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Archive for 4 marzo 2011

di Zvi Schuldiner – il manifesto, 23 febbraio 2011

 

 

Il Medio Oriente tutto, il nord Africa, forse l’Iran: è quasi impossibile riassumere la tempesta scatenata in tutta la regione dopo la rivolta che ha rovesciato Ben Ali in Tunisia.

Di fronte al meraviglioso spettacolo di popoli che alzano la testa, orgogliosi, ottimisti, lottano per un futuro migliore, ecco i massacri di un «ex progressista» Muammar Gheddafi, i tentativi di addomesticare i movimenti che si ribellano alle varie dittature.

Di fronte a quel sano, riconfortante ottimismo, ecco gli «antiquati pessimisti» che ricordano la necesità di analizzare le strutture, le classi, i possibili disinganni di movimenti cooptati da classi dominanti. O i pericoli del fondamentalismo religioso quando non ci sono attori reali forti, laici, che possano offrire la prospettiva di un ritorno alla politica vera che non sia solo la lotta per il potere.

Il «fantasma dell’islamismo terrorista» viene agitato da coloro che vogliono sminuire i movimenti popolari. Il «pericolo» delle navi iraniane è motivo di costernazione a Gerusalemme, Washington e diverse capitali occidentali. Facile lanciare slogan, un po’ più difficile fare ordine tra i diversi e forse contradditori processi innescati nella regione.

Democrazia è una parola comoda. Facile. Conosciuta. Forse anche un elemento fondamentale della propaganda. Israele è «l’unica democrazia» nella regione… Beh, domina con la forza su tre milioni di palestinesi sprovvisti di ogni diritto politico o individuale, soggetti a una brutale occupazione o vittime della criminale guerra civile di Gaza. Al suo interno, «l’unica democrazia» discrimina i cittadini palestinesi-israeliani e discute varie iniziative politiche di taglio maccartista, razzista, fascista.

Gli Stati uniti di Barack Obama, paladini della democrazia, appoggiano le forze popolari che spodestano Hosni Mubarak in Egitto. Tacciono sul Bahrein, balbettano sull’Iran, dubitano di fronte al massacro di Gheddafi in Libia. Ed «esportano la democrazia» in Iraq con una guerra costata centinaia di migliaia di vite. Certo, la guerra in Iraq l’ha cominciata Bush. Ma è l’amministrazione Obama a mettere il veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu che vota alla quasi unanimità contro gli insediamenti illegali di Israele nei territori palestinesi occupati… «Democrazia» senza i palestinesi?

Per decenni i governi di Israele hanno denunciato l’illegale politica egiziana che impediva il passaggio nel canale di Suez alle navi da guerra israeliane. Questo dovrebbe essere garantito, fin dalla fine del 19esimo secolo, dagli Accordi di Costantinopoli. Solo dopo la pace tra Egitto e Israele la questione è stata risolta. Che diritto hanno oggi Israele o gli Stati uniti di fare chiasso contro «il pericolo» o «la provocazione iraniana» per il passaggio di due navi iraniane dirette in Siria? Solo in una situazione di guerra gli egiziani potrebbero impedire il passaggio delle due navi – che del resto non sono più «minacciose» della propaganda di un Occidente che non sa come affrontare i recenti avvenimenti nella regione.

Il governo di Israele, sulla difensiva per il voto del Consiglio di sicurezza, nonostante il veto americano, percepisce le crescenti pressioni e rinvia una discussione su nuove costruzioni a Gerusalemme – e intanto cerca di nuovo un rimedio gridando «il pericolo è l’islam».

Di fronte ai cambiamenti in corso in Egitto, gli studiosi che sapevano tutto sull’Oriente si arrampicano sugli specchi per spiegare la cecità di anni.

Nella «strada» israeliana l’opinione pubblica è confusa. Da un lato la paura, Islam, accordi di pace, eravamo così abituati a Mubarak. D’altra parte l’invidia per un popolo che è disposto a lottare per il cambiamento e registra vittorie. A margine di tutto, in Israele è cominciata una moderata protesta per il prezzo della benzina e dell’acqua. E nel timore del «contagio del Cairo», il premier Netaniahu ha subito promesso modifiche nei prezzi e qualche «cosmetica di bilancio».

Tutti si interrogano sul futuro della pace egiziano-israeliana – molti però pensano che la pace sarà più sicura con un regime democratico che risponda davvero agli interessi degli egiziani.

Ma cosa succede davvero in Egitto? Dopo settimane di euforia, la situazione comincia a stabilizzarsi con segnali contradditori. Qual’è il risultato della rivolta? L’esercito egiziano diventa l’attore centrale di un processo che porterà probabilmente a più aperture democratiche e garantirà dei passi verso un maggiore liberalismo politico. Ma questo è anche parte di un tragitto verso maggiore liberalismo economico.

Un terzo dell’economia egiziana è dominato in modo diretto dall’esercito, che produce dalla plastica all’olio d’oliva alle strade. Ufficiali in servizio attivo e non, o i loro amici, dominano un’economia che ha prodotto un indice di crescita positivo, solo che questa crescita non arriva a milioni di egiziani esclusi dal «ciclo della ricchezza». Il vecchio dogma della crescita non è la risposta alle necessità del popolo egiziano – abbiamo visto in questi giorni numerose lotte operaie per l’aumento di salari attestati sui 100 dollari mensili.

Mubarak se n’è andato ma cambiare il sistema è molto difficile. E gli americani, pieni di intenzioni democratizzanti, non vorrebbero un Egitto che si discosti dal pur discusso «consenso di Washington». Sì, anche rispetto all’Egitto bisognerà lasciar perdere gli stereotipi e analizzare le realtà strutturali.

 

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di Ignacio Ramonet – il manifesto, 05 febbraio 2011

 

 

La Tunisia, una dittatura? L’Egitto, una dittatura? Vedendo come i mezzi di comunicazione si dilettano con la parola «dittatura» riferita alla Tunisia di Ben Ali e all’Egitto di Mubarak, i francesi si sono dovuti chiedere se avessero letto e sentito bene. Non erano stati quegli stessi mezzi di comunicazione e quegli stessi giornalisti a martellarci, negli ultimi decenni, sostenendo che quei due «paesi amici» fossero «Stati moderati»? Il termine spregevole di «dittatura», non era riservato esclusivamente, all’interno del mondo arabo-musulmano, al regime iraniano (dopo l’eliminazione della «terribile tirannia» di Saddam Hussein in Iraq)? E allora che succede? Ci sono altre dittature in quest’area? E i media della nostra esemplare democrazia ce le hanno tenute nascoste?

In ogni caso, questa è una delle prime rivelazioni che dobbiamo al popolo insorto della Tunisia. La sua prodigiosa vittoria ha liberato gli europei dalla «retorica di ipocrisia e dissimulazione» in vigore presso i nostri governi e i nostri media. Obbligati a smascherarsi, fanno finta di scoprire ciò che sapevamo: le «dittature amiche» sono regimi oppressivi. A questo riguardo, i media hanno seguito la «linea ufficiale»: chiudere gli occhi o distoglierli, confermando così l’idea che la stampa è libera tanto quanto lo sono i deboli e i popoli isolati. Non ha forse avuto la sfacciataggine, Nicolas Sarkozy, di affermare, a proposito del sistema mafioso del clan Ben Ali-Trabelsi, che in Tunisia, «c’era un senso di sfiducia, una sofferenza, un sentimento di asfissia delle cui proporzioni, bisogna riconoscerlo, non eravamo coscienti?».

«Non eravamo coscienti delle proporzioni» … per 23 anni… nonostante la presenza nel paese delle attività diplomatiche più prolifiche se comparate con qualsiasi altro paese al mondo… nonostante la collaborazione in tutti gli ambiti della sicurezza (polizia, gendarmeria, intelligence…). Nonostante le regolari permanenze dei responsabili politici e mediatici che hanno scelto quei luoghi per le vacanze… Nonostante la presenza in Francia dei dirigenti esiliati dell’opposizione tunisina, tenuti ai margini, come appestati, dalle autorità francesi e a cui in pratica è stato proibito l’accesso ai media per decenni… Come si è disfatta la democrazia!

In realtà, questi regimi autoritari sono stati ( e continuano a essere) sotto la protezione compiacente delle democrazie europee, a danno dei loro stessi valori e con il pretesto che costituivano un argine difensivo contro l’islam radicale. Si tratta dello stesso cinico argomento che, all’epoca della Guerra fredda, l’Occidente ha utilizzato per appoggiare le dittature militari in Europa (Spagna, Portogallo, Grecia e Turchia) e in America latina, con la pretesa di impedire così l’arrivo del comunismo al potere.

Quale formidabile lezione hanno dato le società arabe insorte a coloro che, in Europa, non le descrivevano che in termini manichei: masse sottomesse a corrotti satrapi orientali, o folle isteriche possedute dal fanatismo religioso. E invece appaiono sugli schermi dei nostri computer e delle nostre televisioni (cf. l’ammirevole lavoro di al Jazeera), preoccupati per il progresso sociale, ossessionati dalla questione religiosa, avidi di libertà, nauseati dalla corruzione, mentre denunciano le disuguaglianze e reclamano la democrazia per tutti, senza eccezioni.

Questi popoli non costituiscono una sorta di «eccezione araba», ma assomigliano, nelle loro aspirazioni politiche, al resto delle moderne società urbane citate. Un terzo dei tunisini e quasi un quarto degli egiziani naviga regolarmente su internet. Come afferma Moulay Hicham El Alaoui: «i nuovi movimenti non sono più segnati da vecchi antagonismi come l’antimperialismo, l’anticolonialismo o l’antisecolarismo».

Le manifestazioni di Tunisi e del Cairo sono sprovviste di qualsiasi simbolismo religioso. Propongono una nuova versione della società civile nella quale il rifiuto dell’autoritarismo si accompagna a quello della corruzione.

È soprattutto grazie alle reti sociali digitali, se le società civili, tanto in Tunisia come in Egitto, si sono mobilitate così rapidamente e se sono state capaci di far vacillare il potere. Ancor prima che i movimenti avessero occasione di «maturare» e favorire l’emergere al proprio interno di nuovi dirigenti. Uno di quei pochi casi in cui, in mancanza di un leader, di un’organizzazione dirigente e di un programma, l’esasperazione delle masse è bastata a far trionfare una rivoluzione.

È un momento delicato e senza dubbio i potenti sono già al lavoro, soprattutto in Egitto, per risolvere la situazione in modo che «tutto cambi perché niente cambi», come dice la vecchia massima ne Il Gattopardo. Questi popoli che conquistano la propria libertà non devono dimenticare il consiglio di Balzac: «si farà tacere la stampa come si fa tacere un popolo: concedendogli la libertà».

Le «democrazie di controllo» sono infinitamente più abili ad addomesticare con legittimità un popolo, rispetto alle antiche dittature. Ma ciò non giustifica in assoluto la loro conservazione. Né deve soffocare il desiderio di rovesciare un regime. La caduta della dittatura tunisina è stata tanto rapida che gli altri popoli maghrebini e arabi sono giunti alla conclusione che queste autocrazie – tra le più antiche del mondo- fossero in realtà consumate e non fossero altro che «tigri di carta». Tesi dimostrata dal caso egiziano.

Per questa ragione l’incredibile insurrezione dei popoli arabi fa pensare alla grande proliferazione di rivoluzioni che attraversarono l’Europa nel 1848: in Giordania, Yemen, Algeria, Siria, Arabia Saudita, Sudan e Marocco.

In quest’ultimo paese, una monarchia assoluta nella quale il risultato delle «elezioni» (sempre truccate) continua ad essere determinato dal sovrano, che nomina a suo piacimento ministri chiamati «di sovranità», decine di famiglie vicine al trono continuano ad accaparrarsi le principali ricchezze. I files diffusi da WikiLeaks hanno rivelato che la corruzione nel paese raggiunge sorprendenti livelli di indecenza, più elevati che nella Tunisia di Ben Ali, e che le organizzazioni mafiose hanno tutte come unica origine il Palazzo. Un paese dove la tortura è generalizzata e la censura della stampa costante.

Ciononostante questa «dittatura amica» beneficia, come la Tunisia di Ben Ali, di una sconfinata indulgenza da parte dei nostri media come dalla maggior parte dei nostri leader politici. Questi ultimi minimizzano i segni che fanno presagire l’inizio di un «contagio» della rivolta. Quattro persone si sono già date fuoco. Ci sono state diverse manifestazioni di solidarietà con le rivolte tunisine ed egiziane a Tangeri, Fez e Rabat. Prese dal panico, le autorità hanno deciso di sovvenzionare preventivamente i prodotti di prima necessità per evitare le «rivolte del pane». Sono stati inoltre ritirati numerosi contingenti militari dal Sahahra Occidentale e diretti a tutta velocità verso Rabat e Casablanca. Il re Mohammed VI e alcuni collaboratori sono stati in Francia per consultare gli esperti del ministero dell’Interno francese in materia di mantenimento dell’ordine.

Nonostante le autorità smentiscano queste ultime due informazioni, è evidente che la società marocchina segue con esaltazione gli avvenimenti della Tunisia e dell’Egitto. Disposta ad unirsi all’impeto di fervore rivoluzionario per liberarsi dal giogo feudale, e a chiedere il conto a tutti coloro che per decenni in Europa sono stati complici delle «dittature amiche».

Ex direttore del Diplo (www.monde-diplomatique.es)

(Trad. di Camilla Fratini)

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di Rossana Rossanda – il manifesto, 04 febbraio 2011

 



Mubarak lascia sparare la sua polizia sulla folla e l’Onu avvia il ritiro dei suoi funzionari. Non è più tempo di esitare fra le incertezze di Obama spiegate sul manifesto di ieri da Marco d’Eramo e l’«avanti con il popolo egiziano» di Slavoj Zizek. Sto con Zizek. Senza sottovalutare affatto le ragioni di d’Eramo. Non siamo di fronte a scelte tranquille e felici. Da un pezzo una cosiddetta laicità nel Maghreb e nel Medio Oriente è garantita soltanto da regimi dittatoriali. Da un pezzo lasciare libertà di voto può condurre a un’affermazione non solo islamica, ma islamista. Una democrazia in senso proprio, che non è soltanto fare le elezioni ma stabilire un’effettiva divisione dei poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – cioè una sicurezza di uguali diritti di fronte alla legge, non è garantita da nessuno.

E tuttavia non è possibile opporre alla rivolta popolare contro l’autocrazia il pericolo rappresentato da una sua libera espressione. Anche nel voto. Anni fa le elezioni hanno portato in Algeria a una vittoria schiacciante del fronte islamico. Il governo e l’esercito hanno annullato quelle elezioni. Risultato: in Algeria non c’è democrazia, né partiti, né sindacati, né una vera libertà di stampa, né diritti uguali per le donne – tutto devastato. E non basta: le forze del governo hanno sgozzato centinaia di infedeli – infedeli a chi? – nei villaggi. Come regime laico è bizzarro, come democrazia non ve n’è traccia.

In Tunisia è tutt’ora decisivo l’esercito. Conosco un solo esercito che ha portato a una democrazia, quello portoghese del 1974. Speriamo che questo sia il secondo. In Egitto, senza pari più grande, più affamato, più strategico, Mubarak non se ne vuole andare e l’esercito sembrava fino a ieri diviso. La polizia spara per uccidere. Obama, che aveva ammonito Mubarak a non reprimere, che farà adesso? L’Europa si è resa ridicola invitando alla moderazione, «non esagerare, popolo», «non esagerare, Mubarak» come se si trattasse d’un gioco fra ragazzini. Nessuno ha sostenuto sul serio El Baradei, col pretesto che non era abbastanza forte, e tutti temono come la peste i Fratelli Musulmani, quasi che fossero Al Qaeda travestita. Gratta gratta, dove c’è l’islam c’è il terrorismo. Chi di noi ha conosciuto qualcuno dei Fratelli Musulmani sfuggito alla forca o alla galera, sa che non sono affatto simili ai talibani, anche se certamente simpatizzano per Hamas, che neanch’essa è talibana. Ma detesta Israele, e chi sarebbe diverso a Gaza? E qui veniamo al vero dunque.

Più paradossale di ogni altro è l’appoggio che a Mubarak danno unitamente Netanyahu e Abbas. La famosa democrazia israeliana e il popolo che essa stoltamente opprime. Per Israele, Mubarak è l’alleato storico degli Stati Uniti e quindi un amico, del resto ne ha formalmente riconosciuto l’esistenza come stato. Per l’Autorità palestinese è Mubarak che fa da barriera ad Hamas. La debolezza degli oppressori raggiunge quella degli oppressi. Una transizione in Egitto guidata da un uomo come El Baradei, che non è un rivoluzionario ma semplicemente un giusto, non interessa il governo israeliano, perché non consentirebbe a Israele proprio tutto, e neanche all’Autorità palestinese perché non si schiererebbe per principio contro Hamas. Ma, si obietta, se non si fa barriera all’islam Israele sarà distrutta. Non è vero. Quasi tutto il mondo, compresi molti musulmani, è per l’esistenza dello stato di Israele. La sua vera difesa sta nella nostra storia accanto a quella degli ebrei – sta, avrebbe scritto Giaime Pintor, nel sangue d’Europa. E non sbagliamo di bersaglio. Chi ha creato l’islamismo radicale? È stato lo Scià a costruire il carisma di Khomeini. Sono gli Stati Uniti ad armare talebani contro l’Urss, ed è Bush che ha incastrato contro di loro il suo paese in Afghanistan. E ha distrutto Saddam Hussein dopo averlo spedito a dissanguarsi contro l’Iran. È la destra israeliana, oggi Netanyahu e Avigdor, a costruire Hamas. È stata l’inerzia dell’Unione europea.

Errori di questo calibro si scontano. Non aggiungiamo adesso quello di opporci a un sussulto di popolo. È stupefacente che i funzionari dell’Onu lascino l’Egitto in fiamme invece che condannare senza indugio Mubarak e interporsi contro le sue fucilate.

E noi finiamola di prendere per una massa di deficienti coloro che non hanno potere e tentano di ribellarsi. Prima riusciranno a farcela, prima si assumeranno le loro responsabilità. È loro il destino, che lo prendano in mano.

 

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di Immanuel Wallerstein – il manifesto, 4 febbraio 2011

 

 

La rivolta araba del 1916 fu condotta da Sharif Hussein bin Ali per l’indipendenza araba dall’impero ottomano. Gli Ottomani furono cacciati. La grande rivolta comunque fu cavalcata da britannici e francesi. Dopo il 1945 i vari stati arabi entrarono gradualmente a far parte delle Nazioni Unite come membri indipendenti. Ma nella maggior parte dei casi la loro indipendenza fu sostenuta dagli Stati Uniti in qualità di successori della Gran Bretagna come controllore esterno, mentre la Francia conservava un piccolo ruolo nel Maghreb e in Libano.

La seconda rivolta araba bolle in pentola ormai da qualche anno. Il mese scorso ha ricevuto una bella sferzata di energia dalla riuscita sollevazione dei giovani tunisini.Quando giovani coraggiosi rischiano la vita per insorgere contro un regime autoritario e supercorrotto e alla fine riescono a deporre il presidente, bisogna applaudire. Qualunque cosa succeda dopo, si è trattato di un momento buono per l’umanità.

La domanda è sempre la stessa: e dopo? Che succede dopo? Anzi, in verità le domande sono due. Come mai questa rivolta ha avuto successo mentre tanti altri tentativi in tanti altri paesi sono falliti? E poi, chi ne uscirà vincitore e chi sconfitto, in Tunisia e altrove nel mondo arabo e in tutto il sistema- mondo?

Non è facile ribellarsi contro un regime autoritario. Il regime ha fucili e finanze a sua disposizione e per lo più si limita a soffocare i tentativi di resistenza nelle strade. Atti simbolici come il sacrificio di un giovane venditore ambulante immolatosi in una remota cittadina della Tunisia, Mohamed Bouazizi, in segno di protesta contro i capricci degli agenti del regime possono accendere la miccia della protesta, che poi si propaga, com’è stato in Tunisia.Ma perché un atto come quello portasse al rovesciamento del regime, in quel regime dovevano esserci delle crepe.

In questo caso, non c’è dubbio: c’erano. Né l’esercito, né la gendarmerie era pronta a sparare sui dimostranti e il compito è toccato alla guardia scelta del presidente. Non basta, il presidente Zine el-Abidine Ben Ali e la sua famiglia sono dovuti fuggire, accolti solo in Arabia Saudita. Che ci fossero crepe nel regime èmostrato chiaramente dal fatto che le figure più in vista del partito di Ben Ali, nel tentativo di sopravvivere alla tempesta, si siano affrettate ad arrestare il capo della sua macchina repressiva, Abdelwahab Abdallah, nel timore che altrimenti lui avrebbe arrestato loro. Cosa fecero i successori di Stalin subito dopo la sua morte? Arrestarono immediatamente Lavrenti Beria per la stessa ragione.

Certo, dopo la fuga di Ben Ali tutto il mondo ha applaudito, con la sola eccezione di Kaddafi in Libia e Berlusconi in Italia, che hanno continuato a cantare le virtù di Ben Ali. Il maggior sostenitore estero di Ben Ali, la Francia, era abbastanza imbarazzata nel confessare i suoi «errori» di giudizio. Gli Stati Uniti, avendo lasciato la Tunisia nelle mani teoricamente sicure dei francesi non hanno nemmeno sentito il bisogno di presentare simili scuse.

Come tutti hanno notato, l’esempio tunisino ha incoraggiato gli arabi scesi nelle strade altrove nel mondo a seguire un percorso analogo – i casi più notevoli: Egitto, Yemen, e Giordania. Mentre scrivo non è sicuro se il presidente egiziano Hosni Mubarak riuscirà ad uscirne vivo.

Ora, chi sono i vincitori? E chi i vinti? Non sapremo per almeno sei mesi e forse più chi prenderà il potere in Tunisia, in Egitto, anzi a dire il vero in tutto il mondo arabo. Le sollevazioni spontanee creano una situazione simile a quella della Russia nel 1917 quando, secondo la famosa frase di Lenin «il potere era per strada», e quindi una forza decisa e organizzata avrebbe potuto impadronirsene, cosa che fecero i bolscevichi.

Nella situazione politica attuale ogni stato arabo è diverso. Non esiste uno stato arabo oggi che abbia un partito laico, un partito rivoluzionario come quello bolscevico, pronto a prendere il potere. Ci sono tantimovimenti progressisti borghesi che amerebbero svolgere un ruolo importante, ma solo pochi hanno una base. I più organizzati sono quelli islamisti. Ma non si tratta di movimenti di un solo colore. La loro versione dello stato islamico va da quelli relativamente tolleranti degli altri gruppi, come per esempio è oggi in Turchia, ad una versione rigida della Shar’ia (come quella imposta dai talebani in Afghanistan) fino alle varietà intermedie, come i Fratelli Musulmani in Egitto. Gli esiti per i regimi interni sono incerti e ancora in evoluzione. E di conseguenza chi vincerà internamente è fortemente incerto.

Ma che dire delle potenze esterne pesantemente coinvolte nel tentativo di controllare la situazione? Il principale attore esterno sono gli Usa. Un secondo è l’Iran. Tutti gli altri – Turchia, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina – sonomeno importantima hanno comunque un peso.

Il grande sconfitto della seconda rivolta araba sono chiaramente gli Stati Uniti. Lo si può vedere dall’incredibile vacillare del governo statunitense in questo momento. Gli Stati Uniti (come ogni altra grossa potenza mondiale) mettono al primo posto un criterio: i regimi amici. Washington vuole stare dalla parte del vincitore, sempre che il vincitore non gli sia ostile. Che fare allora in una situazione come quella dell’Egitto che oggi di fatto è uno stato-cliente degli Usa? Gli Stati Uniti si sono ridotti a invocare pubblicamente più «democrazia», no alla violenza, e sì ai negoziati. Dietro le scene sembra abbiano detto all’esercito egiziano di non mettere in imbarazzo gli Stati Uniti ammazzando troppa gente. Ma come fa Mubarak a sopravvivere senza ammazzare un sacco di gente?

La seconda rivolta araba si sta verificando nel contesto di una situazione mondiale caotica nella quale dominano tre elementi: il declino dello standard di vita di almeno due terzi della popolazione mondiale, lo scandaloso aumento di reddito di uno strato sociale superiore relativamente ristretto; e il grave declino del potere effettivo della cosiddetta superpotenza: gli Stati Uniti. La seconda rivolta araba comunque vada a finire, non farà che erodere ulteriormente il potere statunitense, soprattutto nel mondo arabo, precisamente perché la sola base sicura per la popolarità politica in quei paesi oggi è l’opposizione all’intrusione degli Stati Uniti negli affari interni. Anche quelli che normalmente auspicano l’ingerenza statunitense dalla quale magari dipendono, oggi trovano politicamente pericoloso continuare così.

Il più grosso vincitore esterno è l’Iran. Il regime iraniano è senza dubbio guardato con notevole sospetto, in parte perché non arabo e in parte perché sciita. È stata comunque la politica statunitense a fare all’Iran il regalo più grosso rimuovendo dal potere Saddam Hussein. Saddam era stato il nemico più accanito e più efficace dell’Iran. I leader iraniani forse ogni giorno benedicono George W. Bush per aver fatto loro quel bel regalo. Hanno sfruttato con intelligenza politica questa manna cadutagli dal cielo mostrandosi pronti a sostenere movimenti non sciiti come Hamas, purché siano fieramente anti-israeliani e si oppongano con forza all’ingerenza Usa nella regione.

Un secondo vincitore minore è la Turchia. Da sempre invisa alle forze popolari nel mondo arabo per il doppio motivo di essere erede dell’impero ottomano e strettamente alleata degliUsa. Il presente regime uscito dalle urne, un movimento islamista che non cerca di imporre la shar’ia sull’intera popolazione ma solo il droit de cité per l’osservanza islamica, si è mosso a sostegno della seconda rivolta araba e questo anche a rischio di compromettere i suoi rapporti in precedenza buoni con Israele e gli Usa. E naturalmente il grande vincitore della seconda rivolta araba saranno, nel tempo, i popoli arabi.

 

Copyright Agence Global – traduzione Maria Baiocchi

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di Joseph Halevi – il manifesto, 18 febbraio 2011

 

 

La vulgata europea, ripetuta anche da Mario Draghi in una recente intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung, è che il modello tedesco segni la strada del successo. Tesi demolita per pezzo per pezzo da John Vinocur sull’International Herald Tribune del 15 febbraio. L’articolo apre menzionando un rapporto del Fondo Monetario Internazionale di due settimane fa, in cui si segnalava il riemergere degli squilibri finanziari internazionali su livelli simili a quelli che hanno contribuito alla crisi attuale. I paesi maggiormente implicati sono Cina, Usa e Germania.

La maggioranza del surplus tedesco si concretizza nell’ambito della Ue, quindi lo squilibrio prodotto da Berlino – che Merkel rifiuta di riconoscere come un problema di politica economica – pesa prevalentemente sul resto dei paesi dell’Unione europea, senza che questi abbiano spazio di manovra. Il fatto che il Fmi abbia esplicitamente menzionato la Germania dimostra che Berlino non ha seguito l’avviso del gruppo dei G20 (ridurre i surplus esteri aumentando consumi e investimenti interni). Dal canto loro i leader politici ed industriali tedeschi sostengono che i consumi aumenteranno poiché la crescita attuale porterà ad aumenti salariali col miglioramento della situazione occupazionale.

Vinocur cita però la valutazione negativa espressa dalla Federazione Tedesca dei Contribuenti, che prevede per il 2011 un calo della paga netta dei lavoratori dipendenti. Inoltre, se si confermassero le stime riguardanti la crescita del pil tedesco al 2,3% per il 2011 ed all’1,8% per il 2012 (contro il 3,6% dell’anno scorso) la disoccupazione cesserà di calare. In tale contesto il giornalista dell’Herald Tribune riporta un’analisi del Frankfurter Allgemeine Zeitung in base alla quale la disoccupazione tocca oltre 4 milioni di persone; mentre, ufficialmente, i disoccupati non sarebbero più di 3 milioni, il 7,4% della forza lavoro. Inoltre, nota Vinocur, nell’ambito dell’Ocse la Germania è tra i paesi ad alto tasso di disoccupazione a lungo termine. Del resto lo stesso ufficio statistico della Repubblica federale, nei suoi dati completi del 2009, assegna un valore molto alto alla disoccupazione tedesca complessiva: 20,1%
Ne consegue che la ripresa della Germania rappresenta un successo per il capitale tedesco, che spera di cavalcare sia la passività e la dipendenza del resto dell’Europa, che l’export verso le zone extra europee. Ma è dubbio che si possa trasferire questo criterio alle condizioni economiche e sociali della popolazione. Sul piano assoluto i livelli tedeschi sono superiori a molti paesi europei, ad eccezione della Scandinavia e direi anche dell’Austria. Tuttavia il ritmo con cui si aggravano la diseguaglianze sociali è più intenso che altrove.

Infine lo stesso capitale tedesco poggia su basi fragili dal lato finanziario. Vinocur utilizza un recente rapporto dell’Ocse che individua nello stato del sistema bancario irlandese e nelle banche pubbliche tedesche le condizioni della fragilità finanziaria europea. E riferisce anche di una conversazione avuta con Adrian Blundell-Wignall, vicedirettore della sezione finanziaria dell’Ocse. Per Blundell-Wignall il tasso di esposizione (leverage) della Deutsche Bank è del 250% maggiore della HSBC. Ciò non deve sorprendere perché durante gli stress test di autunno le banche tedesche hanno barato alla grande, nascondendo i titoli tossici di cui sono piene. Appena il mese scorso, scrive l’International Herald Tribune, Wolfgang Franz, presidente dei consiglieri economici della Cancelleria affermava che non si sa quanti scheletri le banche tengano nelle loro cantine.

Dagli anni ’90 in poi, anche in Giappone la montagna di prestiti bancari rivelatisi fallimentari venne nascosta con l’appoggio del governo, mentre la Bank of Japan irrorava le banche private con soldi gratis. Un ulteriore e importante fattore che aiutò le banche nipponiche a galleggiare fu il massiccio surplus nei conti esteri, che significava soldi in entrata nel sistema bancario nazionale. Il ragionamento vale anche per il neomercantilismo tedesco, distruttivo per l’Europa, resasi ancor più impotente grazie alla recente capitolazione della Francia.

 

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di Joseph Halevi – il manifesto, 2 febbraio 2011

 

 

A Davos la ministra delle finanze francese, Christine Lagarde ha affermato che la decisione presa nel 2005 – da Berlino e Parigi – di allentare i vincoli del patto di stabilità varati a Dublino nel 1996 era errata ed ha contribuito al marasma del debito pubblico nei paesi della zona dell’euro. La ministra ha promesso che l’errore non verrà ripetuto, impegnandosi ad attuare il rigore fiscale per l’insieme dell’Unione europea.

Questa dichiarazione indica che il governo francese si è completamente allineato sulle posizioni di quello tedesco. La recessione Usa del 2001, nonché la stagnazione di Francia e Germania, spinsero i due paesi ad accordarsi al fine di non rispettare i parametri di Maastricht per il deficit pubblico fissato al 3% del Pil. In questo contesto, il governo di Parigi – ancora nel 2008 e 2009 – considerava possibile un rientro in quei parametri solo dopo il 2012. In quel biennio, anche la Germania allentò i cordoni della spesa pubblica; sia per motivi automatici – dato l’aumento della disoccupazione e soprattutto dei lavoratori coperti dal kurzarbeit (mettere i dipendenti in esubero a orario ridotto, col governo che copre la differenza rispetto al salario contrattuale) – sia per salvare il sistema bancario, in particolare la banche pubbliche dei singoli stati della Repubblica Federale Tedesca, le landesbanken.

Pochi hanno infatti notato che, malgrado gli attacchi di Berlino contro gli eccessi nella spesa pubblica di altri paesi dell’eurozona, la Germania – tra il 2008 ed il 2010 – ha esibito uno dei maggiori aumenti del deficit pubblico nell’ambito della Ue. Tuttavia la forte ripresa delle esportazioni tedesche, manifestatasi a partire degli ultimi mesi del 2009, ha convinto Berlino che è possibile aggirare la crisi europea contando sulla proiezione dell’export tedesco a livello extra-europeo. La Germania è diventata quindi fautrice di una rinnovata austerità fiscale nella zona dell’euro, sebbene in casa propria si comporti ancora diversamente.

Di fronte all’indurimento tedesco, specie nella crisi imposta alla Grecia, Parigi reagì con stizza. Un anno fa Lagarde ricordò alla Germania che essa godeva di surplus esteri mai corretti, realizzati prevalentemente nel suo commercio intraeuropeo. Causando il furore dei ministri di Berlino che risposero grosso modo «noi siamo i migliori e i più competitivi produttori d’Europa, diventateci anche voi». Una conferma del fatto che Berlino non considera gli squilibri strutturali come un problema macroeconomico europeo.

L’irritazione della Lagarde per le eccedenze estere tedesche derivava dal fatto che la Francia – il cui deficit estero aumenta fin dai primi anni del 2000 – non può seguire la stessa rotta dell’export tedesco. Per la Germania le massicce esportazioni nette sono profitti per il suo sistema industriale e attivi per le sue banche, che controbilanciano la stagnazione della domanda interna. La Francia, malgrado i suoi desideri neomercantilisti, non ha gli stessi sbocchi esteri di Berlino. Anzi, subisce la concorrenza, tedesca, italiana e cinese. Sono i surplus esteri a permettere alla Germania di fare la voce grossa in materia di deficit e debito pubblico nella zona dell’euro. La differenza tra Parigi e Berlino stava tutta qui.

Tuttavia già con la formazione del fondo di salvataggio per Grecia e affini voluto da Parigi contro Berlino – ma ottenuto solo grazie all’intervento diretto di Washington – si capì che la contropartita richiesta da Merkel era l’accettazione (da parte francese) della posizione tedesca sul rigore fiscale europeo. La promessa fatta da Lagarde a Davos di non ripetere «l’errore» del 2005, dunque, conferma la capitolazione totale della Francia nei confronti della Germania. Ciò implica che la nuova forma di cogestione franco-tedesca della zona dell’euro si basa solo sulla difesa degli interessi bancari francesi e tedeschi; ed anche svizzeri.

I paesi maggiormente oberati da debiti dovranno, ora lo sappiamo con certezza, accollarsene tutto il peso. La nuova intesa esplicitata da Lagarde impedisce qualsiasi progresso verso la formazione di un sistema di titoli pubblici europei, che avrebbe dovuto andare ben oltre l’approssimativa formulazione datane qualche tempo fa da Juncker e Tremonti sul Financial Times. Invece, il «tesoretto europeo» che verrà formato con l’allargamento dell’Efsf, salverà le banche dei paesi egemoni che detengono titoli dei paesi in debito, quindi deboli. Ma ciò sancirà anche l’esistenza di almeno due Europe molto diverse tra loro, la cui incompatibilità politica – tesi sostenuta anche dal finanziere George Soros – può dilaniare e far crollare l’Unione europea.

Per paesi come l’Italia e il Belgio non resta che una corsa al ribasso: ridurre il deficit per impedire l’aumento dello spread sui titoli e svendere il patrimonio nazionale per abbattere il debito. Mentre, Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna affondano, con una disoccupazione effettiva di oltre un quarto della popolazione. Senza una nuova impostazione giuridico-economica della finanza pubblica europea, da qui non si scappa. E la sinistra ha zero idee in proposito, sia essa Sel o Pd.

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