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Archive for 5 marzo 2011

di Alessandro Dal Lago – il manifesto, 3 giugno 2010

 

 

Non ho intenzione di difendermi dalle «critiche» per il mio libretto sul caso Gomorra-Saviano (anche perché si tratta, per lo più, non di critiche ma di esecrazioni e «vade retro»). Se si è interessati alla questione, mi si può leggere e giudicare di conseguenza. Intervengo invece sull’accusa di dissacrazione che alcuni (per esempio Violante e Flores d’Arcais) mi hanno gettato addosso, visibilmente senza aver letto il testo e, nel caso di Flores, incitando il pubblico a non leggerlo. Qui, come in altri casi (penso a Sofri) non c’è solo un appello alla censura preventiva (mi si critica non per quello che dico ma perché lo dico). Appare anche un modo di pensare mitologico e autoritario, e quindi sostanzialmente papalino, il che fa specie in persone (parlo di Sofri e Flores) che passano per campioni della libertà di parola e del laicismo. È questa la cultura capace di opporsi a Berlusconi?

Per Violante, il mio è un tipico caso di sinistra «iconoclasta». Ne deduco che per lui la sinistra deve adorare le icone. E non diversamente pensa Flores, quando invita a manifestare contro Berlusconi o a darsi al sesso o ad altre attività ricreative, piuttosto che leggermi quando critico Saviano. Insomma, guai a entrare nel merito di quello che Saviano scrive. E soprattutto, guai a interrogarci sul significato politico dell’identificazione di una parte consistente della sinistra nella sua figura e nella sua opera.

È semplicemente quanto ho tentato di fare nel mio libro a tre livelli, narrativo, mediale e sociologico (tra parentesi, occuparmi di queste cose è esattamente il mio mestiere, diversamente da quanto Flores, che pure mi conosce da quasi trent’anni, fa credere ai lettori del Fatto quotidiano). Livello narrativo: ho analizzato la «verità» di Gomorra in base al testo e a nient’altro, ignorando qualsiasi pettegolezzo sulle sue fonti, ma portando alla luce il carattere tecnicamente auto-referenziale della narrazione («ci sono stato e ho visto, e quindi dico la verità»); livello mediale: ho discusso la costruzione, in buona parte dei media, dell’eroismo di Saviano, mostrando anche come lo scrittore, nei suoi interventi successivi a Gomorra, abbia in qualche modo fatto proprio il ruolo che gli veniva cucito addosso; livello sociologico (e se vogliamo, politico): che significa il processo di iconizzazione dello scrittore nella sfera pubblica del nostro paese? L’ultimo punto mi sembra decisivo e integra i primi due. La trasformazione di Saviano, a sinistra, in icona del bene contro il male (rappresentato dal crimine organizzato) sposta il conflitto politico in una dimensione morale e moralistica fondamentalmente diversiva e consolatoria. Una dimensione illusoria, in cui – ma questa è solo un’ipotesi – molti scaricano le frustrazioni di una sinistra che in buona parte non è più rappresentata, oppure è impotente di fronte al trionfo della destra. Il fatto interessante è che la categoria dell’eroismo è storicamente appannaggio della destra romantica (penso a Evola), e questo spiega la fortuna di Saviano tra i seguaci di Fini (si veda la fondazione Farefuturo e che cosa pensa di me). Di conseguenza, la classica accusa zdanoviana che mi rivolgono Sofri e Flores («a chi giova?») è risibile, un altro aspetto della loro reazione censoria. Come si conviene a qualcuno che, volente o nolente, è stato trasformato in icona dell’eroismo, molto spesso le posizioni di Saviano su questioni di interesse pubblico sono unanimiste e apolitiche, e cioè buone per tutti (anche se nel libretto riconosco che talvolta prende posizione contro le derive più clamorose dell’attuale regime in materia di conflitto di interessi). Sostenere che la recente lotta degli studenti contro la distruzione della scuola e dell’università pubblica conta ben poco di fronte al crimine organizzato o ridurre la morte dei soldati in Afghanistan alla questione dei poveri ragazzi del sud che non hanno alternative, senza dire nulla del significato della guerra e dell’implicazione dell’Italia, è qualcosa che non si può passare sotto silenzio. Nessuno chiede a Saviano di occuparsi di questi problemi. Ma se ne scrive o ne parla, naturalmente è criticabile, come chiunque altro. Io trovo grottesco che qualcuno liquidi tutto questo, e cioè la critica di quello che Saviano dice, in termini di «invidia»: è come sostenere che se un critico cinematografico parla male di un film, è perché invidia il regista. Ma dietro tutte queste reazioni, volta per volta isteriche o moraliste, si profila un enorme problema politico: l’impotenza evidente di un’idea di alternativa basata quasi esclusivamente sull’opposizione all’anomalia Berlusconi, e non al blocco di interessi (e valori e simboli) che il cavaliere sintetizza. Di fatto, precari e pensionati, studenti e lavoratori, insegnanti e tutte le altre figure socialmente deboli (per non parlare di marginali, esclusi e stranieri) sono sostanzialmente soli sulla scena politica, in balia di questa destra. E, come le elezioni dimostrano, la mancanza di rappresentanza porta anche quote importanti di elettori di sinistra a votare per gli altri (un classico sintomo di un sistema sociale e politico in preda al populismo). La destra fa politica di classe, eccome, l’opposizione no. E questo è anche un effetto dello spostamento del conflitto in chiave simbolico-morale (e, sì, giustizialista), come dimostra l’ossessione unanime per la legalità. Ecco allora che il conflitto è evacuato, che tutto (dalla questione del lavoro all’ignobile condizione delle nostre carceri o al razzismo imperante) viene minimizzato o comunque messo in secondo piano. Ed è inevitabile se, in nome della legalità, ci mettiamo a priori dalla parte dell’ordine, politico o simbolico che sia. Di questo, ovviamente, a Saviano non imputo una particolare responsabilità, anche se lo critico, in base ai suoi scritti, per aver contribuito ampiamente alla retorica dell’eroismo. Ma forse i suoi seguaci a priori e a prescindere, le vestali della pubblica indignazione che pontificano dalle tribune mediali, non sono proprio innocenti della spoliticizzazione di cui parlo sopra. E pensando proprio a loro, mi chiedo chi rispetti di più, in ultima analisi, lo scrittore perseguitato dalla camorra: chi lo prende sul serio, discutendolo anche polemicamente, o chi si genuflette davanti alla sua icona.

 

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di Pierluigi Battista – Corriere della Sera, 3 giugno 2010

 

 

Gentile Roberto Saviano, non si lasci scoraggiare. In Italia succede molto spesso così: prima il piedistallo, poi l’opera dei demolitori. Prima la santificazione, poi la demonizzazione. Non si faccia impressionare se la nuova moda è diventata il tiro (di carta) al bersaglio Saviano. Lei è costretto a una vita blindata, per via della condanna a morte dei camorristi. I casalesi le hanno promesso proiettili, non di carta però.

Da quel momento lei ha smesso i panni di uno scrittore qualsiasi, sebbene di successo. «Gomorra» è diventato un simbolo. La sua stessa persona si è trasformata in un mito vivente. Così lei non solo è costretto a vivere sotto scorta, ma anche a incarnare, tutto in una volta, la parte dell’eroe, del profeta, dell’idolo delle folle. Ma gli idoli un giorno vengono venerati, il giorno dopo sono scaraventati giù con travolgente veemenza. Il calciatore Borriello ha detto perciò che lei «lucra» su Napoli, il musicista partenopeo Daniele Sepe ha composto un brano «jazz-rap» in cui l’accusa di essere «manovrato ». Non le sarà sfuggito che Sepe le imputa di essere troppo poco di sinistra: anche lo scrittore Vincenzo Consolo ritirò la sua firma da un’iniziativa editoriale a più voci, contestandole un’intervista in cui aveva imprudentemente dichiarato che Ezra Pound (un poeta maledetto, un «fascista») rientrava tra le sue letture preferite.

Avrà notato inoltre che l’invettiva jazz-rap di Sepe esce per lo stesso editore, il manifesto, che ha appena pubblicato un libro del sociologo Alessandro Dal Lago in cui lei viene descritto come un eroe fittizio: un «eroe di carta», nientedimeno. Potrebbe consolarsi perché, «molti nemici molto onore», gli attacchi da sinistra seguono di poco quelli del nostro premier, indispettito perché con «Gomorra» lei avrebbe sfregiato l’immagine italiana nel mondo. Ma non si lasci stritolare dalla tenaglia destra-sinistra. E non dia retta ai suoi più arcigni difensori (Adriano Sofri su Repubblica e Paolo Flores d’Arcais sul Fatto quotidiano) che hanno redarguito Dal Lago per il semplice fatto di essersi concesso il lusso di criticarla. Accetti le critiche, piuttosto. Anche quelle più severe, o dettate da malanimo. Non si lasci imbalsamare nel suo ruolo di eroe e vittima designata. Non permetta di essere confinato in un museo. E non cada nella tentazione di considerare la sua opera letteraria una zona protetta, come la vita che è costretto a subire per colpa dei criminali. Sappia distinguere tra le critiche motivate e le piccinerie di chi si mette a tuonare contro di lei per guadagnarsi un quarto d’ora di celebrità (riflessa).

Caro Saviano, continui a scrivere e non la dia vinta ai professionisti della demolizione. L’umore pubblico è per sua natura volubile, mutevole, esposto ai venti del conformismo e della moda. Lei ha scritto con «Gomorra » un libro di impatto formidabile. Sul suo valore letterario si può, si deve, discutere all’infinito. Sul suo valore civile e di testimonianza non si può che dir bene. In una trasmissione televisiva con Fabio Fazio lei ha saputo parlare con commovente intensità di altri scrittori e giornalisti che hanno patito conseguenze atroci per colpa di ciò che avevano scritto e testimoniato: Varlam Salamov, deportato per anni nell’inferno bianco della Kolyma sovietica, e Anna Politkovskaja, uccisa nella Russia di Putin a causa dei suoi articoli. Lei ha trasferito in parole e concetti l’esperienza delle lingue «tagliate» che mette in comunicazione, pur in contesti storici così diversi, le sue personali vicissitudini con quelle di altre due illustri vittime dell’intolleranza e della prepotenza. Continui così. E magari, se ritiene di dare ascolto a un consiglio, resista con più determinazione alle sirene di chi vorrebbe trasformarla in un sempre disponibile testimonial dell’appellomania nazionale.

Non indietreggi, caro Saviano. Non deplori il diritto di critica politica e culturale, anche se viene esercitato su di lei. E consideri le parole dei Borriello, dei Sepe, dei Dal Lago, dei Consolo, dei Berlusconi come la manifestazione dell’ indistruttibile carattere italiano: lo spirito distruttivo che segue l’apoteosi, la disintegrazione della statua che con tanto zelo corale si era provveduto a costruire. Non è Gomorra: è la solita Italia.

 

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di Alessandro Dal Lago – Corriere del Mezzogiorno, 31 maggio 2010

 

 

Caro direttore,

poiché il suo giornale ha avuto il merito (o per alcuni il demerito…) di aver segnalato per primo il mio libretto sul caso Gomorra-Saviano, mi sembra giusto inviarle alcune riflessioni sul dibattito che ne sta seguendo. Non parlo ovviamente delle rampogne che mi pervengono quotidianamente sulla posta elettronica («sei peggio di Feltri» e così via, per non dire altro), ma degli argomenti critici che tuttavia mi sembrano, per lo più, non cogliere il punto. In sostanza, mi si accusa (per esempio, l’onorevole Violante) di «iconoclastia», tipica di una certa sinistra. Ora, mi chiedo: la sinistra ha bisogno di icone?

Questo è esattamente il senso del mio saggio, cioè mostrare come, nel caso Gomorra-Saviano, si sia creato un cortocircuito tra quello che l’autore ha scritto e il ruolo super-eroico che di fatto gli viene attribuito, soprattutto a sinistra («rockstar dell’anno», «titano» eccetera). Io ritengo che tutto questo abbia una funzione al tempo stesso consolatoria e distraente, e che quindi non si sottragga, e anzi aggiunga valore, alla dimensione iper-mediale in cui la politica italiana è precipitata da una quindicina d’anni. Quello che probabilmente offende le anime belle è che io abbia mostrato, o almeno sostenuto, come questo stile alla Carlyle sia del tutto complementare a quello che io chiamo «berlusconismo», e cioè al regime delle contrapposizioni maiuscole immaginarie (Libertà contro Comunismo, per dirne solo una) che domina il nostro particolare agone politico. In questa dimensione simbolica rientra anche il ruolo, che Saviano si attribuisce spesso, di Voce che si oppone al Potere. A me sembra che la sua opera, al di là del valore letterario discutibile e da discutere, sia stata una denuncia del crimine organizzato, questo sì, ma che per il resto attinga a piene mani alla retorica di cui sopra.

La sinistra ha bisogno di questo? O non piuttosto di una riflessione che non si faccia oscurare dalla riduzione del mondo alla lotta del Bene contro il Male? Il secondo motivo di scandalo, credo, sia stata la mia pretesa di discutere il valore letterario di Gomorra, ciò che, mi sembra, pochi abbiano fatto, se non in modo cursorio o occasionale. Anche qui, il mio obiettivo non era soltanto il libro, quanto la mitologia che un buon numero di osservatori (in questo caso, non critici ma adepti) gli hanno cucito addosso. A partire dalla sua «indiscutibile» qualità di testimonianza oculare, che io contesto non in base a gossip o maldicenze, ma esclusivamente ricorrendo a una lettura testuale. Adriano Sofri, in un articolo di Repubblica del 27 maggio, mi concede che il mio libro vada discusso, bontà sua, ma per il resto non lo discute, stroncando in sostanza la mia pretesa di criticare l’eroe perseguitato. In particolare ha trovato offensivo il titolo «Eroi di carta». Ma, se si prescinde dal ruolo di icona della resistenza al Male, su cui esercito il mio legittimo dubbio, Saviano non è forse un autore e quindi soggetto, come chiunque altro, alla critica? In questo momento, sono negli Usa. Ho raccontato ad alcuni amici americani quello che sta succedendo. Uno mi ha fatto notare che nelle riviste di cultura appaiono normalmente stroncature ben più feroci del mio libretto, senza che per questo i critici siano considerati iconoclasti o, come qualcuno mi ha accusato per e-mail, amici della camorra.

 

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di Marco Bascetta – il manifesto, 30 maggio 2010

 

 

Perché manifestolibri ha voluto pubblicare una decisa analisi critica (seria, rigorosa e diffusamente argomentata, come da più parti è stato riconosciuto) di Gomorra e di numerose, successive prese di posizione pubbliche del suo autore, Roberto Saviano? Ci sono diverse ragioni. La prima può essere messa in chiaro dal passo di un articolo che attacca furiosamenteEroi di carta, il libro di Alessandro Dal Lago edito da manifestolibri, pubblicato sul periodico della fondazione finiana Farefuturo: «Un paese che non ha bisogno di eroi è un paese che non ha esempi da seguire, che rinuncia a guardare il futuro con la speranza del cambiamento…». Da un siffatto «futuro», carico di richiami arcaici e inquietanti modelli, volentieri ci teniamo alla larga. È la discussione democratica, il confronto tra posizioni diverse, l’esercizio dello spirito critico e non l’emulazione di santi, martiri ed eroi a fare crescere una collettività. E, forse suo malgrado, Saviano è stato risucchiato proprio in questo genere di tristi retoriche che non vorremmo veder tornare a prevalere. È vero e molto rilevante il fatto che Roberto Saviano sia minacciato, esposto, in una pesante condizione di rischio. Questo dovrebbe spingere a proteggerlo, a cercare di assicurare rapidamente alla giustizia coloro che lo minacciano, a bandire i politici che si avvalgono dell’appoggio delle mafie. Ma non è in nessun modo un argomento che renda indiscutibili le sue «verità», inconfutabili le sue affermazioni, incontestabile la sua interpretazione del fenomeno camorra, sublime la sua scrittura. Certamente Berlusconi e l’ineffabile Fede hanno attaccato Saviano piuttosto volgarmente (con argomenti, precisa la stampa di destra, del tutto diversi da quelli del sovversivo Dal Lago), quando l’arbitrio e le opportunità del momento hanno suggerito loro di farlo, come in passato gli avevano suggerito di  apprezzare lo scrittore campano e in futuro potranno tornare a suggerirglielo. Dobbiamo allora subordinare le nostre riflessioni e i tempi della loro espressione alle mutevoli esternazioni del cavaliere e della sua corte? E, del resto, quanti danni ha fatto la logica secondo cui «il nemico del mio nemico è mio amico»? Anche Adriano Sofri non dovrebbe averlo dimenticato. Ricorderà, spero, gli «amici» assai poco presentabili scelti da certo antiamericanismo. Se dovesse essere questo, come purtroppo sembra, uno dei principi dell’antiberlusconismo odierno (da Di Pietro a Murdoch?) lo considererei una grave iattura, per non dire di peggio. E, tuttavia, non si può negare che Saviano abbia meritevolmente attirato l’attenzione di una vasta opinione pubblica sulla criminalità organizzata in Campania. Ma si potrà pur ritenere, argomentandolo, che lo abbia fatto in forme spesso discutibili e che il mito che gli si è costruito intorno abbia indotto più a una sorta di innocua tifoseria (come dimostrano molte reazioni alle critiche di Dal Lago, emotive e del tutto ignare delle sue motivazioni) che all’impegno politico e sociale o alla comprensione di una realtà complessa e contraddittoria come quella meridionale. Come avranno letto Gomorradalle parti della Lega? È lecito discuterne? Manifestolibri pensa di sì. È abbastanza evidente che la questione vada ben oltre il caso di Gomorra e del suo autore. Ma, allora, ci si chiederà, perché prendersela proprio con Saviano, viste le numerose controindicazioni? Perché ciò che si è raggrumato intorno alla sua figura è l’esempio più vivido, e al tempo stesso più scomodo, di mito che si sostituisce al ragionamento, di predicazione che prende il posto dell’analisi, di moda che subentra alla convinzione, in un paese in cui tutto ciò che non avviene sotto i riflettori, o nel regno delle alte tirature, semplicemente non esiste, e tutto ciò che da questi è invece illuminato assume i tratti incontestabili della verità e dell’oggettività, di un ordine invalicabile del discorso. In un paese in cui il darsi sulla voce nei talk show è diventato la quintessenza dell’agire comunicativo e l’esercizio della critica impiegando strumenti culturali non banali, una colpevole perdita di tempo. Così, almeno, sembra pensarla Paolo Flores d’Arcais che tuttavia ha inspiegabilmente sottratto una frazione (speriamo limitata) del suo prezioso tempo per mettere all’indice (quello dei libri proibiti) su tre colonne delFatto quotidiano un libro che non ha letto e non intende leggere. Si possono condividere (e io personalmente le condivido), smontare o respingere le critiche che Dal Lago rivolge all’epopea di Gomorra, ma non censurarle o relegarle nella categoria, che a sinistra non dovrebbe avere cittadinanza, della bestemmia. Sono, alla fine, proprio queste reazioni, le quali rivelano una «sinistra» impregnata della retorica degli exempla virtutis, sempre più disposta a sacrificare la comprensione delle radici (legalissime e  beneducate) dell’ingiustizia all’indignazione del telespettatore, alle emozioni forti del suddito in cerca di protezione (che è ben diverso dal cittadino in cerca di sicurezza), a testimoniare della necessità di confrontarsi con i temi importanti che Dal Lago pone. Qui a Berlusconia, tra fandonie e miti, tra spettri ed epifanie del Maligno, tra risentimenti e narcisismi (non stiamo più parlando, sia chiaro, di Saviano, ma dei fustigatori di Dal Lago) è in corso da un pezzo una vera e propria guerra all’intelligenza, dove ogni ragionamento di un qualche spessore è tacciato di sabotaggio o di spregio dell’umore popolare. Un antico scrittore puritano americano diceva che quanto più sei colto, arguto, intelligente, tanto più sei pronto a lavorare per Satana (la camorra?). Attenetevi dunque alle sacre scritture, ai sentimenti «sani», all’ammirazione della Virtù. Che questo  imperativo provenga dalla sinistra la dice lunga sullo stato in cui versa. Per quanto ci riguarda continueremo a cercare di comprendere il mondo che ci circonda, a pubblicare e leggere libri che ci aiutino a farlo, anche a costo di mettere in questione, magari giovandogli, qualche idolo popolare.

 

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di Paolo Flores d’Arcais – il Fatto quotidiano, 25 maggio 2010

 

 

Beato il paese che non ha bisogno di eroi, questo si sa. E, in subordine, il paese che, avendo la disgrazia di aver bisogno di eroi, riesce a fare a meno, almeno, dei dissacratori di eroi. Nell’Italia ridotta a macerie, materiali e morali da quasi un ventennio di regime, siamo costretti invece all’eroismo di qualcuno, con annessa e puntuale dissacrazione del medesimo: ignobile e insopportabile.

Roberto Saviano ha quasi trentun anni. Da quando ne ha ventisette vive sotto scorta, praticamente come un esiliato in patria. Anzi peggio, molto peggio. In quotidiano pericolo di vita. È un privilegiato, però (dicono): scrive, fa conferenze, ha successo, può andare in tv con la gratificazione di ascolti altissimi. Che vuole, di che si lamenta? Veramente Saviano non si lamenta affatto, sono altri che si lamentano di lui. Del suo essere simbolo di eroismo civico, mentre in realtà svolge una “certa funzione, in fondo consolatoria e rassicurante, in un mondo in cui il conflitto politico è stato sostituito dalle contrapposizioni morali o moralistiche”. Ho citato dalla “quarta” di un saggio appena pubblicato da Manifestolibri, “Eroi di carta”, di Alessandro Dal Lago. Reazionari di ogni risma ci si sono buttati a pesce, golosamente.

Sia chiaro, si può criticare chi si vuole, da Gesù a Maometto, figuriamoci se non si può fare a pezzi un libro di Saviano, o anche di Salman Rushdie. Dal Lago tuttavia non intende far opera di critica letteraria. Dal Lago è un sociologo, uno dei migliori, anzi. Vuole demolire un libro-mito e un autore-simbolo, per motivi sociologici, di sociologia civile. Perché? In che cosa consiste, per una democrazia calpestata e umiliata come la nostra, a rischio non più di regime (ci siamo dentro da tempo) ma di un ulteriore tracollo verso forme di fascismo post-moderno, il pericolo costituito da Saviano e dal suo libro, per quel che della democrazia resta, al punto da dedicarvi il tempo e l’intelligenza di scriverci un libro sopra?

In soldoni: perché ethos e pathos di Saviano e del suo libro sarebbero perfettamente dentro un orizzonte compiutamente mediatizzato, speculari al fenomeno berlusconiano, che è riuscito a trasformare realtà e coscienze in spettacolo onnipervasivo. Saviano, dunque, con tutto il suo anticamorra e antiberlusconismo ex-professo, sarebbe saturato di logica e di affabulazione berlusconiana, compreso il narcisismo ipertrofico, visto che il vero oggetto di Gomorra sarebbe non già la camorra ma l’io narrante. Desumo questa sintesi dai tanti commenti già usciti, che su questa caratterizzazione sono tutti concordi. Nel libro ci sarà certamente molto di più, per spiegare e giustificare le tesi.

Parla dopo averlo letto, allora, con cognizione di causa, non accodarti a difendere aprioristicamente il solito santino giustizialista, ammonirà pronto il cerchiobottista d’ordinanza, altrimenti sei un dogmatico. No, non lo leggerò, e spero che siano davvero pochi, nell’Italia che vuole resistere e anzi passare all’offensiva – MORALE e di conseguenza politica – per liberarsi da un regime sempre più cupo, quelli che dissiperanno il loro tempo per leggerlo. Perché c’è una sola risorsa che nell’esistenza umana è ontologicamente scarsa: il tempo, visto che comunque prima o poi (il che significa comunque sempre troppo presto) la vita si chiude mentre infinite restano le cose che vorremmo fare o aver fatte.

Scegliere di leggere un libro, o di scriverlo, fa parte perciò delle scelte esistenziali. Se dedichiamo qualche ora della nostra vita a leggere un libro contro Saviano, o alcune settimane a scriverlo, le sottraiamo a qualcos’altro. Ovvio che abbiamo bisogno anche di distrarci, che la giornata non può essere tutta serietà e impegno. Ma che scelta esistenziale è – rispetto alla serietà e rispetto allo svago – dedicarsi alla “dissacrazione” di una delle poche voci civili che ancora si levano in questo paese? Che rischia la vita anche per noi? Che non può farci niente se questo rischio sembra retorica, fino a che – speriamo cent’anni – non diventa tragedia? Francamente, meglio leggere Saviano, meglio scendere in piazza contro Berlusconi e le sue camorre, meglio condividere pizza e gelato con gli amici. Per non parlare del sesso.

 

 

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