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Archive for marzo 2011

di Mario Tronti – Centro per la Riforma dello Stato,  30 marzo 2011

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Carissimo Pietro,

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è lontano, lontanissimo, quel giorno del 1936, quando, davanti al pericolo reale della dittatura franchista, decidesti il corso della tua vita con quel “no, non ci sto”. Il centro sperimentale e la tua passione per il cinema vennero messi da parte e ci fu la scoperta della tua esistenza, la volontà di partecipare – sentirti esprimere con queste parole è una boccata d’ossigeno – alla lotta di classe. Sei tornato a raccontare in modo intenso queste vicende nella bellissima conversazione apparsa, qualche giorno fa, sul Corriere della Sera. E’ stata una fortuna per il paese Italia, per la causa dei lavoratori, come si chiamava una volta, e per tutti noi, quella scelta. Hai dato tanto, e con tanta forza e passione, che puoi essere soddisfatto, di te e della tua opera. Non è un caso che riesci a raccontare il tuo passato con una memoria serena, anche se inquieta. Tu ritorni spesso, quasi con dolore e comunque con rammarico, sui tuoi errori. Ma vedi, Pietro, io trovo qui, credo di averlo già detto, un di più, non dovuto, di autocritica. Abbiamo sbagliato tutti, molte volte. Ma non sottolineerei, oggi, più di tanto, questo punto. Già siamo oppressi dal senso comune corrente, intellettuale e quasi ormai popolare, di essere stati noi, del movimento operaio di impronta comunista, gli autori di una storia sbagliata. Mentre i nostri avversari, e qualcuno dei nostri concorrenti, avevano visto giusto e capito tutto fin dall’inizio. Io credo che se dobbiamo rimproverarci qualcosa, questo sta nel campo di ciò che non abbiamo fatto, più che nel campo di ciò che abbiamo fatto male. E’ quando ci siamo autolimitati nelle nostre ambizioni di trasformare le cose in grande, proprio nel momento in cui avevamo la forza per realizzarle, quelle cose. E’ quando abbiamo abbassato la guardia, mollato la presa, assunto una funzione subalterna, acconciandoci al piccolo cabotaggio del compromesso, inseguendo le contingenze e rimanendone alla fine prigionieri, non guardando più né indietro né in avanti. E’ quando abbiamo subito l’ossessione, che vedo ancora maledettamente presente in quello che resta di una sinistra maggioritaria, di farci legittimare da quelli che esattamente dovevamo combattere. Ecco, questi sono gli errori che tu non hai commesso. Puoi andarne fiero: e vivere con tranquillità, direi, se possibile, con una olimpicità goethiana, quella che abbiamo chiamato la tua età dei patriarchi. In realtà, hai cominciato a volere la luna, quando – come dici appunto nell’intervista – la lotta di classe è diventata il punto centrale della tua vita. La domanda è questa: si può consigliare questo preciso, ben determinato e, vorrei dire, realistico volere la luna a un ventenne o a una ventenne di oggi, l’età che tu avevi allora? Recita la litania: è cambiato tutto. Tutto è cambiato, tranne una cosa: quelli che comandavano ai tempi del tuo nonno Francesco, siciliano di Girgenti e garibaldino, o appena più vicino, ai tempi del mio nonno Domenico, crepato in un ospizio per poveri vecchi in quel di Tivoli, quelli, quelli stessi, comandano ancora. Allora avevano in proprietà un pezzo di terra, adesso sono proprietari del mondo, materiale e virtuale. Io penso che il problema nostro, che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni, è di capire e di sapere qual è la forma della lotta di classe con cui abbiamo a che fare oggi, per orientarci a pensare e per disporsi ad agire. Non è la vecchia forma, è la forma nuova, indotta da immani trasformazioni, che hanno sradicato e stravolto e alla fine mascherato le figure sia dei padroni che dei lavoratori, ma non le hanno soppresse, queste figure antagoniste, tanto meno le hanno sostituite, come si dice, con un interesse ormai comune. Quello che è in modo impressionante difficile oggi è il processo di riconoscimento delle contraddizioni reali e fondamentali. Perché tutte quelle che appaiono sono contraddizioni reali ma non fondamentali. Ci vuole una lama acuminata di pensiero forte e la scelta di una postazione di vita, di vita quotidiana, propria, che ti permetta la coltivazione di un punto di vista inassimilabile, inassorbibile, indisponibile. Oggi non mancano, come vediamo ad occhio nudo, le rivolte, il tumulto, le emergenze, i barconi inzeppati di dannati della terra è uno spettacolo su cui vorresti chiudere gli occhi, non manca, purtroppo, la guerra. Ma io mi chiedo: perché abbiamo bisogno di queste cose per accorgerci, solo allora, che così questo mondo non va e che bisognerebbe di nuovo, anche qui in forme nuove, sovvertirlo? Mi pare di aver capito una cosa, che ritengo preziosa, e che ogni giorno pazientemente metto in pratica, guardandomi intorno: è che proprio nel tran tran del giorno per giorno, è quando non succede niente, quando tutto è apparentemente tranquillo, e l’ordine sembra perfetto – se ci pensiamo bene è poi il più gran tempo, il tempo normale – è li che si esprime la vera subdola violenza del dominio. E’ quando non te ne accorgi, e ti illudi di essere libero, è allora che sei veramente sottomesso. Tra i pensieri folli che spesso mi vengono, oggi molto attuali, uno è questo: beati quei popoli che hanno da buttar giù dal trono un tiranno. L’invisibile tirannide che ci opprime, giorno per giorno, ora per ora, in questi nostri meravigliosi giardini democratici d’Occidente, come la buttiamo giù? E allora, di nuovo, se abbiamo qualcosa da rimproverarci, è questa qui: che lasciamo ai nostri figli, ai nostri nipoti, una condizione di vita, individuale e sociale, e uno stato interiore, che con una parola a me, ma so anche a te, cara, possiamo definire spirituale, peggiore di tutto quanto noi abbiamo vissuto. Difficile perdonarci questa colpa. I potenti, i ricchi, i sovrapposti, i possessori delle nostre vite, non si sono mai sentiti così bene al sicuro come in questo tempo. Lo dimostrano il peso della loro arroganza, la volgarità della loro egemonia, le certezze della loro indiscutibile ragione. E’ qui che va posta la domanda: dove abbiamo sbagliato? Una domanda per tutti, uomini e donne, credenti e non credenti, rivoluzionari e riformisti. Non ci si può sottrarre. Non per disperarsi, tanto meno per rassegnarsi. Al contrario, per riacciuffare il filo della lotta decisiva, come tu volevi “acciuffare” la luna dietro i monti di Lenola. Va bene, Pietro, mi avevano chiesto di scrivere una lettera per il tuo novantaseisemo, a nome di quella piccola comunità che è il tuo Crs, a nome di tutti, a nome del suo direttore, Walter Tocci, a nome mio. L’ho fatto, nell’unico modo in cui si può fare rivolgendosi a te, non con i convenevoli, piuttosto conversando, ricordando, riflettendo, pensiero poetante….

Un grande forte abbraccio,

Mario Tronti

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INTERVISTA A CEES NOOTEBOOM

di Marco Dotti – il manifesto, 25 marzo 2011

 

 

 

«Paesi simili esistono soltanto nel tempo, da un pezzo non esistono più nello spazio». Quando Arnold Pessers arrivò in Giappone, gli bastò poco per capire che «se si fosse guardato intorno davvero, si sarebbe riempito d’odio». Un odio che al suo primo incontro con un Oriente sognato e immaginato non aveva percepito. Ma poi accadde qualcosa e quel «qualcosa» era che «il Giappone gli aveva rubato il Giappone». Fotografo di moda protagonista di Mokusai, romanzo breve di Cees Nooteboom da poco ristampato dalle edizioni Iperborea nella bella traduzione di Fulvio Ferrari (pp. 71, euro 9), Pessers è un flâneur postmoderno, che al camminare e al perdersi nei vicoli di una città infinita preferisce il volo degli aerei e le stanze d’appartamento. Ma Pessers, come un instancabile viaggiatore alla deriva, è pur sempre un romantico alla ricerca di un altrove. Quell’altrove che costituisce, forse, una delle possibili chiavi di tutta l’opera dello scrittore olandese. Forse, si diceva, perché Nooteboom è autore dai mille generi e dai cento volti – giornalista, critico d’arte, romanziere, poeta soprattutto. Ospite della diciassettesima edizione di Dedica, la rassegna che si chiude domani a Pordenone, città dove lo abbiamo incontrato.

 

Il viaggio è una variabile non irrilevante nei suoi libri. Lei è autore di reportage memorabili: dal primo, pubblicato sul quotidiano Het Parool dove raccontava della Budapest del 1956, al percorso di Verso Santiago (Feltrinelli) in luoghi ben più dimenticati dalla storia e dal tempo, nella Spagna degli anni Ottanta. Ciò nonostante, nei suoi romanzi i protagonisti viaggiano in dimensioni «altre», si spostano e si dislocano in temporalità sospese, complesse, talvolta non facilmente storicizzabili. Suppongo che la prima domanda che le viene generalmente posta suoni più o meno così: «Perché questa insistenza sul viaggio?». Citando un suo saggio, Come si diventa europei? (Linea d’Ombra, 1994), potremmo dire che voi spesso scrivete «di paesi che non esistono, o che dotano determinati paesi di monti che di fatto non esistono»: lei lo ha fatto, per esempio, in Le montagne dei Paesi Bassi (Iperborea, 1996).

In effetti, mi sento porre spesso domande del tipo «perché i protagonisti dei suoi romanzi viaggiano?», oppure «perché viaggia?», come se io avessi anche solo minimamente potuto immaginare quello che mi sarebbe successo, quando mi misi in viaggio per la prima volta. Si viaggia perché si respira, perché se non c’è aria la cerchi per respirare, per non morire. O per morire diversamente. Spesso mi chiedono anche che cosa mi avvicini a Bruce Chatwin, dando per scontato che la mia inquietudine sia simile alla sua. Sono domande alle quali cerco di dare una risposta ma, francamente, senza sapere bene cosa rispondere. Non so, ad esempio, se io assomiglio a Chatwin, che pure ho conosciuto e ospitato a casa mia, in Olanda. Non lo so e non mi interessa. E dubito interessasse a Chatwin. Di certo, il viaggio costituisce un fil rouge tra i miei libri. Non solo: quel filo si stende tra ognuno dei miei libri e me e tra me e gli infiniti piani della realtà che ci avvolge, mi avvolge e ci circonda. Il tema del viaggio, a suo modo «viaggia» tra l’opera e la vita. Il che già complica le cose e mostra che quella del viaggio è una questione di natura metafisica. Ha una sua fisicità, beninteso, se è vero – e almeno di questo posso dire che risponde al vero – che da quando intrapresi quel mio primo viaggio in autostop non mi sono più fermato. Ma è altrettanto vero che nemmeno da quando nel 1955 pubblicai il mio primo libro, Philip e gli altri (Iperborea, traduzione. di David Santoro, 2005), che proprio di un viaggio parlava… beh, neanche qui mi sono più fermato.

 

In realtà, per un po’ una sosta c’è stata. Il successo di Philip e gli altri fu davvero travolgente. Milioni di copie vendute, traduzioni e il tentativo di lasciarsi alle spalle anche la letteratura, con un libro del ’63 il cui titolo letteralmente suonerebbe in italiano Il cavaliere è morto. Poi lei ha scritto reportage, articoli, poesie, qualche racconto, ma nessun romanzo. Fino a Rituali (Iperborea, 1993) che però è ormai di oltre trent’anni fa…

Nel 1957, dopo il successo del mio primo libro, mi imbarcai come inserviente su una nave. Non so proprio dire perché iniziai a scrivere quel libro, né avevo progetti precisi quando mi misi a lavorare nella biblioteca di Hilversun, nell’Olanda del nord. So però cosa mi spinse su quella nave, diretta nel Suriname. Volevo andarmene e mi ero innamorato di una ragazza di quel paese, appunto. Ma il viaggio non è mai la meta. Come la mappa non è mai il territorio. Mappa, meta, territorio… Tutto è da vivere, non tanto e non solo da «pensare». Viaggiare è meditare, che è più complesso. Meditare è viaggiare con la mente. Oggi pensiamo al viaggio ponendo attenzione soltanto a un luogo da cui si parte e a un altro luogo in cui si arriva. Ma in mezzo? In mezzo, al massimo, lasciamo che ci sia una più o meno lunga perdita di tempo. La perdita di tempo c’è, ma in un altro senso. È quasi una caduta verticale, perché è lì, in quel limbo, che tante cose succedono. Non sempre, ma se qualcosa deve accadere è proprio lì che succede. Nel ’57, accadde ad esempio che mi scontrai con la fatica, con il dolore, con la vita dura dei marinai. Con la povertà. Ciò che ancora fantasticavo in Philip e gli altri, che è la storia di un viaggio in autostop in giro per l’Europa, fino alla Lapponia, cadde di colpo. Cadde tutto nella polvere. Capii che il mondo – e se vuole, così facciamo contenti tutti, anche il «viaggio» – è quella polvere. Philip era troppo ingenuo, troppo bello, come un Candide senza sbavature. Andava portato là, dove la polvere ti rode e ti consuma. Andava consumato. Così ho fatto.

 

Nel suo reportage dall’Ungheria del 1956, riportato nella silloge recentemente curata da Rüdiger Safranski, Avevo mille vite e ne ho preso una sola (Iperborea), lei ricorre all’immagine della polvere. «Prima che una terribile mano di fuoco e distruzione si abbattesse mortale, ho visto Budapest per l’ultima volta. Per un attimo era stato possibile credere alla pace… ma solo perché sul Danubio non c’era quella polvere che segnava la città con il ricordo dei combattimenti…»

La storia è sempre coperta di polvere, ahinoi. Ma a volte, peggio, è coperta di macerie. Io sono nato in anni di guerra, mio padre morì sotto un bombardamento aereo, ricordo polvere e macerie. Le ricordo bene. A Budapest ci capitai quasi per caso – ma sarà poi stato davvero un caso? – al seguito di due amici fotografi. Fu uno shock. Soprattutto capire che il cosiddetto «Occidente» stava tradendo quelle persone… Sono un viaggiatore malinconico anche per questo…

 

Il suo ultimo libro, Tumbas – in corso di pubblicazione per Iperborea con le fotografie di Simone Sassen – tratta ancora di viaggi, ma stavolta non più in paradisi o in inferni come in altri suoi lavori, ma tra le tombe: di poeti e pensatori. Altre macerie, altra polvere, dunque?

Quando si concepisce un libro come Tumbas, bisogna avere un certo interesse per luoghi non proprio ameni, come i cimiteri. Ma quella di leggere i cimiteri è un’arte. Un cimitero è un mondo, un mondo di storie passate e, talvolta, quasi presenti. Ho sempre avuto interesse per questa forma di decifrazione delle storie che si possono ricavare dai piccoli indizi inscritti sulle lapidi (una moglie morta giovane, un marito sepolto dopo moglie e figli…). In Tumbas ho cercato di percorrere una sorta di mappa affettiva personale di tombe di poeti. Non tutti sono sepolti in cimiteri noti, come potrebbe essere il Père-Lachaise a Parigi. Per esempio Wallace Stevens, che ho ritrovato a Hartford, nel Connecticut. Ma per arrivare lì, ho percorso con la Sassen una sorta di viaggio a zig-zag, passando dalla lapide di Onetti a quella di Neruda… Come vede, le ragioni del viaggio possono essere molteplici. A volte è quella che sembra soltanto una lapide, con qualcosa di inciso sopra, che ci guida nell’altrove. Libro a parte, il viaggio continua. Nel settembre scorso ho visitato la tomba di Tanizaki, in un monastero giapponese, a Kyoto. Per arrivare qui, a Pordenone, mi sono fermato a Bressanone dove ho scoperto essere sepolto il poeta tedesco Oswald von Wolkenstein… La letteratura ci spinge in avventure davvero strane, lungo cunicoli dimenticati dal tempo e dal mondo. Ci spinge a viaggiare, a ritroso e persino dentro il tempo. Sulle tombe dei poeti, poi, avvengono strani fenomeni, qualcosa di simile a rituali in un mondo desacralizzato, liturgie, vodoo.

 

Ci fa un esempio?

Sulla tomba di Samuel Beckett qualcuno ha lasciato un giallo israeliano. Vedendolo mi sono chiesto se pensassero davvero che Beckett sarebbe uscito dalla tomba per leggerlo. Chiaro che no, ma altrettanto chiaro che chi l’ha lasciato ha compiuto così un suo piccolo rito. E il rito, a modo suo, è necessario. È un gesto di sano ottimismo. E Francis Bacon, quando gli chiedevano in che cosa credesse, rispondeva: «Non credo a niente, sono un ottimista». Ecco tutto.

 

C’è poi un grande poeta senza tomba, al quale lei era particolarmente legato, Hugo Claus, tanto da avergli dedicato pagine commoventi. Di Claus i lettori italiani conoscono forse il bellissimo La sofferenza del Belgio (Feltrinelli, 1997) e probabilmente ricordano la morte tragica e provocatoria, nel marzo di tre anni fa, quando si fece praticare l’eutanasia. Per lui, l’altrove significava innanzi tutto una morte degna e serena, con i paradossi (ma senza i troppi compromessi) che questa scelta comporta…

Con Claus ci siamo visti e frequentati per cinquanta anni. Ho scritto il suo necrologio, poi pubblicato su «Le Monde». Dopo la cerimonia funebre, ad Anversa, il primo ministro e io abbiamo visto tantissime persone. Ma quelle persone erano lì per una gara di biciclette. La bara di Claus se ne andò via da sola, col carro funebre e nessuno a seguirla. Le ceneri vennero disperse in mare. Claus aveva una forma ancora lieve di Alzheimer e non voleva morire umiliato dalla malattia. Scrissi una poesia sulla sua malattia, ma lui non si accorse mai che parlava di lui. La poesia diceva: «un uomo di carne divenuto stucco / un angelo d’ombra, solo, / e avvolto nella vuota professione / del tuo nome». Ma contro questo stucco, contro questa immagine ingannevole Hugo Claus si è ribellato. Fino all’ultimo viaggio. E così, ancora così io lo voglio ricordare.

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di Francis Fukuyama – Wall Street Journal, 12 marzo 2011

 

 

Will the protests that have swept the Middle East inspire a similar movement in China, or is that country’s middle class more interested in the material than the political?

Over the course of three short months, popular uprisings have toppled regimes in Tunisia and Egypt, sparked a civil war in Libya and created unrest in other parts of the Middle East. They also have raised a question in many people’s minds: Are all authoritarian regimes now threatened by this new democratic wave? In particular, is China, a rising superpower, vulnerable to these forces?

The Communist government in Beijing is clearly worried. It has limited news coverage of the recent uprisings and has clamped down on democratic activists and foreign reporters, acting pre-emptively against anonymous calls on the Internet for China to have its own “Jasmine Revolution.” A recent front-page editorial in the Beijing Daily, an organ of the city’s party committee, declared that most people in the Middle East were unhappy with the protests in their countries, which were a “self-delusional ruckus” orchestrated by a small minority. For his part, President Hu Jintao has urged the strengthening of what has been dubbed the “Great Firewall”—the sophisticated apparatus of censorship and surveillance that the regime uses to control access to the Internet.

China’s middle class, unlike its counterparts in the Middle East, has benefited from dramatic economic growth and the government’s focus on creating jobs for the educated. Pictured here, a Chinese businesswoman shops for sunglasses at a boutique in a Beijing shopping center.

No social scientist or intelligence analyst predicted the specific timing or spread of the Arab uprising—the fact that it would start in Tunisia, of all places, that it would be triggered by an event like the self-immolation of a vegetable seller, or that protests would force the mighty Egyptian army to abandon Hosni Mubarak. Over the past generation, Arab societies have appeared stolidly stable. Why they suddenly exploded in 2011 is something that can be understood only in retrospect, if at all.

But this doesn’t mean that we can’t think about social revolutions in a more structured way. Even unpredictable things take place in a certain context, and the present-day situations of China and the Middle East are radically different. Most of the evidence suggests that China is pretty safe from the democratic wave sweeping other parts of the world—at least for now.

Perhaps the most relevant thinker for understanding the Middle East today and China tomorrow is the late Samuel Huntington—not the Huntington of “The Clash of Civilizations,” who argued that there were fundamental incompatibilities between Islam and democracy, but the Huntington whose classic book “Political Order in Changing Societies,” first published in 1968, laid out his theory of the development “gap.”

Observing the high levels of political instability plaguing countries in the developing world during the 1950s and ’60s, Mr. Huntington noted that increasing levels of economic and social development often led to coups, revolutions and military takeovers. This could be explained, he argued, by a gap between the newly mobilized, educated and economically empowered people and their existing political system—that is, between their hopes for political participation and institutions that gave them little or no voice. Attacks against the existing political order, he noted, are seldom driven by the poorest of the poor in such a society; they tend to be led, instead, by rising middle classes who are frustrated by the lack of political and economic opportunity.

All of these observations would seem to apply to Tunisia and Egypt. Both countries have made substantial social progress in recent decades. The Human Development Indices compiled by the United Nations (a composite measure of health, education and income) increased by 28% for Egypt and 30% for Tunisia between 1990 and 2010. The number of people going to school has grown substantially; Tunisia especially has produced large numbers of college graduates. And indeed, the protests in Tunisia and Egypt were led in the first instance by educated, tech-savvy middle-class young people, who expressed to anyone who would listen their frustrations with societies in which they were not allowed to express their views, hold leaders accountable for corruption and incompetence, or get a job without political connections.

Mr. Huntington stressed the destabilizing power of new social groups seeking political participation. People used to be mobilized by newspapers and radio; today they are spurred to action by cell phones, Facebook and Twitter, which allow them to share their grievances about the existing system and to learn about the possibilities of the larger world. This change in the Middle East has been incredibly rapid, and it has trumped, for now, old verities about the supposed passivity of Arab culture and the resistance of Islam to modernization.

But do these remarkable developments tell us anything about the possibility for future instability in China?

It is certainly true that the dry tinder of social discontent is just as present in China as in the Middle East. The incident that triggered the Tunisian uprising was the self-immolation of Mohamed Bouazizi, who had his vegetable cart repeatedly confiscated by the authorities and who was slapped and insulted by the police when he went to complain. This issue dogs all regimes that have neither the rule of law nor public accountability: The authorities routinely fail to respect the dignity of ordinary citizens and run roughshod over their rights. There is no culture in which this sort of behavior is not strongly resented.

This is a huge problem throughout China. A recent report from Jiao Tong University found that there were 72 “major” incidents of social unrest in China in 2010, up 20% over the previous year. Most outside observers would argue that this understates the real number of cases by perhaps a couple of orders of magnitude. Such incidents are hard to count because they often occur in rural areas where reporting is strictly controlled by the Chinese authorities.

The most typical case of outraged dignity in contemporary China is a local government that works in collusion with a private developer to take away the land of peasants or poor workers to make way for a glittery new project, or a company that dumps pollutants into a town’s water supply and gets away with it because the local party boss stands to profit personally. Though corruption in China does not reach the predatory levels of certain African or Middle Eastern countries, it is nonetheless pervasive. People see and resent the privileged lives of the nation’s elite and their children. The movie “Avatar” was a big hit in China in part because so many ordinary Chinese identified with the indigenous people it portrayed whose land was being stolen by a giant, faceless corporation.

There is, moreover, a huge and growing problem of inequality in China. The gains from China’s remarkable growth have gone disproportionately to the country’s coastal regions, leaving many rural areas far behind. China’s Gini index—a standard measure of income inequality across a society—has increased to almost Latin American levels over the past generation. By comparison, Egypt and Tunisia have a much more equal income distribution.

According to Mr. Huntington, however, revolutions are made not by the poor but by upwardly mobile middle-class people who find their aspirations stymied, and there are lots of them in China. Depending on how you define it, China’s middle class may outnumber the whole population of the United States. Like the middle-class people of Tunisia and Egypt, those in China have no opportunities for political participation. But unlike their Middle Eastern counterparts, they have benefited from a dramatically improving economy and a government that has focused like a laser beam on creating employment for exactly this group.

To the extent that we can gauge Chinese public opinion through surveys like Asia Barometer, a very large majority of Chinese feel that their lives have gotten better economically in recent years. A majority of Chinese also believe that democracy is the best form of government, but in a curious twist, they think that China is already democratic and profess to be satisfied with this state of affairs. This translates into a relatively low degree of support for any short-term transition to genuine liberal democracy.

Indeed, there is some reason to believe that the middle class in China may fear multiparty democracy in the short run, because it would unleash huge demands for redistribution precisely from those who have been left behind. Prosperous Chinese see the recent populist polarization of politics in Thailand as a warning of what democracy may bring.

The fact is that authoritarianism in China is of a far higher quality than in the Middle East. Though not formally accountable to its people through elections, the Chinese government keeps careful track of popular discontents and often responds through appeasement rather than repression. Beijing is forthright, for example, in acknowledging the country’s growing income disparities and for the past few years has sought to mitigate the problem by shifting new investments to the poor interior of the country. When flagrant cases of corruption or abuse appear, like melamine-tainted baby formula or the shoddy school construction revealed by the Sichuan earthquake, the government holds local officials brutally accountable—sometimes by executing them.

Another notable feature of Chinese government is self-enforced leadership turnover. Arab leaders like Tunisia’s Zine al-Abidine Ben Ali, Egypt’s Mr. Mubarak and Libya’s Col. Moammar Gadhafi never knew when to quit, hanging on 23, 30 and 41 years, respectively. Since Mao, the Chinese leadership has rigidly adhered to terms of about a decade. Mr. Hu, the current president, is scheduled to step down in 2012, when he is likely to be replaced by Vice President Xi Jinping. Leadership turnover means that there is more policy innovation, in sharp contrast to countries like Tunisia and Egypt, which have been stuck for decades in the rut of crony capitalism.

The Chinese government is also more clever and ruthless in its approach to repression. Sensing a clear threat, the authorities never let Western social media spread in the first place. Facebook and Twitter are banned, and content on websites and on China-based social media is screened by an army of censors. It is possible, of course, for word of government misdeeds to get out in the time between its first posting by a micro-blogger and its removal by a censor, but this cat-and-mouse game makes it hard for a unified social space to emerge.

A final critical way in which China’s situation differs from that of the Middle East lies in the nature of its military. The fate of authoritarian regimes facing popular protests ultimately depends on the cohesiveness and loyalty of its military, police and intelligence organizations. The Tunisian army failed to back Mr. Ben Ali early on; after some waffling, the Egyptian army decided it would not fire on protesters and pushed Mr. Mubarak out of power.

In China, the People’s Liberation Army is a huge and increasingly autonomous organization with strong economic interests that give it a stake in the status quo. As in the Tiananmen uprising in 1989, it has plenty of loyal units around the country that it could bring into Beijing or Shanghai, and they would not hesitate to fire on demonstrators. The PLA also regards itself as the custodian of Chinese nationalism. It has developed an alternative narrative of 20th-century history that places itself at the center of events like the defeat of Japan in the Pacific war and the rise of a modern China. It is very unlikely that the PLA would switch sides and support a democratic uprising.

The bottom line is that China will not catch the Middle Eastern contagion anytime soon. But it could easily face problems down the road. China has not experienced a major recession or economic setback since it set out on its course of economic reform in 1978. If the country’s current property bubble bursts and tens of millions of people are thrown out of work, the government’s legitimacy, which rests on its management of the economy, would be seriously undermined.

Moreover, Mr. Huntington’s scenario of rising but unfulfilled expectations among the middle class may still play out. Though there is a labor shortage among low-skill workers in China today, there is a glut of the college educated. Every year into the future, China will graduate more than seven million people from its universities, up from fewer than a million in 1998, and many of them are struggling to find work suitable to their self-perceived status. Several million unemployed college graduates are far more dangerous to a modernizing regime than hundreds of millions of poor peasants.

There is also what the Chinese themselves call the “bad emperor” problem. China’s historical achievement over the centuries has been the creation of high-quality centralized bureaucratic government. When authoritarian rulers are competent and reasonably responsible, things can go very well. Indeed, such decision-making is often more efficient than in a democracy. But there is no guarantee that the system will always produce good rulers, and in the absence of the rule of law and electoral checks on executive power, there is no way to get rid of a bad emperor. The last bad emperor, commonly (if quietly) acknowledged as such, was Mao. We can’t know what future tyrant, or corrupt kleptocrat, may be waiting in the wings in China’s future.

The truth is that, much as we might theorize about the causes of social revolution, human societies are far too complex, and change too rapidly, for any simple theory to provide a reliable guide. Any number of observers dismissed the power of the “Arab street” to bring about political change, based on their deep knowledge of the Middle East, and they were right every year—up until 2011.

The hardest thing for any political observer to predict is the moral element. All social revolutions are driven by intense anger over injured dignity, an anger that is sometimes crystallized by a single incident or image that mobilizes previously disorganized individuals and binds them into a community. We can quote statistics on education or job growth, or dig into our knowledge of a society’s history and culture, and yet completely miss the way that social consciousness is swiftly evolving through a myriad of text messages, shared videos or simple conversations.

The central moral imponderable with regard to China is the middle class, which up to now has seemed content to trade political freedom for rising incomes and stability. But at some point this trade-off is likely to fail; the regime will find itself unable to deliver the goods, or the insult to the dignity of the Chinese people will become too great to tolerate. We shouldn’t pretend that we can predict when this tipping point will occur, but its eventual arrival, as Samuel Huntington might have suggested, is bound up with the very logic of modernization itself.

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di Paolo Di Stefano – Corriere della Sera, 21 marzo 2011

 

 

 

La luna. È curioso che in questa serata romana piovosa e fredda si parta dalla luna e si arrivi alla luna. Era quella che il bambino testardo Pietro pretese in regalo dai suoi genitori il giorno in cui gli chiesero di fare la pipì nel vasino: «In cambio voglio la luna!». Qui nel salone di casa Ingrao, le finestre sono abbassate e si sente l’acqua scrosciare. E la luna chissà dove si nasconde. Ma dalle parole scolpite di Pietro Ingrao, del poeta prima che del politico comunista che ha attraversato decenni di storia nazionale, la sfera lontana sembra avvicinarsi e accendersi luminosa, quando ricordano il suo paese, Lenola, situato tra i Monti Aurunci e la piana di Fondi: «Provo una sensazione fisica molto precisa, pensando a certe serate dell’infanzia. Il mio era un paese contadino, con ceppi patronali e gruppi di artigianato. Fu mio nonno Francesco, siciliano di Girgenti e garibaldino, a costruire quella casa a metà strada tra il paese e il colle. Lenola era allora sul confine tra il Regno dei Borbone e lo Stato pontificio. Dalla casa che saliva verso il colle del santuario c’erano balconi che si affacciavano sull’orizzonte e io provavo un’emozione molto forte quando riuscivo a cogliere, stavo per dire acciuffare, il sorgere della luna dietro le spalle montuose. Specie nelle notti d’estate, guardavo la corona di montagne, con cieli gremitissimi di stelle: quello spettacolo che inondava il cielo del suo chiarore è diventato per me il simbolo di un oltre che alludeva ad altri mondi». Recita «L’infinito», Ingrao: «Nella poesia italiana Leopardi mi sembra l’evento più alto. Ho studiato Giurisprudenza per un ordine prestabilito della famiglia, poi Lettere, amavo soprattutto la letteratura, e in modo caldo, appassionato, la poesia. Le due pagine di invenzione artistica che apprezzo di più sono di Leopardi: “L’infinito” e “Le ricordanze”. La cima sono quei versi di grande splendore e scuotimento».

Seduto sul suo divano chiaro, il viso immobile, rari sorrisi, aiutando la parola con il lento movimento di una mano, Ingrao non abbandona la ben nota espressione severa, come eternamente imbronciata, che fu del politico e poi del Presidente della Camera. Anche quando ricorda i suoi genitori pesando ogni parola: «Ho avuto relazioni familiari molto intense. Non solo con mio padre, anche di più con mia madre, che era una donna tenera e dolce, legata a quelle terre. La famiglia era anche il vincolo alla casa e al mio paese: mi piacevano molto quei piccoli aggregati, erano lì le mie passioni, i sentimenti, gli affetti, gli scatti di evasione legati al paesaggio, agli amici, alle ragazze».

Nel suo antifascismo, che arriva con la Guerra di Spagna, c’è l’educazione familiare, c’è la poesia, ci sono i coetanei del tempo e, paradossalmente, ci sono anche i Littoriali della cultura e dell’arte: «Partecipai con una poesia francamente brutta sulla bonifica delle Paludi pontine, scritta con sincerità apologetica, e Dio me lo perdoni. Sembrerà curiosa questa combinazione, ma ai Littoriali di Firenze incontrai l’antifascismo. Non racconto frottole! Gli amici con cui avrei fatto la cospirazione e la battaglia antifascista erano tutti lì. Fu una svolta. Mi precipitai al caffè delle Giubbe Rosse, dove conobbi, tra gli altri, Montale e Bertolucci». Antifascismo è anche l’incontro con il cinema e con il Centro sperimentale di cinematografia: «Conobbi Gianni Puccini, che studiava il cinema americano. Guardi quello lì…». Indica il burattino di Charlie Chaplin appeso a una parete: «Ci ha sconvolto e trascinato: l’immagine della macchina e di come l’operaio sta dentro la macchina l’ha rappresentata Chaplin quando si incastra negli ingranaggi tipici del capitalismo che dilaga nel mondo. La passione per il cinema si è mescolata a quella per la poesia. Con l’incontro tra generazioni a Firenze è cominciata la cospirazione».

Il 17 luglio 1936 è un giorno chiave: esplode la rivolta franchista. «Antonio Amendola cominciò a farmi ragionare sulla lotta antifascista, non tornai più al Centro sperimentale e il mio amore per il cinema restò in ombra. Da allora, la lotta di classe diventò il punto centrale nella mia vita, il primo dovere, la prima speranza: la lotta per cacciare i padroni. Un dovere che condividemmo, oltre che con Amendola, con Bruno Sanguinetti, Paolo Bufalini, Aldo Natoli, Antonello Trombadori e altri. Quel 17 luglio fu il punto di rottura. Dissi no, non ci sto».

La nuova epoca si porta dietro anche una serie di errori che Ingrao oggi, all’alba dei suoi 96 anni, non esita a riconoscere. Il più grave, da direttore dell’Unità: «Nel ’56 scrissi un editoriale contro la rivolta ungherese. Poco dopo capii che avevo sbagliato e che invece bisognava lavorare contro gli errori dei sovietici: tutti i miei rapporti con i sovietici hanno vissuto momenti di ambiguità». Il giorno dell’invasione di Budapest, il 4 novembre, letta la notizia, Ingrao non ha voglia di parlarne neanche con sua moglie Laura, cammina per ore da solo per le vie di Roma sotto un cielo nuvoloso, il suo girovagare finisce a casa di Togliatti, al quale dice il suo sgomento, sentendosi rispondere: «Oggi io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più». La repressione della primavera di Praga ha un effetto diverso, ma è passato più di un decennio: «Ero a Lenola, mi avvisarono in serata, piantai la cena e andai al giornale: Longo era in Unione Sovietica e senza sentire i dirigenti uscimmo la mattina dopo con la nostra condanna». Altri errori: la radiazione dal Pci del gruppo del manifesto («Bisognava affrontare la differenza, guardarla in faccia») e la più recente adesione al partito di Bertinotti: «Non è stata una scelta felice, ritengo sia necessario costruire un soggetto collettivo e Rifondazione non ha trovato la via per questo approdo». Ne ha vissuta di storia, Ingrao: «Tra un po’ faccio i cento, speriamo, insomma…». Le corna che mostra con una mano sono inevitabili. Tanta storia e tanti suoi protagonisti. Mao: «A Mosca, lo stavamo ad ascoltare a bocca aperta, con entusiasmo, era il vincitore della rivoluzione asiatica». Togliatti: «Intervenne qualche volta nel lavoro al giornale, anche sbagliando. In tutta la vicenda Vittorini, mostrò di non capire». Berlinguer: «Ne ho un ricordo affettuoso, cordiale, però appartiene a un’altra generazione». I dissensi con Pajetta: «Era molto vivace, ma anche fazioso e cattivo. Quando nella segreteria prendevo la parola, entrava in agitazione, si alzava e ritornava per potere materialmente scocciarmi. Bisognava avere l’abilità di lasciarlo sfogare».

Ha inciso la dura obbedienza imposta dal partito nella vita privata? «Beh, sì, come no. C’era una specie di conformismo. Togliatti presto ha rotto con sua moglie e ha trovato un amore con Nilde Iotti, che era una giovinetta. Beh, questa cosa qui il partito l’ha digerita molto male, perché bisognava rispettare le regole del buon costume. Anche alla Iotti la vicenda costò molte noie». La vita sentimentale di Ingrao ebbe la sua svolta durante la guerra, quando conobbe Laura Lombardo Radice, figlia dell’antifascista Giuseppe e sorella di Lucio: «Durante la lotta clandestina, faceva la staffetta: ci serviva per evitare i segugi della polizia. Per tutelarci, spesso ci incontravamo ai concerti che si tenevano nella Basilica di Massenzio: un alibi buono per passarci i messaggi clandestini». Presto nasce qualcosa che va oltre la politica e il giovane Pietro si lascia prendere dallo slancio. Sorride: «Avevo degli aspetti un po’ rozzi, lenolesi diciamo così, campagnoli, avevo un’idea un po’ volgare, e quindi è successo che in uno di questi incontri a Massenzio, in modo un po’ sgarbato e sbagliato ho tentato di darle un bacio, e mi son preso un ceffone solenne. Come a dire: siamo qui per lavorare, queste cose levatele dalla mente e non rompere le scatole». Quella prima reazione non avrebbe impedito a Laura e a Pietro di avviare una lunga vita insieme, di sposarsi e di avere cinque figli. Laura morì nel 2003. «Abbiamo avuto una vita di grande comunicazione, anche se, senza dire bugie, io non è che fossi uno stinco di santo. Provai un dolore assai aspro quando quella sua luminosità umana mi abbandonò». Forse la stessa la luminosità della luna che vedeva, molto tempo prima, dal balcone di casa.

 

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di Massimo Giannini – La Repubblica, 8 marzo 2011

 

 

Se dovessi scegliere il “romanzo della crisi” di questi anni di turbocapitalismo globale e letale voterei Sunset Park. Le prime pagine del libro di Paul Auster – in cui il giovane Miles Heller racconta il suo lavoro di “moschettiere della disgrazia”, incaricato di ispezionare per conto delle banche le case abbandonate dagli inquilini morosi e di fotografare le innumerevoli “cose abbandonate” per sempre dalle famiglie espropriate – sono l’ affresco letterario di un’ epoca. La Spoon River di «un mondo che crolla, di rovina economica e di difficoltà assidue e crescenti» per milioni di persone sommerse dalla “tempesta perfetta” iniziata oltre tre anni fa. Ma ora esce anche il “saggio della crisi”. Non che in questi mesi la titolistica sul tema sia stata avara. Ma il libro che vi suggerisco adesso è forse il più completo e il più scientifico di tutti quelli che mi è capitato di leggere. Sto parlando di Finanzcapitalismo, che Luciano Gallino ha appena dato alle stampe (sempre per Einaudi).

Quello di Gallino è il viaggio dentro i deliri cinici, e a volte addirittura clinici, del mercatismo. Un viaggio che parte da un trionfo egemonico: un sistema economico basato sull’ azzardo morale e sull’ irresponsabilità del capitale, sul debito che genera debito e sul denaro che produce denaro. E che ci conduce a un capolinea drammatico: la completa svalorizzazione del lavoro, la devastazione delle risorse industriali e naturali, la desolazione di una massa di donne e di uomini che ormai non sono più “ceto medio”, ma “classe povera”.

Quello che è accaduto, da quella drammatica fine estate del 2007, lo sappiamo. Quello che ancora mancava è un’ analisi storica e sociologica, oltre che economica, del processo che ha cambiato i connotati del sistema. Gallino lo ricostruisce a partire dal concetto, teorizzato da Lewis Mumford, delle “mega-macchine sociali”: quelle grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come “componenti o servo-unità”. Kombinat di potere politico, economicoe culturale che hanno generato “mostri” nell’ arco dei millenni: dalle piramidi egiziane costruite col sangue degli schiavi all’ Impero Romano, dalla fabbrica di sterminio del Terzo Reich nazista all’ universo concentrazionario del comunismo sovietico. Ora siamo alla fase più “evoluta”: il “finanzcapitalismo”, “mega-macchina” sviluppata allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e potere, «il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli eco-sistemi».

E questa “estrazione di valore” è diventata il meccanismo totalizzante e totalitario che ormai abbraccia «ogni momento e ogni aspetto dell’ esistenza». Dalla nascita alla morte: come il vecchio Welfare, arruginito e inservibile secondo la vulgata occidentale dominante, abbracciava un tempo l’ individuo “dalla culla alla bara”. Il salto di qualità è nel passaggio cruciale dalla “produzione” alla “estrazione” del valore. Si “produce” valore quando si costruisce una casa o una scuola; si “estrae” valore quando si impone un aumento dei prezzi delle case manipolando i tassi di interesse. Si “produce” valore quando si crea un posto di lavoro stabile e ben retribuito; si “estrae” valore quando si assoldano co.co.pro. mal pagati o si aumentano i ritmi di lavoro a parità di salario.

Se la “mega-macchina” del vecchio capitalismo industriale fordista aveva come motore l’ industria manifatturiera, la “mega-macchina” del “finanzcapitalismo” ha come motore l’ industria finanziaria.

La prima “girava” grazie al lavoro, che generava reddito, diritti, cittadinanza. La seconda “gira” grazie al denaro, che genera altro denaro, e poi ancora denaro, e sempre e solo denaro. “Finanza creativa”, abbiamo imparato a chiamarla in questa inebriante stagione di culto pagano per il dio mercato. Non ci siamo accorti che, nel frattempo, è diventata “finanza distruttiva”. Per rendersene conto basta esaminare, con il sociologo torinese, l’ inventario di tutto ciò che è andato distrutto in questi ultimi anni. Nell’ immane falò della Grande Crisi sono bruciati gli “attivi” del mondo, cioè la ricchezza costituita da azioni, obbligazioni, derivati, case, edifici commerciali, impianti industriali, capitali e fondi. Un autodafé stimato da un minimo di 25-30 trilioni di dollari (la metà del Pil del pianeta) a un massimo di 100 trilioni (1,8 volte il Pil mondiale). Ma nel fuoco, con la ricchezza, sono “bruciate” persone in carne ed ossa: secondo l’ Oil, oggi abbiamo 50 milioni di disoccupati in più, e 200 milioni di lavoratori precipitati nell’ area della povertà estrema.

Al di là delle colpe, sulle quali Gallino non affonda più di tanto il coltello, c’ è un immensa o pera di riconversione che andrebbe tentata qui ed ora. Per le classi dirigenti, si tratta di uscire dal pensiero unico neo-liberale, che ha teorizzato le virtù del “finanzcapitalismo” e ha prosperato sulle sue follie. E di riformulare l’ architettura finanziaria: con gli strumenti del narrow banking (la riduzione drastica delle dimensioni dell’ attività creditizia), la revisione dei criteri di bila ncio, la potatura del mercato dei derivati, il divieto delle cartolarizzazioni. Ma mentre enumera i rimedi possibili, e indica i tentativi finora falliti soprattutto in Europa (più interessanti quelli americani legati al Dodd-Frank Act) Gallino sembra suggerire anche la velleitaria inutilità delle “auto-riforme”. E qui sta, forse, la debolezza e la forza del libro. La debolezza, mi pare, è nel vedere solo il “dark side” della finanza-ombra, e nel non concedere altre chance al capitalismo: quasi che nella sua ultima reincarnazione finanziaria si debba considerare esaurito il suo ciclo vitale. Sappiamo invece che, schumpeterianamente, il capitalismo è forse l’ unico sistema che ha dimostrato di poter morire e rinascere infinite volte.

La forza, per ragioni uguali e contrarie, è nel fare appello alla coscienza degli uomini. Visto che Karl Marx ha fallito, nell’ immaginare la nascita di una “classe antagonista” capace di imporre un modello di economia e di società umanamente e socialmente sostenibile, non resta che tornare a Karl Polanyi, che invoca «una reazione sociale e culturale, variegata e diffusa, al liberalismo economico e al mercato deregolato». Parlava del XIX e del XX secolo. Ma per Gallino l’ idea polanyiana dei “contromovimenti” tornerebbe utile anche oggi. Gli esseri umani, ormai trasformati in robot o in esuberi, dovrebbero ribellarsi. Se lo facessero, priverebbero la “mega-macchina” del “finanzcapitalismo” dei “servo-meccanismi” che la fanno funzionare. Dalla dimensione individuale a quella collettiva: la missione sarebbe quella di sconfiggere il “demone” della finanza con l’ esorcismo della ragione. La più affascinante, ma purtroppo la più difficile delle “rivoluzioni”.

 

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di Dino Greco – Liberazione, 20 marzo 2011

 

 

 

La tregua? Ci fosse davvero, oppure no, poco importa: non si voleva sentire, non si voleva verificare. E non lo si è fatto. La cosiddetta comunità internazionale, l’Onu con la sua sbrigativa risoluzione, gli Stati Uniti alla ricerca di una leadership appannata, la coalizione anglofrancese che senza percezione del grottesco si definisce dei «volenterosi», avevano già deciso. Comunque. Sarà guerra, deve esserlo. La no fly zone, la missione mirata – «umanitaria», of course – per proteggere la popolazione civile è una foglia di fico che non può nascondere più nulla. L’obiettivo, ormai dichiarato, è quello di abbattere Gheddafi. La missione diplomatica internazionale, che ancora in queste ore potrebbe essere tentata, per allargare a forza e tenere vive possibilità di dialogo fra le forze in conflitto prima che la situazione divenga irreversibile, non è neppure una peregrina ipotesi. Non lo è mai stata. Pressapochismo delle classi dirigenti europee, velleità neocolonialiste, crudi interessi e cattiva coscienza fanno pendere la bilancia dalla parte di un intervento armato che non avrà, come è evidente, né freni militari, né confini politici.

Come scriveva ieri, su La Repubblica, Guido Rampoldi, «bombarderanno, bombarderemo, senza avere un disegno chiaro, una nitidia prospettiva di quel che sarà e di quel che vogliamo che sia».

Sospinta da sciagurato entusiasmo bipartisan, o da conclamato cinismo, l’Italia si accinge a partecipare di nuovo, da comprimaria, ad una guerra. E poiché l’irruzione delle armi accelera vorticosamente tutti i processi e libera anche le parole, ecco ridefinirsi in corsa l’obiettivo. «Guerra al tiranno, un intervento per giusta causa», titola Il Riformista. Per il Giornale, invece, la “giusta causa” è un’altra e il quotidiano della famiglia Berlusconi la rivela senza mezzi termini: l’Italia deve sparare perché le conviene. E’ «una scelta necessaria per mantenere il nostro ruolo in Europa», ammonisce Alessandro Sallusti, che aggiunge: «non possiamo lasciare che Sarkozy e soci mettano mano da soli sulla Libia, sui nostri interessi economici e sulle nostre strategie politiche». Et voilà, ecco la verità squadernata con lugubre, spietata chiarezza. Insomma, il coinvolgimento dell’Italia nel conflitto serve per poi potersi sedere con qualche titolo di credito al tavolo (spartitorio) della pace. L’Unità, invece, in guerra ci va ma, beninteso, «col cuore gonfio» e Concita De Gregorio ci ricorda mestamente come «da sessantasei anni non siamo mai stati così vicini dall’essere un paese in guerra», dimenticando – potenza della rimozione – che la Costituzione ce la siamo gettata dietro le spalle già nella guerra del Golfo, in Iraq, in Afghanistan, e quando, una decina di anni fa, i nostri piloti parteciparono al bombardamento di una capitale europea, Belgrado, in un’impresa, anch’essa rigorosamente umanitaria, che Massimo D’Alema qualificò come una «straordinaria esperienza umana e professionale».

Eccoci dunque, di nuovo, tutti avvinti alla nobile causa della difesa dei diritti umani, pronti a raccogliere l’anelito alla libertà dei popoli oppressi. Dove conviene, è ovvio. Quando lo sguardo si allarga al mondo diventa subito strabico e intermittente e la passione per l’altrui libertà più elastica e volatile.
Si scopre allora che le satrapìe si possono combattere o sostenere, con ineffabile disinvoltura, alla bisogna, secondo il tempo e le circostanze; il massacro dei civili lo si può fermare oppure praticare in proprio, come «effetto collaterale» o «contingente necessità», o «male minore»; le risoluzioni dell’Onu, poi, sono come la pelle delle palle: si possono tirare da tutte le parti, si possono applicare con scrupolosa solerzia oppure ignorare del tutto, come ci ricorda la drammatica segregazione cui è costretto il popolo palestinese.

Non ci convincono, i mercanti di guerra, quando declinano ogni responsabilità politica e non tentano – qui ed ora – di imporre una soluzione pacifica che, si può esserne certi, non verrà dalle bombe. E provoca un senso di pena l’ipocrisia di quel mondo vagamente progressista, Pd in testa, che, praticando l’autofrode, ormai sostiene senza batter ciglio ogni avventura militare, fingendo che da lì passi la conquista della democrazia.

 

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di Tommaso Di Francesco – il manifesto, 11marzo 2011

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Per esser chiari. E ringraziando subito Rossana Rossanda per la strigliata che ci ha dato. Questo giornale pensa che Muammar Gheddafi deve andarsene, al più presto. Che il suo regime, che non è né una democrazia né uno stato progressista, è finito. Non solo per il delirio che mostra, né perché 41 anni di potere assoluto bastano e avanzano. Il suo ruolo ormai nefasto è apparso chiaro a tutti nel momento in cui ha esortato da Tripoli una parte del suo popolo a prendere le armi contro l’altra. Questo appello alla guerra civile è il segno, sanguinoso, della sua sconfitta. Che precipita sull’intero popolo libico. Siamo oltre un limite davvero insopportabile.

C’interroghiamo però su come questa auspicabile uscita di scena del raìs debba avvenire, senza aggravare lo spargimento di sangue e senza dover attribuire il ruolo di garante dei diritti umani a chi questi diritti calpesta ogni giorno. Nella ricerca di una funzione e di istituti adeguati ad una soluzione di pace, nell’epoca della globalizzazione delle merci che non globalizza la condizione umana se non per ghettizzarla e schiacciarla. Senza in buona sostanza salire sui bombardieri «umanitari» della Nato. Sarebbe una preoccupazione meschina se, da quando si è manifestata, questa giustizia dall’alto dei jet di guerra non avessse non solo non risolto ma resa ancora più ambigua la soluzione sul campo. Parliamo dei risultati degli interventi militari occidentali in Bosnia Erzegovina (poi divisa etnicamente), nel Kosovo (diventata nazione, mafiosa e criminale per l’Onu, un buco intorno alla megabase Usa di Camp Bondsteel) e – paragone stringente – in Somalia (alla mercè di bande islamiste).

Quel che non riusciamo a distogliere dal nostro sguardo è il fatto che, nelle stesse ore in cui si consuma il dramma libico, va in onda a Kabul la farsa dei raid «chirurgici» della Nato che hanno fatto, con gli insorti talebani, più di ottomila vittime civili in quattro anni. E senza dimenticare una grossolana ambiguità. Quella che ha visto gli Stati uniti votare a favore del deferimento di Gheddafi al Tribunale penale internazionale dei diritti umani perché lo accusi di crimini di guerra. Eppure gli Stati uniti semplicemente non riconoscono l’autorità del Tribunale penale internazionale per i crimini dei quali si sono macchiati. Né per Abu Ghraib, né per Falluja, né per Bagram, e con Guantanamo che nessuno chiuderà più. Non dimenticando che per l’Iraq, dove l’insorto era inesorabilmente cattivo e «tagliatore di teste», parliamo di centinaia di migliaia di morti. Ma vale anche per la Russia in Cecenia.

Possono i responsabili di questi crimini ergersi adesso a giustizieri e garanti dei diritti umani? Tantopiù che sono tutti corsi a frotte sotto la tenda di Gheddafi non più «canaglia» per avere petrolio per l’immutabile nostro modello di vita e di consumi o per chidere di chiudere in campi di concentramento i disperati in fuga dalla miseria dell’Africa? No.

Ora la metafora gentile dell’odore di gelsomino non vale più per le rivolte del Maghreb e Mashrak. Dopo la Tunisia e l’Egitto, pure con centinaia di vittime, si è passati in Libia ad una guerra civile, con gli insorti della Cirenaica che insidiano in armi il regime di Gheddafi. È proprio perché siamo stati ad Atene e Lisbona, a Beirut e a Sarajevo, a Madrid e a Barcellona, che c’interrroghiamo su chi siano davvero questi insorti. Perché non siamo intenzionati a passare da un progressismo militare all’altro. Certo in Cirenaica – dove vive meno di un milione di persone – non c’è Al Qaeda, sigla buona per tutte le occasioni. È la propaganda di Gheddafi, e anche di Hillary Clinton che lo ripete a riprova della «cautela» Usa. Ma gli integralisti islamici ci sono, c’è il loro attivismo religioso-politico, del quale Gheddafi è stato il nemico giurato. È un movimento integralista reale, se è vero che la rivolta si richiama a quella del 17 febbraio del 2006 quando la città insorse contro la provocazione anti-islamica della t-shirt mostrata dal clown Calderoli. Come ci sono evidenti divisioni nel Consiglio nazionale di Bengasi. C’è chi vuole l’intervento militare esterno e chi «solo» la no-fly zone, e chi una rivolta indipendente. Ma c’è anche un pezzo della formazione sociale gheddafiana andata in pezzi: clan e tribù impegnate nella spartizione delle ricche risorse, e una parte del governo di Gheddafi che, con due ex ministri e molti ambasciatori, è passato con il «popolo», dall’altra parte. Tutti sotto la bandiera di re Idris.

Cosa significherebbe un intervento armato dell’Occidente, con un ruolo esplicito della Nato e più ancora degli Stati uniti, per la presidenza di Barack Obama, quando già i neocon passano all’incasso delle rivolte arabe, rivendicando di essere stati i primi a promuovere la «democrazia» con l’intervento in Iraq? Quale epilogo avrebbero le «primavere» del mondo arabo di fronte a questa «conferma» – per dirla con l’inascoltato quanto prezioso Giampaolo Calchi Novati – su chi è il Centro e chi la Periferia del mondo globalizzato?

Difficilmente si tornerà indietro. Il meccanismo della guerra «umanitaria» è acceso come quello della no-fly zone, che vede un recalcitrante Robert Gates spiegare che «non è un videogame» ma un atto di guerra con cui, per imporla, si deve subito bombardare l’aviazione nemica a terra e i sorvoli non autorizzato. Come fu per l’Iraq. L’avere evocato, come abbiamo fatto, la possibilità di una guerra motivata «umanitariamente», non è dimenticanza dell’obiettivo di cacciare Gheddafi, ma l’avvertimento che un intervento internazionale aggraverebbe ulteriormente la crisi e cancellerebbe le «primavere» mediorientali. Fino al paradosso di un conflitto per la democrazia sollecitato in chiave anti-sciita dalla «democratica» Arabia Saudita, con in sottofondo un forte retrogusto di petrolio. E sarebbe l’esodo di massa, stavolta biblico davvero, dei profughi libici, di una parte o dell’altra.

Siamo ad un crinale difficile, quasi impraticabile. Possiamo poco come manifesto. Ma l’aiuto vero che possiamo dare al popolo libico è costruire una soluzione di pace che valga anche per il dopo, mobilitandoci subito almeno nel rispetto della nostra vilipesa Costituzione che rifiuta la guerra come mezzo per dirimere le crisi internazionali. Bisogna chiedere subito un «cessate il fuoco» capace di fermare le preponderanti forze del Colonnello ma anche quelle degli insorti. Ed è indispensabile, subito, una missione di Osservatori internazionali promossa delle Nazioni unite, ma partecipata da organismi localmente riconosciuti – la Lega araba, l’africana Oua, l’Organizzazione degli stati islamici – che si frapponga tra i contendenti monitorando il terreno. Questa intermediazione di pace deve aprire trattative con l’obiettivo dell’uscita di scena del raìs. Gli aerei con gli inviati di Gheddafi nelle capitali europee mostrano un varco evidente. Il nostro obiettivo deve essere l’iniziativa di pace, piuttosto che alimentare la guerra civile, come rischia di fare il «democratico» Sarkozy con il riconoscimento del Consiglio nazionale di Bengasi. Anche con il nostro lavoro, perché un giornale è strumento di alfabetizzazione per chi legge ma anche per chi scrive.

Con una sola convinzione. Che il cielo sia lo stesso. Sopra Kabul, Baghdad, Roma, Parigi, sopra Tripoli e Bengasi. Conservo un gruppo di lettere di mio padre da Ajdabya, in Cirenaica, lì dove adesso si combatte. Ha venti anni, monta la guardia seduto su una polveriera, e scrive alla madre, con l’interrogativo «che ci faccio io qui?». Folgorato da una «scoperta»: «Di notte si capisce meglio che il cielo è lo stesso che da noi».

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