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Archive for 7 marzo 2011

della Redazione di Carmilla – Carmilla, 22 giugno 2010

 

 

 

(Smells Like Skunky Spirit)[1]

 

«Qui a Berlusconia, tra fandonie e miti, tra spettri ed epifanie del Maligno, tra risentimenti e narcisismi è in corso da un pezzo una vera e propria guerra all’intelligenza, dove ogni ragionamento di un qualche spessore è tacciato di sabotaggio o di spregio dell’umore popolare». Così Marco Bascetta, difendendo la pubblicazione per manifestolibri del libretto Eroi di carta [158 pp., € 18.00, d’ora in poi EdC], stigmatizzava gli attacchi all’autore, il professor Alessandro Dal Lago («La libertà negata di criticare Saviano», manifesto, 30 maggio 2010). Lasciamo perdere il termine “Berlusconia”, usato in difesa di un libro che individua (non a torto) nella «personalizzazione e simbolizzazione» della politica sotto forma di un continuo referendum pro o contro Berlusconi «il segnale della vittoria strategica del berlusconismo» [EdC p. 148], e cerchiamo di capire dove stiano i risentiti e i narcisi, a quale intelligenza si dichiari guerra, e soprattutto come siano questi ragionamenti «di un qualche spessore».

Eroi di carta è un libro la cui ambizione è inversamente proporzionale all’agilità. In circa 150 pagine, dietro le quali viene dichiarata un’opera di ricerca e studio di quasi tre anni, l’autore si propone non solo di smitizzare e demistificare (“desantificare”, potremmo dire) il libro Gomorra [d’ora in poi G], la figura del suo autore, e l’intero movimento letterario «nazional-popolare» del quale Gomorra è parte: vale a dire quel «cappello messo sopra correnti e autori che aspirano ad allargare la nicchia della narrativa “di qualità” o supposta tale» [EdC p. 149], e cioè il New Italian Epic: Il caso Gomorra e altre epopee è infatti il sottotitolo del libro. Di più: in una lettera al manifesto, il professor Dal Lago si attribuisce il merito di aver svelato, nella sua «ingenuità di sociologo che si immischia di letteratura», la formazione, alle spalle dell’icona-Saviano, di «uno schieramento politico-culturale molto, molto consensuale che prepara il nostro futuro»: il che giustificherebbe il «putiferio» suscitato dal suo opuscolo. Per uno che diffida delle detection e soprattutto dei Grandi Complotti, non è cosa da poco[2]. È un fatto che questo libretto abbia ricevuto molte critiche. Alcuni lo hanno criticato senza averlo letto, altri (Adriano Sofri, Severino Cesari, Helena Janeczek) con argomenti puntuali e precisi. Noi di Carmilla, che certo non siamo sospettabili di simpatie per il presunto “partito Repubblica-L’espresso” (o per altri cosiddetti “giornali-partito”), lo abbiamo letto con molta attenzione (come avevamo letto con molta attenzione Gomorra), rimanendo talvolta stupiti per l’incredibile sciatteria editoriale del testo[3], che fa il paio con la mancata verifica delle affermazioni dell’autore: cosa che non ci saremmo mai aspettati da una casa editrice piccola ma combattiva come manifestolibri.

 

0. INTRODUZIONE: LA VERITÀ ESISTE, E ANCHE LA MENZOGNA (Load up on guns and bring your friends)

La tesi di fondo del professor Dal Lago è che il «dispositivo Gomorra» sia «una macchina-di-scrittura che produce un certo effetto di verità» basata su «un dispositivo narrativo a tre prime persone» – l’io narrante, l’autore e il «Saviano in carne e ossa») – «che vincola il lettore proprio in virtù dell’ambivalenza della narrazione» [EdC p. 36]: «Quasi ad ogni pagina, un lettore ingenuo potrà chiedersi: “Ma sarà proprio successo? Sarà proprio vero?”. Al che la trinità risponderà: “lo dico io!”» [EdC p. 32]. A produrre questo effetto di verità sarebbero le «capriole dell’io narrante» che con un abile gioco delle tre carte illude il lettore (che, non dimentichiamolo, è presupposto ingenuo: non ha ancora letto il professor Dal Lago) confonde la rappresentazione con la realtà rappresentata [EdC p. 41]. Non c’è bisogno di ammiccare, come il professor Dal Lago fa, a Montaigne e Foucault per sapere che ciò che chiamiamo “verità” – ogni verità – è un “effetto di verità”. Il che non impediva a Michel Foucault di prendere posizioni politiche, firmare appelli, partecipare a manifestazioni radicali (o a Montaigne di sapere che l’Italia esiste e ci si può fare un viaggio). Insomma, per dirla con Victor Serge[4]: «nonostante tutto, la verità esiste». Se la verità non esistesse non esisterebbe neanche la menzogna, e ogni affermazione sarebbe avvolta in una nube di indistinzione: verrebbe legittimato quel «regime della stronzata» che avvolge in un disordine simbolico ogni affermazione, facendola dipendere dall’autorevolezza (presunta) di chi la afferma. Ora, tra i differenti “effetti di verità” ce ne sono alcuni che sono allo stato dei fatti indiscutibili e non richiedono particolari strategie per essere creduti, altri che richiedono un certo sforzo argomentativo e persuasivo, altri che necessitano di una vera e propria battaglia non solo retorica, ma pratica per essere creduti, o anche solo per poter essere affermati. Tre esempi:

– che la terra giri attorno al sole è un “effetto di verità” che corrisponde di fatto a qualcosa che potremmo chiamare “lo stato di cose esistente” (non è una mera “rappresentazione del reale”): ma lo è per effetto della progressiva affermazione di una mentalità logico-scientifica che ha soppiantato quei “giochi di verità” che rendevano credibile (all’interno del complesso di corrispondenze e analogie astronomico-teologiche medievali) l’ipotesi geocentrica.

– che il vivente sia il prodotto di un’evoluzione darwiniana era, fino a poco tempo fa, un “effetto di verità” paragonabile all’affermazione di Copernico e Galilei: con tutta evidenza, oggi ci sono situazioni nelle quali questa affermazione richiede di essere argomentata, a fronte di nuovi tentativi di sovradeterminare la scienza con la fede.

– che a Milano il 12 dicembre 1969 sia esplosa una bomba all’interno di una banca è un “effetto di verità” che non richiede particolari sforzi per corrispondere al reale stato delle cose. Che questa bomba sia stata progettata e depositata dai militanti di un’organizzazione neo-fascista di nome Ordine Nuovo è in primo luogo una “verità storica”, che da alcuni anni corrisponde a una “verità giudiziaria”: un “effetto di verità” che ha richiesto un lungo tempo per prevalere. Che dietro questa organizzazione ci sia stata una rete di servizi segreti, deviati o meno, circoli politici nazionali e internazionali, complicità, connivenze, ecc., è un “effetto di verità” che ancora oggi richiede un impegno politico e argomentativo da parte di chi lo afferma: quantomeno perché questa verità storica non è diventata, se non per singoli aspetti, una verità giudiziaria. Banalizzando: sappiamo i nomi delle vittime, il nome degli ideatori della bomba, non sappiamo “ufficialmente” (anche se crediamo di saperlo) il nome di chi ha depositato la bomba, non sappiamo i nomi (non tutti), ma solo l’area di appartenenza politica, di chi ha mandato, o utilizzato, o lasciato fare a Ordine Nuovo.

Gomorra si situa all’interno di un campo di forze di questo tipo: dove, per capirci, l’esistenza della camorra, la sua rilevanza, la sua pericolosità richiede argomenti dimostrativi per essere accettata. Le prime inchieste di Roberto Saviano, pubblicate su Nazione Indiana, manifesto, Diario tra il 2003 e il 2005 (citate da uno storico autorevole come Francesco Barbagallo, di cui Saviano è stato allievo), denunciano delle verità storiche che non sono ancora rafforzate dal carattere di verità giudiziaria, tanto meno dal sentire della pubblica opinione. Nondimeno, ciò basta ai clan casalesi per mettere nel mirino il giovane cronista, la cui vita è minacciata ben prima della pubblicazione di Gomorra (con buona pace di chi, come il professor Dal Lago, finge di non saperlo). Tra le prime inchieste e la pubblicazione del libro un fatto nuovo produce un rafforzamento dell’effetto di verità delle parole di Roberto Saviano: la sentenza di primo grado del processo Spartacus. Dopo l’uscita di Gomorra, la sentenza di secondo grado, la conclusione di altri processi e l’attenzione della grande stampa sui clan di Casal di Principe rafforzano ulteriormente questo effetto di verità. Saviano descrive già la faida di Forcella e denuncia il ruolo di Salvatore Giuliano all’origine dell’assassinio di Annalisa Durante in un’inchiesta giornalistica nel 2004 («La brillante carriera del giovane di sistema», manifesto, 23 ottobre 2004), cosa che gli richiede una certa prudenza argomentativa; gli stessi fatti, all’interno di Gomorra, possono essere narrati in modo più esplicito[5]. In mezzo ci stanno il processo per la morte di Annalisa, la condanna per omicidio di Salvatore Giuliano (novembre 2005) e le minacce al giornalista Arnaldo Capezzuto[6]. La costruzione dell’effetto di verità di Gomorra non è dunque del tipo «È vero perché lo dico io»: non più di quanto sia vero che la terra ruota attorno al sole perché lo dice Galileo, o che il Lager di Auschwitz sia esistito perché lo dice Primo Levi, o che il Diario di Anne Frank sia autentico perché lo dice il padre di Anne. L’assenso alle affermazioni di Gomorra ha gli stessi tempi e le stesse modalità della pretesa di verità di ogni inchiesta, o contro-inchiesta[7]: ne sono garanti in prima battuta le stesse testate che le ospitano, e poi, a cerchi sempre più larghi, i diversi strati di verità (verità politica, storica, giudiziaria, di ragione e fattuale) che vengono via via conseguiti. In altri termini, non perché lo dice «l’autore di Gomorra», ma perché lo dicono (oggi) le sentenze del processo Spartacus, autorevoli libri di storia, i diversi magistrati che in queste inchieste si sono impegnati, un numero crescente di giornalisti che hanno indagato e scritto sull’argomento[8], fino alla conquista dell’opinione pubblica. Ma ancora: la forza non solo persuasiva, ma veritativa delle parole di Gomorra sta nell’inserzione dei singoli particolari in reti sempre più ampie e complesse di fatti. Nella capacità di cogliere il particolare all’interno di una sempre più ampia e generale comprensione. Così la presunta “leggenda metropolitana” del container pieno di cadaveri cinesi trova la propria plausibilità e ragionevolezza nell’essere non una singola e isolata affermazione, ma parte di una ricostruzione a tutto tondo del porto di Napoli, dei traffici che esso contiene, e del ruolo della criminalità cinese, che ha trovato e trova numerose conferme nelle inchieste sul porto di Napoli e sugli import-export illegali tra Napoli e Cina, nonché nei trattati bilaterali di commercio Italia-Cina[9]. Il professor Dal Lago accusa l’autore di Gomorra di violare un patto implicito tra autore e lettore: «il lettore dovrebbe sapere se si sta muovendo in una realtà di carta o nell’ombreggiatura su carta della realtà» [EdC p. 35]. Nel primo caso si tratterebbe di «mera fiction», nella seconda di «docufiction (una storia vera e “scrupolosamente documentata” ecc. anche se romanzata)»: nel caso di Gomorra, invece, si tratterebbe di «docu/fiction, ovvero narrazione “a piega” in cui finzione letteraria e finzione documentaria si implicano, a ogni pagina, direi a ogni riga» [EdC p. 36]. E qui il lettore, che il professor Dal Lago suppone (o auspica) ingenuo, dovrebbe avere la buona creanza di non accorgersi che nel neologismo ottenuto con una crasi tra fiction e docufiction (un atto di poiesi linguistica che lo stesso professore nega all’autore di Gomorra)[10], la «finzione documentaria» prende il posto della «scrupolosa documentazione» prima ancora che questa documentazione sia svelata dall’acuto investigatore come fiction. Però, con buona pace del professore e delle sue antiquate categorie classificatorie, è vero: in Gomorra i due livelli si confondono. Contro certa letteratura che «sembra fare tarantelle intorno alle questioni centrali del nostro vivere», l’autore di Gomorra dichiara: «tutto sommato non mi interessa far evadere il lettore. Mi interessa invaderlo. E mi interessa la letteratura più simile al morso di vipera che ad un acquarello di fantasie. Arrovellarsi sui territori delle definizioni di ciò che è letterario e di ciò che non lo è, tra combattimenti di accademici e filologi, ruzzolando nell’aia degli scrittori, può essere un’attività infinita senza soluzione alcuna». In fin dei conti, afferma Saviano citando Céline, «Ci sono solo due modi di fare letteratura [:] Fare letteratura o costruire spilli per inculare le mosche» («Se lo scrittore morde», Repubblica, 3 maggio 2007).

 

1. LA PESTE, I CINESI DI MERDA E ALTRI FALSI D’AUTORE (Hello, hello, hello, how low?)

Lo ripetiamo: la verità, nonostante il professor Dal Lago, esiste. E la menzogna pure. In questo secondo paragrafo ci occuperemo di smontare le pretese confutazioni di questo Lucarelli de noantri, parodia dell’auto-parodia del Lucarelli di Almost True[11]. Gomorra sarebbe pieno di falsi: l’«io-narrante», «mentre filma a suo piacimento in primo piano o in campo lungo, in soggettiva o semi-soggettiva, facendo capriole a ogni pagina, ci fa credere di essere un testimone oculare, mentre è lo sceneggiatore e il regista – e non potrebbe essere altrimenti – di una rappresentazione» (EdC p. 42). Gli errori scoperti dal professor Dal Lago dimostrerebbero l’inattendibilità del testimone oculare, una delle tre prime persone che compongono il complesso-Saviano. In seguito, queste decisive incongruenze sono state sminuite a «pagliuzze» (nel senso evangelico del termine: perché guardi la pagliuzza…) («Pagliuzze, travi ed eroi», manifesto, 17 giugno 2010) dallo stesso professor Dal Lago, la cui destra investigatrice non sa cosa pensa la sinistra evangelica. Come abbiamo visto, non è la semplice presenza del testimone oculare a sorreggere l’effetto di verità di Gomorra: ma è istruttivo occuparcene, non per passione verso le «considerazioni notarili», ma per gettare un po’ di luce sul metodo di lavoro dell’autore di Eroi di carta, al quale si attribuiscono «intelligenza» e «ragionamento di un qualche spessore». A p. 50, il professor Dal Lago fa notare che il vestito di Angelina Jolie alla notte degli Oscar del 2004 non è un tailleur, come si dice in Gomorra (p. 46). Infatti Dal Lago confonde gli Oscar del 2004 con quelli del 2001 . A p. 48 il professor Dal Lago cita un passo in cui l’autore di Gomorra parla delle flatulenze e del cattivo odore di due malavitosi cinesi (G p. 20): un passo di quattro righe sulle oltre 1.200 dei primi due capitoli. Il professor Dal Lago lascia però intendere che lo stile dell’intero Gomorra trasmette «un disgusto, in virtù del quale una certa umanità è vista alla stregua di materia fecale. Non le merci globalizzate, ovvero la merda cinese, sono al centro del primo capitolo, ma i cinesi di merda» (EdC pp. 48-49). «Cinesi di merda» è un’espressione non di Gomorra, ma del professor Dal Lago: che costruisce così l’immagine di comodo di una riduzione all’animalità, dunque implicitamente razzistica, dell’Altro[12].

A rafforzare questa pretesa sovrabbondanza di materiale di basso registro, a p. 70 (nota 79) il professor Dal Lago afferma che «Quella dei “succhi gastrici” è un’immagine che torna spesso nei testi o nelle dichiarazioni di Saviano», mentre a p. 18 afferma che «Saviano ama sintetizzare quello che succede in Campania» con la parola “peste”, «che per me sa tanto di Curzio Malaparte». Falso: “succhi gastrici” compare una sola volta in Gomorra (G p. 20), e due altre volte negli scritti successivi: solo tre volte in circa otto anni. E “peste”? In Gomorra una sola volta, e non come «metafora grossolana», ma come «peste bubbonica», proprio nel senso della malattia; nel resto della produzione scritta altre tre volte, una come metafora («questa peste dei rifiuti») e altre due come sinonimo del cancro: mai, dunque, nel senso preteso dal professor Dal Lago[13]. Nel complimentarci col professor Dal Lago per l’accuratezza delle sue schede di lettura e l’acribia dei lettori delle «diverse stesure» del suo trattatello, veniamo all’episodio dei “Visitors”. L’autore di Gomorra assiste alla scena in cui un camorrista prova su un gruppo di tossici la propria droga (G pp. 81-86). Il professor Dal Lago trova inverosimile che Saviano sia «visibile agli occhi dei Visitors, ma non a quelli di un delinquente in azione che si suppone all’erta, per di più armato: misteri della testimonianza oculare» (EdC p. 55). Il mistero in realtà è creato dal professor Dal Lago con l’accorta omissione, nel riassunto della scena, del passaggio in cui il camorrista, credendo morto il tossico che provava la droga, va via: «il tizio rientrò in auto dove l’autista non aveva neanche per un secondo smesso di zompettare sul sedile ballando una musica…» (G p. 84). Non contento di aver falsificato il resoconto, il professor Dal Lago (EdC p. 55) rinfaccia all’autore di Gomorra di aver fatto indossare nella stessa scena al camorrista dapprima «scarpe sportive nuovissime» e poi «stivali» (G p. 83). Senonché (lo ha osservato Severino Cesari) nel testo non ci sono «stivali», ma «stivaletti». E, con buona pace del professor Dal Lago, esistono scarpe sportive che hanno foggia di stivaletti: ad esempio le Converse; ad esempio le Hogan, brand di cui la camorra è non solo consumatore, ma anche produttore[14]. Infine, a p. 46 il professor Dal Lago cita un discorso che Saviano ha (avrebbe, come vedremo) tenuto davanti agli studenti dell’Onda. Di questo discorso viene riportato un estratto, dal quale sembra che Saviano esorti gli studenti a superare la divisione destra-sinistra, con riferimento agli scontri di piazza Navona (quando gli studenti dell’Onda furono aggrediti dai fascisti). Prima perplessità: ci sono su YouTube spezzoni di quell’incontro, conclusione compresa: è possibile che questo appello “oltre la destra e la sinistra” possa suscitare un’ovazione da parte di un’assemblea politicizzata? Il professor Dal Lago era lì? No, non c’era. Si fida di un’agenzia Adnkronos, e neanche di prima mano, ma ripresa da Libero, peraltro riportata (misteri della lettura critica) con la data del 18 febbraio 2009 (EdC p. 113, nota 46). Ha fatto una qualche verifica, il professor Dal Lago, non foss’altro che per verificare se Libero riporta fedelmente l’agenzia? Macché: ha citato di terza mano! Se si fosse preso la briga di fare uno straccio di controllo (ma con la data sbagliata come si fa?), avrebbe scoperto che non si trattava del discorso all’Università, ma (come riportato dalle sue “fonti”) della discussione con Giannini al programma Il terzo Anello su Radio3 del 16 dicembre 2008. Del quale è possibile ascoltare la registrazione, per effetto della quale le cose appaiono leggermente diverse (il passo citato è verso il 13° minuto; la conversazione è di circa mezz’ora):

– Saviano non dice «la battaglia sulla criminalità è una questione che, moralmente, viene prima di tutto», ma esattamente il contrario: «è una questione che non viene prima di tutto» (nel senso che non è percepita come prioritaria).

– Saviano dice, subito dopo il passo riportato da Adnkronos e Libero, che alla ‘ndrangheta le divisioni tra destra e sinistra non interessano più: interessa che non si parli di ‘ndrangheta. Con una citazione monca, un’omissione e il capovolgimento di una frase, il professor Dal Lago fa dire a Saviano tutto e il contrario di tutto!

Dopo di che, sia chiaro, a noi di Carmilla la formula «né di destra né di sinistra» non piace, chiunque la faccia propria: ma vorremmo anche ricordare che in quei giorni a farla propria era, sulle pagine del manifesto, Marco Bascetta , tanto da suscitare le legittime proteste dell’Onda e del movimento studentesco[15].

 

2. LE STESSE COSE RITORNANO (I found it hard, it was hard to find / Oh well, whatever, nevermind)

«Aspetto fiducioso che qualcuno se la prenda con i miei argomenti e non con il fatto di aver scritto il libretto o magari con il suo titolo», scrive il professor Dal Lago in una lettera a Repubblica (2 giugno 2010). In realtà quello che il professor Dal Lago aveva da dire, lo aveva già detto il 23 novembre 2008 in un’intervista su Liberazione. Alla quale aveva subito risposto Girolamo De Michele, con un articolo pubblicato sullo stesso giornale e, in forma più ampia, su Carmilla[16]. A quell’articolo Dal Lago si guardò bene dal rispondere, salvo inviare una stizzita lettera a Liberazione (3 dicembre 2008): eppure, al di là dei toni polemici, l’articolo (costruito utilizzando solo citazioni degli scritti di Saviano precedenti Gomorra, a dimostrazione che Gomorra non è uscito dal nulla) poneva delle questioni ben precise. Nel suo libretto il professor Dal Lago per due volte sfiora quelle obiezioni, liquidandole dapprima come «querelle insignificante» (EdC p. 106) e poi riportandole con lo stile consueto dei morceaux choisis (EdC p. 90), montando le parole iniziali con quelle finali per far credere al lettore che si tratti di una sequela di improperi, peraltro diretti unicamente sul solo professor Dal Lago, il cui ego ipertrofico spesso e volentieri esorbita[17]. Riprendiamo qui quegli argomenti, che a loro volta riassumevano tre anni di interventi critici su Gomorra apparsi su Carmilla. Gomorra sarebbe incentrato sull’ipertrofia di un io narrante uno-e-trino: falso. «Gomorra condivide gli strumenti linguistici del noir (la paratassi, il linguaggio cronachistico) per dar voce all’inchiesta (all’esperienza vissuta); ma ibrida questo linguaggio col tu impersonale per coinvolgere il lettore nella comunicazione di un’esperienza potenziale, e infine usa l’io dell’esperienza diretta del narratore come una sorta di experimentum crucis che salda i tre livelli nella complessità narrativa richiesta dalla complessità dell’oggetto narrato». Gomorra parlerebbe di cose “già note a tutti”: falso. «Gomorra è un testo innovativo nel contenuto e nel metodo, connette in un disegno d’insieme sparse membra di un disegno la cui interezza era sconosciuta alla pubblica opinione: guardare un outlet e vedervi una discarica abusiva; scoprire i segni evidenti della penetrazione camorristica non solo in Campania, ma nella grassa Emilia; trovare in una discarica abusiva le stigma della Lombardia, del Veneto, dell’ecologissima Toscana. Capire le relazioni tra il mercato cinese, il crollo del muro di Berlino, le carpe di mare che risalgono i fiumi campani, il boom edilizio: e raccordare tutto questo, con un unico tratto, ai clan di Casal di Principe e Secondigliano». In Gomorra sembra essere all’opera lo stesso schema con quale, in Verso un’ecologia della mente, Gregory Bateson metteva in relazione guerra, devastazione dell’ambiente e impoverimento della popolazione attraverso la perversa interazione tra hybris e soluzione tecnica (qui potremmo dire: militare) del governo della popolazione[18]. Le dinamiche del “sistema-camorra” sono l’esatto opposto della rappresentazione piramidale nella quale la camorra sarebbe il Male assoluto dal quale discenderebbe «tutto il male del mondo» (EdC p. 12), come il professor Dal Lago crede di leggere, e come racconta sia scritto, in Gomorra. Il professor Dal Lago preferisce, dopo aver sorvolato sulle obiezioni e aver falsificato il testo esaminato, crearsi un avatar a immagine e somiglianza della critica che è in grado di fare. Attraverso una riduzione del testo all’autore distoglie l’attenzione dai contenuti di Gomorra e ne impoverisce la comprensione: com’è noto, è più facile criticare l’individuo che l’opera. Una lettura retrospettiva di Gomorra alla luce dell’attuale esposizione mediatica di Saviano è profondamente scorretta, non solo perché usa il trucco retorico del “senno di poi”, ma soprattutto perché, nei modi in cui viene attuata, non tiene conto della ragione di questa esposizione: come scrivono i Wu Ming, «Saviano deve apparire di continuo per tutelarsi, l’ombra e l’oblio sono per lui un pericolo. Tuttavia, l’inevitabilità non deve impedire di cogliere limiti, aporie, contraddizioni»[19].

Questo avatar-Saviano è, sostiene il professor Dal Lago, un assertore dell’esistenza del «regno del Male» (EdC p. 29)[20], della «categoria del male radicale» (EdC p. 86). La descrizione della vita del camorrista, o dell’aspirante tale, la banalità dei riti quotidiani di queste figure, la ricostruzione della genesi dei clan non da qualche oscuro e misterioso mondo, ma da processi economici e sociali di cui è ricostruibile la razionalità, la descrizione dei boss della camorra non come dei Super-uomini eccezionali, ma come individui comuni, persino banali, in realtà dimostra il contrario: Gomorra si inscrive proprio all’interno di quella costellazione di testi che utilizzano la categoria della «banalità del male». Per sostenere il contrario il professor Dal Lago prende queste frasi dalla chiusa di un articolo in cui Saviano ha mostrato la quotidianità del male nella continua osmosi tra vita ordinaria e vita criminale: «Non ci resta da capire che, tragicamente, la quotidianità del male non avviene affatto in un mondo diverso da quello di ognuno di noi»[21]. E commenta: «Apparentemente è il discorso sulla banalità del male. In realtà è l’opposto. Non sono loro a essere come noi, gente qualsiasi, ma noi come loro, ovvero siamo tutti mostri, almeno in potenza. […] Ed ecco allora che la lotta alla camorra non è tanto affare di volontà politica, funzionamento delle istituzioni, impegno civile e bonifica sociale, quanto di percezione della profondità e dell’ubiquità del Male […] e quindi faccenda di eroi, Leonida e Beowulf contro l’Orco che è in noi o tra noi» [EdC pp. 86-87]. Ora, va bene che ciascuno, nel post-moderno, legge quel che gli pare e capisce quel che vuol capire, e che tutti i giochi linguistici sono pari. Ma, tanto per fare qualche verifica, Zygmunt Bauman in Modernità e olocausto (Mulino, Bologna 1992) scrive che «qualunque cosa sia accaduta nel “corso della storia”, non sono scomparsi quei fattori storici che con ogni probabilità contenevano la potenzialità dell’Olocausto, o almeno non possiamo essere sicuri che lo siano. Per quanto ne sappiamo (o, piuttosto, per quanto non ne sappiamo) essi potrebbero essere ancora presenti tra noi». E poco oltre: «esistono ragioni di preoccupazione poiché oggi sappiamo di vivere in un tipo di società che rese possibile l’Olocausto e che non conteneva alcun elemento in grado di impedire il suo verificarsi» [pp. 128, 130, corsivi nostri]. Sostenere che «siamo tutti mostri, almeno in potenza» equivale a dire che nessuno è immune dal diventare “nazista”, proprio nel senso della potenzialità del male individuata da Bauman e Arendt. Significa focalizzare l’attenzione sui meccanismi di comando (come quelli analizzati da Elias Canetti in Massa e potere) che trasformano questa potenzialità in azioni criminali non correlate dal possesso di una coscienza morale. Significa chiedersi cosa può portare ad anestetizzare la capacità di discriminare il “bene” dal “male”, o a sostituire questa coppia concettuale con quella “utile/inutile” o (come nell’estetizzazione fascista della politica: “A cercar la bella morte”) “bello/brutto”. E’ quello che ci si chiede in Gomorra. Trasformare questo nell’invenzione del Saviano-eroe significa operare una scelta di campo in favore della mistificazione, del capovolgimento del senso delle parole, dell’indifferenza deresponsabilizzante. E, all’interno di questa confusione linguistica e sociale che gli schizzi di fango gettati sull’autore di Gomorra aiutano a perpetrare, significa non cogliere la vera dimensione del cosiddetto “eroismo” di Roberto Saviano: come ha scritto Bruno Accarino, «ci è cascato addosso, disseminato tra i molti guai che dobbiamo fronteggiare, un nodo tanto imprevisto quanto elementare: quello del coraggio individuale. Imprevisto perché l’Europa, dopo appena un sessantennio senza scannatoi di guerra (al suo interno, per altri territori il discorso è diverso), ci ha detto inorgoglita: potete rilassarvi e abbassare la guardia. Ecco perché la figura di Saviano si gonfia in modo abnorme, i latini direbbero che si è inflazionata. La spettacolarizzazione mediatica lamentata da Marco Bascetta è l’altra faccia di una comunicazione politica che ha inasprito quei meccanismi sottili, notissimi epperò inscalfibili, di scoraggiamento, di dissuasione, di excommunicatio. È un’impresa titanica parlare, non mettere a repentaglio la propria vita: rompere la crosta delle tante cose linguisticamente e dialogicamente tabuizzate» («L’imprevisto del coraggio individuale», manifesto, 5 giugno 2010). È senz’altro più facile ricorrere a quegli atti linguistici usati per gettare un discredito generalizzato sul loro oggetto, e che in tedesco vengono detti “Rufmord“: omicidio a mezzo di parole.

 

3. IL SOGNO DI UNA COSA: QUELLO CHE IL PROFESSOR DAL LAGO HA CAPITO DEL NEW ITALIAN EPIC (I’m worse at what I do best)

A questo punto, tocca occuparci di un aspetto, per certi versi marginale ma per altri significativo, del Grande Complotto che il professor Dal Lago ha scorto dietro Gomorra: la sua critica del New Italian Epic come un’epopea (o una collezione di epopee) in qualche modo funzionali al disegno politico che si delinea dietro l’unanimismo suscitato da Gomorra e dal suo autore. Il NIE viene analizzato come generalizzazione del caso particolare, laddove Gomorra sarebbe l’esemplificazione della tesi generale. Diciamola tutta: Dal Lago del New Italian Epic ha capito davvero poco, e forse neanche gli interessava capirci qualcosa. Per sua stessa ammissione, a lui «interessa stabilire, in sostanza, quale sia il ruolo della nuova epica nella cultura contemporanea, e in particolare di un paese speciale come l’Italia. La mia prospettiva è politica, ma in un senso molto particolare, perché mi interessa il potere della scrittura come strumento di confezionamento del gusto, di influenza sociale e, in fondo, di conformismo» [EdC p. 130]. Sintomatico è questo passo: «la contrapposizione dell’epica, italiana o no, al postmodernismo suona puramente convenzionale, dato che un buon numero di scrittori etichettati come postmoderni hanno attraversato a modo loro l’epica, ovviamente decostruendola, ironizzandoci sopra o giocandoci, visto che sono postmoderni» [EdC p. 127]. Sfugge al frettoloso lettore che questa contrapposizione nasce dal rifiuto dello strumento dell’ironia nella letteratura post-modern da parte di David Foster Wallace (bastava arrivare a p. 120 di New Italian Epic). Del New Italian Epic si può, volendo, dire tutto, salvo una cosa: non è un “genere”, né intende fondare un “genere”. Non intende sostituire vecchie categorie con nuove, ma cerca di cogliere l’esistente (meglio ancora: il passato prossimo) di una certa narrativa italiana al di là delle categorie interpretative. Per Dal Lago invece, il New Italian Epic consterebbe di due correnti principali: il «giallo democratico italiano» e il «romanzo storico», che possono essere partitamente esaminate. Per entrambe, secondo il professor Dal Lago, vale una pagina di Gramsci tratta dai Quaderni, nel quale Gramsci riflette sull’aspirazione all’avventura come categoria, e ne trae la conclusione che anche per Gramsci la letteratura d’evasione abbia un significato catartico. Peccato che Gramsci, in quella pagina, stesse sì esaminando una simile tesi (attraverso articoli di Sorani e Burzio), ma per criticarla come una tesi che «spiega troppo e quindi nulla», ignorando gli aspetti positivi del fenomeno[22]. Ma tant’è: anche nel citare Brecht e Benjamin, il professor Dal Lago omette di ricordare che questi pensatori avevano una considerazione decisamente positiva del romanzo poliziesco (Brecht, com’è noto, lo preferiva a Thomas Mann, e Benjamin intendeva scriverne uno). Come abbiamo già visto, il professor Dal Lago usa la penna tanto quanto la forbice.

Veniamo al «giallo democratico italiano». Al professor Dal Lago non sembra nota la distinzione tra “giallo” e “noir”, che invece noi di Carmilla abbiamo sempre avuto presente nella riflessione sul NIE. Con le parole di Jean-Patrick Manchette: «Nel poliziesco classico (ossia il poliziesco a enigma), il delitto turba l’ordine del Diritto, che bisogna restaurare scoprendo il colpevole ed “eliminandolo” dalla scena sociale. Con minore evidenza [rispetto al giallo], ma in maniera assai chiara, il noir è caratterizzato dall’assenza o fiacchezza della lotta di classe, e dalla sua sostituzione con l’azione individuale (necessariamente disperata). Mentre i delinquenti e gli sfruttatori detengono il potere sociale e politico, gli altri, gli sfruttati, la massa, non sono più il soggetto della Storia, e ricoprono per lo più “ruoli secondari”, socialmente marginali […]. Qui però la lotta di classe non è assente come nel romanzo poliziesco a enigma; semplicemente, gli oppressi sono stati sconfitti e sono costretti a subire il regno del Male. Tale regno è la scena del noir, all’interno della quale e contro la quale prendono forma gli atti dell’eroe». Ignorando ciò, il professor Dal Lago ci propone un minestrone nel quale Carofiglio, De Michele, il Coliandro di Lucarelli (peraltro confondendo il personaggio televisivo con quello romanzesco) e il Montalbano di Camilleri, Carlotto e Dazieri convivono pacificamente in romanzi nei quali «fissati i buoni, non è difficile individuare i cattivi» (p. 138): come nelle ricostruzioni storiografiche demistificate dalla critica dei vari Pansa, Veneziani, Giordano, insomma. A quanto pare, il professor Dal Lago ignora che:

– uno dei testi-base del NIE fu Termidoro, una dura riflessione di Tommaso De Lorenzis sull’esaurimento del “poliziesco italiano” (e dalla penna di De Lorenzis l’ispettore Coliandro esce piuttosto male);

– il NIE ha presente Camilleri, ma non (salvo per il solo La vampa di agosto) il ciclo di Montalbano;

– in nessun modo Carofiglio può essere apparentato al NIE, non foss’altro che per essere il campione di quel poliziesco classico e consolatorio che il noir italiano ha sempre avversato.

Ma al professor Dal Lago interessa creare un genere che corrisponda alle «alleanze vincenti alle elezioni politiche del 1996 e del 2006, che andava dall’Ulivo alla cosiddetta estrema sinistra (compresa la rappresentanza di alcuni centri sociali)» (EdC p. 138): ecco perché Carofiglio gli è indispensabile. Tutto questo cosa c’entra con NIE? Nulla: però è funzionale alle sue tesi.

Anche nell’analisi dei singoli romanzi Dal Lago alterna deformazioni a inspiegabili black-out cognitivi[23], che si spiegherebbero solo ipotizzando che i libri siano stati analizzati senza essere letti: il professor Dal Lago, che forse intende darsi alla carriera del critico letterario, ha già capito come funziona in Italia la critica. Si potrebbe redigere una lista, ad esempio, degli errori in cui incorre nell’analizzare Scirocco (del quale, per inciso, non ha capito né i personaggi, né la trama, e nemmeno il finale)[24] o nel riassunto della trama di Altai che sembra passare dalla quarta di copertina direttamente a p. 300, incamerando nel tragitto almeno uno sfondone storico: la caduta di Famagosta (1571) è data per “imminente” all’indomani dell’incendio all’Arsenale veneziano (1569), data in cui la guerra per Cipro non era nemmeno stata dichiarata. Ma queste sono inezie: ciò che ci preme mettere in luce è il modo in cui, col solito metodo dei morceaux choisis, il professor Dal Lago altera, sino a capovolgerlo, il senso dell’autocritica che i Wu Ming hanno fatto sul G8 di Genova. Dal Lago rimuove completamente dal suo “riassunto” la questione centrale, cioè il mito tecnicizzato, una narrazione che i Wu Ming contribuirono (insieme ad altri: anche questo lo rimuove) a creare e di cui finirono, per loro ammissione, in balìa. Senza questa rimozione, sarebbe stato ben difficile torcere le loro parole pro domo sua. E così, Dal Lago riporta la frase dei Wu Ming: «Da quel giorno, abbiamo dedicato tempo e sforzi a stringere le viti del nostro progetto letterario, abbiamo scritto nuovi romanzi e saggi, abbiamo esteso e consolidato la nostra presenza nella cultura e nell’industria culturale di questo paese» (EdC p. 147) come dimostrazione di un sopraggiunto “disimpegno” del collettivo bolognese. Peccato solo che la frase sia monca. Proseguiva così: «Ben lungi dall’aver abbandonato la lotta, abbiamo comunque chiaro un intento: non faremo mai più i dottorini Frankenstein coi miti tecnicizzati.». Così facendo anche il NIE, per metonimia attraverso i Wu Ming, è al tempo stesso eroico e disimpegnato, egocentrico e consolatorio. È probabile che, dopo questo trattatello, il professor Dal Lago, assillato da nuovi impegni[25], non leggerà più altri nostri romanzi. Un vero peccato, per la narrativa italiana, perdere un lettore come lui.

 

4. SMELLS LIKE SKUNKY SPIRIT (It’s fun to lose and to pretend)

In un articolo dell’ottobre 2008, Nichi Vendola scriveva: «Non è colpa dei clan, dei Casalesi, della camorra: loro devono minacciare e uccidere, così esercitano la loro peculiare egemonia culturale e militare. Sono quelli che pensano che sei un esibizionista, che hai sfruttato brutte storie per fare quattrini, che ti sei arrampicato su quell’albero lurido e avvelenato soltanto per svettare. Loro è una colpa grave, nostra è una responsabilità non occultabile. Sono quelli che, galleggiando nella melma del cattivo “buon senso” e dei più vieti luoghi comuni, ti regalano la peggiore delle condanne: appunto una estrema, indicibile solitudine, quella che mette in apnea un’età, un’esistenza nata per cantare la libertà, un corpo che voleva solo danzare la vita»[26]. Questo articolo ha fatto infuriare il professor Dal Lago, che dopo aver sprezzantemente affermato «si sa, Vendola scrive poesie», ha aggiunto: «trovo le affermazioni di Vendola degne di un pulpito o di un confessionale». Perché «dire che la colpa delle minacce non è dei casalesi è pura retorica. No, è loro, e tutti ci auguriamo che siano assicurati alla giustizia. Loro è la responsabilità “non occultabile”, non la nostra [sic]» (EdC p. 13).

Strano che questo professore, dopo anni passati a scrivere di Hannah Arendt, non riconosca la struttura del corso che uno dei maestri di Arendt, il filosofo Karl Jaspers [foto in alto a destra], tenne sulla questione della colpa all’indomani della fine della guerra. Un corso in cui spiegò ai giovani tedeschi che si è colpevoli in quattro diverse modalità: c’è la colpa penale, che è questione di tribunali; la colpa morale, che riguarda la coscienza individuale; la colpa politica, che è collettiva; e la colpa metafisica, che discende dal senso di solidarietà verso i propri simili (quello che muove Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti, per intenderci). Che il professor Dal Lago non senta alcun rimorso nell’assalire, con piglio dipietrista («io questo lo sfascio!», si sente spesso sussurrare tra le pagine del suo libretto), uno scrittore in costante pericolo di vita, ricorrendo ai più bassi trucchi del mestiere – omissioni, falsificazioni, uso scorretto delle fonti, vere e proprie menzogne – si spiega solo con un’immagine che lo stesso professore ci tramanda. Ironizzando su un riferimento a Tony Montana, il protagonista di Scarface interpretato da Al Pacino («avevo la sensazione ridicola che da una stanza stesse per uscire Tony Montana, e accogliendomi con gesticolante, impettita arroganza, stesse per dirmi…» G p. 272), il professor Dal Lago scrive: «Come un’arroganza possa essere insieme impettita e gesticolante non mi è chiara (provate voi, magari davanti a uno specchio, ad assumere con arroganza un’aria impettita e a mettervi a gesticolare – io non ci sono riuscito)» (EdC pp. 63-64, corsivo nostro). Provate a immaginarvi il professor Dal Lago davanti allo specchio che cerca di atteggiarsi a Tony Montana e, non riuscendovi, non sospetta una propria inferiorità d’attore rispetto ad Al Pacino: no, se lui non ci riesce è impossibile, e tanto peggio per Pacino. Ecco chi è l’uomo che sparò all’autore di Gomorra: un ego ipertrofico, esorbitante. Ci si potrebbe chiedere, alla maniera del vecchio Kant, cosa c’è nell’animo di un tale esorbitante individuo. O almeno, qual è l’odore che esorbita da un simile animo quando ironizza sul «Siamo tutti Saviano». No, professor Dal Lago: «Siamo tutti Saviano» non la riguarda, non parla di Lei. «Sono ancora vivo, bastardi», invece, sì.

 


note

[1] Il titolo è una parafrasi del celebre L’uomo che uccise Liberty Valance, citato in esergo in Eroi di carta. I versi in inglese sono tratti o parafrasati dal testo di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana.

[2] Lettera al manifesto del 9 giugno; Norma Rangeri gli risponde: «Chi crede nella sua battaglia civile, come capita a molti e fra questi tanti ragazzi, si è sentito colpito direttamente dalla tua critica. Non vedo in questo nessuno schieramento preconcetto, piuttosto la reazione a difesa di una battaglia contro le mafie».

[3] Per fare qualche esempio: citazioni prive del numero di pagina («La peste e l’oro, in BEI, p.», p. 111 nota 8), periodi che si concludono con i due punti che non introducono alcuna citazione (p. 151), segni di punteggiatura incongrui (come un «[…]» in mezzo al testo a p. 50), “hobbitt” con 2 “t” (p. 143), un articolo di Nichi Vendola citato con la data sbagliata (e con un titolo diverso, seppur di poco), dispacci d’agenzia post-datati, un film del 2007 (Grindhouse) indicato come ispiratore di una pagina di Gomorra, che è del 2006, una inesistente versione di What a Wonderful World dei Ramones indicata come conclusione del romanzo Scirocco. Eppure in una nota a p. 24 il professor Dal Lago ringrazia coloro che hanno letto le «diverse stesure del saggio, segnalandomi errori e imprecisioni», e addirittura un revisore del testo, Walter Baroni.

[4] Citato da Saviano in «Come sta la verità nel paese di Gomorra», Repubblica 27 ottobre 2007, poi, col titolo «La verità, nonostante tutto, esiste», in La bellezza e l’inferno, Mondadori, Milano 2009, pp. 49-55. Dal Lago si guarda bene dal considerare il ruolo di questa frase, e del suo autore Victor Serge – rivoluzionario prima anarchico poi bolscevico anti-stalinista.

[5] È notevole che il professor Dal Lago si sia aggregato a una campagna di delegittimazione di questa inchiesta incentrata sull’aspetto infantile o adolescenziale della vittima (che può essere verificato con una ricerca per immagini su Google), sul suo vestito, sui particolari del funerale: aspetti che tendono a nascondere il contenuto di verità dell’inchiesta. Non a caso Dal Lago cita come fonte Casertasette: un giornale che si occupa di don Diana in modo peculiare («con un debole per le donne? custode delle armi del clan?») e promuove un film dal titolo Un camorrista per bene.

[6] O ancora: quando Saviano fa per la prima volta il nome di Nicola Cosentino (sul manifesto del 16 luglio 2004), di questo personaggio dice ciò che all’epoca può essere detto. Solo nel 2008 la verità storica può convergere verso quella giudiziaria, e del sottosegretario all’Economia e alle Finanze può esser detto, in forma dubitativa, che «sarebbe stato organicamente coinvolto nel business dei rifiuti gestiti dalla camorra casalese»: «Siamo tutti casalesi», L’espresso, 7 ottobre 2008.

[7] Con buona pace di una certa sinistra che dimentica le sue origini dalla controinformazione degli anni Sessanta e Settanta (una per tutti: l’inchiesta La Strage di Stato) e oggi si rifugia in uno pseudo-foucaultismo d’accatto e in un decostruzionismo che scimmiotta Derrida: due strategie retoriche molto post-modern nel metodo e nella finalità. Il libretto del professor Dal Lago è del tutto interno a questo tipo di retorica.

[8] Si veda ad esempio l’ampia rassegna di testi «Codice Gomorra», L’espresso, 22 febbraio 2008.

[9] La presenza dei cinesi a Napoli è trattata nelle 36 pagine dei primi due capitoli di Gomorra, all’interno delle quali l’episodio del container occupa una sola pagina.

[10] Afferma il professor Dal Lago: «ammetto che nelle questioni di stile sono un po’ pedante. La padronanza del vocabolario mi sembra il primo requisito di uno scrittore» [EdC p. 57]. E rimprovera all’autore di Gomorra di usare espressioni come «l’alito del reale» (G pp. 82-83: è una metafora, professor Dal Lago! Come dare a qualcuno della “testa di legno” perché non comprende, e non perché abbia il cranio ligneo), e soprattutto di aver coniato il neologismo “zompettare”, nel quale vede una «crasi di “zompare” (saltare) e “zampettare” (muovere le zampette)» [EdC p. 70, nota 76]: è un frequentativo, professor Dal Lago! Indica un’azione che viene ripetuta. E infatti si tratta di un personaggio che continua a “zompare” ascoltando musica. E si potrebbe anche aggiungere che l’uso di un termine di origine dialettale (“zompettare” invece che “saltellare”) indica non l’identificazione del personaggio con «una specie di insetto saltellante», ma, secondo il corretto uso della lingua, la presa di distanza dall’oggetto designato.

[11] In questa divertente trasmissione televisiva Carlo Lucarelli affronta, con l’apparente serietà del conduttore di Blu Notte, le ricorrenti stronzate che costellano la storia del rock: Jim Morrison che simula la propria morte, David Bowie unico sopravvissuto di una setta di vampiri fondata da Andy Warhol, la morte di Paul McCartney, il complotto CIA per uccidere tutti i cantanti con la J (Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones), ecc.

[12] “Merda”, per inciso, è una parola che Saviano, sia in Gomorra che nel resto dei suoi scritti, usa con molta parsimonia, e solo una volta («uomini di merda», G p. 143: peraltro per riportare un’intimidazione altrui) riferita a esseri umani.

[13] È bene precisare che la produzione scritta dell’autore di Gomorra, prima e dopo il libro, se integralmente stampata costituirebbe un volume di oltre 600 pagine; il corpus degli scritti di Roberto Saviano ammonta dunque a poco meno di mille pagine a stampa. Marco Travaglio ha scritto che «occorrerebbe un’analisi informatica delle ricorrenze e concordanze nell’intero corpus letterario e giornalistico dello scrittore» (Il Fatto, 17 giugno 2010): noi, prima di iniziare a scrivere questo testo, l’abbiamo fatta.

[14] Frequenti sono in Campania i sequestri di fabbriche clandestine di Hogan “false”: un opificio di 200 mq ad Aversa nel settembre 2008, un altro a Maddaloni nel settembre 2009, un terzo tra Aversa e Lusciano, contenente materiale del valore di 200.000 euro, il 1 giugno scorso. Di un killer con le Hogan ai piedi Saviano scrive in un articolo citato dallo stesso Dal Lago (EdC p. 85).

[15] «”Né di destra, né di sinistra”. Di questa definizione, da tempo utilizzata a piene mani dalla destra e dalla sinistra appunto, abbiamo imparato a diffidare. […] Accade ora che questa stessa espressione venga impiegata dall’imponente movimento di studenti, insegnanti e cittadini, che da settimane attraversa tutto il paese, per descrivere se stesso. Ma rovesciandone interamente il senso. […] Il conflitto “né di destra né di sinistra” che ha invaso scuole, università e piazze di tutta Italia comincia a trasformarsi in un incubo tanto per la maggioranza di governo quanto per le ombre dell’opposizione parlamentare. Dietro quell’espressione, fin qui tanto apprezzata dai moderati, si manifestano questa volta contenuti di libertà», Marco Bascetta sul manifesto, 29 ottobre 2009.

[16] «Quelli che Gomorra è sbucato dal nulla», Carmilla, 30 novembre 2008; «Sinistra rancorosa, perché te la prendi con Roberto Saviano?», Liberazione, 2 dicembre 2008; il titolo (redazionale) di Liberazione assume oggi l’aspetto di una profezia autoavveratasi.

[17] È peraltro vero che il professor Dal Lago per un verso si appropria di qualunque obiezione rivolta ai diversi critici di Saviano, quasi possedesse l’esclusiva di questo atteggiamento; e dall’altro, usa più volte espressioni e argomenti, talvolta in modo quasi letterale, già letti altrove: che Gomorra sia un misto di invenzione e di cose già note lo si era già letto su Il Velino, l’agenzia di stampa di Lino Jannuzzi e Daniele Capezzone; la critica alla pagina sul container pieno di cadaveri cinesi era l’unico contenuto della stroncatura (scritta con la consueta misura e sobrietà) di Gian Paolo Serino sul Domenicale di Marcello Dell’Utri; gli «amici e conoscenti» che sono d’accordo con le critiche a Saviano, ma invitano a lasciar perdere il libro (di cui parla il professor Dal Lago, EdC p. 20) li avevamo già letti sul blog di Massimo Del Papa, un altro giornalista ossessionato da Saviano (ma, va riconosciuto, di ben altro spessore intellettuale); e sullo stesso blog si sono lette dichiarazioni molto simili a questa: «mi chiedo chi rispetti di più, in ultima analisi, lo scrittore perseguitato dalla camorra: chi lo prende sul serio, discutendolo anche polemicamente, o chi si genuflette davanti alla sua icona» («Il diritto di criticare l’icona Saviano», manifesto, 3 giugno 2010).

[18] Il professor Dal Lago trovò “generico” questo riferimento: per sua informazione, lo schema (uno dei due soli presenti nel libro) è a p. 513 del volume (Adelphi, Milano 1976).

[19] Intervenendo sul blog Militant, Wu Ming 1 ha scritto che «Saviano su certi temi (soprattutto in politica estera) ha posizioni che noi tutti qui giudichiamo sbagliate. E alcune sue prese di posizione vanno sicuramente criticate. Ma dobbiamo accettare il fatto che le persone sono complesse, non possiamo pretendere dal 100% delle persone il 100% di coerenza rivoluzionaria sul 100% degli argomenti. […] Ogni volta, a seconda del contesto, dobbiamo sforzarci di individuare qual è la contraddizione principale, e quali quelle secondarie. Se nel contesto sudamericano una persona è coerentemente contro l’imperialismo, mi importa poco, sul momento, se è reazionaria in tema di aborto. Certo, su questo lo criticherò, ma senza trascinare nella critica la sua militanza anti-imperialista».

[20] Lo stesso titolo Gomorra avrebbe questa funzione: «con la semplice sostituzione di una sillaba, da un mondo criminale specifico, la camorra, siamo trasportati di colpo nel regno del Male». Adriano Sofri gli ha fatto presente che per l’origine del titolo bastava arrivare, nella lettura, fino a p. 264 di Gomorra, dov’è riportato il testamento spirituale di don Diana.

[21] «Nella testa dei killer di Gomorra», Repubblica, 18 gennaio 2009. Il professor Dal Lago lo retrodata però al 2008 (EdC p. 113, nota 26).

[22] «Il desiderio di “educarsi” conoscendo un modo di vita che si ritiene superiore al proprio, il desiderio di innalzare la propria personalità proponendosi modelli ideali, il desiderio di conoscere più mondo e più uomini di quanto sia possibile in certe condizioni di vita, lo snobismo, ecc. ecc.»: Antonio Gramsci, «Sul romanzo poliziesco», in Letteratura e vita nazionale, Q. 21.

[23] Ad esempio: parlando di Manituana, si legge che gli indiani Mohawk «figurano come protagonisti di una storia possibile o parallela, che però perde ogni connessione con l’attualità» (EdC p. 146-147).

[24] Dopo aver sostenuto, sulla scorta di due righe in cui si ricorda un viaggio al Sud, che il romanzo toccherebbe «le corde di quel mondo giovanile […] che, negli ultimi decenni, ha immaginato l’evasione in un Eden inesistente», alla Salvatores, il professor Dal Lago deduce un finale consolatorio attribuendo ai Ramones la canzone finale (EdC p. 144) What a Wonderful World. Se mai c’è stato un narratore esplicitamente anti-salvatoresiano, questi è De Michele (basti pensare alla pagina su Milano, ricalcata sulla pagina “napoletana” di Fratelli d’Italia di Arbasino, in Tre uomini paradossali): nei romanzi di De Michele non ci sono né fuggitivi né elogi della fuga, non c’è alcun Eden, e non c’è la borghesia annoiata e nostalgica di Salvatores; quanto alla canzone, che al più sarebbe di Joey Ramone (ma non era possibile che i protagonisti la ascoltassero nel 1998, anno in cui è ambientato il romanzo), è scritto ben due volte (pp. 584, 587) che si tratta della versione, tutt’altro che consolatoria o ironica, di Nick Cave e Shane McGowan.

[25] È notizia di questi giorni, annunciata sulla testata on line della destra teo-con L’Occidentale, che il professor Dal Lago si accinge a scrivere «un altro libro in cui parlerò del “caso” sollevato da Eroi di carta».

[26] Nichi Vendola, «Vi dico chi sono i nemici di Saviano», Liberazione, 16 ottobre 2008 (citato dal professor Dal Lago con data errata).

 

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di Alessandro Dal Lago – il manifesto, 17 giugno 2010

 

 

Severino Cesari («Non prendiamocela con una fiaccola nel buio», il manifesto 11 giugno) entra nel merito del mio «pamphlet» sul fenomeno Gomorra-Saviano e lo stronca in base ai miei errori fattuali. In sostanza, avrei riportato cose che Saviano, in Gomorra e altri testi, non dice. Da qui, evidentemente, l’infondatezza di quanto scrivo. Come è detto in una delle amabili e-mail non firmate che ho ricevuto (e che ovviamente conservo gelosamente), le mie sarebbero tutte «stupide fandonie», ecc.

Si rassicurino tutti i lettori indignati: non ho alcun problema a confessare i miei delitti cartacei. Eccone alcuni. Come Cesari mi rimprovera, è verissimo che, laddove Saviano scrive «stivaletti», io cito «stivali». Chiedo venia. Vuol dire che un giorno o l’altro, se Cesari vorrà, in un pubblico dibattito discuteremo sulla classe logica degli oggetti «calzature». Uno «stivaletto» appartiene alla classe «stivali», come io malignamente faccio intendere, o «scarpe sportive», come ritiene Cesari sulla scorta di Saviano? Il dibattito sarà senz’altro appassionante.

Secondo Cesari, inoltre, ho citato affermazioni di Saviano, riportate da un giornalista, in occasione di una «manifestazione anticamorra», e avrei dovuto citare «una trasmissione televisiva». Mi dichiaro touché, dottor Cesari. Se mai il mio libretto avrà una riedizione, correggerò con «dichiarazioni anti-camorra durante una trasmissione televisiva». È soddisfatto? Lei dice anche che io attribuisco a Saviano la parola «olocausto», a proposito dei morti di camorra, mentre invece è nel titolo di un articolo a firma Dario Del Porto. Qui, temo, è lei a essere un po’ frettoloso. Infatti, io cito esattamente l’articolo in questione, con tanto di nome del giornalista (Eroi di carta, p. 25, nota 11).

Mi fermo qui, perché a me le contro-critiche di Cesari sembrano solo considerazioni notarili, allo scopo evidente di emarginare i miei argomenti, evidentemente imbarazzanti. «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo?». Così recita un noto passo del Vangelo, che mi sembra assai pertinente in queste discussioni, e non su stivali o stivaletti, note a pié di pagina, titoli fraintesi e qualsiasi altra «fandonia», ma sul senso di Gomorra e dei suoi effetti, sulla straordinaria figura pubblica del suo autore, su gran parte dei media che ne assumono la difesa preventiva e censoria contro chicchessia e, di conseguenza, sulla cultura politica e letteraria del nostro paese.

Lei su tutto questo, caro Cesari, non ha detto proprio nulla. E voglio aggiungere, prima di passare a una cosa molto più seria, che io offro ai miei lettori citazioni assai estese degli scritti di Roberto Saviano e numerosi esempi del suo stile (che io ritengo mediocre, a torto o ragione, ma su cui lei glissa). Cito anche brani di interviste a Saviano, ma sì, che fino a prova (o smentita) contraria sono strumenti legittimi di lavoro per un critico. Almeno per uno, come me, che interpreta quello che legge, bene o male che sia, e lo cita, ciò che il Saviano «indagatore» del crimine organizzato non fa, almeno in Gomorra.

A proposito di pagliuzze, travi, «fandonie», interpretazioni, invenzioni e documentazioni, che mi dice della pagina iniziale di Gomorra, in cui si parla del famoso caso dei «cinesi che non muoiono mai»? Lei sa bene che l’incipit di un romanzo (o qualsiasi altra cosa sia Gomorra) è decisivo per creare la Stimmung, e cioè l’atmosfera emotiva, di un libro e quindi la sua verità presso i lettori. Ora, lei dovrebbe sapere che sia in un libro-inchiesta sui cinesi in Italia (da me citato, in Eroi di carta, p. 69, n.47), sia nel sito delle Associazioni dei cinesi in Italia (idem), la storia dei cinesi è stata giudicata semplicemente una leggenda metropolitana. E questo, per di più, in un paese in cui l’immagine degli stranieri non è esattamente rosea…

Io mi limito a ribadire: se Gomorra è un testo d’invenzione letteraria, lo giudicheremo – liberamente – in base al suo stile. Ma se è un testo che pretende di dire la «verità» fattuale o morale su Napoli, il crimine, la camorra ecc., la storia dei cinesi getta un’ombra lunga sulla sua «verità». E quindi mi aspetto, prima o poi, delle risposte, magari da lei, sulle domande tipiche del buon giornalismo d’inchiesta: «chi», «quando», «dove»? Ecco il problema dell’ambiguità della narrazione in Gomorra, se uno ha letto veramente quello che ho scritto.

Lei, dottor Cesari, è nel suo pieno diritto di ignorare gli argomenti sostanziali di Eroi di carta ed estrarre le pagliuzze dai miei occhi. Ma io sono nel mio, quando confermo che nel saggio si discute soprattutto del rapporto tra un testo e l’apparato retorico, editoriale e mediale che l’ha fatto proprio.

Ma vi si discute anche della povertà di idee della sinistra italiana e, naturalmente, di letteratura. Per inciso, solo i moralisti da prima pagina (che esistono solo in Italia) possono aver frainteso il titolo del mio saggio per un insulto a Saviano, mentre è il rimando alla mia riflessione sul significato dell’eroismo in una cultura governata dai media (in cui rientrano, appunto, anche i bestseller «letterari»).

Questa polemica, così come si è sviluppata, è durata abbastanza. È partita dall’ingenua esecrazione di chi ha ordinato di non leggermi, con l’evidente effetto opposto. E anche la sua «lettura», dottor Cesari, non aggiunge molto: è la comprensibile (ma solo in Italia) stroncatura, da parte di un editore, di chi critica un proprio autore.

Ma, al di là delle polemiche, il caso Gomorra-Saviano, in termini mediali, resta di grande interesse e invita a ulteriori ricerche e riflessioni. Perché non si tratta tanto di «una fiaccola nel buio», come è titolato il suo pezzo contro di me, quanto di un faro abbacinante che illumina non tanto la «realtà» della camorra, quanto il paese culturale e mediale in cui viviamo.

 

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di Helena Janeczek – Nazione Indiana, 14 giugno 2010

 

 

Premessa:

Un piccolo libro contro Roberto Saviano edito dal “Manifestolibri” ha scatenato una discussione sulle pagine del “manifesto” e altri giornali, trovando un’ampia eco, prevedibile e positiva, sulla stampa di destra. Alessandro Dal Lago, l’autore di Eroi di Carta, e il suo editore Marco Bascetta hanno rivendicato il diritto di criticare Saviano da sinistra, mentre molte altre firme, inclusa la stessa direttrice del “Manifesto” Norma Rangeri, hanno difeso l’opera e l’autore di Gomorra. Non mi interessa, in questa sede, difendere Saviano perché sta pagando un prezzo personale alto, perché lo hanno più volte minacciato i Casalesi, perché sta decisamente antipatico al capo del nostro governo fresco di legge-bavaglio che è anche il suo editore e il mio datore di lavoro. Voglio soltanto mostrare com’è fatta quella che Bascetta definisce un’analisi “seria, rigorosa, e diffusamente argomentata”. Analizzando a mia volta un testo, lavoro che, se gli argomenti e riscontri sono validi, resta tale anche se fossi la mamma di Saviano o l’amministratore delegato della Mondadori.


La bandella di Eroi di carta promette che “Dal Lago cerca di venire a capo del fenomeno Saviano-Gomorra analizzando esclusivamente ciò che l’autore ha scritto.” Non è così. Oltre la metà delle citazioni riportate a blocchi, non appartengono alla produzione da lui firmata. Per rigore di metodo bisognerebbe distinguere nitidamente i pareri di caio e tizio su Saviano, ciò che Saviano ha detto- per esempio in un’intervista- e ciò che Saviano ha effettivamente scritto. E’ soprattutto l’introduzione a pullulare di questo uso arbitrario dei materiali e questo non stupisce, visto che sono le prime pagine a predisporre tutto il clima del libro.

In apertura si presenta, in prima persona, un docente universitario di sociologia della cultura – ossia una voce autorevole- che parla ai suoi studenti dei rapporti fra letteratura e media. Gli studenti si irrigidiscono quando dice di voler prendere in esame Gomorra sotto questo profilo. “Uno studente alza la mano. “Non si metterà anche lei a crocefiggere Saviano?”, mi chiede. “Un momento”, rispondo, “chi lo crocefigge, a parte ovviamente i camorristi? A me sembra che esista un movimento d’opinione unanime a sua favore. D’altra parte, lo stesso Saviano ha dichiarato di muoversi a suo agio nei media e anzi di voler lanciare una moda”. E leggo un passo di un articolo su una manifestazione anticamorra a cui ha partecipato lo scrittore”. Segue il passo da un articoletto senza firma uscito su Repubblica all’indomani del primo speciale di “Che Tempo che fa”.

“Saviano ha parlato a lungo e con cruda chiarezza. Lui stesso si è definito una “operazione mediatica”, nata e portata avanti perché si conoscano gli orrori della camorra e si capisca che riguardano tutti. Il suo “sogno” è che la lotta alla criminalità organizzata diventi una vera e propria moda. E’ quello che “i grandi editori, le televisioni, trovassero un punto comune, anche conveniente. Perché non creare una moda?”

Persino senza ricostruire tutto il contesto dell’intervista in cui Saviano parla a più riprese del suo rapporto con i media e andando a rintracciare solo il passaggio dove usa la parola “moda”, si scopre che le sue parole erano altre. “Perché non deve essere anche conveniente combattere questi poteri, perché non bisogna anche creare una moda di combattere contro di loro, perché dobbiamo sempre essere minoritari e marginali?”, ha detto Saviano. Un “noi” che allude a una collettività antimafia di cui Saviano si sente parte, un “bisogna” che si riferisce ai meccanismi mediatici nominati prima, non a una volontà in prima persona; “moda” pronunciato solo una volta, nessuna traccia di termini o metafore corrive come “sogno”, “orrori”, “vera e propria” e simili. Perché allora Dal Lago usa una fonte di seconda mano, perché parla di una generica “manifestazione anticamorra”, senza precisare che si trattava di un programma televisivo? Per faciloneria? Possibile? Se uno sociologo delle comunicazioni non tiene conto della differenza fra un discorso pronunciato davanti alle telecamere o in una piazza, se non distingue un riassunto fatto da altri dal testo originale, che serietà può avere il suo lavoro? Ma dato che una nota ci restituisce il titolo del articolo citato- “Il monologo di Saviano in tv: non sono solo in questa battaglia”- diventa quasi impossibile credere che si sia trattato di una svista. Allora è quasi inevitabile concludere che Dal Lago abbia citato il pezzo di “Repubblica” perché si prestava meglio al discorso che lui stesso intendeva fare. Per imporre una leggera distorsione alle parole di Saviano, attribuirgli una certa coloritura, e forse così far passare anche più liscia l’affermazione che con lui ce l’abbiano solo i camorristi. L’ultima uscita di Berlusconi su Gomorra è successiva alla chiusura del suo libro, ma c’è ne era già stata una precedente di cui Dal Lago tace. Ignora le intervista fatte più volte ai ragazzi e altri abitanti di Casal di Principe, e si sente esentato di andare a sentire qual è l’opinione corrente su Saviano. Gli unici nemici non camorristi che gli vengono concessi, ma solo en passant e a singhiozzo, sono Bruno Vespa, Licio Gelli, e Fabio Cannavaro. Bruno Vespa non ha mai espresso nulla contro Saviano e probabilmente Dal Lago lo confonde con Emilio Fede.

Questo “lapsus” come forse Dal Lago lo definirebbe, potrebbe essere un singolo, benché imbarazzante, errore di distrazione, se non apparisse tanto forte il sospetto che non abbia preso in esame che i materiali di più larga circolazione in rete. Così nomina genericamente i blog di destra che “sfottono” o “punzecchiano” Saviano, ma nemmeno un articolo dello stesso tono uscito sui giornali vicini al presidente del consiglio. O afferma che “la critica mainstream, quella accademica, è invece abbastanza abbottonata” su Gomorra, salvo poi riportare molto più tardi un passo molto lusinghiero di Giulio Ferroni. Ma che l’autore di una canonica “Storia della letteratura italiana” condivida il giudizio positivo con critici come Goffredo Fofi, Romano Luperini, Mario Barenghi  o Walter Pedullà, questo non lo dice. Dal Lago preferisce ricorrere a un articolo di Tiziano Scarpa per sostenere che Saviano fa della camorra la tirannia per eccellenza. Ignorando “le altre mafie” o “gli immigrati che annegano a centinaia davanti a Lampedusa”.Come se Saviano non avesse scritto e parlato, dopo Gomorra, sempre anche delle altre mafie. Come se non fosse “intervenuto spesso a favore dei migranti con articoli e interviste, anche se la sua prospettiva…è quasi esclusivamente quella della lotta alla camorra o alle altre mafie”. Questo Dal Lago lo concede, per prudenza, in una nota. Ma le note chi le legge?

Saviano, passando attraverso il riflesso di alcuni scrittori amici, è diventato dopo poche pagine qualcuno che non scorge altro che camorra, ovunque. In un modo ossessivo e quindi dubitabile nei suoi contenuti. Quando va in Spagna vede non solo camorristi, ma anche approdare “sulle sue coste solatie”, turchi e afghani. Per dimostrare la fantasiosità dell’autore di Gomorra viene citata la trascrizione di un’intervista video fatta per il blog Café Babel: non in Spagna, come fa intendere Dal Lago, ma a Parigi, nel 2007. La presenza dell’infiltrazione camorrista in Spagna è qualcosa che emerge già in Gomorra, che torna in vari articoli di Saviano, nelle interviste e negli articoli per “El Pais”. E’ un dato incontrovertibile, suffragato dagli arresti di tanti boss campani di primo piano. Fra cui, in tempi recenti e con grande tam tam mediatico, il capo degli “scissionisti” – o “spagnoli”- di Scampia, Raffaele Amato. Nel passo precedente dell’intervista, non citato, Saviano ribadisce la presenza particolarmente forte della camorra in Spagna. Ma la scelta cade su un brano in cui ci sono accenni rapidi ai proventi del narcotraffico per finanziare gli attentati terroristici di Madrid, ai talebani che controllano oppio e eroina e la smerciano attraverso la Turchia e insieme alla recente rivolta delle banlieue francesi. Perché? Perché attraverso frasi dette “a ruota libera” si possa concludere “Ha mai svolto Saviano indagini su tante cose di cui parla, a parte la camorra?” E pure insinuare che persino sulla camorra non sia poi del tutto attendibile.

A questo punto, Dal Lago è pronto a negare ciò che soprattutto a sinistra costituisce il merito di Gomorra. “L’opinione corrente è che Saviano abbia rivelato in Gomorra i rapporti fra crimine ed economia globalizzata.(..) E tuttavia non può essere ridotta a un’equazione leggibile nei due sensi. Che la camorra, come la mafia e la ndrangheta si globalizzi e investa in tutto il mondo non significa che l’economia globale sia camorrista”. Ma chi lo dice? Gomorra? Saviano? L’opinione corrente a sinistra? Dal Lago stesso ci presenta questo antico trucco da sofista per contestarlo e dire che tale rovesciamento riduce “tutto a una questione di lotta contro il Male”.

Ecco pronto il Saviano in versione Dal Lago. Non più l’autore che ha cercato di mostrare come l’economia criminale dominante su un territorio incida – marxianamente- sulla vita, la coscienza e la cultura di chi lo abita e come crei condizionamenti lontanissimi. Non più l’articolista o il personaggio pubblico che ha continuato a ribadire l’importanza di cambiare soprattutto le regole dell’economia per poter venire a capo del problema. No, Saviano è colui che si propone come eroe e martire, latore di una visione manicheista, fumettistica, reazionaria. Questo campione del Bene contro il Male usa metafore grossolane, “soprattutto “peste”, parola con cui Saviano ama sintetizzare quello che succede in Campania”, “un’immagine che chiama in causa untori e appestati”, afferma Dal Lago. Peccato che in tutto il corpus degli articoli di Saviano, la parola “peste” ricorra solo tre volte (in Gomorra non appare proprio) e in tutte e tre si riferisca esclusivamente agli effetti devastanti dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici. Questo Dal Lago dovrebbe saperlo, visto che più avanti cita uno di questi articoli, salvo poi usarne il titolo su “Repubblica”- “Imprese, politici e camorra: ecco i colpevoli della peste”- per ribadire attraverso quel “colpevoli” la sua tesi sugli untori, mostri e orchi onnipresenti. E sottace, al contempo, una cosa altrettanto risaputa, ossia che i titoli li fa il giornale.

Tornando all’introduzione, dalla “peste” presuntamente ricorrente in modo indiscriminato in Saviano, il passo è breve per denunciare che “non ci si rende conto che definire olocausto gli ammazzamenti di camorra significa violare ogni senso delle proporzioni, e quindi vaporizzare i fatti nelle iperboli?” Bisogna un’altra volta andare alle note per scoprire che questo piccolo “ci” impersonale, non si riferisce a nessuna parola scritta o detta da Saviano, bensì a un testo di Dario del Porto, del quale, tra l’altro, manca la precisa indicazione bibliografica.

Quel che Dal Lago imputa a Saviano nella parte dedicato a Gomorra, ossia confondere l’io narrante, l’autore, la persona reale e il personaggio pubblico-mediatico, è una prassi che non solo coltiva, ma persino supera: confondendo ciò che viene detto su e o intorno al suo oggetto con ciò che lo stesso Saviano ha detto e scritto. E quando, infine, si accinge a prendere in esame il testo, lo fa in maniera tanto arbitraria e selettiva, da ribaltarne il senso con esiti fra lo sconcertante e il ridicolo. Citando un passo esemplare dello stile “feuilettonistico”, giunge a dire: “non le merci globalizzate, ovvero la merda cinese, sono al centro del primo capitolo, ma i cinesi di merda.” Una decina di riga sulle flatulenze degli uomini di Xian, contro un capitolo intero che dipinge l’arrivo in porto, il stoccaccio, e la distribuzione delle merci contrabbandate. Per non parlare delle vicenda della ragazzina cinese, raccontata nel capitolo successivo, che in quanto clandestina non poteva denunciare il suo molestatore italiano che alla fine l’ha trucidata e gettata in un pozzo. Anche Zhang e gli operai suoi compaesani che la ricordano con una foto appesa in fabbrica, sono soltanto i “cinesi di merda” di un libro dal fondo razzista? Saviano dipingerebbe una subumanità, perché definisce “Minotauro” l’autista che porta il sarto Pasquale alla fabbrica di Terzigno. Così, da questo personaggio secondario si passa a un’affermazione generale: “D’altronde in Gomorra i criminali sono spesso descritti come animali.” Si tratta del boss Gennaro Licciardi detto “a scigna”- la scimmia- e del boss Nunzio de Falco detto “o lupo”, due sopranomi non certo creati da Saviano, giusto due fra la valanga di quelli che in Gomorra sono chiosati e citati. Sul testo, Dal Lago interviene anche con un procedimento ambivalente che imputa a Saviano. Procede per scovare il presunto inverosimile, a sua detta per ribadire che è cattiva letteratura, non per screditare la credibilità di ciò che viene narrato. Se questo poi è l’effetto che ottiene, può lavarsene le mani. Il vestito bianco indossato da Angelina Jolie nella notte degli Oscar del 2004 è un abito lungo a spalle scoperte e dunque non può essere quello cucito dal sarto Pasquale. Ma esiste pure un tailleur pantalone del 2001 che corrisponde alla descrizione fatta nel libro, cosa rilevata, tra l’altro, anche da diversi blog che ne riportano la fotografia. Si arriva persino alla meschinità di appigliarsi alle “scarpe sportive” del camorrista che testa la cocaina sui “Visitors” definite “stivali” un po’ più avanti. Peccato che in Gomorra sia scritto “stivaletto” e calzature definibili al tempo stesso “scarpe sportive” e “stivaletti” esistono: le “Hogan’s”, per esempio, che le fabbriche in nero campane producono a migliaia, come ha confermato anche un recente sequestro di merce contraffatta. E infine c’è l’accusa di aver descritto Annalisa Durante abbigliata con un vestito e non con i blue jeans, la sera in cui è stata uccisa a Forcella. Laddove il pezzo d’appoggio è tratto da “Casertasette”, una di quelle testate locali, seppure nella versione online, della cui imparzialità non sarebbe stato difficile diffidare. Recentemente, per esempio, ha fatto molta pubblicità a un film dal titolo significativo, titolando, per esempio: “Un camorrista per bene: Arriva film su balle di Gomorra”. Il testo dell’intervista su “Casertasette” dice che “Era ancora una bambina. Annalisa era ancora paffutella, senza ombra di trucco”. Appare evidente che chi sta parlando a nome di Annalisa- la curatrice del suo diario- vuole difenderne un’immagine a sua volta un po’ forzata. Annalisa era una bambina che non si truccava, non stava in strada per chiacchierare con un’amica e magari guardare i ragazzi. Dal Lago non si pone nessun dubbio, ma sente di dover rincarare la dose puntualizzando che Annalisa, nella primavera piovosa in cui è morta, non poteva essere abbronzata come racconta Saviano. Bastava fare una verifica sulle foto disponibili in rete per risolvere la questione della verosimiglianza almeno fisica. Tutte quelle più recenti ritraggono un’adolescente che non sembra più una bambina paffutella – come del resto a quattordici anni è normale- e in tutte Annalisa è abbronzata. Potrebbero essere state fatte in estate, ma si nota anche il lucidalabbra, le sopraciglia sistemate, e i lunghissimi capelli resi biondi da colpi di sole, probabilmente pure trattati con la permanente. Quindi, dato che la ragazza andava dal parrucchiere e dall’estetista, è davvero così improbabile che si facesse anche le lampade? Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i quartieri popolari napoletani, sa infatti che l’abbronzatura tutto l’anno è una caratteristica di molte ragazze (e anche dei ragazzi) che ci abitano. Tant’è vero che il film Gomorra si apre proprio in un centro estetico, anzi con l’immagine di una doccia abbronzante. Però Saviano scrive che aveva un vestitino che aderiva al corpo e non jeans, maglietta, scarpe da tennis, come vuole lo stereotipo della ragazza acqua e sapone. Quelle scarpe però, per la stessa ammissione di chi afferma che “Saviano riferisce dei fatti che sono inventati di sana pianta”, erano delle “Nike Silver dorate”. Ossia delle vistose scarpe di marca all’ultimo grido, mentre i jeans e le magliette che Annalisa indossa nelle foto riflettono anche esse l’immagine di una bella ragazzina che cura il proprio look: né più né meno di tante altre adolescenti italiane. Saviano ha senz’altro voluto riassumere in Annalisa Durante delle caratteristiche tipiche per le adolescenti dei quartieri popolari. Ma il suo ritratto è davvero più inverosimile, così più ingiustamente stereotipato, di quello fornito da Casertasette? Come può giudicarlo chi non verifica, non conosce il mondo descritto, e non sembra sentirsi neppure in dovere di farlo?

Insomma, alla fine viene implicitamente insinuata un’inattendibilità complessiva di Gomorra. Che finisce per ricadere anche sulle parti più saggistiche dove nel testo ci sono riferimenti a inchieste e altre fonti e la cui consonanza al fattuale è stata testimoniata da magistrati e altri esperti, oltre ad essere facilmente verificabile per chiunque voglia prendersi la briga. No, visto che Gomorra è privo di quelle note che in Eroi di carta svolgono la funzione delle parti scritte in piccolo di un contratto capestro, si può smentire il risvolto che presenta un libro – “scrupolosamente documentato”- (ancora una volta procedendo attraverso un paratesto)- e parlare di una “documentazione inesistente”.

Che poi Dal Lago trovi brutto lo stile di Gomorra va benissimo, anche se da un sociologo ci si sarebbe aspettati non principalmente una critica letteraria, ma soprattutto quell’analisi sociologica, culturale e mediatica che la bandella di Eroi di Carta annuncia. L’esigua parte dedicata a questo si concentra su testi e enunciati dai quali emergerebbero gli aspetti già dichiarati prima. Non un accenno a un po’ di ricerca sul campo, ma nemmeno un’analisi mediatica che tenga distinti piani, mezzi e strumenti comunicativi. Saviano – la persona, l’autore, il personaggio?- propone se stesso come eroe, definito come un cripto fascista, votato a una bipartisanship comoda e codarda. Che Saviano, dopo essere diventato sia un personaggio pubblico che un bersaglio sotto la protezione accordata dal ministero dell’interno, abbia denunciato con nomi e cognomi politici collusi persino presenti nel governo, – in primis Nicola Cosentino-, che il suo appello a Berlusconi per il ritiro del ddl sul Processo Breve contenga una frase come “Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei,”  questo è evidentemente trascurabile di fronte al fatto che abbia amato troppo un film come “300” o che una volta abbia menzionato Beowulf. L’articolo già nominato sui rifiuti tossici, contiene infatti il passo ”varrebbe la pena di ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: “il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla”. Queste le frasi citate da Dal Lago, alle quali seguono alcune omesse, con le quali il pezzo si chiude “Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.” Da qui in poi succede una cosa grottesca. La lente per guardare Saviano- qui e altrove- non è più il sistema politico-affaristico-mafioso denunciato, né la popolazione che subisce questa spoliazione, ma Beowulf e l’Orco. Nella settantina di pagine che seguono, il nome di Beowulf viene martellato per dieci volte contro quell’una sola in tutta l’opera di Saviano in cui l’eroe epico compare come il latore piuttosto occasionale di una citazione. E visto che forse Beowulf non basta per far passare la tesi che Saviano propone se stesso come moralmente superiore, ecco un altro pezzo dal quale emergerebbe esattamente questo, nonché in generale il suo qualunquismo in odor di destra. “Viene invitato a parlare a Roma3 dagli studenti dell’Onda, orientati a sinistra e comunque antigovernativi”. Seguono parole di Saviano sul voler essere deideologizzato nel parlare ai giovani delle questioni che riguardano la lotta alle mafie. Il passo sembra tratto da un articolo che riassume ciò che Saviano ha detto agli studenti. Invece si tratta di una nota d’agenzia Adnkronos riportata dal quotidiano Libero su un programma radiofonico in cui l’intervistato parla per mezz’ora dei suoi temi soliti, con un accenno all’incontro di Roma 3 che si sarebbe svolto l’indomani. Dal Lago dunque non fa un cenno a ciò che Saviano ha realmente detto agli studenti (anche in quel caso ci sono i filmati in rete). In più – ancora una volta- non confronta il testo riportato con il file audio della trasmissione. Saviano non afferma, come nella citazione riportata, “perché la battaglia sulla criminalità è una questione che, come dire, moralmente, viene prima di tutto”, ma il contrario. “Perché la battaglia sulla criminalità non è, come dire, una questione che moralmente viene prima di tutto”. Si può non condividere la decisione di Saviano di investire il ruolo pubblico in cui si è trovato della priorità (ma non esclusività) della battaglia antimafia. Ma attribuirgli che tale scelta sia dettata da un presupposto moralistico, è semplicemente falsificare non solo questo passo di intervista, bensì l’intera prospettiva in cui ha sempre posto la questione.

E non ha senso liquidarlo attraverso il “New Italian Epic” in cui, per rimpicciolirlo dopo averlo screditato, Dal Lago lo inquadra nell’ultima parte del suo libro. Il manifesto di Wu Ming è il tentativo di definire una tendenza a partire da materiali che preesistono e di cui Gomorra, a due anni dalla sua uscita, dovrebbe fungere da pilastro centrale. Non è – a differenza di altri testi citati – un noir dove un simil detective svolge la funzione dell’eroe. Tantomeno in Saviano esistono i mostri e gli orchi di Trecento o del Signore degli Anelli, incarnazioni di un Male sottratto all’economia, alla storia, alla politica, alla cultura. Rispetto al suo essere diventato personaggio mediatico, simbolo ed eroe, lo stesso scrittore ha ribadito più volte frasi come “io non voglio essere un eroe, perché gli eroi sono morti e io sono vivo. Io voglio vivere e voglio sbagliare.” Frasi di cui chiaramente non c’è traccia in “Eroi di Carta”. Quindi i meccanismi per cui, malgrado questo, incarna lo statuto dell’eroe, devono essere più complessi di quelli che Dal Lago fa risalire allo stesso Saviano. Che alla fine è pronto per essere paragonato a Berlusconi, diventandone la controfigura omologa, però “a sinistra”.

Questo è dove approda Eroi di Carta. Forse é da qui che dovremmo cominciare a porci delle domande. Domande che possono fare a meno di argomenti psicologici come l’invidia, la voglia di ritagliarsi una fetta di successo o di notorietà e altri analoghi. Resta il fatto che il presidente di una facoltà di sociologia della comunicazione, autore di saggi seri sull’immigrazione, è riuscito a pubblicare un pamphlet pseudoscientifico, senza controllo apparente da parte dell’editore che anzi ne ha difeso il rigore. O come bisogna chiamare un testo che si fonda sulla prassi di omettere e amplificare, ricorrere a falsi sillogismi, servirsi di fonti deboli e spurie come “prove”, confondere i piani, ridurre la questione Gomorra-Saviano ai più ristretti dibattiti per letterati? Scrivere su un fenomeno complesso un libro che semplifica e falsifica cos’è se non demagogia? Cos’è se non un altro esempio di un clima dove si ode solo chi avanza tesi riassumibili per slogan? Viene il sospetto che i meccanismi comunicativi della società dello spettacolo portati all’apice in Italia dal berlusconismo, siano un’”infezione” che attecchisce anche là dove ci si crede immuni. E’ questo ciò che ci serve? E’ questo a cui vogliamo somigliare?

 

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di Severino Cesari – il manifesto, 11 giugno 2010

 

 

Un testo con cui in molti hanno polemizzato (Adriano Sofri, Paolo Flores d’Arcais, Pierluigi Battista; e che lo stesso Dal Lago e il suo editore, Marco Bascetta, hanno difeso sul manifesto. Perbacco, perché mai non avremmo dovuto pubblicare una «decisa analisi critica (seria, rigorosa e diffusamente argomentata) di Gomorra?», sostiene con veemenza Bascetta, il 30 maggio. E: «Mi si critica non per quello che dico ma perché lo dico» sostiene e si lamenta Dal Lago (il 3 giugno).

Dal Lago, si rassicuri. Non mi interessa sapere perché lei «dice quello che dice»; può dire e scrivere tutto ciò che vuole. Mi interessa invece dare una buona notizia al lettore del manifesto: è proprio quello che lei dice a essere sbagliato. La sua non è una critica seria, rigorosa, documentata, nonostante abbia il suo bravo e impressionante – solo per chi non va a controllare – apparato di note. Anche perché in molti punti chiave il libro è basato, in modo imbarazzante, su ciò che Saviano non ha affatto scritto.

Fin dalla prima pagina, in tono leggero, lei dice ai suoi studenti, «lo stesso Saviano ha dichiarato di muoversi a suo agio nei media e anzi di voler lanciare una moda» (corsivo mio), e come prova legge un brano di giornale «su una manifestazione anticamorra cui ha partecipato lo scrittore». Peccato si trattasse non di una «manifestazione anticamorra» ma dello «Speciale» Che tempo che fa di Fabio Fazio del 25 marzo, che lei avrebbe potuto rivedersi con calma, perché Saviano ne ha tratto un Dvd e un libro. Con straordinario rispetto per le parole usate, in esso Saviano scrive appunto del senso profondo della parola contro la camorra, e dello strumento micidiale che usano le organizzazioni criminali contro i loro nemici, la delegittimazione: come nel caso di don Peppino Diana e di tanti altri. Altro che moda!

Il senso del «parlare contro» (contro le mafie) sta nella diffusione stessa delle parole, che porta con sé la possibilità per chiunque di trarre un proprio giudizio. E diminuire così quel dominio. E dalla parte di chi «parla contro la camorra» sta nella necessità che il suo parlare rimanga sempre autorevole, non inquinato, non delegittimato. E diventi soprattutto racconto, nuove storie condivise.

Eh, ma scrive – incredibilmente – lei poco dopo; «si rifletta un po’ prima di gridare ai quattro venti che tutto il male del mondo discende dai Casalesi. Una questione di proporzioni, insomma». Del resto, che altro si potrebbe «pretendere di più dall’eroe anticamorra»? In queste due frasette sciagurate, buttate là nell’«introduzione», si riassumono già le tesi che lei cercherà di dimostrare per tutto il suo saggio (lo definirei piuttosto un pamphlet polemico).

Prima tesi. Saviano è ossessionato dalla camorra, la vede ovunque; e se la si vede ovunque, che cosa si vuol nascondere? A chi si è funzionali con tutto questo raccontare storie di vittime e di orrori, ma anche di inediti pezzi di capitalismo, di vitalità selvaggia; che significherà mai voler «canalizzare la pubblica indignazione sugli orridi killer di camorra»? Già: che loschi scopi ci si prefiggono? Seconda tesi: Saviano – inteso sia come «io narrante» nella strategia compositiva di Gomorra, sia come autore del libro, sia come personaggio pubblico e persona vera – è nient’altro che «l’eroe anticamorra», malato di eroismo a tutti i costi, che è una roba di destra, e questo … spiega un sacco di cose, anche perché mai «Farefuturo» di Fini lo difende!

La prima tesi, che Saviano «veda solo la camorra», per così dire, la porta a prendere svarioni in quantità. Come si fa – si chiede lei sgomento – a definire gli ammazzamenti di camorra un Olocausto? Non si faranno «svanire i fatti nelle iperboli»? Peccato però che in Gomorra di Olocausto mai si parli; ne parlano invece il giornalista Dario del Porto… e il titolo di un suo pezzo su un quotidiano. Saviano non ne scrive. E perché poi, si chiede lei, Saviano nomina ciò che accade in Campania come «la Peste», alla Camus o alla Malaparte – ovvero come un Male assoluto e metafisico? Lei se lo domanda più e più volte nel libro, circa dieci: ma mai – vado a memoria – si nomina la Peste in Gomorra, e Saviano ne parla comunque in tutto ]due o tre volte nei suoi articoli e sempre a proposito dei rifiuti tossici che avvelenano la Campania. Una metafora questa, del tutto condivisibile direi.

Certo, se poi uno è ossessionato dai Casalesi e vede solo quelli, sarà normale che, parlando ai ragazzi dell’Onda a Roma 3, possa uscirsene con una frase come questa: «La battaglia sulla criminalità è una questione che, moralmente, viene prima di tutto». Se avesse controllato il file audio (sul sito di Radio3) della mezzora di manifestazione, avrebbe sentito distintamente il contrario: «Perché la battaglia sulla criminalità non è, come dire, una questione che moralmente viene prima di tutto» – il che nega alla radice il suo presupposto, gentile professore. Come in mille altre occasioni del libro. Lei è capace di rifiutare il binocolo di Saviano per tenersi la sua miopia: vede solo «luoghi comuni nazionalistici» là dove Saviano – partendo da ciò che chiama il territorio, ovvero da una sorta di «ricerca sul campo» alla quale era solito dedicarsi quando poteva muoversi – scopre una inedita globalizzazione delle vittime: la scopre nei soldati italiani in Afghanistan, i quali per scampare ai narcotrafficanti campani, finiscono sotto il fuoco di altri narcotrafficanti, che riforniscono i primi. Non c’è una storia globale della guerra americana! Ma proprio Saviano la doveva scrivere? Ne è sicuro? E fa ironia sulla diffusione della camorra in Spagna riportando brani di intervista un po’ confusa – non uno scritto di Saviano! – e dimenticando interi nitidi pezzi di Gomorra, se l’ha letto davvero, sugli «Spagnoli». Inoltre, non è per niente «verissimo che Bruno Vespa ha fatto battute ingiustificabili su Saviano»: era Fede. E così via. Alla faccia della critica seria e rigorosa su ciò che l’autore ha scritto. Ma lei, professor Dal Lago, non voleva occuparsi del vero Saviano: doveva fabbricarsene uno tutto suo, che giustificasse quella cinica, sconsolata visione di «nulla di nuovo sotto il sole» così tipica della sinistra sconfitta, che cerca da tempo di ricondurre ogni cosa al proprio nichilismo. E può ignorare, considerandolo rassicurante e confortevole, anche chi scopre una dimensione inedita del conflitto. Chi ci fa conoscere una realtà prima sconosciuta, che arricchisce e completa il quadro: non lo sostituisce, né lo cancella.

Ma è l’altra sua tesi quella forse più aberrante, perché indica una totale incapacità di leggere Gomorra, fino a rischiare di minarne la verità poetica e conoscitiva, e dunque il suo valore. Non mi riferisco a dettagli farseschi come l’accusa di sciatteria perché prima si nominano «scarpe da ginnastica» poi «stivali» (ma si sbaglia lei, Saviano conosce le scarpe dei camorristi e scrive di stivaletti, non di stivali) o a fraintendimenti del testo, della sua profonda e anche allucinata visionarietà (i cinesi dell’inizio, mitologici, che diventano poi però del tutto veri nei palazzi sventrati per far posto alle merci) e così via. Ciò che lei «rivela» come risultato di una clamorosa detection critica e, di più,come un esemplare smascheramento letterario – che cioè, alla fin fine, è Saviano stesso l’«eroe» implicito nella narrazione – costituisce in realtà il presupposto stesso del libro, il suo punto di partenza. Il lettore si fida, e si affida all’ignoto, proprio grazie a quella prima persona che gli dice, io c’ero, io ho visto, io so e ne ho le prove: e che interviene sempre quando la sconvolgente materia «documentale» rischia di eccedere, di non risolversi in storia. Ma attenzione. Quella figura di ragazzo proiettata dal testo, che va in scooter e si precipita sulla scena di un ammazzamento seguendo le frequenze della polizia, quel ragazzo che introduce il lettore «dentro» le situazioni, utilizzando al momento giusto anche la fiction, l’invenzione là dove diventa quasi correlativo oggettivo di quanto prima narrato; quella figura fa vivere al lettore la Campania del Sistema come una rivelazione assoluta, perché matrice di energie capitalistiche pure, che vanno a innervarsi nel mondo globalizzato – e diventano sogno di dominio, rimanendo schifo e miseria – mentre il lettore pensava che tutto questo non lo riguardasse, che non si parlasse della sua vita, che si trattasse di stanchi e ridicoli guappi e non di imperi.  Certo che quel ragazzo-Saviano è «l’eroe» della narrazione! Ci mancherebbe. Ma lo è solo in un banale senso tecnico: è l’occhio del libro e del lettore. Il suo «protagonismo» consiste unicamente nel vedere, nell’osservare, nell’esserci, nell’essere «lavorato» e trasformato da ciò che accade. Ovvero da ciò che è poi il «protagonista» vero, ciò che si svela, conoscendolo. L’eroe-osservatore mai fa accadere le cose, di fondo si limita a «raccordare» le scene. Non è affatto, in questo senso, la figura di un «militante» anticamorra: non è un protagonista malato o ossessionato di eroismo. Quando entra nella villa sequestrata di un boss ha paura fisica. A volte è persino contiguo a ciò che racconta. Non è un eroe in quel senso lì, alla Beowulf (altro personaggio di cui Dal Lago si è follemente innamorato, e lo appioppa a Saviano ogni volta che può). È invece il giusto che apre gli occhi e vede. È il cantore. O il cantastorie. O se preferite, una persona che fa ricerca sul campo, mettendosi in gioco. È Orfeo, forse cieco come direbbe Wu Ming 2, perché oggi questo solo può essere Orfeo, se vuol tirar via qualcosa dall’Inferno. È una figura della debolezza, del limite e della responsabilità, concetti che Dal Lago conosce bene; ma assolutamente non del potere.

Confondere volutamente l’«eroe» del romanzo, inteso come figura della narrazione, con «l’eroe» militante in cui è obbligato a trasformarsi Roberto Saviano per le circostanze dentro le quali è costretto a vivere, non il narratore di Gomorra ma l’uomo in carne e ossa, è una banalità. Peggio, è futile. Vuol dire compiere in malafede una acrobazia dialettica per mettersi in mostra e dimostrare che nulla è accaduto, che anche gli altri sono saltimbanchi. Sulla pelle di chi non può difendersi. Sulla pelle di chi conduce una vita disperata e senza luce, riuscendo tuttavia ad accendere una luce costante su un punto prima cieco del nostro sviluppo, a studiarne e rivelarne le innervazioni con la carne e i sentimenti, con i vestiti e i motori, il cemento e le armi, i vasti traffici e il veleno che è diventato il mare, da grande scrittore. E non è certo colpa sua se fuori da quel cerchio di luce, il buio rimane fitto.

Saviano non ha scritto Gomorra per accreditarsi, per trasformarsi in una «bolla mediatica», in un eroe anticamorra a tempo pieno: quel che ha fatto è prendere la parola, come già tanti altri «eroi involontari» da lui raccontati, i protagonisti più commoventi delle sue storie, quelli ai quali va in modo più naturale l’empatia dello scrittore, la capacità di renderceli indimenticabili mentre neanche ne sapevamo i nomi, e ora invece li sentiamo come il fondo dell’umano: Annalisa o Dario Scherillo o Peppino Diana. E questo è bastato per farne un bersaglio.

Illuminiamo il resto del buio, anziché indicare come nemica la sua fiaccola accesa, scuotendo la testa. Saviano non ha bisogno di essere eroe, ma scrittore, e perciò deve condurre – per ora, ma fino a quando? – una vita ferocemente eroica, ed è questo il tragico paradosso che solo la vicinanza, la fratellanza (la critica fraterna) e il comune sentire possono eventualmente attutire; ma non è affatto certo.

 

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di Alessandro Dal Lago – il manifesto, 9 giugno 2010

 

 

Cara Norma,

nel darti atto della correttezza con cui hai espresso il tuo dissenso dalle mie posizioni sul manifesto del 6 giugno, sottraggo un po’ di spazio al nostro giornale per alcune osservazioni di contorno («minuzie», diresti tu) sull’affaire sollevato dal mio libretto. Dici che Saviano è un bene comune. Ora, il concetto è variamente definito nelle scienze umane, teologiche e sociali: per esempio, nel gergo economico popolare significa più o meno una risorsa a disposizione di tutti (come l’acqua, l’etere, ecc.), mentre Paolo VI, nell’enciclica Gaudium et spes, lo definisce «insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Insomma, l’idea è questa e mi sembra che il tuo punto di vista – date le reazioni al mio saggio – sia condiviso da un arco che va dalla stampa di opposizione di sua maestà Berlusconi (La Repubblica, Il fatto quotidiano, L’espresso), a quella, diciamo così, centrista (Pigi Battista sul Corriere della sera), passando per Veltroni, Vendola e Violante, sino ai finiani, per non parlare di premi Nobel, studiosi di metafisica, ecc.. Se dunque lo schieramento che sorregge il nostro «bene comune» è così massiccio, direi costituzional-mediale, come mai il mio libro ha sollevato un tal putiferio? Se vi si tratta solo di minuzie, o se è «mediocre», come sostiene un nostro lettore, perché giornalisti di cronaca, direttori di quotidiani e conduttori di talk show si affannano coralmente a esecrarlo? Se la mia posizione è «ideologica», come definire il boato maggioritario che la condanna? Prima o poi, qualcuno risponderà a queste domande. Per il momento, presento la mia ipotesi, ovviamente ideologica. Non sarà che dietro il «bene comune» si stia prefigurando uno schieramento politico-culturale molto, molto consensuale che prepara il nostro futuro? E che dunque, nella mia ingenuità di sociologo che si immischia di letteratura, ho toccato un nervo scoperto? Infine, una precisazione. Non sono io a sostenere che Saviano si ispira alla destra romantica (Pound, Evola ecc.). Lo dice lui, in un’intervista su Panorama che io cito in dettaglio e che, a suo tempo, ha suscitato la reazione di Vincenzo Consolo. Quanto ai nostri lettori che, come Flores d’Arcais, si attengono alla massima: «Non l’ho letto, ma l’idea mi fa schifo…», non posso che rimandarli a una battuta di Groucho Marx: «Dal momento in cui ho preso in mano il libro, fino a quando l’ho rimesso a posto, non ho smesso di ridere per un solo momento. Un giorno ho intenzione di leggerlo».

 

Caro Alessandro,

criticare Saviano e scatenare il putiferio mi sembra normale. I giornali ne scrivono, i nostri lettori ne discutono. Continuo a considerare sbagliato l’oggetto della tua critica, ma inevitabile e necessario entrare nel merito del tuo libro, polemizzare. Quanto ai simboli, beh sono sempre esistiti, nutrono l’immaginario e catalizzano le passioni. Saviano è, suo malgrado, un simbolo forte anche perché rischia la vita. Chi crede nella sua battaglia civile, come capita a molti e fra questi tanti ragazzi, si è sentito colpito direttamente dalla tua critica. Non vedo in questo nessuno schieramento preconcetto, piuttosto la reazione a difesa di una battaglia contro le mafie. Quanto all’ideologia ne pavento l’overdose, l’abuso che sfocia nel «benaltrismo», non certo l’avere una visione del mondo, necessaria per cambiarlo (o anche soltanto sognarlo).

n. r.

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INTERVISTA A DANIELE SEPE

di Giovanna Ferrara – gli Altri, 8 giugno 2010

 

 

Al grido di “Gomorra è l’icona di una maniera di guardare al problema criminale in maniera benpensante” Daniele Sepe, “musicista e comunista” napoletano, è uno dei relatori del dibattito che da giorni sta impegnando la sinistra sul tema “L’intangibilità di Saviano”. A mettere sul campo l’argomento un pamphlet di Alessandro Dal Lago, “Eroi di Carta”, con il quale l’antropologo avanza alcune critiche sullo stile e sui contenuti di Gomorra: una rappresentazione della criminalità priva di sfumature, una teatralizzazione del soggetto narrante troppo vicina alla marmorizzazione, uno stile a volte ingenuo.

“Le argomentazioni di Dal Lago le trovo corrette, ma sono i soggetti di uno studioso- ci dice Sepe. Io penso che della camorra se ne sia data un’interpretazione eccessivamente classista, come se il problema riguardasse solo una parte sociale. I colletti bianchi quante volte sono tirati in mezzo nel libro di Saviano?”. E’ proprio ai colletti bianchi l’irriverente sassofonista dedica una canzone del suo ultimo cd “Fessbuk- buonanotte al manicomio” (etichetta Manifesto), traduzione in bellissimo jazz di temi discussi sul suo profilo della più nota piazza virtuale: “Certi fenomeni, e tra questo sicuramente quello camorristico, nascono perché sono funzionali al sistema, basato su una società del consumo. Si vive per consumare. Di queste sottigliezze non ci sta traccia nel libro, dove, invece a piene mani, si attinge alle ricette che piacerebbero persino a un elettore del movimento sociale. Più carcere duro, più ergastoli, più operazioni di polizia. Più legge, più ordine. E’ questa la bussola interpretativa della sinistra radicale? Non è meglio fidarsi di Brecht, secondo cui la fondazione di una banca è più grave della sua effrazione?”.

Non si tratta solo di provocazioni. E, se lo sono, hanno il merito di superare i confini del “gomorrismo”. Si tratta infatti di questioni identitarie, di spettri capaci di fare da specchio a una sinistra che si trova tragicamente senza alfabeto. C’è la condanna a Dal Lago di Luciano Violante, che parla di icona violata, l’appello lanciato sul “Fatto quotidiano” a dedicarsi ad altro, invece di leggere “Eroi di Carta”, buono solo a screditare. C’è l’editoriale di Norma Rangeri sul Manifesto, che sembra quasi una lettera di scuse al popolo di sinistra per aver pubblicato sia Dal Lago che Sepe sotto la propria etichetta.

Da un lato c’è chi propone con forza l’assioma in base al quale ogni critica a Gomorra si traduce in una delegittimazione immotivata e crudele, soprattutto perché destinata a Saviano, che, intanto, vive in una specie di esilio. Dall’altra chi afferma la propria libertà di critica, facendo notare che gli eroi solitari sono utili più a creare martiri che impegno politico. Che Gomorra è arrivato al grande pubblico anche grazie a un sottofondo populista fatto molto di giustizialismo facilmente spendibile. I toni sono stati spesso aspri, ma hanno avuto il merito di rianimare l’agenda di una sinistra troppo affollata, nei temi e nei modi, da suggestioni della destra.

A Daniele Sepe sono arrivate lettere dure, di protesta. Alcune anche denigratorie. Ha ricevuto molte domande sull’argomento durante le presentazioni del cd alle quali si è presentato sempre accompagnato da Oreste Scalzone “uno dei pochi a dire ancora cose comuniste”. Ha ricevuto aspre critiche ed ha anche risposto, tentando di uscire dall’angolo di folklore dal quale hanno tentato di cacciarlo in molti, spinti soprattutto dall’esegesi della canzone “Cronache di Napoli” nella quale lo scrittore viene contestato, definito “manovrato”. “Una canzone è una canzone – dice Sepe. E io difendo la possibilità di contestare la visione di Saviano come esperto di camorra. Mantengo aperta la possibilità di evidenziare le imprecisioni e le inesattezze contenute nel libro, che nessuno si è preso la briga di verificare. E vorrei anche lasciare aperta la porta a una diversa interpretazione delle cose. Saviano è arrivato al grande popolo, è stato letto da tutti anche perché ha fatto leva su sentimenti facili da attizzare. Gli stessi sentimenti cari agli elettori della Lega. La borghesia non vuole problemi e tende a semplificare i problemi in modo da non dover assumersi alcuna responsabilità. Io mi chiedo: ma a sinistra oggi come verrebbe definito Gaetano Bresci? Io credo che verrebbe definito un criminale. Stiamo perdendo la nostra tradizione anarchica e comunista. Senza accorgercene, silenziosamente, siamo diventati un paese fascista. Dove il pensiero è sempre più pericolosamente ‘unico’”.

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di Daniele Sepe – il manifesto, 6 giugno 2010

 

 

Ma cosa è successo alla sinistra radicale in Italia? Sono io che ho perso la bussola o sono altri che si sono dimenticati per strada un poco di concetti che ci accompagnavano nell’analisi della società? Ad esempio la magistratura, le forze dell’ordine, l’apparato repressivo dello Stato sono oggi nostri alleati nella lotta contro il Capitale? Io ricordavo altre cose. Ma la legalità, le leggi cosa sono se non un sistema di regole che serve a proteggere il più forte dal più debole? Non sono promulgate dallo stesso Stato che l’istante dopo accusiamo di essere classista, liberticida, guerrafondaio e repressivo? No, sembra da quello che sto leggendo oggi che sono io che mi sbaglio. In realtà noi viviamo in una democrazia perfettamente compiuta nella quale chi è nato figlio di un muratore a Casal di Principe e il figlio di Briatore e Gregoraci hanno perfettamente le stesse prospettive: entrambi se capaci si potranno fare strada nel lungo cammino della vita. Noi viviamo in un sistema economico capitanato da gente di cui a volte conosciamo i volti e altre no, ma che si fonda sul consumo. Possedere è essere felici. E questo bisogno di consumare, soprattutto in un momento di crisi come questo, viene cullato, coccolato, alimentato da tutto quello che è la cultura dominante oggi, dai media in primo luogo. Non hai il SUV? Sei un reietto. Non vesti firmato? Non ti fidanzerai. Non sei stato in crociera quest’estate? Sei un fallito. Vendere e ancora vendere. Ma non è che tutti si possano permettere, in maniera «perfettamente legale» di vivere come Veronica Lario, idolo di sinitrorsi perché in conflitto divorzistico col padrone d’Italia per eccellenza, il Signore del Male.

E allora c’è della gente selvaggia, una feccia canagliesca che pretende oggi, con una violenza che appartiene ad un’altra epoca, l’ epica era del baronaggio e della imprenditoria pioniera e aggressiva degli esordi, non solo di limitarsi a taglieggiare il piccolo commerciante o imporre il prezzo del lavoro di un giorno ad un immigrato in un campo di pomodori, ma addirittura di sedere nei lindi consigli di amministrazione. Ma per noi comunisti una volta questi signori non erano criminali alla stessa maniera? Non sono per noi le due facce della stessa medaglia? Come diceva Brecht «è più grave l’effrazione di una banca o la fondazione di una banca?»

Ecco, la nostra bussola culturale, politica, oggi è ancora Brecht o è diventata Roberto Saviano? Chaplin diceva che il crimine paga solo alla grande. Infatti. Io nelle parole e gli scritti di Saviano non ho mai trovato queste sottili distinzioni. Mentre si rivolge in maniera educata e deferente al nostro Presidente del Consiglio, suo editore, con una «preghiera», ai tempi della legge sul processo brave, tuona contro le belve assetate di sangue sedute dietro una sbarra al processo «Spartacus».

Sarà, ma io trovo il capitalismo italiano e i boss camorristici tragicamente simili. E non per dire, ma un Marchionne che chiude Termini Imerese (quando Fiat ha ricevuto contributi statali e europei per decenni) buttando sulla strada migliaia di famiglie sta aiutando chi e cosa, se non chi poi può andare a proporre un lavoro certamente un po’ più pericoloso, ma infinitamente più redditizio di un salario da operaio, a un giovane siciliano? Fa bene alla coscienza pensare che leggere un romanzo sulla camorra o gridare ‘siamo tutti Saviano’ può fare paura a gente sanguinaria in perfetta collusione con buona parte di quello Stato che dovrebbe combatterli, invece secondo il mio modesto parere se ne strabatte. Comanda il denaro. E un libro è un libro. Una canzone è una canzone. Un film è un film.

Ma poi la ricetta a tutto questo proliferare di organizzazioni criminali quale sarebbe? Per noi «sinistri radicali» nel 2010 è diventata l’indagine di Polizia, il processo e il carcere? Ma perché, messo dentro a vita uno Schiavone e i suoi compagni, non ci sarà qualcun altro a prenderne il posto? Se le condizioni sociali e politiche non cambiano ce ne saranno altri cento. E’ ovvio che non può essere il bastone la nostra e la loro liberazione. E soprattutto sarei io e il mio pensiero la stampella della criminalità organizzata? Scusatemi, io auguro a Saviano di vivere cent’anni e godersi quello che si è guadagnato. Ma lasciatemi per cent’anni la possibilità a me e ad altri pochi «deficienti invidiosi» di ragionare da comunista e di poterlo scrivere. Nel caso contrario, visto che la gogna è già partita, la solidarietà della sinistra radicale voglio sperare che arrivi a me. Se no vuol dire che ho buttato via una vita di lotta militante per niente.

 

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