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Archive for 3 marzo 2011

di Antonella Agnoli – il manifesto, 2 marzo 2011

 

 

La catena americana di librerie Borders lotta per sopravvivere, ma anche la sua grande rivale, Barnes & Noble, vacilla, colpita dagli effetti della crisi e dalla diffusione degli e-book. Resistono, a sorpresa, i piccoli punti-vendita che, come le biblioteche, hanno saputo dare vita a un rapporto forte con il quartiere o la città, e sono diventati luoghi di incontro e di socializzazione

Chissà, forse Amazon dovrà trincerarsi in Alaska o a Portorico nel prossimo futuro. Il gigante della distribuzione fondato da Jeff Bezos rischia di passare dei guai perché rifiuta di far pagare ai suoi clienti le tasse sulle vendite locali (una specie di Iva, diversa da stato a stato), cosa che rappresenta un forte incentivo per l’acquisto dei libri online invece che in un negozio: a New York le tasse sono l’8,25%, in Pennsylvania il 7%. Di questi tempi, risparmiare circa due dollari sull’acquisto di un volume che ne costa 25 può essere importante per un consumatore attento al borsellino, e di solito l’ulteriore sconto praticato da Amazon sul prezzo di copertina copre le spese di spedizione.
Quel che è successo in Texas è semplice: poiché uno dei magazzini di Amazon sta nella periferia di Dallas, per il fisco è un rivenditore «texano» e quindi tutti i compratori del Texas devono pagare le (modestissime) tasse locali. La somma potenzialmente accumulatasi finora è sostanziosa: 269 milioni di dollari, 200 milioni di euro che Amazon.com non ha alcuna intenzione di pagare: piuttosto chiuderà il centro di distribuzione in Texas il prossimo 12 aprile. Al resto penseranno gli avvocati.

La linea dura scelta da Bezos nel lungo periodo è però rischiosa: molti stati, tra cui Colorado e Rhode Island hanno accettato le richieste dell’associazione dei librai, rafforzando la legislazione che riguarda le tasse sulle vendite online, anche per far fronte alla crisi fiscale. Piuttosto che perdere il suo vantaggio competitivo, Amazon ha chiuso in questi stati ogni magazzino o ufficio, ma è probabile che regolamentazioni analoghe si estendano: prima o poi, insomma, Amazon dovrà rassegnarsi a far pagare l’Iva o ritirarsi ai margini degli Stati Uniti (forse il Delaware continuerà a essere fiscalmente ospitale ma trasferire ogni attività laggiù non sarebbe molto conveniente).

«Buoni» contro «cattivi»
Il problema dell’Iva sulle vendite online è solo una delle mille questioni che si intrecciano quando si parla del futuro del libro in America: dopo le librerie indipendenti, spariranno anche le catene come Borders o Barnes& Noble? La carta verrà sostituita dagli e-book? La vera concorrenza, in futuro, sarà tra Kindle (Amazon), iPad (Apple), Nook (Barnes & Noble) e Google ebookstore? E infine: l’accessibilità online di tutti i libri del mondo farà scomparire le biblioteche pubbliche? Viste da qui, le prospettive del libro cartaceo possono davvero apparire drammatiche come vengono descritte: tra il 2000 e il 2007 hanno chiuso circa mille librerie indipendenti negli Stati Uniti, lasciandone circa diecimila aperte, che però rappresentano solo il 6% del fatturato: ormai circa metà delle vendite di libri avvengono nei supermercati o attraverso Amazon. Le due catene Borders e Barnes & Noble rappresentavano l’anno scorso rispettivamente l’8% e il 17% delle vendite.

Dell’estinzione delle piccole librerie si parla dagli anni Novanta: nel 1998, in C’è posta per te, Tom Hanks e Meg Ryan impersonarono rispettivamente il «cattivo» manager delle catene Fox (trasparente versione di Barnes& Noble) e la «buona» libraia indipendente. E non è che le cose siano andate troppo diversamente da come venivano presentate nel film: librerie storiche come Davis-Kidd a Nashville e Cody’s a San Francisco hanno resistito una dozzina d’anni ma nel 2010 si sono arrese anche loro (resiste, invece, la gloriosa City Lights).

La crisi tocca ora anche le grandi catene: il Borders di Centre Avenue a Pittsburgh, per esempio, è tappezzato di cartelli «Closing – Everything must go», uno dei 200 negozi che la catena sta sopprimendo. Barnes & Noble ha ancora 717 punti vendita, rispetto ai 726 di due anni fa, ma ha chiuso 798 punti di vendita della catena Dalton, assorbita nel 1987. Borders cerca un compratore per evitare il fallimento e l’ipotesi più probabile è che venga assorbito da Barnes & Noble. Ma anche questo sembra un gigante con i piedi d’argilla, minacciato da Amazon sul fronte delle vendite di libri cartacei e su quello degli e-book (il Kindle, per ora, ha molto più successo del Nook).

Le catene avevano avuto successo per l’ampiezza degli spazi, spesso oltre 2000 metri quadri, per la sovrabbondanza dell’offerta (anche 150.000 titoli fisicamente presenti nel negozio) e per la generosa accoglienza: nessuno si formalizzava se un «cliente» sedeva tutta la giornata al caffè interno, leggeva tre libri e poi se ne andava senza comprare nulla. Questa formula potrebbe aver fatto il suo tempo: Borders o Barnes & Noble sono luoghi piuttosto anonimi, con le loro pile di bestseller all’ingresso e i loro commessi sottopagati che chiedono lo spelling del nome di ogni autore anche se si tratta di Kafka. In un mondo dove esistono accoglienti biblioteche pubbliche, i caffè Starbucks e lettori elettronici che permettono di scaricare qualsiasi libro anche se ci si trova in una remota valle degli Appalachi i motivi per cercare il Barnes & Noble più vicino non sono moltissimi.

La novità degli ultimi mesi sembra essere il ritorno delle librerie indipendenti: ci sono piccole librerie che sembrano passarsela ottimamente, come la Oblong Books di Suzanne Hermans a Rhinebeck, New York, di cui hanno parlato i giornali e altre. La riscossa di «Piccolo è bello» sembra partire da luoghi come Penguin Bookshop, a mezz’ora di auto da Pittsburgh. Penguin esiste da ottant’anni, ha avuto fin qui solo quattro proprietari e offre qualcosa di diverso dai libri: un posto dove sentirsi a casa. La libreria, su due piani, ha comode poltrone, un caminetto, un grande spazio ragazzi e uno staff che riconosce il cliente, se non altro perché la città di Sewickley ha soltanto 3.500 abitanti. In Italia, comuni di queste dimensioni hanno al massimo una cartolibreria e nessuna biblioteca, qui c’è anche una public library molto frequentata, con oltre 90.000 documenti.

«Siamo aperti dall’ottobre 1929 e se siamo sopravvissuti alla Grande Depressione ce la faremo anche questa volta» ironizza Maryanne Eichorn, ricordando che l’ultimo restauro e ampliamento della libreria è stato fatto nel 2008, un altro anno di crisi per gli Stati Uniti. «La nostra strategia, dice Maryanne, è di offrire un servizio alla comunità: segnaliamo le novità che possono interessare al singolo cliente, consigliamo i libri per i regali di Natale, offriamo presentazioni e appuntamenti di ogni tipo». Penguin Bookshop ha il vantaggio di essere in una comunità ricca e poco lontana da Pittsburgh, dove il reddito medio è ben superiore alla media nazionale. I residenti comprano lì anche i libri che potrebbero trovare scontati su Amazon: «Paghiamo una piccola quota per rendere la nostra città più piacevole da vivere», dice Joan Miles, avvocato, sposata con un docente universitario. Penguin Bookshop ha disponibili in negozio 14.500 titoli ma il suo catalogo offre una scelta ben più vasta: 220 libri di, o su, Giacomo Leopardi, 450 di, o su, Karl Marx (compresi molti in francese, tedesco, spagnolo) e non manca neppure l’edizione inglese dell’autobiografia di Rossana Rossanda, The Comrade from Milan, pubblicata da Verso al prezzo non abbordabilissimo di $49,95 più tasse. «Quello che non si trova oggi sui banconi arriverà senza fallo entro sette giorni», spiega Maryanne.

Penguin, come altre piccole librerie, sostiene di non temere l’espansione del libro elettronico e ha fatto un accordo con Google per vendere libri attraverso Google ebookstore, che ha il vantaggio di offrire e-books in formati compatibili con tutti i lettori tranne il Kindle; la possibilità è ancora poco usata ma rafforza l’immagine di Penguin come luogo moderno, con niente da invidiare alle grandi librerie di New York o Philadelphia, né ai giganti delle vendita per corrispondenza.

I librai americani hanno dimostrato di non mancare di fantasia nel reinventare i loro negozi: in Massachusetts HugoBookstores offre corsi di spagnolo e di cucito, in Iowa The Book Vine offre degustazioni di vino e vende non solo caffè ma anche cioccolato e orsacchiotti di pelouche insieme a qualche buona bottiglia di Cabernet Sauvignon. A New York, McNally Jackson proclama le propria ambizione di diventare «il centro della cultura letteraria a Manhattan». Forse ci vorrà un po’ di tempo, ma la domenica la libreria è affollatissima e la macchina per stampare libri sul momento, il cosiddetto print on demand, rafforza l’immagine d’avanguardia di questo punto d’incontro nel Greenwich Village.

Cose che non hanno prezzo
Funzioneranno questi tentativi? L’impressione è che avranno successo le librerie (come le biblioteche) che hanno un rapporto forte con il quartiere o la città. Solo quando questi third places, questi luoghi di incontro e di socializzazione, hanno una base sufficiente di frequentatori affezionati riescono a sconfiggere la concorrenza dei colossi e dei distributori di e-book. «Librerie e biblioteche sono strutture che valorizzano la città» dice Barbara Mistick, il direttore del sistema bibliotecario lasciato in eredità a Pittsburgh da Andrew Carnegie e non c’è dubbio che sia così. Lo shopping su Amazon può far risparmiare ma ottenere un consiglio, incontrare un autore, passare due ore con le amiche sono cose che non hanno prezzo.  Come non hanno prezzo, continua Barbara Mistick, i servizi che una biblioteca pubblica offre alle fasce più deboli della popolazione: «Prima di discutere di e-book, bisogna capire quante persone hanno una connessione internet, quante hanno una carta di credito, quante hanno un lettore adatto. La public library mette a disposizione delle fasce deboli della popolazione computer che a volte sono vitali per chiedere l’indennità di disoccupazione, per ottenere un rimborso fiscale o inviare un curriculum. Siamo un luogo dove le persone possono farsi aiutare, incontrarsi, scambiare esperienze e l’importanza di queste relazioni si è moltiplicata con la crisi».

Tutte le biblioteche americane, in queste settimane, offrono i moduli per fare la dichiarazione dei redditi e assistenza per compilarli a chi ne ha bisogno. Oltre ad avere ogni tipo di servizi per i cittadini che cercano lavoro: come scrivere un curriculum, come chiedere le indennità di disoccupazione, come affrontare un’intervista di assunzione. Nonostante questo, anche le biblioteche sono fortemente sotto stress.

Il loro nemico sono le amministrazioni locali, con i loro tagli spietati in discussione in queste settimane. A Queens, uno dei cinque boroughs di New York, esiste il più grande, e probabilmente più efficiente, sistema bibliotecario pubblico degli Stati Uniti, con 23 milioni di prestiti nel 2009 e un bilancio di 127 milioni di dollari. Il sindaco della città Michael Bloomberg si propone di ridurre il bilancio del 23 per cento, una scelta che implicherebbe il licenziamento di 300 bibliotecari e la chiusura di molte delle 62 succursali. Questa settimana, una folta delegazione di cittadini andrà a Albany, la capitale dello stato, per convincere deputati e senatori che le biblioteche valgono più di quanto non costino alla collettività. E anche in Gran Bretagna, dove il governo Cameron ha fatto scelte analoghe, si è creata una forte mobilitazione in difesa delle biblioteche come indispensabile componente della qualità della vita urbana.

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