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Archive for 8 marzo 2011

di Adriano Voltolin – il manifesto, 11 dicembre 2010

 

 

Freud si augurava, e lo scriveva espressamente nel 1926, che la psicoanalisi non divenisse un capitolo dei manuali di psichiatria e non riteneva nemmeno che la clinica dovesse costituire l’unica applicazione della psicoanalisi. Questa doveva, in effetti, fornire un contributo ulteriore, insieme alle altre scienze sociali, per capire meglio gli individui e la loro vita associata. Non esiste, per riprendere l’intervento di De Rita su queste pagine l’8 dicembre, una personalità «soggettivamente corrispondente» a un’epoca storica. La clinica insegna, e anche qui Freud lo dice espressamente nel Disagio della civiltà, che ci sono patologie adeguate alla società in cui si esprimono, capaci di mimetizzarsi sullo sfondo di un’ideologia sociale che porta le medesime impronte patologiche. Nell’epoca, la nostra, della finanziarizzazione dell’economia, la pulsione orale sviluppa tutto il suo carattere appropriativo, negli individui come nella società, senza più freni di una qualche importanza ideologica. Lo slogan greed is good della Wall Street reaganiana lo mostra a sufficienza.

Per affrontare la questione posta da De Rita bisogna spostare risolutamente il punto di osservazione, il «vertice» lo chiamerebbe Bion. Nella nostra società sono venute progressivamente meno, per ragioni storiche e sociali, le istituzioni che erano in grado di governare tutto quanto nelle pulsioni appariva più difficilmente sublimabile: un tempo, dice Bion, l’esercito, la chiesa e l’aristocrazia erano le istituzioni sociali che avevano la specifica funzione di governare gli aspetti di base dell’aggressività, della dipendenza e dell’identificazione con una coppia di genitori positiva. Possiamo ipotizzare che i grandi partiti di massa, fino agli anni ’80, insieme alla scuola e alla chiesa si siano assunti il compito di regolare gli aspetti pulsionali (la Chiesa naturalmente esiste ancora, ma la vocazione è in crisi e non solo quella). Già negli anni ’30 la scuola kleiniana aveva individuato nelle regole sociali un sistema di accettabile strutturazione delle spinte pulsionali. Imputare tout court al capitalismo l’esaltazione del godimento senza freni è una semplificazione che aiuta poco perché non rende conto, intanto, della sua complessità; così come non rende conto della complessità del liberismo (difficile sostenere che Keynes non fosse liberale e non si battesse per la sopravvivenza del capitalismo).

La finanziarizzazione dell’economia rappresenta difatti solamente in parte lo spirito del capitalismo. Basterebbe pensare alla lezione di Le Goff sull’economia nel Medioevo e sul passaggio all’economia capitalistica: essa tende piuttosto a portare all’estremo limite un tipo di profitto distruggendo allo stesso tempo proprio la base sulla quale il profitto può svilupparsi. Lo strutturalismo, sia pur particolare, di Lacan non aiuta a cogliere più di tanto il formarsi di un particolare costrutto e la coltivazione, al proprio interno dei germi che lo porteranno a tramontare: lo aveva già sostenuto Marx, e Hegel prima di lui.

Dove sta allora, oggi, la possibilità di pensare a un individuo che rappresenti la speranza di una nuova fase in cui il desiderio (per riprendere le parole di Recalcati, e prima di lui di Lacan) possa tornare a mostrare la sua natura propulsiva e vitale? La clinica psicoanalitica ci aiuta perché ci ha permesso di scorgere, anche in quadri molto compromessi, una parte non psicotica della personalità che funziona da resistenza al tracimare della parte più disturbata della psiche. Si tratta, se dovessimo tradurla in termini sociali e politici, di una resistenza all’insensatezza derivata da un modo di produzione che distrugge gli elementi indispensabili alla vita (aria, acqua, terra come si sforza di mostrare Guido Viale), così come si tratta della fantasia di una possibile uscita dalla malattia intesa come fatto sia individuale che collettivo (Freud chiamava nevrosi della comunità quelle patologie diffuse nella società nel senso che ne costituiscono l’ideologia dominante). Non mancano nella nostra società elementi, individui, istituzioni, che resistono al regime del godimento totale. A essersi perso, piuttosto, è tutto ciò che corrisponde tanto al concetto di conflitto quanto a quello di lotta: la guarigione passa per una sofferenza che la nevrosi e la psicosi hanno lo scopo di evitare; passa per un’asprezza, quindi, del conflitto interno, che ha perduto cittadinanza anche nel mondo del politically correct.

Bion sosteneva che la psicoanalisi è un bad job, un lavoraccio, e che gli psicoanalisti possono quel che possono, sapendo che l’incertezza sull’esito del conflitto non fa venire meno le ragioni del proprio impegno.

 

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INTERVISTA A MASSIMO RECALCATI

di Federico Ferraù – Il sussidiario.net, 9 dicembre 2010

 

 

L’Italia ha superato la crisi, ma le nostre tradizionali risorse potrebbero non bastare più e a quel punto il declino sarebbe inevitabile. Dobbiamo «tornare a desiderare», dice l’ultimo Rapporto Censis, fotografando un paese dalle molte contraddizioni. Il problema è proprio questo: il nostro desiderio si è come dissolto, siamo incapaci di relazioni, uomini senza legami.

Ma che cosa c’è scritto sulla carta di identità del desiderio di cui Giuseppe De Rita ha annunciato la scomparsa? Qualche indizio, nel Rapporto, lo si trova: è lo stesso presidente del Censis a spiegare che per capire il paese occorre «scendere nell’inconscio», e una sua intervista al Manifesto del 23 novembre ne dava in anticipo la conferma: il “padre spirituale” del desiderio di De Rita non è Agostino, ma la psicoanalisi. Il sussidiario ne ha parlato con Massimo Recalcati, psicoanalista allievo di Jacques Lacan e autore de L’uomo senza inconscio.

 

L’analisi del Censis è spietata: il rapporto parla di «declino della soggettività» e di spegnimento del desiderio. Che ne pensa?

Partirei con una costatazione che ho esplicitato anche martedì sul Manifesto: e cioè che la lettura di De Rita è fortemente debitrice di un mio lavoro pubblicato nel gennaio di quest’anno, L’uomo senza inconscio. Tutta la parte teorico-interpretativa del rapporto Censis utilizza in modo ampio, e per certi versi anche nuovo, una terminologia tipica della psicoanalisi. C’è un punto di contatto evidente: l’uomo senza inconscio del mio lavoro è l’uomo senza desiderio di cui parla De Rita.

 

Ma lei cosa dice in quel libro?

Ho teorizzato che la cifra fondamentale del nostro tempo è lo spegnimento del desiderio e l’affermazione di una pulsione sregolata che esige il soddisfacimento immediato. Ora scopro che la sociologia si fa ampiamente ispirare dalla psicoanalisi… Non è una cosa così consueta. Naturalmente mi fa piacere: amo la circolazione delle idee.

 

Dunque la lettura del Censis incontra l’interpretazione cui lei giunge a partire dal suo lavoro. È così?

Direi di più: De Rita ammette – non nel rapporto ma altrove (cfr. l’intervista di Carlo Lania su Il Manifesto, 23 novembre 2010, ndr) di essere stato ispirato da L’uomo senza inconscio. È una mia tesi che il nostro tempo è quello dello spegnimento del desiderio e che questo dà luogo a due fenomeni macroscopici: il primo è l’affermazione di una pulsione senza limiti, cioè la spinta al soddisfacimento immediato senza più argini simbolici. Alcune figure psicopatologiche dominanti come la bulimia, la tossicomania o anche l’obesità mettono bene in evidenza come il soggetto contemporaneo sia schiavo della pulsione. Un uomo senza desiderio, cioè senza inconscio.

 

Il desiderio per lei è inconscio?

Ci arriviamo. Il secondo fenomeno-chiave è che lo spegnimento del desiderio può dar luogo a quelle posizioni del soggetto – di cui l’anoressia rimane l’esemplificazione più eloquente – dove un io “compatto”, disciplinato, normalizzato rinuncia ad ogni esperienza di desiderio per preservare la propria identità. Esattamente come l’anoressica fa col cibo: si chiude in se stessa per tenersi lontana dai rischi del desiderio, perché il desiderio implica strutturalmente “contaminazione” di sé, confronto, imprevisto. E dunque rapporto. Non è un caso che allo spegnimento del desiderio faccia da contraltare la degenerazione dei legami sociali.

 

Come siamo arrivati a questa crisi? Nelle Considerazioni generali il Censis dice che per capire la frantumazione sociale occorre «scendere nell’inconscio».

Nella mia ricerca metto in evidenza soprattutto due cause che potrebbero aver determinato questa crisi generale dei legami sociali. La prima – e qui utilizzo una metafora del mio maestro Jacques Lacan – è l’evaporazione del padre. Con ciò Lacan intendeva dire che il nostro è il tempo in cui non esistono più binari simbolici solidi entro cui far scorrere le nostre vite. E la seconda è l’affermazione incontrastata di quello che Lacan chiama il Discorso del capitalista. Cioè l’idea che la salvezza dell’essere umano, la possibilità di risolvere il dolore di esistere, è data dall’oggetto: per salvarci dobbiamo appropriarci di oggetti. Salvo poi verificare che nessuno di essi basta a dare la felicità.

 

Per capitalismo intende la sua degenerazione consumistica?

Soprattutto questa. Non è tanto un’accusa al capitalismo come sistema, che nella sua storia ha avuto diverse forme che non vanno confuse. Ma esiste un nocciolo duro nell’economia capitalista legato profondamente all’idea che la salvezza è nel possesso dell’oggetto. Tutte le patologie del desiderio con le quali abbiamo oggi a che fare si caratterizzano per una schiavitù del soggetto nei confronti dell’oggetto. Il cibo, l’ideale del corpo perfetto, lo psicofarmaco, l’oggetto tecnologico sono tutti partner in-umani che hanno fatto irruzione sulla scena modificando i legami interpersonali e sbilanciandoli dal lato dell’oggetto.

 

Secondo il Censis occorre «tornare a desiderare»: «solo il desiderio può darci lo slancio per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata». Ma seguendo quello che lei dice, non è lo stesso nichilismo contemporaneo ad avere plasmato e ridotto il nostro desiderio?

Sono i processi che le ho descritto in chiave psicoanalitica ad aver operato una riduzione del desiderio a capriccio, vale a dire il soddisfare ognuno quel che gli viene in mente. E infatti oggi siamo spettatori di una libertà adolescenziale, che si alimenta dell’illusione di non avere vincoli. Il desiderio invece  – come sostengo ne L’uomo senza inconscio – è sempre in rapporto ad un limite. Mentre il problema del nostro tempo è che il limite viene vissuto come qualcosa di repressivo, com’è nel mondo infantile dove i bambini incalzano gli adulti con continue richieste di oggetti. È difficile per un adulto dire no al bambino, ma al tempo stesso è il no che fa nascere e sviluppa il desiderio. Al contrario l’appagamento senza limiti genera quella che possiamo definire una posizione perversa, perché incapace di “sopportare” il limite.

 

Salvatore Abbruzzese ha scritto che il pensiero moderno ha «ingannato» il desiderio, attribuendogli un diritto assoluto di soddisfazione di fronte alle cose.

Sì. È il frutto dell’iperedonismo contemporaneo: il mito della liberazione del desiderio. Una versione cieca e immaginaria del desiderio, che nella sua posizione estrema coincide con la libertà di fare quel che si vuole. In psicoanalisi invece il desiderio è un dovere. Dire: “dobbiamo tornare a desiderare”, come si dice nel rapporto Censis, può sottintendere una visione razionalistica e “proprietaria” del desiderio.

 

Ha detto che «il desiderio è un dovere». Cosa significa?

Vuol dire che implica una responsabilità. Non solo rispetto al nostro desiderio, ma rispetto anche al desiderio dell’altro, dunque rispetto al legame sociale.  È desiderio quando siamo di fronte ad una scelta in cui ne va della nostra esistenza.

 

Ma allora il desiderio è relativo ad una totalità di significato. Non è la perfezione come compimento del desiderio di cui parla anche Tommaso d’Aquino quando dice che «tutti desiderano il raggiungimento della propria perfezione»?

Per la psicoanalisi il desiderio ha una natura inconscia. E dunque non è in realtà qualcosa che io “posseggo”, ma qualcosa che mi possiede, come nella dimensione cristiana della vocazione. Gli esseri umani sono tanto più felici quanto più sono prossimi al desiderio che li abita. In altre parole, se un soggetto vive lontano dal suo desiderio – lontano dalla sua vocazione – o diciamo pure: lontano dalla “chiamata” dell’inconscio, sta male. Più un soggetto invece vive nella coerenza rispetto al desiderio che lo abita, più si approssima a quella felicità che è impossibile a noi umani. Però per approssimarsi a questo, il desiderio richiede scelta, dovere, assunzione etica della responsabilità.

 

Cosa vuol dire non essere proprietari del proprio desiderio?

Io non sono proprietario del mio desiderio proprio perché esso ha a che fare con una chiamata. Può sembrare un’espressione un po’ “mistica”, ma non è poi così lontana da quel che accade nella vita degli uomini. Pensiamo per esempio ad un adolescente che si sente attratto da un certo tipo di esperienza, di passione o di sapere e viene ostacolato in questo da un certo tipo di educazione familiare. Non conosce bene lui stesso la provenienza di questa spinta, nondimeno essa c’è ed è potente. Il desiderio è questa spinta che pur venendo da me stesso, mi trascende: è qualcosa che io non posseggo – ed è per questo che lo definiamo inconscio – ma di cui devo nondimeno farmi responsabile.

 

Qual è il rapporto tra il desiderio che è in noi e la nostra ragione?

Il desiderio esige la responsabilità anche se essa non è mai una padronanza razionale. Il desiderio mostra sempre il limite della ragione, o se vogliamo, ha in sé una “ragione” che oltrepassa le capacità della nostra ragione. Questo è un aspetto molto importante che manca nella premessa teorica di De Rita. Il desiderio non può essere alienato da un miraggio di padronanza. La psicoanalisi sostiene un’immagine indebolita della soggettività umana, ma è la debolezza di chi non può essere padrone del proprio essere: l’esistenza non si governa con la sola ragione. Qualcosa, nella vita, sfugge sempre. Il paradosso è che proprio in questa non-padronanza la responsabilità diventa centrale.

 

Nel corso di questa conversazione lei ha identificato più volte il desiderio con la profondità dell’inconscio. Perché?

Il desiderio è inconscio in quanto noi non ne siamo i proprietari. E da questo punto di vista il desiderio sempre si accompagna all’imprevisto, alla sorpresa, all’inaudito, al non ancora visto, al non saputo. La dimensione dell’incognita e dunque per certi aspetti quella dell’avventura, della creazione e dell’invenzione – appartiene alla dimensione del desiderio. Di fronte ad esso non possiamo fare appello ad un sapere capace di ridare al soggetto la padronanza del proprio essere. Questo sapere non esiste, è un’illusione.

 

Torniamo allora alla responsabilità e al rilancio del desiderio.

Il problema, riformulato, diventa il seguente: perché un soggetto sa desiderare e l’altro no? Perché c’è qualcosa del desiderio che si è trasmesso da una generazione all’altra. Se c’è un’estinzione del desiderio è perché c’è stato un fallimento nella sua trasmissione. Questo il rapporto Censis non lo dice. La facoltà di desiderare non è innata: passa attraverso un’eredità.

 

Lei parla di «trasmissione» del desiderio. Ma se ne dessimo un’accezione ontologica, se cioè il nostro desiderio facesse parte della nostra natura, non sarebbe tutto più facile?

Non c’è dubbio che il desiderio è strutturale all’essere umano come tale in quanto siamo fatti di mancanza e per ciò stesso di desiderio. Ma la domanda rimane aperta: perché viene meno il desiderio – o se preferisce: perché la dimensione ontologica del desiderio sembra oscurata? È l’evaporazione del padre: qualcosa viene meno nel passaggio di testimone da una generazione all’altra.

 

E come possono gli adulti educare il desiderio?

Certamente non attraverso la retorica razionalista della pedagogia e nemmeno attraverso una programmazione cognitiva. Il desiderio si educa in un modo molto semplice: con la testimonianza. La testimonianza è un sapere che si incarna in un desiderio. L’assenza di una testimonianza così concepita è il principale problema di oggi.

 

Insomma, un esempio di vita buona realizzata.

Assolutamente sì. Ma attenzione: quegli esempi di vita buona che rendono possibile la trasmissione del desiderio, se sono testimonianze non lo sono intenzionalmente, perché la testimonianza che vuole porsi come esemplare rischia di scadere nella palude del moralismo. Il peggio che possa capitare.

 

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di Giuseppe De Rita – il manifesto, 8 dicembre 2010

 

 

Nei giorni scorsi su questo giornale Ida Dominijanni e Massimo Recalcati hanno sottolineato, scrivendo dell’ultimo Rapporto Censis, quanto quest’ultimo debba a un abbondante utilizzo di concetti e metafore psicoanalitiche; e quanto in particolare esso debba al volume L’uomo senza inconscio dello stesso Recalcati.

In effetti, e mi fa piacere dirlo in pubblico, il mio cervello in questo 2010 è stato molto affascinato dal libro citato, quasi mi ci sono rivoltato più volte per la inconscia sensazione che in quelle tesi stava la giusta provocazione a capire le cose, mio annuale compito professionale e mia annuale piccola ossessione. Lo sanno i miei colleghi qui al Censis e i tanti amici che ho spesso intrattenuto sul libro.

Mi sono spesso domandato in questi mesi il perché di questa fascinazione. Ho sempre usato negli anni riferimenti psicoanalitici, avendo avuto abbondanti letture di settore (due anni fa sfruttai molto Melanie Klein in materia di “desublimazioni”); ma quest’anno la tentazione è stata di molto superiore. Certo per l’entusiasmo per i ragionamenti e lo stile di scrittura di Recalcati, ma anche perché mi sono progressivamente reso conto che la razionalità, spesso presunta, delle interpretazioni economiche e sociologiche non basta più a sostenere un’analisi in profondità del sistema sociale.

Anche qui mi soccorre l’articolo di Recalcati: il riferimento alle categorie della psicoanalisi viene dal fatto che «è sempre più evidente che la dimensione del discorso argomentativo e del conflitto delle interpretazioni lascia il posto a moti pulsionali acefali, refrattari alla dialettica politica e vincolati a quella fascinazione macabra della pulsione di morte che nel nostro tempo sembra non trovare più argini simbolici sufficienti».

Ancora una volta, ben detto; ma in questo caso (contrariamente a quanto avvenuto per le altre ben dette intuizioni di Recalcati sulle pulsioni sregolate, sull’eclissi del desiderio, sull’evaporazione del padre e della legge, ecc.) io nutro qualche differenza d’opinione.

Forse perché sono di natura un ottimista, mi muovo male quando mi trovo di fronte alla «fascinazione macabra della pulsione di morte». La riflessione che Recalcati fa nella seconda parte del suo articolo riguardo alla «perversione berlusconiana» è molto coinvolgente, specialmente per padri evaporati che si danno a godere senza limiti; ma è troppo acutamente focalizzata su Berlusconi e troppo personalizzata. È troppo focalizzata su Berlusconi, con una simpatica perfidia, se solo si rileggono le cinque righe sul suo corpo protesico e bionico; ma è specialmente troppo personalizzata, messa in asse con singoli soggetti (De Gasperi, Berlinguer o Berlusconi) senza possibilità di ricondurla a dimensioni collettive, sociali.

E qui mi piacerebbe una volta avere un confronto fra Recalcati e me. Le sue intuizioni sono fulminanti sul piano “micro” della personalità dei singoli, e a lui ciò basta; a me fa fatica trasportare quelle intuizioni sul piano “macro” dei fenomeni e processi sociali, e alla fine le trascino citazione su citazione, più che comporle in una più complessa dimensione argomentativa. E quando nel mio ottimismo mi oriento al «tornare a desiderare» non trovo la personalità soggettivamente corrispondente a quel richiamo (come c’è invece corrispondenza “clinica” fra Berlusconi e l’angoscia della morte).

L’interpretazione sociale, quella che mi compete, resta senza icone di riferimento, con una conseguente relativa finitezza, come del resto è prigioniera della finitezza anche la riflessione psicoanalitica centrata su singole evidenze cliniche. E allora, ferma restando la nostra comune fede nella finitezza, possiamo ragionare un giorno su come renderla meno zoppicante.

Sarei grato al manifesto se desse spazio a un confronto in merito, come sono grato a Recalcati dell’ardore mentale provocatomi per qualche mese dalla lettura del suo libro.

 

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di Massimo Recalcati – il manifesto, 7 dicembre 2010

 

 

Il recente rapporto annuale del Censis che descrive lo scenario sociale del nostro paese, come è stato notato da diversi commentatori, si nutre abbondantemente di concetti, figure e metafore tratte dalla psicoanalisi. Ida Dominijanni, sulle pagine del manifesto di sabato 6 dicembre, riconosceva nel mio ultimo libro, pubblicato a gennaio del 2010 da Cortina con il titolo L’uomo senza inconscio (Raffaello Cortina editore, Milano 2009), la fonte di ispirazione maggiore del ritratto che Giuseppe De Rita e il suo Centro Studi propongono per il nostro tempo. La sregolazione pulsionale e l’eclissi del desiderio, il dominio del godimento immediato, l’apologia del cinismo e del narcisismo, l’evaporazione del padre, sono tutti concetti che il lettore di L’uomo senza inconscio può facilmente ritrovare, alla lettera, nel rapporto del Censis. Lo stesso vale per la coincidenza tra la mia tesi di fondo e quella proposta da De Rita: la cifra nichilistica del nostro tempo si può sintetizzare parlando di una estinzione del soggetto del desiderio e di una apologia del godimento sregolato e immediato. Se un sociologo come De Rita utilizza un sistema concettuale direttamente derivato dalla clinica psicoanalitica, dobbiamo chiederci il perché di questa centralità assunta dalla psicoanalisi come modello interpretativo del presente. Provo a dare una risposta: forse perché è sempre più evidente che la dimensione del confronto argomentativo, o, se si preferisce, del conflitto delle interpretazioni, lascia il posto a moti pulsionali acefali, refrattari alla dialettica politica e vincolati a quella fascinazione macabra della pulsione di morte che nel nostro tempo sembra non trovare più argini simbolici sufficienti? Chiusura narcisistica, autoconservazione cinica, particolarismi etnici, atomizzazione dei legami sociali, disfacimento della legge simbolica, non sono, almeno nella prospettiva della psicoanalisi, classici esempi di dominio della pulsione di morte?

Proprio questa spinta alla morte è, a mio parere, il fondo oscuro di quella figura teorica che Lacan chiamava «il discorso del capitalista» e che non era l’esito di una avventura nell’economia politica, ma riguardava la fede nell’avere, la fede nell’oggetto del godimeno. Se il desiderio è senza oggetto perché è slancio, apertura verso il nuovo, verso l’alterità, verso l’imprevisto, se – appunto – il desiderio non ha mai un oggetto, «il discorso del capitalista» sostiene l’illusione che solo nella fede dell’oggetto vi sia salvezza. Di qui il carattere feticistico delle merci di cui Marx ha offerto la teoria insuperata, e di qui il carattere illusorio della sua offerta. C’è un collegamento tra questa dimensione del «discorso del capitalista», che Lacan definiva come «infernale», e la crisi etica segnalata dal rapporto del Censis, la quale a sua volta è direttamente legata all’epoca del berlusconismo e va ben al di là degli allarmi scandalizzati di eventuali moralisti, perché tocca al cuore le ragioni del nostro stare insieme, dell’abitare uno spazio comune.

Leggendo L’uomo senza inconscio De Rita non ha pensato di utilizzare una nota che giudico cruciale sull’importanza inedita di un personaggio come Silvio Berlusconi, una nota in cui ponevo il problema della necessità di pensare a una nuova declinazione del potere.

Al filtro della psicoanalisi si possono distinguere, in Italia, tre grandi stagioni del potere politico. La prima è quella predipica, che caratterizza l’affermazione dei totalitarismi storici: qui la figurazione del potere si impernia sulla figura ipnotica e carismatica del duce, del leader che soggioga la folla dall’alto del suo pulpito. La voce, lo sguardo e il corpo tout court del capo diventano oggetti d’idolatria. La folla, come ha spiegato bene Freud, si rispecchia in un ideale incarnato nello sguardo invasato e ipnotico del suo capo. Nel nome di questo ideale (la natura, la razza, la storia) si poteva giustificare ogni male. L’ideale elevato a Causa assoluta è in effetti, come ha mostrato lucidamente Hannah Arendt, il cuore pulsante di ogni totalitarismo. La paranoia è la figura clinica che meglio illustra questa adesione fanatica alla Causa eletta come principio etico assoluto.

La seconda stagione è quella che si apre con la caduta dei regimi totalitari e che giunge in Italia sino allo scandalo di Mani pulite: qui abbiamo conosciuto una versione edipica del potere, dove la legge si poneva il compito, come avviene in ogni democrazia, di limitare e circoscrive il godimento individuale. È questo il motivo centrale della funzione edipica del padre: il sacrificio individuale, la rinuncia pulsionale direbbe Freud, rende possibile il patto e la convivenza sociale. L’interesse generale tende a prevalere su quello particolare. Possiamo pensare alle figure di Alcide De Gasperi e a quella di Enrico Berlinguer come figure che testimoniano in modo esemplare la subordinazione degli interessi individuali a quelli collettivi. In gioco non è più l’adesione cieca alla Causa posta come Ideale assoluto e inumano, ma la vita della polis, il politico come ragione che rende possibile l’integrazione delle differenze e la composizione dialettica dei conflitti. Si può discutere delle realizzazioni più o meno riuscite di questa opzione ma la natura edipica di una simile versione del potere è certa. Se in questo caso dovessimo evocare una figura della clinica per raffigurare questa declinazione del potere dovremmo evocare quella della nevrosi come posizione soggettiva caratterizzata dalla oscillazione tra la legge e il desiderio, tra la necessità del sacrificio individuale imposta dalla legge e la tendenza alla sua trasgressione.

La terza stagione, quella ipermoderna del potere incarnato da Silvio Berlusconi, realizza il godimento illimitato come l’unica possibile forma di legge. È qui che il berlusconismo si radica al centro della evaporazione della funzione paterna di cui parlava Lacan con riferimento all’affermazione incontrastata e mortifera del «discorso del capitalista». La psicoanalisi ha un nome preciso per definire questa aberrazione della legge, che serve solo il proprio godimento: perversione. Con questo termine non ci si riferisce a quanto avviene sotto le lenzuola, ma all’attitudine a subordinare ogni cosa (la verità, i legami sociali, gli affetti più intimi, gli interessi generali di una comunità) al proprio godimento personale, vissuto come un imperativo incoercibile.

La legge si sgancia dal desiderio perché il desiderio esige di incontrare dei limiti, per funzionare e farsi progettuale. Qui, invece, ciò che conta – ed è veramente ciò che davvero più conterebbe in una eventuale psicopatologia di Berlusconi – è l’angoscia provocata dal limite, dalla legge, è cioè l’angoscia della morte. Non si intende, infatti, nulla di questa nuova versione del potere se non si parte da questo presupposto clinico. L’individualismo sfrenato di cui parla il rapporto del Censis è, in realtà, l’effetto di un rigetto profondo della dimensione finita e lesa dell’umano. Rigetto perverso di cui Berlusconi è l’incarnazione farsesca e drammatica insieme. Per questo il suo corpo è di plastica, ritoccato dal bisturi, protesico, corpo-scongiuro, corpo bionico che deve rendere invisibile la presenza inquietante della malattia e l’insidia della morte. Il predellino prende così il posto del pulpito. La leadership di Berlusconi non deriva affatto, come pensano Di Pietro e molti altri, dalla manipolazione mediatica della verità. Egli ottiene consenso non grazie all’oscuramento di quel che fa, non nonostante ciò che fa, ma proprio perché è ciò che fa. In questo senso Berlusconi fa epoca: perché solleva il problema di cosa può diventare il padre nel tempo della sua evaporazione, nel tempo del tramonto della sua funzione ideale-orientativa.

La risposta che il berlusconismo offre è in piena sintonia con il discorso capitalista: il padre, il luogo della legge, diviene colui che può godere senza limiti. Perché il suo capriccio non ha davvero più nulla di privato in quanto assume corpo di legge, diventa, letteralmente, legge ad personam.

 

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di Ida Dominijanni – il manifesto, 4 dicembre 2010

 

 

Dopo la sfiducia (annunciata) dei finiani e della diplomazia internazionale, su Silvio Berlusconi si abbatte ora anche quella del Censis. L’icona dell’individualismo, del consumismo, dell’uomo solo al comando si è rotta, annuncia Giuseppe De Rita; un lungo ciclo – economico, politico, sociale e psicologico – si è concluso, lasciando sul campo fragilità e depressione, nelle vite singolari e nella vita collettiva. Un’altra bufala, commenterà l’Immarcescibile. E invece, come al solito la diagnosi del Censis centra il punto, va presa sul serio e soppesata.

Dopo averci avvertito, negli ultimi anni, che eravamo diventati una cosa a metà fra una mucillagine malinconica e una compagnia di replicanti in apnea, De Rita mette da parte gli attrezzi della sociologia e prova con quelli della psicoanalisi. Quello che ci paralizza, dice, è qualcosa di più profondo della contabilità economica o di un trend che va storto: è un grumo inconscio, che annoda il rapporto fra desiderio e legge producendo una società priva dell’uno e dell’altra, del desiderio e della legge, i quali o vivono in una tensione reciproca o muoiono entrambi. Fonte evidente ma non dichiarata la letteratura post-lacaniana sull’eclissi dell’Edipo – in particolare il lavoro di Massimo Recalcati, ben noto a lettori e lettrici del manifesto -, De Rita riconduce a questo grumo la «sregolazione pulsionale», così la chiama, di una società priva di bussola, in cui al desiderio si sostituisce il godimento immediato e all’autorità della legge simbolica si sostituisce la frammentazione inefficace dei poteri e delle norme. Consumismo – degli oggetti e dell’altro ridotto a oggetto, delle merci e del sesso ridotto a merce: ricorda qualcuno? -, edonismo, narcisismo, egoismo, e insieme illegalità diffusa, criminalità, investimento immaginario su una leadership tanto personalizzata quanto impotente: il catalogo è questo, la fotografia del berlusconismo è calzante, e anche il grumo inconscio individuato è quello giusto.

Tuttavia il discorso è scivoloso. Lo sa lo stesso De Rita, quando passa dalla diagnosi alla terapia e scongiura la scorciatoia di una risposta che consista solo in un rafforzamento della legge (o nella litania «più legge, più merito»): la caduta della legge simbolica non si arresta con la stretta delle leggi repressive; non è di autoritarismo che ci sarebbe bisogno ma di autorità, e «non esistono in Italia quelle sedi di auctoritas che potrebbero o dovrebbero ridare forza alla legge». Per De Rita infatti è piuttosto sul secondo tasto che bisognerebbe battere, cioè sul rilancio del desiderio: «tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Senonché anche il desiderio non si lascia rilanciare da un’esortazione, e tantomeno da un dovere civile. E in una situazione politica come la nostra, in cui allo stato di illegalità permanente instaurato da Berlusconi si tende a contrapporre solo la parola d’ordine di una legalità-feticcio, è più che probabile che l’analisi del Censis porti a battere non sul secondo tasto ma sul primo.

Si scivola facilmente anche su un altro punto del discorso, quando De Rita riconduce il «soggettivismo» di Berlusconi alla scoperta della soggettività operata dal 68 e dal femminismo: non che siano la stessa cosa, ma «la libertà di essere se stessi» allora conquistata «ha trovato in Berlusconi colui che l’ha cavalcata». Cavalcata, o rovesciata nel suo contrario, traducendo la libertà politica in libero mercato e la soggettività in individualismo? La domanda cruciale è questa, e anche qui non sono ammissibili scorciatoie del discorso, salvo avallare reazioni come quella di Sacconi, il quale infatti coglie la palla al balzo per sentenziare che sì, emerge «un certo nichilismo» dal rapporto del Censis, ma «nasce dai cattivi maestri, figli degli anni Settanta, e va contrastato con i valori tradizionali».

Sono i rischi di un’applicazione troppo meccanica del discorso psicoanalitico al discorso sociale e politico. Meglio incassare intanto le molte fini decretate dal Censis: fine della leadership troppo personalizzata, fine del mito della governabilità e del decisionismo, fine della fede nei miracoli dell’unto dal Signore, fine della credenza nelle magnifiche sorti di un capitalismo che satura sfornando oggetti di consumo. E accogliere l’auspicio di una nuova forma di leadership politica, che sappia puntare sulla responsabilità diffusa. E che più che della dinamica desiderio-legge, che non è nelle sue mani, si occupi di arrestare il piano inclinato su cui il Censis, di anno in anno e ogni anno di più, fotografa impietosamente il paese.

 

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INTERVISTA AD ANGELO DEL BOCA

di Tommaso Di Francesco – il manifesto, 1 marzo 2011

 

 

 

Ad Angelo Del Boca, esperto di Libia e storico del colonialismo italiano, abbiamo rivolto alcune domande sul precipitare della crisi in in Libia.

 

Il ministro degli esteri italiano Frattini dichiara che l’Italia è pronta a chiedere l’intervento in Libia dell’Oua, l’Organizzazione unitaria dei paesi africani, su mandato delle Nazioni unite. Che ne pensi?

È una proposta molto velleitaria e per molti motivi. Prima di tutto il ministro Frattini dimentica l’origine di questa Unione africana che è un’organizzazione fondata da Muammar Gheddafi. Ora sembra abbastanza strano che si mandi un’organizzazione inventata da Gheddafi a colpire Gheddari. È stata proprio un’idea di Gheddafi che nel 2000 ha radunato a Sirte 54 capi di governo e di stato ed ha fatto questa la proposta di organizzare una unione africana che coinvolgesse tutto il continente per avere uno strumento unitario con cui trattare con altri «blocchi» internazionali da una posizione di forza. In realtà ha avuto scarsi successi perchè è andata male in Darfur sta andando molto male in Somalia, dove le forze Oua non riescono neanche a salvare non dico Mogadiscio ma neanche un quartiere della capitale somala. Mi sembra che la proposta di Frattini ha scarso valore.

 

Si parla di intervento, arrivano notizie dai siti israeliani “Depha” della presenza di centinaia di consiglieri militari americani e britannici in Cirenaica. Mentre le forze speciali tedesche sono intervenute con un blitz segreto per salvare dipendenti dell’Arabia Gulf Oil. Insomma, secondo te serve un intervento militare dall’esterno, magari di Nato e Stati uniti insieme?

Io direi tutto meno che americano. Perché verrebbe giudicato molto male. Non dimentichiamo che gli Stati uniti hanno già fatto un intervento militare nell’86 quando hanno mandato i cacciabombardieri su Bengasi e su Tripoli massacrando un centinaio di persone, compresa una figlia adottiva di Gheddafi. Diciamo che, con questo ricordo, forse gli americani non dovrebbero riproporre una soluzione simile.

 

Come giudichi il fatto che gli insorti del Consiglio nazionale della Cirenaica dicano espressamente: «Non vogliamo un intervento militare straniero, vogliamo liberarci da soli»?

Trovo sia giusto, è un valore in sé molto importante. Perché in un certo senso forse riescono da soli ad accerchiare Tripoli. Ci vorranno dei giorni, ancora molti giorni, per dare poi il colpo finale. Perché Sirte è ancora in mano a Gheddafi e anche altre località a mezza strada. Se loro pensano di partire da Bengasi con una marcia o convoglio militare per andare ad attaccare Tripoli, rischiano di fallire. Sono 1200 km di distanza, ed è difficile poter fare uno sforzo di quel genere seza un esercito veramente organizzato e regolare.

 

È confermato che si sono schierati con gli insorti molti protagonisti della lotta di liberazione libica dal colonialismo fascista?

Sì, due giorni fa è scesa in campo la famiglia di Mohamed Fekini, erore della resistenza contro gli italiani. Da Londra Anwar Fekini (avvocato internazionale) coordina alcune iniziative, convincendo alcuni ambasciatori a disocciarsi da Gheddafi. Ha fatto anche una trasmissione su una radio di Londra e i suoi cugini – altri nipoti del famoso Mohamed Fekini, hanno raggiunto gli insorti in montagna e stanno organizzando l’operazione per scendere su Tripoli. E adesso sono armati. Da principio non lo erano, poi hanno occupato un campo militare e si sono impossessati di carri armati e missili. Domenica Gheddafi, sperando di poter evitare la scesa in campo della tribù dei Rogeban alla quale appartengono i Fekini, ha inviato un suo generale che si chiama Mustafa Akkad (anche lui è un rogeban) per convincerli a desistere o a rimanere neutrali. E naturalmente Faden Fekini, altro cugino colonnello dell’aviazione, gli ha risposto di no e, anzi, lo hanno invitato a dissociarsi da Gheddafi altrimenti anche lui sarebbe finito mamale. Dunque, è scesa in campo la potente famiglia Fekini.

 

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INTERVISTA A PREDRAG MATVEJEVIC

di Gennaro D’Amato – il manifesto, 26 febbraio 2011

 

 

 

Di fronte alle rivolte sociali in tutto il Medio Oriente, iniziate con la lotta contro l’aumento del prezzo del pane, abbiamo rivolto alcune domande allo scrittore Predrag Matvejevic.

 

Sulle rive del Mediterraneo, dalla Mesopotamia alle tavole del mondo intero, il pane è stato il sigillo della cultura. Oggi il Mediterraneo e il pane, sono al centro dei recenti avvenimenti. Il tuo nuovo libro «Pane Nostro» (uscito recentemente in Italia nei tipi di Garzanti) sembra essere stato profetico.

C’è una coincidenza, forse anche da me poco attesa. Nel mio ultimo libro, cito fra l’altro le «rivolte per il pane», e in Tunisia i cittadini, soprattutto giovani, insorti contro la dittatura del regime di Ben Ali, hanno proclamato una vera «rivolta per il pane». Il pane è stato spesso un simbolo delle rivendicazioni più energiche e militanti. Si potrebbero riportare tanti altri casi. Ricordiamoci I promessi sposi di Manzoni e il momento in cui la situazione «giunse ad una rivolta per le strade» e gli affamati insorti cominciarono a gridare «Pane, Pane».

 

Il pane come essenza del nutrimento e della condivisione, filo conduttore della storia umana, svolge una sua propria rappresentazione per mezzo degli uomini, soprattutto quando è assente dalla scena: manca dalla tavola.

Il pane è stato in varie occasioni un particolare slogan di protesta, forse l’unico che non abbia mai tradito. Nella lotta per il pane, diceva l’anarchico russo Kropotkin dal suo esilio in Ginevra, «il bisogno deve precedere il dovere, la questione del pane è più importante di tutte le altre». I processi iniziati nella Tunisia, esplosi con fragore in Egitto e che si svolgono adesso in vari paesi di Magreb e oltre le sponde magrebine, cambiano la storia presente. Non sappiamo dove potrà fermarsi, come e quando. Non c’è dubbio, si tratta del più importante evento storico dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, e la dissoluzione dell’Unione sovietica e della cosiddetta «Europa dell’Est». Avrà di sicuro conseguenze di lunga durata.

 

Il nostro mare è attraversato da fresche correnti di libertà che provengono da Sud, ti sembra che il presupposto concettuale dello scontro di civiltà dimostri la sua incongruenza?

Incongruente sì, ma fortemente motivato e giustificato dal nostro egoismo. Tanti Paesi, non solo europei, sono presi in contropiede. Una vera politica mediterranea non è mai esistita sulle sponde del Mediterraneo. L’Unione europea e i membri che la compongono in questo momento possono solo fronteggiare l’emergenza. Questo vale soprattutto e in primo luogo attraverso un atteggiamento razionale di fronte agli sbarchi quotidiani. La politica dei soli «respingimenti in mare» sarebbe più che mai tragica e demenziale. D’altra parte, un solo paese, senza l’aiuto internazionale, almeno quello dell’Unione Europea, non può fare granché.

 

Cosa pensa dell’impegno dell’Italia nel fronteggiare questa situazione «mediterranea»?

Dobbiamo fare alcuni passi indietro per definire non solo la situazione presente, ma soprattutto per cercare le soluzioni nuove e realistiche. La mancanza delle politiche mediterranee – politiche definite e proseguite dai fatti – caratterizzava finora quasi tutte le nostre sponde. Ho scritto tante volte su questa mancanza e la passività che essa fa nascere e sostiene.

 

Come vede l’autore di «Breviario mediterraneo» questo fenomeno da un punto di osservazione privilegiato come l’Italia, paese in cui hai vissuto per 14 anni?

Vi sono presenti da tempo varie contraddizioni. Da una parte, l’Italia è un promontorio dell’Europa sul Mediterraneo, un paese completamente lambito dal mare nostrum, con un passato ed una storia fortemente caratterizzati dalla presenza marittima; una civiltà di cui l’arte, più che altrove sul continente europeo, riflette la luce del Sud. Dall’altra parte, lo Stato italiano e i vari suoi governi sono da tanto tempo privi di una visione mediterranea coerente; si persegue una politica molto più rivolta all’entroterra continentale che alle proprie sponde o a quelle vicine. Difatti, siamo di fronte ad un Mediterraneo che trascura la sua propria «mediterraneità». L’Italia deve ricercare soluzioni nuove e realistiche.

 

Per quanto «nostrum» e molto più calmo di altri mari, il Mediterraneo ancor prima delle attuali rivolte non era rassicurante. Avremo la volontà e la capacità di modificarne il suo «immaginario collettivo».

La sponda settentrionale presentava, e presenta ancora, un ritardo rispetto al suo retroterra europeo. L’Unione europea si costituiva come un’Europa separata dalla sua «culla». Le decisioni relative alla sorte o alla «costruzione» del Mediterraneo venivano prese al di fuori di esso o senza di esso: ciò generava frustrazioni e fantasmi. Già da parecchio tempo si profilava all’orizzonte un pessimismo storico, un «crepuscolarismo» letterario. Abbiamo assistito sulle diverse sponde agli spettacoli poco incoraggianti: degrado ambientale, inquinamenti sordidi, iniziative selvagge, movimenti demografici mal controllati, corruzione nel senso letterale o figurato del termine, localismi, regionalismi e chissà quanti altri «ismi» ancora. Le nozioni di scambio e di solidarietà, di coesione e di «partenariato» rimanevano pii desideri. Il Mediterraneo si presentava, non soltanto nella nostra epoca, come uno stato di cose che non riusciva a diventare un progetto unito. Un vasto anfiteatro che vedeva per tanto tempo sulla scena lo stesso repertorio, al punto che i gesti dei suoi attori sembravano in varie occasioni ben conosciuti, banali, prevedibili.

 

Rossana Rossanda conclude un suo intervento sul Manifesto del 30-1-2011 sugli avvenimenti in atto come fossero «un respiro del mondo e danno voglia di respirare anche noi, che con la democrazia, il coraggio sembriamo aver perduto».

Occorre organizzare un «pronto soccorso» internazionale. Un nuovo dialogo nella cornice mediterranea sarà necessario, occorrerebbe definirlo e stimolarlo. Anche nella nostra parte del Mediterraneo occorre ripensare le nozioni superate di periferia e di centro, gli antichi rapporti di distanza e di prossimità. La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa non da mai i risultati scontati: l’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non s’identificano affatto. Un’identità dell’essere, amplificandosi, eclissa o respinge un’identità del fare, mal definita o finora poco efficiente.

 

Possiamo dire che forse solo ora si compie il lungo processo della fine del colonialismo e che prima o poi, i popoli conquistano la libertà?

Mai come in questo momento l’ottimismo è d’obbligo.

 

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