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Archive for 2 marzo 2011

di Adriano Sofri – la Repubblica, 28 maggio 2010

 

 

“Eroi di carta”, si intitola: con un insulto. Gli è sfuggita l’assonanza stretta fra il suo titolo e il Guappo ‘e cartone  –  siamo lì, in territorio di camorra. Ho letto il pamphlet di Alessandro Dal Lago, edito dal Manifesto. Siamo qui, in territorio di sinistra. Una meticolosa disamina letteraria svela che: “L’indagatore della camorra, e cioé Saviano in carne e ossa, è il vero eroe del libro /Gomorra/”. L’eroe di un libro è, semplicemente, il suo protagonista. Nessuno che abbia letto Gomorra può dubitare che il suo protagonista sia Roberto Saviano. Ma “l’eroe del libro” nell’accezione di Dal Lago è già a un passo dall’eroe di carta. E un passo corto separa l’eroe di carta dall’eroe morto. Così corto che bisognerebbe mordersi la lingua. Dal Lago è bravo, militante: non se l’è morsa. Anzi, se la prende col titolo di Saviano: “Gomorra è un titolo geniale. Con la semplice sostituzione di una sillaba, da un mondo criminale specifico, la camorra, siamo trasportati di colpo nel regno del Male”.

La riduzione del mondo a regno del Male e la promozione di sé a paladino del Bene è, secondo Dal Lago, l’equivoco (di destra, peraltro) di Saviano. Sono riandato a sfogliare Gomorra, ricordavo bene. C’è il testo di un discorso che don Peppino Diana, se non fosse stato assassinato, e il suo amico Cipriano avevano preparato, ed è rimasto in un quaderno a righe.

“Non permettiamo uomini -recita il testo- che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un’unica grande Gomorra da distruggere!… È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra”. Ecco da dove viene il titolo geniale.

Si è fatto prendere la mano, Dal Lago. C’è stato, intanto, un piccolo incidente nei tempi: perché Dal Lago ha finito di scrivere prima che si rompessero gli argini degli attacchi a Saviano da parte di Berlusconi e dei suoi scudieri, e ha sostenuto che Saviano facesse per loro, e loro per lui. “Mondadori ha pubblicato il suo libro, gran parte dei quotidiani lo sponsorizzano e tutti sono contenti”. Be’, quasi tutti, quasi contenti… A rileggerlo ora, suona surreale. Dal Lago diffida dei conformismi e i disgraziati bisogni di eroismi. Ma il caso di Saviano, sul quale la sua arringa è imperniata, è il meno appropriato. Fra i personaggi che le lunatiche maree hanno sospinto in alto, Saviano è quello per il quale la proporzione fra merito, letterario e umano, e “fortuna”, è più apprezzabile.

Una volta, un dirigente storico del Pci, uomo all’antica e combattente contro la mafia, mi ammaestrò sulla differenza fra un uomo e una scimmia: la scimmia, disse, è quella che più sale in alto, più mostra il deretano. Ecco: le scimmie sono belle, ma abbiamo fatto una scorpacciata di deretani rampicanti nel subbuglio italiano di questi anni. Qualcuno può stizzirsi per le troppe facce di Saviano che si vedono in giro: ma si tratta della faccia.

Siamo in molti ad aver letto Gomorra, e ad averne un’idea. Dal Lago la sua idea se l’è fatta attraverso categorie che incutono soggezione  – l’io narrante infradiegetico, extradiegetico o senz’altro metadiegetico. Dal Lago imputa a Saviano di essere uno e trino: autore, io narrante, e persona in carne e ossa, e di passare dall’uno all’altro “secondo il suo ghiribizzo”, senza avvertire il lettore e pretendendo di esser creduto, perché sì. Più semplicemente, esiste un genere che prevede la combinazione delle tre figure che Dal Lago vuole tenere al loro posto, ed è l’autobiografia. Saviano ha scritto la propria autobiografia in terra di camorra, e questo fa la forza del libro, e fa apparire un’ovvietà la conclusione cui Dal Lago approda come a uno smascheramento. Saviano protesta: “È una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?” Dal Lago cita, ma non tira le conseguenze. Gli importa di tirarlo giù dal piedistallo: l’ho detto, si è fatto prendere la mano. Raccoglie passi di Gomorra che suonano inverosimili: e può aver ragione, benché a quei pochi se ne affianchino mille che suonano ancora più inverosimili, ma sono provati veri. Mancando a se stesso, Dal Lago ricorre ad argomenti meschini. Dice Saviano che se, anche grazie a lui, opporsi al crimine organizzato diventa una moda, ben venga: vuol dire che se alla voga dell’ammirazione per i mafiosi o del farsi i fatti propri si sostituisce il disprezzo per le mafie non c’è che rallegrarsi. Dal Lago gli addebita invece di voler fare della lotta alla criminalità un fatto di moda!

Gli rimprovera di ignorare la politica, e subito dopo ammette che “la camorra è la forma della politica in Campania e nel Mezzogiorno”. Di mettere “tutta la bontà dalla parte dello Stato”! Di non nominare, per opportunismo, Berlusconi e i governanti di centrodestra. Di volersi accampare a erede profetico di Pasolini: e però ci sono scrittori che vivono di letteratura, e altri che rischiano di morirne. Gli rinfaccia addirittura di inventare il neologismo “zompettare”: che è parola corrente, e vuol dire saltellare, e ora, leggo, per la neolingua dei giovani, anche farsi una scopata.

Basta. Dal Lago merita d’essere discusso, ma il punto è l’accoglienza che gli è stata fatta, a scatola chiusa. “Una liberazione”, dicono. Era ora che “da sinistra” si parlasse male di Saviano, oltre che di Garibaldi. Poiché gli attacchi si moltiplicano, e vengono anche da persone d’onore, bisognerà che Saviano abbia qualche torto grave. Non può consistere nella sua scrittura: chi la trovi debole non vorrà spingersi per questo all’aggressione contro un “eroe di carta”. Non può risiedere nella serietà della faccia, come di uno che se la tira  –  se non altro perché gliela tirano. Il torto di Saviano è di non essere stato ammazzato  –  non ancora. (Dal Lago, che non sa “giudicare sulla portata delle minacce”, addita però nell’identificazione in Saviano una “volontà di sacrificarlo”). Se uno è minacciato, attorno a lui si fa un’aura di lontananza e di nobiltà, che induce all’affetto. All’invidia anche, benché quel genere speciale di invidia che non spinge affatto a desiderarsi nei panni dell’invidiato  –  anzi: alla larga!  –  ma piuttosto ad augurarne, quasi senza volere, la scomparsa o almeno la destituzione.

Un angelo di morte gli vola sul capo, e si trepida per lui: ma la trepidazione, come tutti i sentimenti intensi, e questo lo è più di tutti, ha una prescrizione, non si può camminare a lungo su una corda tesa. Saviano ha trent’anni, e ci tiene sulla corda già da quattro anni. Per i più, è ancora una miccia che brucia e commuove. Per altri ce n’è già abbastanza. Saviano non è andato sottoterra, è ora di riportarlo sulla terra. Salvo che non essere (ancora) morto ammazzato non è un torto di Saviano. Caso mai, dei suoi minacciatori: potenti famiglie di camorra, minutanti di camorra allo sbaraglio, aspiranti sfusi al quarto d’ora di celebrità.

Andare deliberatamente incontro a quell’appuntamento con la propria condanna a morte? Non basterebbe neanche ai critici critici, che si troverebbero per le mani un eroe vero  – morto, perché sono veri solo gli eroi morti: la sera prima sono bersagli per i critici, come Giovanni Falcone su una sedia di seconda fila da Maurizio Costanzo – altro che un eroe di carta. Va da sé che potrebbero sempre allegare un’appendice sul megalomane che se l’è cercata, volendo più bene alla propria gloria che a se stesso. Allora, cambiare un’esistenza sequestrata in uno sprofondamento totale: plastica facciale, una casetta in Canada? La morte civile, invece che quella fisica? La vita di Saviano è minacciata, la minaccia non ha confini né di tempo né di spazio e deve essere protetta. È una vita amarissima, e chi la ritenga compensata dalla festa che Saviano incontra in certi incontri di folla è un pazzo, che venderebbe l’anima al diavolo se il diavolo si interessasse ad anime simili. Si fa una colpa a Saviano  – lo fanno i camorristi, ma anche dei disgraziati che buttano il sangue e guardano dal basso in alto- di aver fatto fortuna. Non è forse vero che è diventato ricco? E’ vero. Ma si torna lì: che cos’è la ricchezza. Che cos’è, di sera, in un letto di caserma.

 

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di Marco Demarco – Corriere del Mezzogiorno, 25 maggio 2010

 

 

«Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, buoni e cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi». Si comincia così, con una velenosa citazione di Karl Kraus, e si capisce subito dove si va a parare. Il Berlusconi che teme gli effetti negativi di Gomorra e l’Emilio Fede che pensa di Saviano quel che Bersani dice della Gelmini al confronto sono dilettanti allo sbaraglio.

La stroncatura più impietosa che mai sia stata scritta del libro che ha fatto gridare al miracolo editoriale porta la firma di Alessandro Dal Lago, studioso dei processi culturali, sociologo che più di sinistra non si può. Suo un pamphlet dal titolo inequivocabile: Eroi di carta. E come se non bastasse, la casa editrice è quella del «manifesto». Dunque, questa volta c’è poco da sospettare. L’attacco diretto all’icona della letteratura impegnata non genera né dall’emotività politica, né dal narcisismo professionale. Questa volta la censura è ideologica, totale, argutamente motivata. E viene da sinistra; da quella sinistra colta e elitaria che ha preferito Bertold Brecht a Eugène Sue, Adorno a Andy Warhol; da quella sinistra che un tempo odiava tutto ciò che era nazional-popolare e ora mal digerisce tutto ciò che è nazional-mediatico.

Il caso c’è tutto. E difficilmente la potenza distruttiva di Dal Lago passerà inosservata. Tra gli intellettuali di sinistra, prima, solo Alberto Asor Rosa aveva avuto l’ardire di escludere Saviano dalla sua Storia europea della letteratura italiana, pur avendo invece inserito Niccolò Ammanniti e perfino Giorgio Faletti. Ma con Eroi di carta si fa molto di più. Dal Lago infrange il tabù, entra nel merito di Gomorra, smonta e rimonta l’opera di culto, coglie ogni forzatura stilistica, denuncia la colpevole confusione tra l’io narrante, l’io autore e l’io reale; sottolinea con la matita rossa ogni sbavatura formale, ogni citazione nascosta; e allarga le braccia davanti alle contraddizioni e alle illogicità. E talvolta esagera per il gusto di sorprendere. Come quando segnala quella erezione «pendula» di cui si parla nel romanzo, quasi un ossimoro fisico. O quando mette la lente di ingrandimento su un boss di Secondigliano descritto, in una stessa scena, una volta con eleganti scarpette da ginnastica, un’altra con minacciosi stivaletti. Dal punto di vista letterario, ideologico, e addirittura morale, poco si salva. Saviano viene fatto a pezzi, addirittura irriso, come quando, a proposito della lotta ai clan, Dal Lago gli rovescia addosso i versi di Leopardi: «…L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io».

Ma quel che più conta, il mito di cui tanto si parla non solo è un «eroe di carta», non solo è un «cattivo scrittore», ma viene descritto come un banale populista, un semplificatore ipermoralista, un doppiogiochista con vocazione ecumenica. Perché si arriva a tanto? Perché «l’inclusione di Saviano nel martirologio fa si che chiunque non si allinei sia considerato di fatto un alleato dei camorristi». Del Lago non ci sta e travolge chiunque a sinistra abbia esaltato Gomorra, da Wu Ming a Nichi Vendola. Saviano identifica i casalesi con il Male, ma Dal Lago ha studiato Hannah Arendt e sa quanto sia inutile il concetto di male radicale. Nel descrivere la mostruosità dei camorristi, che prima uccidono e poi si scolano una birra, Saviano apparentemente svolge il discorso sulla banalità del male. In realtà, si argomenta, è l’opposto: «Non sono loro ad essere come noi, gente qualsiasi, ma noi come loro; insomma, siamo tutti mostri, almeno in potenza». Da qui l’altra accusa, quella di impoliticità. Se il male è assoluto, la responsabilità non può essere politica. E neanche dello Stato. Saviano non elogia forse il ministro Maroni? Ai lettori non resta, allora, che riscattarsi dal disimpegno leggendo Gomorra; che redimersi credendo nell’Eroe, cioè nello stesso Saviano, unico, mitico, insostituibile alfiere del Bene. Una sorta di Leonida, quello delle Termopili, non a caso magnificato in una recensione del film 300, tratto dal fumetto di Frank Miller. Ma basta con tutta questa retorica «anestetizzante e distraente» sull’eroismo, sbotta Dal Lago. E aggiunge: non ci sono bastati i Borrelli e i Di Pietro?

Infine, il punto centrale, forse quello più delicato: l’ossessione della camorra che porterebbe Saviano in un vicolo cieco. «Le mafie— scrive Dal Lago— hanno un enorme potere. Spadroneggiano nei loro territori, fanno affari con le aziende e le banche, si ramificano nel resto del paese, si espandono all’estero. E in qualche misura influenzano il potere politico. Ma non sono il potere. Quand’anche le mafie fossero ridotte all’impotenza, il bel paese continuerebbe ad essere governato da altri poteri, meno sanguinari e pestiferi e non di meno decisivi». La differenza con Emilio Fede è qui più che altrove. Per quest’ultimo, Saviano «rompe» perché oscura il lavoro di Berlusconi, unico vero eroe. Per Dal Lago, invece, perché lo critica con troppa prudenza e troppi distinguo. E perché oscura tutti gli altri che cercano di penetrare la complessità del mondo.

 

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di Girolamo Di Michele – Carmilla, 30 novembre 2008

 

 

«Non sono affatto un eroe. Non basta esser minacciati per esserlo. Chi vive qui, a sud, nella provincia d’Italia fa semplicemente una scelta. Io ho fatto la mia (23 marzo 2004)» Quando scrive queste parole sul lit-blog Nazione Indiana, Roberto Saviano non è ancora l’autore di Gomorra: è uno scrittore che divide la propria attività tra il lavoro d’inchiesta e la critica letteraria. Ha già ricevuto avvertimenti, minacce: due pagine su “Sandokan” Schiavone, pubblicate sul Diario hanno suscitato l’attenzione della camorra. Non per la risonanza che l’articolo può avere (Diario è una rivista ben fatta, ma quasi di nicchia): per aver nominato Casal di Principe.

Come accadde per Pippo Fava, colpevole di aver reso noto il nome di Nitto Santapaola. A Roberto si dice già che non vale la cinquemila, il vecchio prezzo in lire di tre cartucce di fucile: un modo per far sapere che invece le tre cartucce se l’è cercate, che prima o poi arriveranno. Il tenente dei carabinieri che lo convoca in caserma “per urgenti indagini” nel marzo 2005 non ha «mai visto un intellettuale conoscere tante “schifezze”». Ha stampato i suoi testi postati in rete: «Lei sa più dei miei ufficiali», dice con fare rabbioso. In una lettera agli amici di Nazione Indiana lo scrittore rivendica il compito che si è assegnato, il senso della propria scrittura: descrivere «l’intero meccanismo e non la singola questione. Affrontando dinamiche di potere, non singoli crimini, di cui sovente non mi importa nulla» (“Scrivere sul fronte meridionale”, 17 aprile 2005). Queste storie non sono banali antefatti: sono corpo e sangue di Gomorra, testo vivo e in progress, cresciuto sulle pagine di piccole riviste o di blog letterari. È importante ricordarlo, in un momento in cui fa comodo a troppi credere Gomorra un “caso” costruito a tavolino. Un libro inutile. A Gomorra si rimprovera di non raccontare nulla di nuovo; di non aver cambiato di nulla la realtà del potere camorristico; di contribuirvi, piuttosto, con l’associare alla camorra il simbolo della “monnezza”, creando l’alibi unanimistico della lotta al binomio camorra-rifiuti. Infine, di essere un libro informe, incentrato su un io narrante in stile noir, un po’ Marlowe un po’ Cid Campeador, che non raggiunge il livello di denuncia di un Romanzo Criminale, come sostiene Alessandro Dal Lago. È un fatto che le vicende personali dell’autore di Gomorra pongano un problema: l’attenzione sul personaggio-autore sposta il centro del discorso dal testo all’autore, toglie luce ai contenuti del libro per illuminare di luce titanica lo scrittore. E se Gomorra fosse un libro non innovativo, inutile ed anche consolatorio, sarebbe vero che tolto il libro, resta solo il personaggio, la cui sostanza sarebbe tutta nel fatto mediatico. Ma le cose non stanno così: quelle critiche, fraintendendo Gomorra, svuotandolo della sua sostanza, del suo significato non solo civile, ma “letterario” (che è altra cosa da “estetico”), contribuiscono alla stessa operazione che vorrebbero demistificare.

Gomorra è, in primo luogo, un libro importante. Certo non il primo libro di denuncia sulla camorra. I nomi di cronisti e scrittori che se ne sono occupati, del resto, li si trova negli stessi scritti di Saviano: basta cercarli. In verità nessuno dei detrattori ha dimostrato l’assunto della non-originalità, o peggio del plagio: come le affermazioni dell’attuale presidente del Consiglio, un’affermazione indimostrata viene reiterata nella speranza che la quantità si rovesci in qualità, che la ripetizione induca a credere nella sua veridicità. Finora non si vede alcuno capace di trarre da Gomorra una lista di indici, ed elencarne sinotticamente le derivazioni da altri studi. Per contro, la sua importanza è stata sottolineata (con buona pace di chi ha rinfacciato a Gomorra di non aver fornito «uno straccio di appiglio per un giudice istruttore») dal PM Raffaele Cantone, istruttore del processo “Spartacus”: «Gomorra ha reso commestibile un argomento che in genere viene trattato solo da addetti ai lavori, o dall’opinione pubblica quando ci sono fatti gravi, omicidi eccellenti o delitti di innocenti che cadono nella quotidiana guerra tra bande che si consuma nel Napoletano per il controllo del malaffare. L’approccio di Gomorra, la sua visione d’insieme, ha invece imposto o attirato lo sguardo di una larga fetta dell’opinione pubblica sul caso Napoli, sulle tante facce del crimine in città e in provincia. Ora la camorra non è più solo argomento per convegni o questione per tecnici o investigatori» (Il Mattino, 13 gennaio 2007). Gomorra è un testo innovativo nel contenuto e nel metodo, come involontariamente ammetteva il tenente dei carabinieri di Casal di Principe. Connette in un disegno d’insieme sparse membra di un disegno la cui interezza era sconosciuta alla pubblica opinione: guardare un outlet e vedervi una discarica abusiva; scoprire i segni evidenti della penetrazione camorristica non solo in Campania, ma nella grassa Emilia; trovare in una discarica abusiva le stigma della Lombardia, del Veneto, dell’ecologissima Toscana. Capire le relazioni tra il mercato cinese, il crollo del muro di Berlino, le carpe di mare che risalgono i fiumi campani, il boom edilizio: e raccordare tutto questo, con un unico tratto, ai clan di Casal di Principe e Secondigliano. Da Scampia ad Aberdeen, passando per Cengio. Non vale almanaccare i nudi fatti in una parvenza di oggettività se non li si coglie entro uno schema comprendente: «non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso», scrive Machiavelli nella celebre Lettera a Francesco Vettori. La scienza all’opera in Gomorra ha questo lignaggio. E colpisce che attenti conoscitori di Gregory Bateson non abbiano notato come in Gomorra i fatti ritenuti siano sottesi dallo stesso schema col quale il teorico dell’ecologia della mente raccordava dinamicamente corsa al riarmo, devastazione dell’ambiente e hybris umana. Come colpisce che il sociologo sia indifferente al valore della diffusione di una conoscenza, alla sua circolazione, al suo divenire patrimonio condiviso. Casal di Principe o la rete degli outlet, “Sandokan” o i Bidognetti esistevano certo anche prima: ma ora sono noti alla pubblica opinione: è cosa da poco aver acceso l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul processo Spartacus, una delle più rilevanti inchieste contro la malavita organizzata a livello mondiale, che stava passando sotto silenzio? Ma soprattutto: che idea della funzione dell’intellettuale, del suo mandato sociale ha chi pensa che un libro sia inutile se solo non produce, qui ed ora, una conseguenza di rilevanza penale? «Raccontare dei fuoristrada dei capizona, dei boss che passeggiano a braccetto con i politici, dei tavolini al bar che divenuti uffici dei boss per “pubblicare” l’alleanza con un imprenditore, è divenuta usanza rara, eppure abusata. Sarebbe una narrazione stantia che farebbe appassionare qualche giallista, o semmai qualche torinese melanconico», scrive Saviano in “La parola camorra non esiste” (16 settembre 2003). Gomorra, oggetto narrativo non identificato, non è un giallo, tanto meno un feulletton: condivide gli strumenti linguistici del noir (la paratassi, il linguaggio cronachistico) per dar voce all’inchiesta (all’esperienza vissuta); ma ibrida questo linguaggio col tu impersonale per coinvolgere il lettore nella comunicazione di un’esperienza potenziale, e infine usa l’io dell’esperienza diretta del narratore come una sorta di experimentum crucis che salda i tre livelli nella complessità narrativa richiesta dalla complessità dell’oggetto narrato: «Capire bene il meccanismo-camorra è cosa davvero complessa. Bisogna innanzi tutto sbarazzarsi la mente dai retaggi folkloristici e d’annata. Il camorrista non gira con la lupara, non è ignorante, non vive nelle bettole, non parla il dialetto come unica lingua della carne! Il sistema/camorra è il valore aggiunto di un’impresa, il suo esistere non è ruolo parassitario ma anzi riveste un’attività partecipativa». E davvero non si vede cosa sorregga l’azzardato paragone di Dal Lago con Romanzo criminale, che non è un libro d’inchiesta, ma la riproposizione della dimensione tragica nella cronaca, e per la cui comprensione Brothers di Kitano è più importante della conoscenza della banda della Magliana. La sua importanza, nella narrativa dell’ultimo ventennio (in particolare in quella che afferisce al New Italian Epic, del quale anche fa parte Romanzo criminale) è pari a quella cui assurge come lezione di metodo e come libro di denuncia.

Se così stanno le cose, rimane l’interrogativo sul perché, al di sotto di critiche meritevoli di risposta, Gomorra abbia suscitato un verminaio verbale, una sorta di diffusa alitosi della ragion miserabile, rispetto alla quale «tocca a noi assumerci responsabilità di decostruire le sue menzogne e le sue idiote banalità», come scriveva Saviano all’indomani dell’assassinio di Enzo Baldoni, a proposito di uno dei tanti giornalisti che godevano a sciacallare sulla sua morte. Il motivo è forse nel carattere rancoroso della fase storica in cui viviamo. La profezia di Andy Warhol sulla possibilità per chiunque di essere celebre per un quarto d’ora ha nutrito, in quella palude delle coscienze che sono stati – e sono tutt’ora – i mai terminati anni Ottanta, la pretesa che quei 15 minuti fossero un diritto universale. Un’intera generazione ha ingoiato rospi nelle università, nelle redazioni di piccoli giornali e piccole radio, nelle televisioni. Era l’epoca dei Minoli e dei Red Ronnie, della moda dei pensatori deboli e della riabilitazione dei peggiori reazionari. Dei coltelli sotto le scrivanie, dei portaborse, delle piccole delazioni. È dura avere avuto simili frequentazioni, ancor peggio ritrovarsi sul bordo fangoso della storia che passa: come non provare rancore verso chi, in qualche modo, è sopravvissuto alla selezione malthusiana? E come credere che un ragazzo meridionale, mezzo anarchico e mezzo ebreo, sia riuscito a bucare il muro dell’informazione surfando sui lit-blog della rete? «Impieghiamo la maggior parte delle nostre veglie nel fare a pezzi coll’immaginazione i nostri nemici», scriveva Cioran nella sua Odissea del rancore: «fatta questa concessione, ci plachiamo e, spossati, scivoliamo nel sonno: riposo ben meritato dopo tanto accanimento e tanta pignoleria». La veglia della ragione, nutrita dal rancore che si propaga a macchia d’olio nella società delle passioni tristi, dà un senso a vite altrimenti vuote, incapaci di quel gesto con cui Machiavelli, sull’uscio del proprio scrittoio, si spogliava di «quella veste cotidiana, piena di fango e di loto». Cosa importa se questa perversa eterogenesi dei fini aiuta la sussunzione reale della vita sotto Gomorra? «I caporedattori torneranno ad ignorare le questioni di camorra, torneranno gli amici a dire “Robbè ma lascia perdere sti’strunzate, le sanno tutti”. E qualcuno continuerà a ricevere le pallottole di kalashnikov in busta e le guerre torneranno a circoscriversi a piccoli chirurgici omicidi. E svanirà la camorra, perché esiste solo quando diventa concreta ovvero quando lascia cadaveri per terra, taglia teste e macchia di sangue l’asfalto» (Roberto Saviano, “Qui”, 23 novembre 2004).

 

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INTERVISTA AD ALESSANDRO DAL LAGO

di Tonino Bucci – Liberazione, 22 novembre 2008

 

 

Chi è Roberto Saviano? L’autore di Gomorra, certo. Ma chi può distinguere ormai il libro dall’immagine pubblica del suo autore? Saviano ha scritto cose sacrosanti, quand’anche non delle novità assolute. Ne può dubitare solo chi nega l’esistenza della camorra. Ma la fortuna del libro è a ogni modo legata al personaggio pubblico nel quale si è trasformato il suo autore. E se Roberto Saviano fosse diventato
suo malgrado, prigioniero dei media, prigioniero della retorica bipartisan, prigioniero della costruzione di un mito contemporaneo La domanda se la pone il sociologo Alessandro Dal Lago.

 

Cosa c’è che non va in Saviano e nel suo libro?

Non parlo dei contenuti di Gomorra. Saviano racconta cose che già conoscevamo. Parlo invece dell’operazione letteraria, anzi editoriale, dato che Gomorra non è un romanzo. Penso che la stessa casa editrice non si aspettasse un simile successo. Le ragioni della fortuna del libro secondo me non stanno tanto in ciò di cui Saviano racconta, cioè l’ambiente sociale e la camorra. Da questo punto di vista in Gomorra non c’è nulla di nuovo. La novità semmai sta nel fatto che l’autore parla di se stesso. Saviano si presenta al lettore nelle vesti di indagatore, un novello Philip Marlowe che indaga su crimini e misfatti di Napoli. Questo è l’aspetto letterario di Gomorra che mi interessa. L’autore-personaggio entra ed esce di scena a sorpresa. Il libro si regge su questo meccanismo. Per il resto, ripeto, l’io narrante racconta cose che sono già note. Esistono già studi sociologici su Napoli e sulla camorra. Colpisce invece il ruolo che Saviano attribuisce a se stesso: l’angelo che scava nelle tenebre della città. Qui, onestamente, ho qualche dubbio. Quando racconta di andare avanti e indietro dopo i delitti superando i blocchi della polizia e della camorra, lì penso che sia un’operazione costruita. Una cosa del genere non esiste nella realtà.

 

Una specie di reality costruito secondo tutti i crismi del genere noir?

Sì, secondo me è un personaggio costruito. Ma c’è anche un’altra questione. Cos’è Gomorra? Un saggio? Un’inchiesta giornalistica? Un romanzo? Gomorra non è Romanzo criminale che a mio parere è scritto meglio. De Cataldo è un magistrato, conosce la materia e ha scritto consapevolmente una fiction che poi è diventata anche un piacevole film per la televisione. Tutti sanno che è un romanzo che si ispira a fatti reali e che però non descrive la realtà. Il libro di Saviano invece gioca allegramente su questa ambiguità tra finzione e realtà, e sulla confusione di generi tra giornalismo, saggio d’inchiesta e romanzo. L’impressione è che sia un’operazione letteraria costruita. Anche un po’ stravagante dal punto di vista compositivo. Sembra un feuilleuton di terz’ordine con immagini forti di crani che si spaccano. Però questo io narrante fa scattare l’immedesimazione del lettore, incarna la voglia di moralità. O no? Come sociologo mi interessa la costruzione del personaggio descritto come un Cid Campeador dell’anticamorra. Non è vero. Nel senso che come ha notato una volta uno della procura di Napoli ci sono altri giornalisti allegramente su questa ambiguità tra finzione e realtà, e sulla confusione di generi tra giornalismo, saggio d’inchiesta e romanzo. L’impressione è che sia un’operazione letteraria costruita. Anche un po’ stravagante dal punto di vista compositivo. Sembra un feuilleuton di terz’ordine con immagini forti di crani che si spaccano.

 

Però questo io narrante fa scattare l’immedesimazione del lettore, incarna la voglia di moralità. O no?

Come sociologo mi interessa la costruzione del personaggio descritto come un Cid Campeador dell’anticamorra. Non è vero. Nel senso che come ha notato una volta uno della procura di Napoli ci sono altri giornalisti sotto scorta minacciati dalla camorra. Saviano ha fatto una discesa teatrale accusando in pubblico la camorra. Lo ha fatto come l’autore di un libro che si materializzava dinanzi ai suoi personaggi. Fino a quel punto c’era solo un successo letterario. Ma da quel momento in poi la situazione gli è sfuggita di mano. I camorristi sono molto attenti alla loro immagine. A quel punto gliel’han giurata davvero. Ho l’impressione che ormai sia prigioniero di un meccanismo mediale con conseguenze paradossali. L’uomo Saviano mi sembra ormai totalmente al di fuori della realtà. Interviene come un profeta. E’ costretto dentro un ruolo tagliato su misura che per un ventottenne può avere conseguenze distruttive. Dubito che riuscirà a tirare fuori dalla sua vena letteraria qualcosa di nuovo. E’ prigioniero della costruzione di un mito contemporaneo.

 

E’ un mito che funziona però. Attorno al personaggio c’è un moto di approvazione da destra e sinistra. Non è così?

E’ curioso l’unanimismo che lo circonda. Da Fini a Napolitano sono tutti contenti. Per questo mi sembra che anche Saviano sia diventato vittima di un baraccone mediale. E’ vittima prima di un’operazione editoriale, poi della retorica politica nazionale. Personaggi come lui ricoprono il ruolo di grande mito rassicurante. “Tranquilli perché c’è lo Stato che combatte la camorra!”. Sappiamo benissimo che le cose non stanno così. Lo Stato non è assolutamente in grado di affrontare la camorra che continua invece a prosperare.

 

Del resto l’oggetto di cui parla Saviano, la “mondezza”, è il simbolo dello schifo, dello scarto, del rifiuto. Cosa c’è di meglio per una classe politica sotto accusa di una lotta all’immondizia?

Anche se quando il libro è uscito il problema della mondezza non era ancora esploso. Il vero motivo è semmai la relazione camorra più mondezza. E’ una miscela che rappresenta lo sporco assoluto, la sporcizia antropologica, l’impunità della criminalità. Chi non è contrario? Mi viene in mente la polemica di Sciascia – un po’ fraintesa all’epoca – contro i professionisti dell’antimafia. Non è che ce l’avesse con l’antimafia, ce l’aveva con tutto quel mondo che ci prosperava. Nell’unanimismo che s’indigna contro questa accoppiata camorra mondezza io ci vedo appunto una grande falsificazione. Non tutti l’hanno notato: nel libro di Saviano non si dice una parola sul sistema politico. Qualche allusione e basta. Senza voler fare scandalismi, s’è capito benissimo che lì il dissesto è stato favorito da subappalti, da mediazioni e dal risucchio da parte della politica di denaro pubblico destinato allo smaltimento. Poi naturalmente c’è la camorra in quanto criminalità organizzata. Ma cosa ha cambiato la retorica intorno a Saviano? Nulla. Solo che il mito ha una funzione falsificante. Ci fa credere che lo Stato sta combattendo la camorra. Ma c’è anche un altro aspetto orribile.

 

Quale?

Che ormai si parla di Saviano a prescindere dal libro e dai fatti originari. Se ne parla come vittima sacrificale. La sua immagine pubblica è associata alle minacce che ha ricevuto. Per l’opinione pubblica lui è ormai la vittima. Diventa una mitologia del nostro tempo. Su di lui c’è l’attenzione vampiresca dei media. Tutto quello che scrive, anche le cose più modeste, viene messo in vetrina. Tutto diventa evento mediatico. Tutto ciò che tocca riluce di eroismo, di retorica intollerabile intollerabile, di pulsione mortifera. E’ assurdo costruire questo meccanismo sulla testa di un ragazzo vivo e vegeto. Io non lo conosco di persona, ma immagino che proprio Saviano sia la vittima di questa storia.

 

Il potere ha bisogno di eroi predestinati al ruolo di vittime per nascondere le sue magagne?

Ha bisogno di miti che mettano tutti d’accordo, a destra e a sinistra. Ormai l’opposizione alla camorra si fa per simboli. Ci si limita a dipingerla per metafore, “sporco”, “spazzatura” e via dicendo. Sarà, ma quando sento trattare fenomeni sociali o criminali con pennellate nere ho sempre il sospetto che si voglia nascondere qualcosa.

 

Lo schema in piena emergenza rifiuti era questo. Dietro la mondezza c’è la camorra e chi non vuole le discariche sotto casa è automaticamente dalla parte della camorra. No?

Alla fine funziona così. Si trovano posizione ipersemplificate e su quelle si va avanti. Fino a che quegli schemi viaggiano per conto loro e perdono qualsiasi ancoraggio alla realtà. Che si parli di criminalità organizzata o di insicurezza diffusa il giornalismo italiano fa ampio uso di queste mitologie falsificanti.

 

Dicevamo che sul mito Saviano è stata proiettata una pulsione di morte. Come ne può uscire?

Sotto sotto c’è in questa raffigurazione che ne fanno i media l’idea di un eroe predestinato alla morte. E’ orrendo. Come fai a scappare da questi stereotipi una volta che ci sei dentro? Come puoi tornare alla normalità? Il povero Salman Rushdie c’è riuscito, ha continuato a scrivere, è rientrato nei ranghi dello scrittore. Ma per Saviano la trappola è davvero tremenda.

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di Eugenio Scalfari – la Repubblica, 21 settembre 2010

 

 

Caro Alessandro Baricco, mi ha fatto un gran piacere leggere la tua lettera. Poteva restare privata, tra te e me, come tu inizialmente volevi, ma è così densa di riflessioni stimolanti e di pensiero che sarebbe stato un peccato non rendere partecipi i lettori del nostro giornale. Sulla differenza tra barbari e imbarbariti siamo in pieno accordo ed hai ragione di ricordare che gli iniziatori d’ ogni nuova epoca furono considerati barbari dai loro contemporanei. Quanto agli imbarbariti, tu ritieni che siano l’inevitabile “scarico” che avviene quando un’epoca succede ad un’altra e anche su questo punto sono d’ accordo. A mio parere però il fenomeno è assai più pericoloso di quanto tu non pensi: lo “scarico” degli scarti rischia di inquinare l’ambiente e di deviare il corso dell’epoca ai suoi ancora incerti inizi. Tu dici che sono un barbaro anch’io perché sono curioso del nuovo e del diverso da me e cerco di capirlo. Se questa è la tua diagnosi, mi piace e l’accetto. Infine la questione della profondità e della superficialità. Tu dici che questa dicotomia è caduta e che la questione importante è capire dove si colloca il senso. Sta bene. Io colloco il senso nella vita pratica; la tua “superficialità” non è che un altro modo di chiamare la vita pratica. Diciamo la stessa cosa e non crediamo nel “senso ultimo”. Ho letto pochi giorni fa su Repubblica un illuminante articolo di Cavalli-Sforza che spiegava molto bene la funzione sociale e rassicurante del “senso ultimo”, quello che ipotizza l oltremondo e l’immortalità dell’anima. Cavalli-Sforza descriveva poi magistralmente il senso come lo concepiscono i laici non credenti: conoscenza e responsabilità. Non si può dir meglio e questo è il lascito della modernità che più mi è sembrato degno d’ essere arricchito e preservato. Questo lascito attraversa oggi un assai brutto momento e merita per quanto possiamo tutta la nostra cura. Ho ricordato più volte l’Ulisse dantesco, eroe moderno per eccellenza, quando incita al viaggio verso il futuro i suoi compagni: «Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza». Questo vorrei fosse la comune insegna da consegnare al futuro e a chi dovrà costruirlo.

 

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di Alessandro Baricco – la Repubblica, 21 settembre 2010

 

 

Caro Eugenio Scalfari, vedo con soddisfazione che tutt’ e due, pur di generazioni e radici diverse, abbiamo la stessa istintiva convinzione: è in corso una mutazione che non può essere spiegata con il normale affinarsi di una civiltà, ma sembra essere, più radicalmente, il tramonto di una civiltà e, forse, la nascita di un’ altra. Bene. Non tutti hanno la stessa lucida convinzione e, secondo me, su questo abbiamo ragione noi. Poi però le cose si ingarbugliano. E lo fanno su un punto che è fondamentale, e su cui ho visto molti irrigidirsi, proprio sulla base di quelle osservazioni che tu lucidamente raccogli e sintetizzi. E il punto è: barbarie e imbarbarimento (per usare le due categorie che usi tu,e che mi sembrano chiarissime). Io quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google: avevano vent’ anni e non avevano mai letto Flaubert) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch, tipicamente infantile) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l’ enciclopedia on line che ha ufficializzato il primato della velocità sull’ esattezza). Quando penso agli imbarbariti penso,a costo di sembrare snob, alle folle che riempiono i centri commerciali o al pubblico dei reality show. Il fatto che i secondi usino abitualmente le tecnologie inventate dai primi non deve confondere le cose. Si tratta di due fenomeni diversi: né l’ eventualità che Steve Jobs adori i reality show deve indurci a fare confusione. Quando penso ai barbari penso a Diderot e D’ Alembert (apparivano come barbari all’ élite intellettuale dell’ ancien régime) e quando penso agli imbarbariti penso al cascame di aristocratici che mentre nasceva l’ Illuminismo ripetevano a vuoto i riti di un privilegio e di una ricchezza che in realtà non avevano più le energie per motivare e difendere. Quando penso ai barbari penso a Mozart (il Don Giovanni sembrò piuttosto barbaro all’ Imperatore che lo pagò) e quando penso agli imbarbariti penso alle signorine aristocratiche che strimpellavano ottusamente sonatine di Salieri nei loro saloni cadenti. Voglio dire che una cosa è l’ insorgere di modelli radicalmente innovativi e irrispettosi della tradizione, un’ altra è il fisiologico disfarsi di una civiltà nell’ ignoranza, nell’ oblio, nella stanchezza e nel narcotico dei consumi. Di solito le grandi mutazioni scattano esattamente quando scattano simultaneamente i due fenomeni, e in modo spesso inestricabile. Da una parte una certa civiltà marcisce, dall’ altra una nuova civiltà insorge (anche nel senso di ribellione). E’ lo spettacolo davanti a cui ci troviamo adesso: ma bisogna stare molto attenti a isolare, all’ interno di un unico grande movimento, le due forze opposte che stanno lavorando. L’ imbarbarimento, di per sé, a me non risulta così interessante. Mi sembra un decorso fisiologico, già visto innumerevoli volte in passato, e oggi forse solo accelerato o reso più evidente dal moltiplicarsi delle informazioni e dalla abilità dei mercanti. Anche nel piccolo cortiletto della nostra Italia, assisto naturalmente allo sfarinarsi di una certa statura civile, di una certa tensione morale e di una certa tenuta culturale: ma mi chiedo se era poi tanto meglio l’ Italia anni Cinquanta-Sessanta, dove una minoranza assoluta di persone coltivava un vivere alto e nobile ma la stragrande maggioranza degli italiani nemmeno aveva accesso ai consumi culturali, era sostanzialmente disinformata e quanto ai principi morali si doveva fare andar bene la predica in parrocchia. Non so. Ma comunque non riesco a preoccuparmi più di tanto. La barbarie, invece, nel senso di Page, Brin e Jobs, quella mi affascina, e quella sì mi sembra degna di essere compresa. Ti cito loro tre, ma se solo sfogli, ad esempio, Wired ti accorgi che c’ è tutto un iceberg sommerso di gente come loro, solo più nascosta, o meno geniale, o semplicemente non americana (per non arrivare, semplicemente, ai nostri figli, che sono in tutto e per tutto barbari). Lì lo spettacolo è affascinante: sono persone a cui non manca l’ intelligenza, che crede sinceramente di costruire un mondo migliore per i propri figli, che coltiva una certa idea di bellezza, che non disprezza affatto il passato, che domina le tecniche e che sostanzialmente ha una matrice umanistico-scientifica: eppure, nel momento di disegnare il futuro, se non addirittura il presente, non fa uso di strumenti che vengono dalla tradizione e fonda il loro ragionare e il loro fare su principi affatto nuovi che, alle volte, ottengono perfino l’ effetto collaterale di distruggere, alla radice, interi patrimoni di sapere e di sensibilità che giacciono nel patrimonio condiviso dell’ attuale civiltà. Di fronte a questo, io vedo lo sforzo immane di ricostruire un nuovo umanesimo a partire da premesse diverse, evidentemente più adatte al mondo com’ è oggi: e cerco di capire: con fatica, ma cerco di capire. Cercando di non spaventarmi. Quel che mi sembra di aver capito è che quella forma di barbarie genera inevitabilmente imbarbarimento ma anche, e simultaneamente, ricostruzione, e civiltà. Non potrebbe essere diversamente. D’ altronde non giudichiamo il romanticismo dall’ orrore delle poesiole romantiche che scrivono i quattordicenni, o dalla musica stucchevolmente romantica che decora film penosi, e nemmeno dalle lettere sdolcinate di una ragazzina francese del 1840 che si innamora dell’ avvocatucolo del paese: giudichiamo il romanticismo a partire da Chopin, se mai, da Schelling, da una certa collettiva e fantastica iniziazione all’ infinito, dalla scoperta collettiva di certi sentimenti, ecc, ecc. E allora perché dovremmo giudicare Steve Jobs dai messaggi sgrammaticati che la gente si scambia sui suoi Iphone? Perché non ci arrendiamo all’ idea che l’ imbarbarimento è una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre? Simili rifiuti li ha prodotti l’ Illuminismo, e prima di allora l’ Umanesimo, e prima di allora l’ idea imperiale di Roma,e prima di allora… Così mi viene istintivo non farmi distrarre dall’ imbarbarimento, e di studiare la barbarie. E studiandola ho finito per arrivare a questo crocevia della profondità. Come ho anche scritto nell’ articolo,è un punto abbastanza scioccante e non riesco a scriverne senza il timore di colpire a morte qualcosa di preziosissimo. E sono anche sicuro che tra un po’ di anni sarò in grado di scriverne meglio, con più precisione e più consapevolezza: ma intanto faccio tesoro di questa certezza intuitiva: il sistema di pensiero dei barbari sopprime il luogo e il mito della profondità. Non elimina il senso, ma lo ridistribuisce su un campo aperto che solo per comodità definiamo ancora superficialità, ma che in realtà è una dimensione per cui non abbiamo ancora nomi, e che comunque ha poco a che fare con la superficialità intesa come limite, come soglia inattraversata del senso delle cose, come facciata semplicistica del mondo. In un certo senso potrei dire che il mondo di pensiero in cui si muove Steve Jobs (e mio figlio, 11 anni) sta a quello in cui siamo cresciuti noi due come il firmamento di Copernico sta a quello di Tolomeo (peraltro erano inesatti entrambi); o come Emma Bovary sta ad Andromaca. Non ci sono meno stelle nel cielo di Copernico, né meno amore nella vita di Emma Bovary: ma sono il cielo e l’ amore di un’ umanità nuova, che lavorava con principi diversi, partiva da premesse inaspettate e andava ad abitare un paesaggio della mente e del cuore fino a quel momento vietato. Non c’ erano nemmeno i nomi, in un primo momento, per pronunciare quel mondo nuovo: non abbiamo un nome noi adesso, per pronunciare l’ asse su cui il senso è andato a disporsi, una volta sfarinata la dialettica di profondità e superficialità. Tu dici: non diresti queste cose se tu, ancora, non fossi in grado di pensare e dire la profondità. E’ un’ obbiezione che mi fanno in molti. Ed è molto logica. Ma a me rivela soprattutto quanto siamo già avanti nella strada, virtuosa, della barbarie. In realtà solo gente molto barbara può giudicare profondo il mio modo di pensare o scrivere: solo trent’ anni fa sarebbe parso umiliante che si discettasse di cose del genere con questo livello di approssimazione, con un simile tipo di linguaggio, su uno strumento vile come un giornale, e lasciando parlare uno scrittore di successo. Solo quarant’ anni fa questi dibattiti di idee si facevano nelle accademie, e li facevano i filosofi, gli antropologi, i sociologi. Come mai adesso loro tacciono, smarriti, e noi, scrittori giornalisti, ci troviamo bene o male ad accompagnare la riflessione collettiva su temi così importanti su carta che l’ indomani involtola l’ insalata o su riviste che ci mettono in copertina tutti belli ritoccati, manco fossimo degli attori? Non lo senti lo stridio di qualcosa che non va? Non ti sembra che qualcosa che era nel profondo è risalito fino in superficie, per diventare domanda pronunciabile, e lì l’ abbiamo incontrata noi, perché lì eravamo, già da un sacco di tempo, in superficie, non la superficie degli idioti, la superficie che è il luogo del senso, il luogo scelto da questo mondo per il senso? Non pretendo di convincerti, ma se ti devo dire sinceramente quel che penso è che la tua obbiezione andrebbe rovesciata: più di quanto tu non immagini, tu ti muovi in modo barbaro, hai il talento dei barbari, hai un’ istintiva comprensione di dove scorre la corrente forte del senso,e per questo dialoghi con me, e non alzi semplicemente le spalle, pensando che dico cose superficiali. E la gente ti legge, e ti capisce, perché gli racconti la stessa ansia che hanno anche loro, cioè quella di poter essere barbari senza imbarbarire. E’ il problema dei più, oggi, il problema della gente di buona volontà. Sentono di essere ormai oltre una certa civiltà, ma non vogliono essere peggiori. In un certo senso, tu, io, e tutti loro, mi sembriamo davvero il Kublai Khan timoroso delle Città Invisibili. Era di stirpe mongola, lui: era esattamente un barbaro che era sceso a distruggere l’ altissima ed eterna civiltà cinese e se ne era appropriato. Seduto sul trono, di fronte a un mercante (non a un filosofo), formula la domanda: com’ è il mio impero? Non aveva una risposta, e la cercava. Per cui, certo, la nostra battaglia è contro l’ imbarbarimento: non penso di aver fatto una sola cosa, nella mia vita professionale, senza pensare, anche, ad arginare un certo imbarbarimento. Credo che la stessa cosa si possa dire di te. Ma per quanto mi riguarda, altrettanto importante mi pare non scambiare questa battaglia con una dannosa resistenza alla barbarie, intesa come intrusione del radicalmente nuovo, come forza della mutazione, e come metamorfosi ultima dell’ intelligenza. Pur con una certa fatica, mi sforzo di non confondere le due cose, e nemmeno la certezza di sbagliarmi spesso riesce a farmi disamorare di questo compito, e di questo piacere.

 

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di Eugenio Scalfari – la Repubblica, 2 settembre 2010

 

 

Mi ha molto intrigato l’ articolo di Alessandro Baricco pubblicato da Repubblica il 26 agosto con il titolo “2026 – La vittoria dei barbari”. Mi ha intrigato fin dalle prime righe: «Ci crediate o no, quest’ articolo l’ ho scritto nel luglio 2026, cioè tra sedici anni. Diciamo che mi sono portato un po’ avanti col lavoro. Prendetela così». Baricco è un maestro di scrittura, ne conosce i trucchi e i modi per attirare il lettore e incatenarlo al testo e così ha fatto anche stavolta. Con me c’ è riuscito. Quattro anni fa scrisse una serie di articoli sul nostro giornale e ne trasse poi un libro che ebbe molto successo intitolandolo I barbari. Da allora questo tema è stato al centro del dibattito sull’ epoca che stiamo vivendo e sulle caratteristiche che la distinguono. Ne ho parlato anch’ io nel mio ultimo libro Per l’ alto mare aperto dove ho sostenuto la tesi che la modernità ha concluso il suo percorso culturale durato mezzo millennio ed ha aperto la strada ai nuovi barbari. Sarà compito loro porre le premesse dell’ epoca nuova, del nuovo linguaggio artistico che le darà la sua impronta, dei nuovi significati che motiveranno le sue istituzioni. I barbari in questa accezione non rappresentano necessariamente una fase oscura ma un’ epoca diversa da quella che noi moderni abbiamo costruito e vissuto.

Fin qui Baricco ed io ci siamo mossi più o meno sullo stesso binario. Ma lui, nell’ articolo che ho citato, va oltre. Sostiene che i moderni inventarono la profondità della conoscenza e vi collocarono il senso, mentre i barbari – tra i quali si colloca ed è per questo che data il suo articolo nel luglio del 2026 – hanno smantellato il concetto di profondità e l’hanno sostituito con quello di superficialità e lì hanno collocato il senso. Baricco non giudica affatto come negativa questa operazione culturale, anzi ne enumera tutte le positività e per quanto lo riguarda si pone tra quelli che l’ hanno condotta a compimento. Il passaggio dalla cultura della profondità a quella della superficialità lo descrive così: «Viaggiamo velocemente e fermandoci poco, ascoltiamo frammenti e non tutto, scriviamo nei telefoni, non ci sposiamo per sempre, guardiamo il cinema senza più entrare nei cinema, ascoltiamo letture in rete senza più leggere libri e tutto questo andare senza radici e senza peso genera tuttavia una vita che appare sensata e bella. La superficie è tutto e in essa è scritto il senso». Sembra di leggere una delle lezioni americane di Italo Calvino, un messaggio al futuro millennio, le idee-guida che lo ispireranno. Calvino parlava di leggerezza, rapidità, esattezza, consistenza; Baricco parla di profondità e superficialità. Forse Calvino coltivò illusioni; lui era immerso nella modernità, i suoi referenti erano ancora Voltaire e Diderot pur avendo egli portato molto più avanti la sua ricerca letteraria. Baricco invece compie un’ operazione concettuale in apparenza assai più radicale: mette la superficialità al posto della profondità come il nuovo canone di conoscenza e disloca il senso della vita collocandolo in superficie. Esalta la bellezza del nomadismo: «Andare senza radici e senza peso». Avrebbe potuto aggiungere: senza responsabilità. E’ questa la nuova epoca che i barbari stanno costruendo? Sarà già realtà nel 2026? Anzi è già realtà oggi, al punto che Baricco è in grado di descriverla?

Mi trovo in una curiosa condizione: in molte cose (l’ ho già detto) concordo con Baricco ma nella sostanza no, non sono d’ accordo con lui. Forse dipende dal fatto che ho quasi il doppio della sua età anche se sono curioso almeno quanto lui di conoscere il futuro e di reinterpretare il passato. Tanto per cominciare, Baricco non è affatto un barbaro. Presume di esserlo ma non lo è e questo cambia molto il significato di ciò che dice. I barbari, nella nostra comune definizione, sono coloro che parlano un linguaggio diverso dal nostro. Aggiungo: rifiutano di conoscere la nostra cultura di moderni. Non leggono libri, non leggono giornali, non ascoltano le nostre musiche. Vogliono ripartire da zero, contrariamente alle generazioni che li hanno preceduti e che pur contestando i valori dei padri ne avevano però appreso i contenuti e i significati. Il passaggio da un’ epoca ad un’ altra è sempre avvenuto in questo modo; il solco che segna questo salto di civiltà ha sempre coinciso con la mancata trasmissione della memoria storica. Dico che Baricco non è e non può essere un barbaro perché è intriso di memoria storica, conosce perfettamente quanto è accaduto, ha studiato i testi, ha ascoltato le musiche, ha addirittura messo in scena l’ Iliade e Achille, usa a meraviglia ed anzi insegna il nostro linguaggio. Ha capito che i barbari sono arrivati, questo significa che sa leggere la realtà nel suo profondo. Del resto tutta la sua analisi sulla sostituzione della superficialità alla profondità è tipicamente profonda, scava fino alla radice per poter affermare che si sta creando una vita senza radici. Baricco è dunque un moderno che in quanto tale constata la fine della modernità. In questo concordo. Rassegnati, caro Alessandro, siamo due moderni consapevoli. Tu elenchi le caratteristiche della nuova epoca e le riassumi con la parola e il concetto di superficie. In realtà non stai descrivendo la civiltà dei barbari che ancora non esiste. Ci vogliono molto più di trent’ anni. Ricordi la scomparsa della civiltà greco-romana che durò quasi due secoli, da Teodosio fino al regno longobardo? Oggi il tempo corre più veloce ma trent’ anni non bastano. In realtà Baricco non sta descrivendo i barbari ma gli imbarbariti, che è cosa profondamente diversa. Gli imbarbariti parlano ancora il nostro linguaggio ma lo deturpano; usano ancora le nostre istituzioni ma le corrompono; non vogliono affatto preservare il pianeta dalla guerra, dal consumismo, dall’ inquinamento e dalla povertà, ma al contrario vogliono affermare privilegi, consorterie, interessi lobbistici, poteri corporativi, dissipazione di risorse e diseguaglianze intollerabili. I barbari, quelli che tu ed io vediamo come un’ incombente realtà, sono ancora alla ricerca del futuro; gli imbarbariti stanno devastando il presente e contro di loro noi dobbiamo combattere per preservare il deposito dei valori che la modernità ha accumulato e dei quali l’ epoca futura potrà usufruire quando avrà finalmente raggiunto la sua plenitudine e la sua autocoscienza. Io non credo nella contrapposizione tra profonditàe superficialità come una conquista e un avanzamento. Tanto meno credo che questa contrapposizione caratterizzerà il futuro e non lo credo perché c’ è sempre stata in tutte le epoche. Guarda, caro Alessandro, alla Grecia a te giustamente cara: lì nacque la tragedia e con essa il teatro cinque secoli prima di Cristo e lì otto secoli prima di Cristo era nata la poesia con Omero e ancora prima i miti e i misteri ma anche il gioco, la danza, i numeri, la geometria, la cura del corpo e la cura delle anime. Quella che tu chiami la profondità. Ma essa conviveva con la superficialità così, con le emozioni, con la vita senza radici, con l’ adorazione dei fenomeni, delle apparenze, con i mutamenti immediati di prospettiva, con un prisma conoscitivo continuamente cangiante. E non è stato sempre così? Non è stato così nella Roma di Cicerone, di Ovidio, di Virgilio, di Seneca e infine di Boezio, mentre accanto ad essi il popolo delle taverne e delle suburre godeva dei giochi e della loro sanguinosa violenza? Profondità e superficialità hanno sempre convissuto, quali che fossero le epoche e le latitudini, e sempre convivranno. Tu poni – ed hai ragione di porla – la questione del senso e della sua dislocazione. E non credi nel senso ultimo. Neppure io credo nel senso ultimo, anche se ho grande rispetto per quanti ripongono nella trascendenza di un dio e nella vita futura ed eterna nell’oltremondo le loro speranze. Chi ha una fede mette in essa il suo riposo e il senso della sua vita. E non si avvede che il senso è altrove anche per lui. Anche chi ha fede appoggia infatti la sua vita a quelli che io chiamo segmenti di senso, che ci vengono dalla vita pratica, dalla vita creativa, dalla socievolezza senza la quale non potremmo vivere. Il senso della vita cioè non è altro che la vita stessa che si dipana momento dopo momento, che conserva memoria di quanto è avvenuto e progetta ad ogni istante il futuro. Questo è ciò che avviene in ogni persona e in ogni angolo di mondo: segmenti di senso che l’ “io” vive senza soluzione di continuità, attimi fuggitivi, tempo futuro che transita nel presente con la velocità della luce e sprofonda nel passato; e tempo ritrovato attraverso quella meravigliosa facoltà della memoria che la nostra mente possiede.

Caro amico, ti dedico queste riflessioni perché tu sei tra quelli che meglio si oppongono all’ imbarbarimento che rischia di sovrastarci. Questa battaglia non riguarda i barbari che stanno ancora cercando se stessi. Questa battaglia riguarda noi e soltanto noi possiamo e dobbiamo combatterla.

 

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