fare uno scrittore», afferma uno dei romanzieri de Il canto dell’essere e dell’apparire: «Librarsi come un’aquila sopra i personaggi che desidera seguire». E in seguito, come un’accusa: «Tu credi che il mondo inizi ad esistere solo nel momento in cui inizi a scrivere». In questa ironica affermazione c’è una commovente fede di fondo nella verità della letteratura, che pochi scrittori potrebbero concedersi.

Pochi scrittori. Quasi nessuna forma letteraria va oltre la curiosità errante di Nooteboom. Romanziere di grande maestria, scrittore di viaggi esemplare, saggista consumato e critico d’arte originale e intuitivo, Nooteboom è, soprattutto e in tutti questi generi letterari, un poeta. Le sue opere in poesia, raccolte in quasi 400 pagine, abbracciano una molteplicità di argomenti e voci, e condividono con la sua prosa la prerogativa talmudica di dibattito animato. Un poema esemplare, Autoritratto di un altro, del 1993, destinato ad accompagnare i quadri dell’artista Max Neumann, esplora, in trentatré sezioni in prosa, la relazione tra il paesaggio, l’artista e il lettore, attraverso le parole che li collegano e danno loro un’esistenza e un volto. Dell’artista (ma il lettore sa di essere incluso), Nooteboom dice: «Vede se stesso in ciò che deve svanire, in ciò che deve rimanere, in tutte le cose che già esistono». «Già» si riferisce all’attimo che intercorre tra la pagina bianca e l’apposizione della prima lettera.

Quell’attimo carico di significato, tra la possibilità e il tentato compimento è, nella scrittura di Nooteboom, di fondamentale importanza. Sancisce i limiti dell’arte dello scrittore e invoca la complicità del lettore. Un poema breve, Post, si rivolge al lettore in termini distaccati, quasi irriverenti:

Come qualcuno che volti pagina / senza averla letta, / tutto scritto per nulla.

Per nulla o per qualcosa: la responsabilità della possibile “epifania” è nostra. In questo senso, l’opera di Nooteboom è stata accolta con lo stesso entusiasmo in tutto il mondo, tranne che in patria. In Spagna, in Francia, in Scandinavia, in Sud America, nei paesi anglofoni, Nooteboom è considerato una delle figure dominanti della letteratura contemporanea. In Germania, per esempio, la sua opera completa è raccolta in nove eleganti volumi che lo collocano tra i grandi classici moderni. In olandese non esiste una edizione del genere, e non sarebbe futile chiedersi perché. Forse perché, nella scrittura di Nooteboom, il paesaggio modella i suoi abitanti i quali, a loro volta, definiscono il paesaggio. Di conseguenza, l’Olanda dà origine a una specie di «assolutismo, simile al deserto», (afferma il narratore de Le montagne dei Paesi Bassi), una piattezza che concede una totale visibilità alle sue creature, facendo in modo che «non si incontrino, ma si scontrino l’una con l’altra». Perfino il loro linguaggio, insiste il narratore, trae origine da quel paesaggio: «Argini distrutti, venti orientali, torrenti divorati dal ghiaccio che originano suoni aspri emessi dalla parte superiore della gola». Nulla di ciò è mera caricatura o topologia semplicistica, ma un tentativo onesto di seguire i fili che intersecano il luogo dove viviamo con ciò che facciamo, e ciò che facciamo con chi siamo. Tutto ai fini del racconto, in un tentativo esemplare da parte di Nooteboom di percepire ciò che vorrebbe diventasse realtà.

Forse proprio per quel motivo, perché ha rifiutato di esporre una narrazione convenzionale della loro identità storica e geografica, gli olandesi non hanno voluto riconoscere Nooteboom come lo scrittore più importante del loro paese. Questo accade, molte volte, quando uno scrittore, invece di favorire il colore locale e un approccio sociologico indulgente, sceglie invece una visuale più ampia, che comprenda tutte le prospettive. Agli olandesi, Nooteboom deve sembrare colpevole di lesa maestà. Non deve essere venuto loro in mente che potrebbe essere proprio il contrario.

 

(Traduzione di Mirella Martin)

 

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INTERVISTA A MARIO TRONTI

di Vittorio Bonanni – Liberazione, 27 febbraio 2011

 

 

Non ha dubbi Mario Tronti. Per il filosofo, nonchè presidente del Crs (Centro per la riforma dello Stato), la sinistra in Italia se vuole tornare a contare e a riappropriarsi di un’identità che sembra svanita nel nulla deve mettere in discussione la deriva personalistica che ha coinvolto tutti, sia il Pd che la sinistra radicale.

 

Professor Tronti, da quando inizia questo lento ma inevitabile abbandono della forma partito novecentesca da parte della sinistra italiana? Dalla caduta del Muro di Berlino o più tardi, con l’arrivo di Berlusconi, che certamente ha imposto un modello che in tanti poi hanno voluto imitare?

La deriva sicuramente comincia nei primi anni ’90. La caduta del Muro nell’89 ha senz’altro contribuito a mettere in crisi un apparato che si reggeva molto sulle forme organizzate della politica, soprattutto a sinistra. Però io penso che la vera crisi viene dopo, ed è molto dentro anche l’anomalia italiana. Perchè poi negli altri paesi non c’è stato questo grande crollo della forma partito. I partiti sono rimasti più o meno in campo, tutti ricchi un po’ della propria tradizione sia pure in tono minore rispetto al passato. Invece qui è accaduto qualcosa secondo me molto prima della discesa in campo di Berlusconi. Ci fu una summa di cause: intanto il passaggio di Tangentopoli e la crisi dei partiti italiani, soprattutto di governo ma anche di quelli di sinistra che governavano localmente. Quello è stato un momento in cui i partiti sono stati visti come qualche cosa di molto legato alla corruzione del ceto politico, ed è cominciata una vicenda sfociata poi nell’antipolitica. Una fase giustizialista che la sinistra ha cavalcato perchè sembrava che andasse a proprio favore. L’altro passaggio, secondo me ancor più fondamentale, riguarda tutta la vicenda cosiddetta referendaria. Quando si è cominciato a cambiare la legge elettorale attraverso i referendum. E lì è venuta avanti l’idea che bisognasse istituire questo rapporto diretto tra cittadino sovrano e scelta di governo, senza più la mediazione dei partiti. Una vicenda molto pesante che è stata successivamente presa in mano anche dalla sinistra.

 

Fa riferimento al patto Occhetto-Segni?

Sì, e fu devastante. Contribuì all’affermazione dell’idea che tutti i partiti in fondo fossero corrotti, non servivano più per governare perchè la governabilità veniva assicurata da una legge elettorale che doveva essere maggioritaria e in quanto tale fondamentalmente anti-partito perchè li costringe a schierarsi dentro una coalizione e a scomparire dentro di essa. Tutte queste cause sommate poi hanno portato nel ’94 alla famosa scesa in campo di chi ha visto in questo vuoto creato dalla destrutturazione dei partiti una possibilità per proporre una nuova forma, populista, direttista. Da lì poi non si è più riusciti a tornare indietro purtroppo.

 

Questa deriva ha fatto mancare quello che può essere considerato un po’ il sale della democrazia, ovvero la partecipazione democratica. Che cosa ne pensa?

I partiti sono forme di mobilitazione di massa, almeno così come erano stati concepiti e sperimentati nella seconda metà del ‘900. E soprattutto in Italia dove vivevano su grandi componenti popolari, quella cattolica, quella socialista e comunista. Che era popolo reale che si riconosceva dentro questi contenitori e quindi in questo senso attraverso il partito partecipava alla vita politica. Lo stato dei partiti è venuto fuori anche sull’onda di un dettato costituzionale perchè la nostra Costituzione appunto li prevede. Poi naturalmente ci sono state delle degenerazioni perchè è mancato un ricambio corretto dei gruppi dirigenti e anche perchè quelle componenti popolari si sono disgregate socialmente. L’errore, secondo me, è stato quello di non avviare una grande riforma dei partiti, adeguandoli anche alle nuove condizioni, alle nuove situazioni. Al contrario, questa riforma non è stata fatta e si è passati ad una loro destrutturazione. E la mia idea è che questa crisi dei partiti è stata all’origine della crisi della politica e del distacco vero dei cittadini dalla politica. I partiti, in quanto tali, assicurano un rapporto quasi quotidiano del cittadino con la politica che altrimenti si riduce ad una volta ogni tanto. Quando c’è il rito elettorale, o le primarie in questi ultimi anni, insomma a scadenza. Poi per il resto ognuno resta a casa sua a fare i fatti propri.

 

Nel Pd Veltroni è stato quello più impegnato nel proporre questa leadership personalistica tutta legata al modello maggioritario e bipolare. A sinistra invece è Nichi Vendola, che in qualche modo rappresenta una variante del veltronismo, ad andare per la maggiore. Due facce della stessa medaglia?

La carta veltroniana, secondo me, è molto in sintonia con il passaggio che attraverso Occhetto ha portato alle nuove forme di partito e lui ha rivendicato in questo senso una certa coerenza. Cosa vera perchè in quella via era già segnata l’idea che in fondo il partito era una forma vecchia e che tutto andava affidato alla spontaneità della mobilitazioni della cosiddetta società civile, considerata più virtuosa.
Dall’altra parte nella sinistra radicale c’è stata una eccessiva condiscendenza alle forme di movimento che sono state viste come sostitutive dei partiti, e non complementari come dovrebbero essere. L’idea che i movimenti potessero essere la nuova forma della politica sostitutiva del partito è stata un errore. In realtà le due forme devono per forza convivere. Insomma sia da destra che da sinistra si sono create le premesse per una forma di destrutturazione dei partiti e dunque anche della forma organizzata della politica, come se quest’ultima non avesse appunto più bisogno di una organizzazione. Nell’ultimo numero di Democrazia e Diritto si tende un po’ a falsificare questa idea, dicendo che i partiti possono anche aver avuto una crisi della loro struttura, però non si possono eliminare. Devono essere rinnovati con una nuova idea di partito.

 

Come si esce da questa situazione? Bersani può rappresentare un’inversione di tendenza nel Pd rispetto al corso veltroniano? E che strada prenderà Nichi Vendola, con Sel e le sue fabbriche?

La situazione è certamente complessa e difficile da gestire. Bisogna lavorare dentro un progetto che non può più accettare che un Paese come il nostro, politico per eccellenza, sia l’unico in Europa senza una grande forza della sinistra. Come non è accettabile l’idea che in Italia ci sia solo un Pd che si definisce di “centro-sinistra”, e una sinistra piccola non sufficiente per giocare un ruolo politico generale. Il progetto è dunque quello di ricostruire questa grande forza. Bersani sta facendo un lavoro che anch’io guardo con favore perchè intanto rifiuta l’idea del partito personale. Per quanto mi riguarda ho raccomandato di cominciare a togliere il nome dei leader dai simboli di partiti e dalla scheda elettorale per tornare a partiti che non siano di un capo ma di un progetto, con un programma, un gruppo dirigente riconoscibile ed autorevole. E dobbiamo andare alle elezioni così, con la gente che deve scegliere appunto una forza politica e non un leader. Questo è fondamentale soprattutto per la sinistra che non può affidarsi ad una persona sola. Anche Vendola, che io ritengo essere una grande risorsa, deve pensarsi come un elemento di forza all’interno di una sinistra più grande, e non come qualcosa che mette in gioco unicamente la sua persona. Le stesse Fabbriche di Nichi dovrebbero contribuire a questo. L’esperimento può essere anche positivo, come sono positive tutte le aggregazioni di base, però bisogna portarle verso l’alto, ad una forma di riorganizzazione della politica di sinistra che si dichiari alternativa non solo al berlusconismo ma a quello che gli sta dietro, e cioè al bipolarismo, alla logica del maggioritario, con un ritorno dei partiti in parlamento, capaci di giocare la loro presenza attraverso le proprie idee e i propri militanti.

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